Ma che “Stronzate”!

Il bando bolognese del 1729 che parla delle monete "stronzate"
Il bando bolognese del 1729 che parla delle monete “stronzate”

Tranquilli! Non abbiamo nessuna intenzione di darci al turpiloquio già nel secondo articolo di questo sito.

“Stronzate” vengono definite in un bando bolognese del 1729 le monete fraudolentemente diminuite nel loro valore intrinseco. E pensare che il bando fu firmato da un Cardinale…

Questa poi! È proprio vero che nella vita c’è sempre qualcosa da imparare. Si fa presto a dire: sì, sono un numismatico. Ma è impossibile in quel vasto oceano che è la numismatica, al quale affluiscono innumerevoli correnti e fiumi (dalla sfragistica alla medaglistica, dalla cartamoneta alla sigillografia), essere competenti veramente in tutto.

Meglio sarebbe dire sinceramente: sì, sono un numismatico ma mi occupo solo di monete romane o greche, oppure di monete medievali. Sarebbe certamente più riduttivo ma onesto.

Dunque, un mio amico l’altro giorno mi fa una domanda che mi fa restare allibito. Uno scherzo? No, dice lui, c’è un bando che ne parla, un bando bolognese del 1700. Qual è il significato di quella parola? Ed io cado dalle nuvole perché quel termine non l’ho mai sentito dire, mi si dia pure dell’ignorante, almeno sarò stato sincero.

Ma si dà il caso che nemmeno il Martinori, il grande e insuperato vocabolario numismatico (insuperato anche perché è rimasto figlio unico) non annovera tra i suoi termini, e sono migliaia, questa parola, per me inedita, almeno sotto il profilo numismatico: “Stronzata”. Il bando infatti parla proprio di monete “calanti, tose e stronzate” oltre che di “quattrini di rame o Bagaroni forestieri”, tutti messi fuori legge, almeno a Bologna, dal Cardinale Legato Ottavio Beccadelli il 9 maggio 1729.

Né in altri vocabolarietti o guide di numismatica, antichi e moderni, ho trovato questo termine. Nemmeno nel manuale di tecnologia Hoepli del Sacchetti. Quindi mi consolo: se sono ignorante, sono in buona compagnia.

Vista inutile la ricerca in numismatica, mi sono dato ai vocabolari e alle enciclopedie. Sulla Motta, sulla Larousse Rizzoli, sulla Garzanti Universale non ho trovato nulla. Lo Zingarelli invece riporta una spiegazione parziale sotto il verbo “stronzare”, non più usato (c’è accanto tanto di crocetta), di derivazione veneta. Dice: variante di “storonzare”, dal latino “rotundiare”: significato, “diminuire, restringere”. Sotto il termine “stronzata”, invece dice: “atto, azione di stronzo” (ci ero arrivato pure io). 

Bagarone o Quattrino
Bagarone o Quattrino

Nelle tenebre si fa quindi strada uno spiraglio di luce. Che il termine, accompagnato alle monete calanti e tose, significhi monete diminuite fraudolentemente nel loro valore intrinseco, abbassando il peso o il titolo? Il dubbio viene definitivamente fugato  dalla Treccani la quale dice: “Stronzare, dall’aggettivo antico stronzo, ottuso, dal francese Trons, d’origine celtica, significa diminuire fraudolentemente il valore intrinseco delle monete”.

Così viene risolto il giallo, ma è singolare che il Maigret della situazione non sia un numismatico ma un enciclopedico, certo una crapa grande così, ma che di numismatica, a parte l’assistenza e i consigli di qualche esperto, doveva avere solo una infarinatura. Intanto la cattiva figura l’ho fatta io. Me lo immagino il mio amico: si dà tante arie, dice di sapere tutto, di aver scritto chissà quanti fiumi d’inchiostro e poi non conosce un termine che riporta perfino la Treccani.

Il bando in questione spara a zero sulla introduzione a Bologna di monete forestiere di rame e di mistura o d’argento non tanto contraffatte o false ma calanti di peso e bontà, per cui aumentano i prezzi dei beni e ne deriva gran danno ai cittadini e alle autorità. Tra queste monete sospette vengono elencati i quattrini di rame e i Bagaroni non coniati nella Zecca di Bologna. Da dove si ricava che venivano allora alterate perfino le monete di vil metallo e di infimo valore, gli spiccioli del tempo. Come se oggi si speculasse sull’ 1 o 2 centesimi! Poi si dice che un tempo  le cose andavano meglio.

Zecca di Bologna
Zecca di Bologna

Ma cosa sono i Bagaroni? Bagarone o Bagaroto era volgarmente chiamata una moneta di rame del valore di Mezzo Bolognino coniata a Bologna, Ferrara o Modena. I Bagaroni sono espressamente citati in un documento bolognese del 1499 sulla concessione per batter moneta: si specifica che di rame, dovevano essere al taglio di 72 per libbra, quindi del peso di circa 4,7 grammi. Nel 1507 i Bagaroni correvano a Parma 4 per ogni Quattrino. A Bologna si continuò a dare questo nome ai Mezzi Bolognini di rame coniati nel 1612. Nel 1670 venivano coniati a 40 per libbra, nel 1737 a 29 per libbra e valevano 3 Quattrini (32 Bolognini per libbra).

