Una banca, uno Stato in mani pulite

Davvero non so spiegarmi perché dai primi contatti documentari con la Banca D.P. Adami e C. operante in Livorno intorno alla metà del 1800, mi sia derivata l’opinione che gli Adami fossero ebrei: sarà stato a motivo di quel cognome cui si accompagnava il nome David (il padre) di chiaro aggancio biblico, e forse del facile ritorno mnemonico di una tradizione che abbina gli ebrei al commercio del denaro, e poi ancora per la risaputa presenza di una cospicua comunità ebraica in Livorno: il tutto di certo influenzato da simpatie pregresse rafforzate da acquisita parentela.

Notificazione relativa all'emissione di Buoni del Tesoro decretata dal Governo Provvisorio il 12 febbraio 1849
Notificazione relativa all’emissione di Buoni del Tesoro decretata dal Governo Provvisorio il 12 febbraio 1849

Impressione smentita da quanto si legge sui biglietti di quel banco in ordine all’orario di apertura, che esclude le “feste d’intiero precetto”, definizione inconfondibilmente cristiana. Non risulta d’altronde alcun Adami nell’elenco delle famiglie ebraiche livornesi nel 1841 (cfr. Ebrei di Livorno tra due censimenti: 1841-1938, a cura di Michele Luzzati); vi si aggiunga l’esplicita notizia riferita da un biografo, che attribuisce a Pietro Augusto (il figlio) “religione cristiana, praticata da lui con fervido culto, e con alti convincimenti professati con aperta sincerità di credente”.

Superata quella distorta impressione, l’occhio rivolto alla figura di David Adami incontra un uomo la cui conoscenza si esaurisce nella qualità di stimato commerciante di valori, nessun altro elemento essendo emerso a determinare più incisiva memoria. Diversa è la posizione di Pietro Augusto che, associato all’attività paterna, la promosse al rango di vera banca ed ebbe ruolo politico di rilievo nell’ultimo, cruciale periodo granducale e durante il governo provvisorio con riverberi successivi.

Nel 1848, infatti, e precisamente il 27 ottobre, sotto il governo Montanelli, perciò a distanza di qualche mese dall’emanazione della Costituzione toscana da parte di Leopoldo II, fu chiamato alla carica di Ministro delle finanze, del commercio e dei lavori pubblici, carica che mantenne, dopo la fuga del Granduca, sotto il triumvirato Montanelli-Mazzoni-Guerrazzi e poi durante la dittatura Guerrazzi.

Per Ferdinando Martini (Il Quarantotto in Toscana), l’Adami fu “a tale ufficio eletto perché direttore di una banca fra le più importanti della Toscana”. Secondo Ferdinando Ranalli (Le storie italiane dal 1846 al 1853), il Guerrazzi, livornese anche lui, e il Montanelli, giudicando che per quel posto non serviva un gran nome, “deliberarono di prendere uno che avesse credito negli usi del commercio e sotto la loro balìa amministrasse l’erario. Così chiamarono il figliuolo del banchiere livornese David Adami, giovane, che fuori della ragione di suo padre non conosceva altro mondo e altra scienza…”.

Azione di lire Toscane 1.000, della banca D.P. Adami e C.
Azione di lire Toscane 1.000, della banca D.P. Adami e C.

È vero che egli aveva ricevuto un’ “istruzione elementare, poco più di quella che allora si dava in Livorno ai giovanetti destinati ai commerci”; si deve però pensare che l’Adami godesse di alta stima da parte del Guerrazzi, il quale in genere nutriva poca tenerezza nei confronti dei suoi concittadini che aveva definito “gente alla quale mai è brillata una luce di bellezza e di sapere, che ha avvoltolato il corpo e lo spirito nei turpi piaceri del senso, nella lussuria, nell’avarizia, nel sangue”.

Francesco Pera (Quarta serie di nuove biografie livornesi) scrive che questa nomina sorprese chi conosceva il suo carattere mite, ritroso e la sua indole antipolitica; a stento e dopo replicati dinieghi l’Adami accettava la carica “a condizione di non percipere gli emolumenti dovuti ad essa, e lasciati a benefizio delle più povere vedove di Firenze; ottimo preludio!…”.

