Vamos a la reconquista!

Negli ambienti del collezionismo è viva la questione sul primato da assegnare alla numismatica nei confronti della filatelia o viceversa, in base ai numerosi criteri con i quali le due discipline possono venir confrontate. Per lo sudioso di araldica entrambe rivestono grande interesse, sebbene per motivi diversi: su moneta, gli stemmi vennero introdotti prestissimo, venendo a costituire un corpus notevole per antichità e per valore storico, nonostante la relativa limitatezza tipologica (grande ripetività negli stemmi di nazioni e dinastie dominanti) e l’assenza del colore (componente araldica basilare, in parte surrogata nel XVII secolo dai tratteggi tecnici).

Francobollo del Perù, valore S.0.70 emesso il 7.8.92
Francobollo del Perù, valore S.0.70 emesso il 7.8.92

La cartamoneta offre difficilmente stemmi antichi, ma ha dalla sua l’uso del colore (non sempre sfruttato appieno) e una disponibilità di spazio tale da maggiorare la qualità e la varietà delle armi raffigurate. La filatelia ha molte affinità con la cartamoneta, ma usa assai di più il colore e quasi non ha limiti nella varietà tipologica (vedi le bellissime serie spagnole e portoghesi con le armi di città e province). In definitiva, l’araldista ha di che bearsi in ogno caso, ed accostandosi ad entrambi i mondi con umiltà e buon senso troverà numeroso materiale per coltivare la propria scienza.

Da un punto di contatto fra numismatica e filatelia trae origine questo contributo, il cui spunto è venuto da una moneta raffigurata sul francobollo da S.0.70 emesso il 7.8.1992 dalle Poste peruviane, per il 425° anniversario della prima moneta argentea spagnola coniata a Lima. Tale moneta è un 8 reales mostrato dal francobollo su ambo le facce, una delle quali contiene il classico stemma inquartato di Castiglia e Leon, appena corroborato dall’innestato in punta di Granada. Quest’arma è interessante perché la prima del suo genere; nel parlare delle vicende storiche che l’hanno presupposta, avremo modo di apprezzarne la genesi.

La vampata espansionistica dell’Islam che dal VII secolo andava infiammando l’intero Mediterraneo coinvolse, nel 711, la parte centromeridionale della penisola iberica, invasa dai musulmani provenienti dalla Mauritania. Essi posero fine al dominio dei visigoti che, spinti oltre la catena dei monti Cantabrici, vennero sospinti nella ristretta fascia costiera atlantica di Asturie e Biscaglia. Ciò sarà esiziale per gli arabi, perché in quella cinquantina di chilometri d’entroterra si organizzerà la riscossa cristiana.

Nel 756 la conquista islamica è completa ma, in quelle strisce di terra oltre i monti, i reami iberici si organizzeranno e si rafforzeranno, sempre più decisi a riconquistare i territori in mano agli invasori, il cui dominio progressivamente andrà disfacendosi: Toledo torna in mani castigliane nel 1085, Saragoza agli aragonesi nel 1146, e via via fino al 1212, quando a Las Navas de Tolosa avviene la grande disfatta araba da parte della coalizione di Castiglia, Leon ed Aragona. Il dominio arabo rimase su Granada la quale, dopo 11 anni di assedio, capitolerà nello stesso anno in cui Colombo impiantava il seme di Spagna nelle Americhe.

I paladini spagnoli della riscossa erano (a partire dallo spigolo nordoccidentale della penisola) i regni di Galizia, Asturie, Leon, Castiglia e Navarra, e dalle iniziali posizioni costiere si espansero progressivamente a sud conglobando porzioni di territorio arabo sempre maggiori. La città di Leon, capoluogo dell’antico regno e dell’attuale provincia, deve origine e nome alla Legio Septima Gemina, lì stanziata dall’imperatore Galba. Presa dai goti nel 540 e dai mori nel 717, fu ripresa da Pelajo nel 719 che la fortificò. Dopo aver assorbito Galizia ed Asturie divenne la capitale del primo regno cristiano della penisola, costituito nel 910 ed unito definitivamente nel 1230 da Ferdinando II alla Castiglia. Fino a quella data, il regno di Castiglia fu alleato di quello di Leon per una più efficace azione comune contro i mori, ma con poca continuità.

