Un denaro-tornese di Giovanni II…

…Angelo Sebastokrator della Grande Valacchia.

La descrizione della moneta è un’ottima occasione per puntare l’attenzione sulla monetazione medioevale della Grecia, della quale i denari-tornesi rappresentano una parte preponderante nel periodo che va dal 1200 al 1400.

La descrizione di un esemplare di denaro-tornese di Giovanni II Angelo Comneno Ducas (1303-1318), Sebastocratore della Megalovalacchia, è l’occasione per richiamare l’attenzione sulla monetazione medioevale della Grecia di cui i denari-tornesi rappresentano una parte cospicua, almeno per quel che riguarda i secoli XIII, XIV e XV.

Denaro-tornese battuto nell'abbazia di Saint Martin de Tours a nome del re Filippo Augusto (1180/1223)
Denaro-tornese battuto nell’abbazia di Saint Martin de Tours a nome del re Filippo Augusto (1180/1223)

Con la denominazione di Megalovalacchia o Grande Valacchia in quei secoli era indicata in Grecia quella ampia parte della Macedonia più orientale comprendente la Tessaglia e la Fotide, limitata a nord dalla catena montuosa dell’Olimpo ed a sud da tutta la regione dei monti del Parnaso; capoluogo di questa regione fu Neopatrasso, o Neopatra o Neopatria, nomi medievali dell’antica Ipata, città posta alle falde del monte Eta.

Gli storici Niceforo Gregora e Pachimero, i quali nelle loro storie la chiamano per lo più Patras, la definiscono città fortissima posta alla sommità di un colle e tanto munita di difese da poter sfidare gli assalti di qualunque macchina da guerra.

Attualmente alquanto trascurate in Italia, queste monete hanno per noi italiani grande interesse numismatico oltre che storico, economico e politico per gli stretti legami che nel tempo si andarono sviluppando non solo fra la Grecia ed il Meridione d’Italia, compresa la Sicilia, ma anche fra la Grecia con il suo Arcipelago e Venezia con le potenze economiche a lei legate o contrapposte.

In Francia nel corso del XII secolo l’abbazia di Saint Martin de Tours pose in circolazione alcuni particolari denari che si dissero ‘di Tours’ e nel tempo acquistarono la denominazione del tutto peculiare di “denari-tornesi”.

Denaro-tornese battuto nell'abbazia di Saint Martin de Tours, affrancata dal controllo reale
Denaro-tornese battuto nell’abbazia di Saint Martin de Tours, affrancata dal controllo reale

Avendo assunto grande credito nella Francia del XIII secolo questo tipo di moneta seguì i conquistatori francesi della Grecia dopo la IV Crociata ed ivi acquisì i connotati di moneta nazionale. Il denaro-tornese fu imitato anche in molte regioni più orientali tanto da essere conosciuto anche come ‘tornese del Levante e dell’Oriente Latino’.

La lega dei denari-tornesi conteneva un buon tenore d’argento, che in genere oscillava fra il 25 e il 30%; questa bontà del titolo li rendeva particolarmente ben accetti nel Regno di Sicilia, in special modo se paragonati agli svilitissimi denari angioini che oltre al peso inferiore avevano un titolo di fino d’argento che non superava il 2% (figura n. 1).

Per le intense relazioni commerciali fra le due sponde dell’Adriatico e per l’interesse verso la Grecia dei re angioini, alcuni familiari dei quali ebbero estesi possedimenti in quelle regioni, i denari-tornesi battuti in Grecia non solo ebbero grande diffusione nel Regno ma alcune zecche meridionali ne batterono anche in buona quantità.

Sono questi i motivi per cui lo studio della monetazione medioevale della Grecia particolarmente sviluppato in Francia e, come è naturale, in Grecia fu ben impostato anche da alcuni autori italiani; sono da ricordare a questo proposito le pubblicazioni del Cordero di San Quintino, le classificazioni del Promis e l’impostazione che volevano dare a questi studi i napoletani Salvatore Fusco ed i figliuoli Giovan Vincenzo e Giuseppe Maria.

Denaro-tornese battuto nell'abbazia di Saint Martin de Tours, affrancata dal controllo reale
Denaro-tornese battuto nell’abbazia di Saint Martin de Tours, affrancata dal controllo reale

Vittorio Emanuele III di Savoia raccoglieva e studiava anche le monete cosiddette dell’Oriente Latino e si proponeva di descrivere le serie monetali fatte battere da italiani all’estero, ma il C.N.I. è poi rimasto incompiuto.

Negli ultimi lustri, se si fa astrazione dalle numerose segnalazioni di rinvenimenti sporadici, o di gruzzoli di denari-tornesi che si rinvengono con frequenza nel Meridione d’Italia, non vi sono contributi allo studio di questo tipo monetale ad eccezione di due miei lavori sulla Zecca di Campobasso ed una completa ed approfondita indagine della dottoressa Travaini sulla circolazione di questi particolari denari.

• Denaro-tornese:
diritto: nel campo limitato da circolo di puntini una croce greca potenziata; intorno entro doppio circolo di puntini la leggenda + : ANGELVS : SAB : C :
rovescio: nel campo tempio stilizzato intorno la leggenda + DELLAPATRA il tutto entro circolo lineare;
diametro: mm. 18;
peso: gr. 0,740;
accoppiamento dei conii: 0°;
biglione, ma la lega apparentemente molto bassa (figura n. 2).