Pietro Augusto Adami, come componente il ministero, sottoscriveva il verbale dell’8 febbraio 1849 che condannava la fuga di Leopoldo II e apriva la via al governo provvisorio, del quale entrava a far parte. Tanto sarebbe bastato per meritargli, dopo il rientro del Granduca, in luglio, un processo insieme a tutti i componenti del governo rivoluzionario e una condanna. Infatti, l’amnistia che il Granduca decretò in novembre escludeva espressamente i membri del Consiglio dei Ministri dall’8 febbraio al 12 aprile 1849.

Il Monitore Toscano del 23 novembre ne pubblicava i nomi e quello del Nostro si trova in prima fila, subito dopo i triumviri. Sarà bene notare che, essendo già espatriato a Marsiglia e poi riparato a Genova, l’Adami avrebbe potuto facilmente risparmiarsi di scontare la pena, ma non volle mancare di deporre come testimone a favore del Guerrazzi (che pure fu condannato) e così non poté sottrarsi all’arresto e alla detenzione che subì per nove mesi nelle carceri del Proconsolo a Firenze. Risultò chiaro però che si era inteso punirlo esclusivamente per la partecipazione alla gestione politica, essendo stata invece “riconosciuta la sua probità amministrativa e dichiarato uomo di illibata fede” (E. Michel, in Dizionario del Risorgimento Nazionale).

Stralci dall'atto costitutivo della Soc. in acc. David Pietro Adami e C. del 10 febbraio 1859 - Foglio d'apertura
Stralci dall’atto costitutivo della Soc. in acc. David Pietro Adami e C. del 10 febbraio 1859 – Foglio d’apertura

L’attività bancaria non ebbe altrettanto clamorose manifestazioni, ma sfociò ugualmente in esito poco felice. Nel 1832, secondo documenti giudiziari presso l’Archivio di Stato di Livorno, Pietro Augusto Adami (aveva vent’anni) risultava una ditta individuale di cambiavalute, definizione che notoriamente comprendeva una varia e minuta attività creditizia rivolta al commercio locale, allora divenuto vivacissimo “grazie al regime liberistico ripristinato da Ferdinando III, che aveva rilanciato il porto facendovi fiorire ‘banchi’ non soltanto toscani e italiani, ma anche francesi, inglesi, greci, ebrei” (così Indro Montanelli in Figure & Figuri del Risorgimento).

Era quello, del resto, un periodo fortunato per l’espansione bancaria; stavano nascendo a decine, qua e là per l’Italia, le Casse di risparmio (la stessa Cassa di risparmio di Livorno fu costituita nel 1836); nel 1837 veniva fondata, sempre a Livorno, la Banca di sconto (David e Pietro Augusto Adami erano tra i soci fondatori con quattro azioni ed una rispettivamente), che con l’analoga di Firenze darà vita nel ’57 alla Banca Nazionale Toscana.

E nel 1840 l’antica ditta livornese di commercio Giamari e Bastogi si trasformava in banca sotto la ragione sociale Michelangelo Bastogi e figlio (il figlio era quel Pietro, rivelatosi avversario dell’Adami durante la crisi politica del ’49, poi soprannominato “banchiere del granduca”, fondatore e presidente della banca Toscana di Credito, che diventerà finanziere di grande spicco, parlamentare e ministro del Regno, titolato conte per benemerenze nazionali).

Stralci dall'atto costitutivo della Soc. in acc. David Pietro Adami e C. del 10 febbraio 1859 - Pagina 2 del Progetto a stampa diffuso dagli Adami per la raccolta delle sottoscrizioni
Stralci dall’atto costitutivo della Soc. in acc. David Pietro Adami e C. del 10 febbraio 1859 – Pagina 2 del Progetto a stampa diffuso dagli Adami per la raccolta delle sottoscrizioni

La banca Adami si era sviluppata come tale sicuramente negli anni quaranta, ma rinasceva formalmente come società in accomandita, sotto la ragione Banca D.P. Adami e C. il 10 febbraio 1859. Nell’atto costitutivo è fatta esplicita la liquidazione della precedente Società. Il capitale era fissato in lire 2.000.000 (diviso in 2.000 azioni da lire 1.000 ciascuna). Per quanto il progetto diffuso dagli Adami avesse previsto che la Società sarebbe stata costituita dopo raccolte le domande di sottoscrizione per 1.700 azioni, il notaio Spagna poteva far constatare che “questo progetto incontrò la soddisfazione di molti in guisa che furono trovati i sottoscrittori per tutte le Duemila azioni, il che equivale e significa allo avere riunito un capitale di lire Duemilioni”.