Fatta un po’ la storia di questa moneta, va detto che secondo il Macchiavelli il nome deriva da quello di un capitano del popolo di Bologna, Bagarotto, che fece coniare per la prima volta la moneta. E questa volta, nonostante la mia ignoranza, sono sicuro di prenderci: il nome non poté che essere dispregiativo visto il bassissimo valore della moneta sia nominale che intrinseco e, forse, anche delle stesse impronte. Tirate via come si conviene a degli spiccioli.  Eppure nel 1700 anche queste piccole, povere, monete di rame venivano alterate. Tanto da far ordinare al Cardinale Legato di portare questi Bagaroni, se stranieri, in Zecca per controllare la loro bontà e il peso. Ma ne valeva poi la pena?

Come si vede la burocrazia non cambia mai. Oggi magari per una piccola multa di qualche euro si spendono somme molto maggiori in bolli, documenti, posta, impiegati. È un po’ la stessa cosa, no?

Il bando prosegue precisando quanto dovevano pesare esattamente, per essere in regola i Ducati veneziani, con le loro metà e i quarti, e passa poi ad occuparsi di altre monete d’oro e d’argento: ed è qui, a proposito del nobile metallo, che si parla di “stronzate” ed è naturale. Proprio sulle monete di metallo nobile si poteva allegramente speculare abbassando il titolo oltre che il peso o addirittura tosandole (monete “tose”). Forse che i vecchi romani non avevano le loro belle monete “suberate”, ossia d’anima triste, rame, e d’aspetto argenteo grazie ad una sottile pellicola esterna d’argento che traeva in inganno il povero cittadino?

Lirazza 30 soldi
Lirazza 30 soldi

Monete, si badi bene, emesse dallo stesso Stato, con una proporzione ben fissa. Poi si dice che non c’è buon rapporto tra cittadino e Stato. Ma come si fa, dico io, con questi precedenti? Il cittadino frega lo Stato, è vero, ma tutto sommato non è forse lo Stato, ieri e oggi, a fregare di più il cittadino?

Per difendersi lo Stato ha mille possibilità, un po’ meno il povero suddito, che tale rimane, ieri come oggi, davanti alla mastodontica e stritolaossa macchina della pubblica burocrazia. Provate a restarci in mezzo agli ingranaggi e ve ne accorgerete. Così nel bando di ormai 3 secoli fa si vieta di fare qualsiasi pagamento pubblico, di tasse, gabelle ecc. in monete di rame. I pagamenti, si intima, devono essere fatti in buone monete d’argento e d’oro. Tuttalpiù si può tollerare la presenza di un 10% di monete di rame. E quando lo Stato, alla disperata ricerca di denaro, abbassava il titolo delle monete conservandone intatto il valore legale e nominale, non truffava forse i cittadini? Oggi nell’impossibilità di abbassare titoli che non esistono più, lo Stato ricorre al prelievo fiscale. Se non è zuppa è pan bagnato.

L’elenco delle monete proibite continua nel bando: si citano così le “Lirazze” e i “Grossetti” spesi per 4 e 2 Baiocchi. Le prime sono monete venete del valore di 10 Gazzette che sostituirono la Lira, guarda caso, quando ne fu diminuita la bontà. E anche qui è evidente il significato dispregiativo. Un editto del 1717 di Bologna fissa il valore delle Lirazze in Baiocchi 10. Il nostro bando ha quindi non una ma mille ragioni di bandire queste Lirazze che invece valevano appena 4 Baiocchi, meno della loro metà!

Idem per i Grossetti: il nome fu dato ai Grossi quando questa moneta venne diminuita di peso. Incominciò Venezia e poi fu una vera inflazione in tutte o quasi le zecche d’Italia.

Tallero di Zurigo
Tallero di Zurigo

Il bando elenca poi alcume monete straniere sospette come i “Traeri” e le “Bavaresi”. Traiero, Traero, Traiaro, Traiarese, Trairo furono i nomi dati ad alcune monete austriache del valore di 3 Carantani d’argento (dal tedesco Traier). Così fu detto Traiero a Trento il Tallero di Zurigo, di Baviera e di Sassonia; nella Zecca di Mantova si coniarono nel 1732 delle monete da Mezza Lira che presero il nome di Traiero; a Venezia si chiamava così una moneta da 5 soldi o Gazzette di mistura (non più quindi d’argento) in corso sulla fine del XVIII secolo.

E le Bavaresi? Semplice: si tratta di monete del Regno di Baviera, d’oro, del valore di 1 Zecchino o Ducato. Quando Massimiliano d’Asburgo venne a Milano con la moglie Carlotta prima di finire fucilato a Città del Messico, l’Uomo di Pietra, una specie di Pasquino milanese, ancora visibile in Corso Vittorio Emanuele, sfornò un piccolo distico sdegnoso: “Tant fracass e tanta spesa / per mezzo sovrano e una bavaresa”. Per capire il senso del distico va precisato che Massimiliano veniva come vicerè del Lombardo-Veneto, che la moglie era una Principessa di Baviera e che con una “bavaresa” si pagava allora un gotto di birra!