Arma di Castiglia
Arma di Castiglia

Nei secoli dal X al XIII i territori cristiani iberici erano un continuo fermento, percorsi com’erano da una serie infinita di imparentamenti, alleanze, distacchi, e la Castiglia, zona centrale, fu tra le più movimentate. Sotto Ferdinando III “il Santo”, re di Castiglia dal 1217 e di Leon dal 1230, si giunse alla definitiva unione dei due territori. la cui estensione sarà poi incrementata a danno dei mori. Mentre Castiglia e Leon erano dediti alla reconquista, Aragona pensava anche al Mediterraneo (Francia meridionale, Italia centromeridionale e Sardegna) e Navarra precorreva i sogni d’autonomia delle odierne regioni basche.

La spallata definitiva alla presenza musulmana in Iberia si preparò nel 1469, quando Castiglia, Leon ed Aragona s’unirono nelle persone di Isabella e Ferdinando, artefici lungimiranti della futura potenza di Spagna. Quando nel 1512 anche Navarra entrerà nel regno, l’unificazione sarà compiuta: i suoi riflessi araldici daranno luogo allo stemma nazionale spagnolo che (con qualche variante) è quello attuale.

I due regni di Castiglia e di Leon condivisero dapprima e unirono poi le proprie realtà in un’alleanza che, consolidatasi nel 1230, riuscì a realizzare il sogno della reconquista contrastando con efficacia i peraltro instabili califfati arabi. L’unità spagnola diverrà un fatto compiuto con la concomitanza di diversi fattori: il matrimonio fra Isabella I, sorella di Enrico IV (significativamente detto “l’Impotente” e morto nel 1474), con Ferdinando II d’Aragona “il Cattolico”, così definito (con tutti i discendenti) da Alessandro VI per aver cacciato i mori (anche se in precedenza l’appellativo fu già di Alfonso I, re di Leon nel 739): la conquista di Granada nel 1492, ultimo caposaldo arabo piegato dal lungo assedio; la scoperta dell’America nello stesso anno; l’unificazione di Spagna sotto lo stesso Ferdinando, che preparò al grande nipote Carlo V quell’impero su cui non tramontava mai il sole.

A partire da costui l’originaria arma di Spagna si complicò a dismisura, con l’aggiunta dei quarti di Borgogna, Francia, Sicilia, Toscana, Austria e Brabante (tutti inerenti a Filippo I d’Asburgo, “il Bello”, padre di Carlo V), dopo che le armi di Navarra e d’Aragona si erano già aggiunte all’originario inquartato semplice di Castiglia e Leon.

Già dall’XI secolo, quando l’araldica iniziava la sua secolare avventura, i due regni furono tra i primi a darsi uno stemma. Allora la scienza del blasone non era assillata dalla simbologia: chi prendeva uno stemma lo faceva per praticità, non per esibizionismo, e la scelta di figure e colori era dettata da pragmatici criteri di immediatezza e di evidenza. A quei tempi risalgono le armi più schiette, quasi sempre evocanti il nome del titolare e, come tali, dette “parlanti”.

Arma di Leon
Arma di Leon

Gli stemmi di Castiglia e di Leon ne sono classici esempi: un castello la prima, un leone il secondo, discesi dalle figure anch’esse parlanti dei sigilli usati in epoca prearaldica. Lo stemma di Leon ha una particolarità che lo rende molto interessante: il color porpora del suo leone. L’antica e nobile porpora, erede della prestigiosa tintura del laticlavio romano, è rara in araldica perché viene spesso confusa col rosso, complice la naturale trascoloritura della tinta sotto l’azione del tempo e degli agenti atmosferici. Il leone del Leon è oggi più spesso rosso che porpora, anche per assonanza col campo rosso di Castiglia, suo abituale coinquilino.