Si trattò di un vero plebiscito, del quale sono da rimarcare taluni aspetti. L’estesa provenienza delle adesioni (Londra, Odessa, Atene, Costantinopoli, Malta, Tunisi, Alessandria d’Egitto, oltre a numerose città d’Italia) ci dà conto di quanto nota e apprezzata, anche lontano, fosse già l’attività dell’impresa Adami. Notevole la partecipazione di banchieri, livornesi (ebrei come Cave-Bondi, Montefiore, Bondi e Soria) e forestieri, come Fenzi di Firenze e i cattolici Pietro Silvani di Bologna (il quale sottoscriveva in proprio e a nome della stessa Banca Pontificia per le 4 Legazioni, di cui era governatore) e il conte Filippo Antonelli, fratello del cardinale, deus ex machina della finanza romana, governatore della Banca dello Stato Pontificio.

E poiché da casa Adami emanava un richiamo non men patriottico che bancario, rispondeva da Genzano il duca Sforza-Cesarini (alta figura di politico, futuro deputato e senatore del Regno), rispondeva dalla Turchia, dove risiedeva, Adriano Lemmi (gran patriota, amico e sovvenzionatore del Mazzini, nominato “il banchiere della rivoluzione italiana”, uno dei padri della massoneria italiana). L’appoggio massiccio all’iniziativa da parte di tutta la famiglia Lemmi trovava ragione anche nell’imparentamento realizzato attraverso il matrimonio di Pietro Augusto Adami con Emilia Lemmi; un Pietro Lemmi era nominato procuratore dei due Adami.

Stralci dall'atto costitutivo della Soc. in acc. David Pietro Adami e C. del 10 febbraio 1859 - Procura speciale rilasciata da Adraino Lemmi a Pietro Augusto Adami
Stralci dall’atto costitutivo della Soc. in acc. David Pietro Adami e C. del 10 febbraio 1859 – Procura speciale rilasciata da Adraino Lemmi a Pietro Augusto Adami

La durata della Società in accomandita veniva fissata in dodici anni con inizio dell’attività dal 1° marzo 1859. E sotto la data dello stesso 1° marzo venivano emessi i biglietti che costituiscono oggi la più vistosa traccia di operatività di quel banco: stilati a vista e al portatore, a stampa ricca, su moduli di formato e struttura che si distaccano dallo standard della lettera di cambio (titolo d’elezione del tempo), e con l’impiego del colore, si collocano tra le iniziative pionieristiche nel campo della banconota.

Le nostre conoscenze dirette sono limitate ai tagli da 100 e 500 lire toscane, ma altri valori (200, 300 e 1.000 lire) furono inclusi nel programma di emissione: non sappiamo se siano stati realmente stampati e immessi nella circolazione. Un aspetto singolare conferito a questa emissione sta nel fatto di averla considerata apporto di capitale, anziché semplice operazione di provvista, come era nelle consuetudini.

La cartamoneta doveva rientrare fra le vecchie mire dell’Adami che, nei primi mesi del ’49, quando era Ministro delle Finanze, l’aveva fatta oggetto di un tentativo concreto, mai prima sperimentato in Toscana, sul quale si era abbattuta violenta l’opposizione del Bastogi. In diverbi scoppiati alla Camera, quest’ultimo, nel contrastare il proposito dell’Adami inteso a dar vita a una circolazione cartacea forzosa, si era scagliato contro chi “coprendosi il capo col berretto frigio, o indossando la toga del cittadino, osa sfacciatamente usurpare il nome di libertà”.