Massimiliano d'Asburgo
Massimiliano d’Asburgo

Il nostro bando si conclude con una minaccia singolare: si dà tempo un mese per consegnare in Zecca tutte le “monete calanti, tose o stronzate”: quelle trovate veramente tali, in base a rigorosi controlli di peso e assaggi, sarebbero state ritirate ma il loro detentore sarebbe stato rimborsato del valore intrinseco della moneta. Figuratevi quanti saranno andati in Zecca a portarle! Chi avrebbe accettato di rimetterci l’osso del collo? E allora ecco la minaccia: “Non solo applicheremo ai contravventori, passato il mese di tempo concesso, tutte le pene già fissate dai notri predecessori e previste dalle leggi – dice il Cardinale Legato – ma ricorreremo anche ad altre punizioni a nostro arbitrio”. Quali? Non si specifica. Secondo l’umore del Cardinale Legato.

Ma nemmeno la paura dell’ignoto fermò l’afflusso di monete calanti, stronzate e tose, come si ricava dai successivi bandi: una tiritera di pianto greco che non finisce più. Da dove si ricava che non è la severità della pena, anche la massima, quello che fa da deterrente alla “mala”. Vanno risolti a monte i problemi.

E le monete tose e calanti cui allude il bando? Beh, queste sono note e arcinote. Citiamo il Sacchetti e il suo manuale di tecnologia monetaria. Dice: “Rientrano nelle alterazioni delle monete: qualunque apparente o latente mutamento o variazione fatta nei caratteri intrinseci ed estrinseci di una buona moneta legalmente coniata e messa in circolazione dal governo, tendente a sottrarre alla medesima una parte del suo peso, senza deturparne la forma estrinseca in misura e modo di poter essere ancora accettata dai non troppo oculati ed intelligenti. Tali sono le monete imbottite e quelle in vari modi tosate da disonesti speculatori”.

Suberata romana
Suberata romana

Imbottite, appunto come le Suberate romane. Si tratta di monete d’argento o d’oro, svuotate del loro contenuto prezioso, che veniva sostituito con metallo vile, piombo o stagno. Il trucco era facilmente rilevabile con una bilancina, data la differenza del peso specifico dell’oro e dell’argento rispetto a quello degli altri metalli, inferiore di almeno un quarto o un quinto. Ma chi non aveva a portata di mano una bilancina? I romani provavano la bontà della moneta coi denti: intaccando la pellicola esterna argentea, se la moneta era suberata o foderata, si scopriva l’anima nera sotto. Ma poi i denti, prova oggi e prova domani, andavano a farsi benedire a tutto vantaggio dei dentisti. Sorge quasi il sospetto che sia stato proprio un dentista a mettere in giro le prime monete suberate!

C’era però un altro mezzo, meno noto, per scoprire l’inganno. Bastava infatti esporre ad una fiamma la moneta imbottita: essendo l’imbottitura composta di una lega finissima e fusibilissima, questa si liquefaceva assai più presto e con molto minor calore del metallo fino. Ma in questo caso la moneta andava a farsi benedire. Ecco perché non era un procedimento molto apprezzato e praticato.

Tosate sono invece le monete che venivano limate nella loro ghiera e contorno, quando questo era liscio ossia non lavorato come si fece più tardi proprio per evitare questa diffusissima frode. Limando il contorno si ricava della polvere d’argento o d’oro; poi la moneta viene rimessa in circolazione come se nulla fosse anche se ridotta di peso e magari trasformata nella sua forma non più rotonda ma irregolare. Ci sono monete, soprattutto spagnole e dell’italia Meridionale, che ci sono giunte in condizioni disastrose, ridotte della loro metà, con forme stranissime (a rombo, esagonali, a secondo la fantasia del tosatore).

La tosatura poteva avvenire anche con la sabbia, ossia strofinando il contorno con della sabbia. La moneta in questi casi invecchiava immediatamente di 50 anni, per cui si verificavano casi di monete “nuove” nelle due facce, vecchie nel bordo! Infine la tosatura poteva avvenire anche con gli acidi. Frode questa volta riconoscibile oltre che dalla solita mancanza di peso anche dall’aspetto poroso assunto dalla moneta.

Infine c’erano le monete calanti di peso o titolo perché coniate così, in zecche straniere o in zecche private: si trattava, è evidente, di monete imitate o contraffatte. Il bello è che se queste alterazioni le facevano i principi o lo Stato a danno dei cittadini e sudditi, le “alterazioni” si chiamavano “Alzamenti”! Ci voleva una bella faccia tosta. Insomma al danno si aggiungeva anche la beffa.

Ma che stronzate  Ma che stronzate  Ma che stronzate 
Ma che stronzate  Ma che stronzate  Ma che stronzate  
Ma che stronzate  Ma che stronzate  Ma che stronzate
Ma che stronzate  Ma che stronzate  Ma che stronzate 
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