Un segnatasse pieno di balle

Non mi riferisco alle perline che figurano nella cornice ovale del primo segnatasse d’Italia. Le balle di cui parlo sono quelle che anche illustri autori hanno scritto su questa carta-valore postale, e che tuttora infiorano cataloghi e volumi d’asta.

Segnatasse Italia Regno 1863
Segnatasse Italia Regno 1863

Col risultato di far credere che questo sia un normale segnatasse, come quelli ancor oggi in corso. Tirando magari in ballo ragioni di risparmio – come fece Damilano – per spegare il fatto che ne fu emesso un solo tipo! Facendo addirittura credere che “è stato usato come francobollo su corrispondenza inviata nel proprio distretto postale”, come scrisse Chiavarello!

E con un ulteriore risultato negativo: mancando seri studi su questo valore, permangono ancora alcuni misteri in proposito, come quello relativo alla tassazione delle corrispondenze provenienti dallo Stato Pontificio.

Perché nacque il primo segnatasse. Fino a tutto il 1862 la francatura delle corrispondenze è “libera”, cioé può essere effettuata sia dal mittente che dal destinatario indifferentemente. E in più non si fa nulla per promuovere l’affrancatura in partenza: i 20 cent dovuti per una lettera semplice restano 20 cent anche se a pagarli è il destinatario.

Solo dal 1° gennaio 1863, in base alla nuova legge postale, per favorire l’affrancatura in partenza viene stabilita una tariffa differenziata: 15 cent se paga il mittente e 30 cent se paga il destinatario. E “quando il valore dei francobolli applicati ad una lettera non corrisponda a quello della tassa dovuta per la francatura sarà pagato il doppio della differenza” (art. 25 della Legge 5 maggio 1862).

Il sistema di indicazione della tassa resta però lo stesso usato fino ad allora, cioé mediante cifre scritte o impresse a tampone sulle stesse corrispondenze, come prescrive l’art. 74 del Regolamento. “La tassa delle lettere non francate viene indicata sull’indirizzo delle medesime in decimi di lira italiana. Quando supera la somma di decimi 49½, ossia di L. 4,95, la tassa viene indicata in lire e decimi di lira”. E tutti conosciamo queste grandi cifre che spesso decorano le lettere dell’800 senza francobollo o con affrancatura insufficiente.

A questo sistema di tassazione viene però fatta un’eccezione, chiaramente descritta dal successivo Art. 75 del Regolamento, da tutti citato senza leggerlo. “Per eccezione al disposto dell’articolo precedente la tassa delle lettere da distribuirsi nel distretto dell’Uffizio d’impostazione e di quelle raccolte e distribuite dai portalettere rurali durante la loro corsa è rappresentata da uno o più segnatasse”.

Ecco quindi l’unico caso in cui doveva essere usato il nostro segnatasse: sulle lettere circolanti entro il distretto che pagavano ogni 10 grammi 5 cent, se affrancate in partenza, e 10 cent quand’erano a carico del destinatario. E questo spiega perché sia stato preparato un solo valore: la maggior parte di tali lettere era semplice e quindi bastava il 10 cent. Nel caso fossero più pesanti si sarebbero usati più esemplari.

La ragione di questa “eccezione” è abbastanza semplice da capire, e non ha nulla a che fare con gli abusi delle franchigie tirati in ballo dal Chiavarello: la mancanza di controlli sulla posta circolante entro il distretto, specie quando passava solo per le mani del portalettere rurale (o in seguito del collettore), che non era nemmeno un vero ufficiale postale. Autorizzando il pubblico a pagare solo se sulla lettera appariva il segnatasse, il portalettere non poteva assolutamente fregare.

E proprio in questo tipo di uso particolare troviamo la spiegazione del perché questo valore postale figuri sovente non annullato sulle buste. Esso veniva infatti applicato sulla corrispondenza solo al momento della distribuzione e – in un’epoca in cui era molto limitato il servizio di recapito a domicilio – i tipi di consegna erano in pratica solo due: direttamente nell’ufficio postale, e in tal caso l’impiegato bollava il segnatasse con l’annullo in dotazione all’ufficio, nel momento stesso in cui consegnava la lettera; oppure nelle campagne dai portalettere rurali o dai collettori “durante la loro corsa” o presso il loro ufficietto, solitamente situato in municipio; e poiché non erano dotati di alcun tipo di bollo, il segnatasse veniva semplicemente applicato alla lettera, senza venire annullato.

A proposito dei collettori, va citata un’eccezione nell’eccezione, che si rileva dall’art. 9 delle Istruzioni del gennaio 1864 sul servizio delle collettorie rurali. Nei casi in cui la collettoria non faceva parte del distretto dell’ufficio con il quale corrispondeva, la tassa delle lettere non franche era naturalmente di 30 cent e non di 10, ma doveva “essere pure rappresentata da segnatasse del valore corrispondente”!

Naturalmente l’assenza di annullamenti che si verifica spesso anche su busta, costringe il collezionista alla massima attenzione, anche quando il segnatasse appare annullato! molto facile infatti aumentare l’interesse di una busta applicandovi sopra esemplari sciolti senza gomma e magari spellati al retro, o aggiungendovi bolli falsi.

Occorre sempre verificare, dall’indirizzo, che si tratti di una lettera circolante entro il distretto d’impostazione; e in caso di dubbio sulla bollatura, richiedere l’intervento di un perito. Solo per lettere con date posteriori al 1° gennaio 1870 – quando il sistema di tassazione cambiò totalmente – sia questo che il successivo segnatasse del 1869 vennero normalmente usati anche su lettere dirette fuori distretto.

Ma questo segnatasse esiste usato anche in coppia su lettere provenienti dallo Stato Pontificio, nel periodo in cui non esisteva convenzione postale fra i due Stati. Si tratta di un’altra “eccezione” finora data per scontata, ma mai studiata a fondo né spiegata. Ne parleremo prossimamente.

Un segnatasse pieno di balle

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