Gli aveva risposto più veemente che mai il Guerrazzi, accusandolo di “aver mandato fuori i suoi danari per non sopperire ai bisogni della patria”. Il programma era rimasto comunque inattuato per la precoce restaurazione granducale.

Nel ’59 dunque, all’epoca dell’emissione dei biglietti di banca, già da un decennio si era concluso l’impegno ministeriale che gli era costato il carcere, però Pietro Auguto Adami non si era arreso; continuava a coltivare ideali democratici, a lavorare e a contribuire coi propri mezzi per l’unità nazionale. L’anno prima si era messo a disposizione del Cavour per lanciare in Toscana il prestito del governo subalpino, che infatti fu collocato con successo; membro della Consulta ed eletto deputato all’Assemblea dei rappresentanti della Toscana, fu tra i nove firmatari della proposta Mansi che esprimeva il “voto della Toscana di far parte di un forte Regno Italiano sotto lo scettro costituzionale del re Vittorio Emanuele” e fu poi nella deputazione che il 3 settembre del ’59 presentò al re il voto dell’Assemblea.

Telegramma da Roma dell'8 febbraio 1859, col quale il conte Filippo Antonelli, governatore della Banca dello Stato Pontificio, prenotava 50 azioni della Banca Adami
Telegramma da Roma dell’8 febbraio 1859, col quale il conte Filippo Antonelli, governatore della Banca dello Stato Pontificio, prenotava 50 azioni della Banca Adami

Amico di Garibaldi, aiutò finanziariamente la spedizione dei Mille, soprattutto sovvenzionando i volontari livornesi; con lo stesso Garibaldi e, nel ’61, col Ministero dei lavori pubblici trattò il finanziamento della costruzione di linee ferroviarie in Sicilia e in Calabria, mettendo in piedi, insieme ad Adriano Lemmi, la Società Italica Meridionale. Dovette abbandonare l’impresa perché sopraffatto dalle prevalenti iniziative straniere capeggiate dai Rothschild e da quelle nazionali promosse dal Bastogi. La sua banca incontrò così grandi difficoltà da dover chiudere gli sportelli.

Pietro Augusto Adami andava ad affrontare l’ultimo e più amaro periodo della sua vita, durato oltre trent’anni. Precipitato dall’agiatezza in tali bisogni da aver necessità di un lavoro, si ridusse al modesto impiego di magazziniere nelle Regìa dei tabacchi – chiaramente soccorso dal Lemmi che nel frattempo aveva ottenuto la concessione del monopolio dello Stato – prima a Ferrara, poi a Livorno, nella città che lo aveva conosciuto banchiere e ministro, poi a Pisa. Ivi morì, praticamente in miseria, all’età di 86 anni, nel 1898.

Commenta ancora il Pera: “L’enorme caduta… avrebbe indispettito un’altra natura fiera e superba, rendendole grave e importabile l’umile ufficio…; oppure un’altra indole per soverchio avvilimento sarebbesi condotta torpida e trascurata. Invece quella di Pietro Adami si spiegò sempre mai edificante ai sottoposti e ai superiori, che perciò lo amarono, lo rispettarono… Ecco, secondo me, il punto più eminente e notevole della sua vita, da proporsi ad esempio, e perciò degni di essere ricordati con lode“.

Biglietto di banca da 500 Lire emesso il 1° marzo 1859
Biglietto di banca da 500 Lire emesso il 1° marzo 1859

Al servizio municipale dove ho domandato se esistesse a Livorno una via intestata a Pietro Augusto Adami – è buona consuetudine affidare alla toponomastica i nomi degni di essere ricordati con lode (come lo sono stati quelli del Bastogi, del Lemmi, del Guerrazzi) – mi hanno risposto, dopo precisa verifica: “purtroppo, no”. Devo supporre che quel “purtroppo” intendesse soltanto aggraziare con un tocco di cortesia la risposta necessariamente negativa; io l’ho accolto come espressione di rammarico per la mancata occasione di tenere in pubblica evidenza un esempio che oggi, come sempre, avrebbe tanto bisogno d essere additato e seguito.

Una banca, uno Stato in mani pulite

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