L’unione fra i due regni, avvenuta in epoca paleoaraldica, fu resa graficamente in un nuovo stemma dall’inusuale partizione, primo esempio noto di “inquartato” (modalità formale consistente nell’unire due armi raddoppiandole e giustapponendole a scacchiera). La novità era già nota al cronista Matteo di Parigi, morto nel 1259, un monaco che corredava i suoi manoscritti con schizzi araldici. L’annessione di Granada al regno di Spagna, che implicava la fine degli insediamenti moreschi stabili in Europa, fu araldicamente celebrata con l’addenda nella punta dello scudo dell’arma parlante (anche questa!) della città liberata, inserita “a cuneo” fra il 3° e il 4° dello stemma spgnolo.

Con questo innestato in punta l’arma ebbe la forma usata sulla moneta di Lima del 1568.
L’uso di riunire armi in un inquartato si diffuse per tutta la Spagna, sviluppandosi con coerenza e con effetti ridondanti, al pari dell’arte barocca locale. Il successo della nuova partizione fu tale che divenne ben presto patrimonio comune all’araldica dell’intero continente variegandosi sia nel numero delle armi riunite (in Germania si giunse ad inquartare anche una cinquantina di stemmi diversi) che nelle positure e nelle combinazioni.

Le applicazioni più rigorose e spettacolari degli effetti dell’inquartare si ebbero però in Spagna, dove nella matura arma dei grandi reali (Carlo V per tutti) la primitiva coppia Castiglia/Leon era ripetuta quattro volte in mezzo agli altri quarti. Fuori dell’arma reale, l’accoppiata fu frequente nelle bordure degli stemmi degli insediamenti ispanici ultramarini, spesso clonata fino alla noia come a Città del Panamà (dove ne compaiono otto coppie) ed a Santa Isabel (oggi Malabo, capoluogo dell’isola Ferdinando Poo nel Golfo del Biafra, che ne ha dodici coppie: roba da microscopio!).

Arma dopo la riconquista di Grenada
Arma dopo la riconquista di Grenada

La preminenza della Castiglia, un cui re fu promotore dell’unione definitiva col regno di Leon, viene espressa dalla posizione preminente del castello nello stemma comune (il 1° ed il 4° quarto). Prima di inventare l’inquartato, per unire due armi diverse si usava tagliarle in verticale e riunirne le metà in una partizione detta “partito”. Così facendo si sacrificava però la forma primitiva delle singole armi, che invece l’inquartato lasciava praticamente intatta. Il successo riscosso dalle inquartature fu tale che anche il contratto di matrimonio fra Isabella e Ferdinando stabilì espressamente che la nuova dinastia avesse uno stemma inquartato, col posto principale per l’arma castigliana della donna.

Circa un secolo dopo, la Spagna veniva ancora simboleggiata dall’inquartato semplice di Castiglia e Leon con l’addenda di Granada, sia nella moneta di Lima (sotto Filippo II), che ad esempio nella Puerta nueva de la Bisagna a Toledo, monumentale arco d’accesso alla città eretto nel 1550 da Carlo V, che all’esterno reca in cotto la stessa arma della moneta. Anche Colombo, cui gli sponsor spagnoli diedero un’arma, ricevette un inquartato con nel 1° e nel 2° Castiglia e Leon, citati espressamente anche nel chilometrico motto: “Por Castilla y por Leon/nuevo mundo hallo Colon”.

Occorre sottolineare che il più antico stemma posto all’esterno di un edificio nordamericano è forse proprio un inquartato di Castiglia e Leon, troneggiante sul forte di San Marco (o Fort Marion) a St. Augustin in Florida. Alla fine dell’800 la fortificazione conservava ancora il suo fascino d’epoca, del tutto relativo ma reale in un paese privo delle architetture medievali e rinascimentali per noi abituali.

Lo scudo è abbinato ad un’iscrizione che lo assegna all’epoca di Ferdinando VI. Questo inquartato di Spagna durò a lungo: nel 1684 il Menestrier lo cita (sebbene privo di Granada, e col leone di rosso e forse non coronato) e a metà Settecento (coi gigli del Borbone sul tutto) viene posto sulla facciata della chiesa della Trinità degli Spagnoli a Roma.

Vamos a la reconquista!

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