Figura n. 1: denari battuti in Grecia in zecche diverse
Figura n. 1: denari battuti in Grecia in zecche diverse

Per quel che riguarda la interpretazione della leggenda posta al diritto “ANGELUS : SAB : C” essa starebbe a significare ANGELUS SABASTOCRATOR (per sebastokrator) COMNENUS.
Sebastokrator fu titolo bizantino istituito dall’Imperatore Alessio I Comneno per il fratello Isacco (1081) che aveva posizione di vice imperatore.

La dignità di sebastocratore fu da allora la prima dopo quella imperiale. Rivendicando il Regno di Tessaglia la continuità con l’Impero di Costantinopoli ed i re di Tessaglia la continuità della linea imperiale, avrò modo di far comprendere l’uso del titolo utilizzato dai despoti della Grande Valacchia.

Si potrebbe osservare essere inusuale l’apposizione sulle monete del nome del casato ANGELUS e rilevare l’assenza del nome del principe, ma se si ricordano le circostanze in cui sarebbero stati battuti questi denari-tornesi (ed avremo modo di rammentarle) dovrebbero venire meno le possibili perplessità.

Circa la leggenda del verso: DELLA PATRA c’è da rilevare che anche i francesi indicavano la città di Neopatrasso con il nome di PATRA o con l’aggiunta dell’articolo, LA PATRA oppure LAPATRA.

Il motto DELLA PATRA è la forma corretta del genitivo e sta ad indicare non solo l’origine del pezzo (denaro della città DE LA PATRA o DELLA PATRA) ma anche la città sede di Angelo Ducas Sebastocratore.

Un certo interesse vi è a definire la rappresentazione posta nel campo del rovescio, usualmente identificato come la rappresentazione stilizzata di un ‘castello’ ma da me in altre circostanze indicato come ‘tempio’.

Figura n. 2: denaro-tornese di Giovanni II Angelo Sebastocratore della Grande Valacchia
Figura n. 2: denaro-tornese di Giovanni II Angelo Sebastocratore della Grande Valacchia

In effetti questa definizione è stata oggetto di critiche, ma nel ribadirla faccio osservare che ho accolto quanto a tale proposito lo Engel ed il Serrure stabilirono sin dal secolo scorso; in più rilevo che su questi pezzi al vertice di quanto rappresentato nel campo, vi corrisponde sistematicamente una costruzione sormontata da una croce, la definizione di ‘tempio’ mi sembra quella più pertinente; la conferma a questa osservazione è data dal rilievo che in altre più rare circostanze al vertice della costruzione si notano i ‘merli guelfi’ di un castello; i denari-tornesi fatti battere nella zecca di Riom in Francia dal conte Alfonso, fratello del re Luigi IX, intorno alla metà del XIII secolo mostrano questo carattere.

Nell’ambito dei denari-tornesi emessi a nome di Giovanni II Angelo sono distinguibili tre varietà, in base alle leggende apposte al diritto o al rovescio, più una quarta varietà incompleta e controversa:

Il primo tipo mostra le leggende seguenti:
D/ ANGELVS SAB C
R/ NEOPATRIE

 

Il secondo tipo ha:
D/ ANGELUS SAB C
R/ DELLA PATRA

 

Il terzo tipo ha:
D/ DVX ANGELUS
R/ DELLA PATRA

 

Il quarto tipo infine mostrerebbe:
D/ ANGELUS DE SAB D
R/

Di queste monete un esemplare del primo tipo era conservato nella collezione di Nicola Cangemi, dotto numismatico napoletano morto nella prima metà del XIX secolo; la sua collezione, particolarmente ricca di denari-tornesi battuti in Grecia, fu dispersa ma il particolare esemplare fu acquistato dai Fusco e da loro conservato sino a che non fu posta al pubblico incanto ed esitata, nel 1882, la loro ricca collezione. Questo esemplare, a tutt’oggi unico, fu descritto inizialmente dal Cordero di San Quintino a cui gli stessi Fusco fornirono notizie; la descrizione fu ripresa dal De Saulcy e dallo Schlumberger, ma è possibile rilevare variazioni nella trascrizione delle leggende se si confrontano i vari autori.

Il secondo tipo è quello meglio conosciuto e rappresentato, e nel suo ambito è possibile individuare varianti caratterizzate dalla apposizione delle leggende in modo completo e corretto, o è dato rilevare la presenza di simboli particolari (un piccolo giglio, un trifoglio, un triangolino prima o alla fine della leggenda), o dalla apposizione di segni di interpunzione diversi.
L’esemplare presentato appartiene a questo gruppo.

Una cartina con le zecche dell'Oriente latino nel Medioevo
Una cartina con le zecche dell’Oriente latino nel Medioevo

Nicola Cangemi non possedeva nessun pezzo di questo tipo, ma nella stessa epoca il principe Spinelli di San Giorgio a Napoli ne possedeva ben tre: di questi tre pezzi il migliore fu acquistato per il gabinetto numismatico del principe di Fürstemberg dove già ve ne era un esemplare: ambedue furono descritti dal De Saulcy, ma l’esemplare Spinelli era già stato illustrato in un atlante di monete greche dal Buchon insieme ad un altro pezzo simile. Nel tesoretto di denari-tornesi trovati a Napoli e illustrato dal De Petra nel 1886 su 2494 pezzi si poterono identificare con certezza ben sei pezzi di questo secondo tipo di denaro-tornese battuto nella zecca di Neopatrasso, con una sola variante nella leggenda del rovescio.

Lo Schlumberger descrisse ben otto varianti nelle leggende rilevandole sia da esemplari pubblicati in precedenza, sia da pezzi esistenti nella collezione personale, sia da esemplari conservati nel gabinetto numismatico dell’Ermitage, avvertendo nel contempo che aveva avuto modo di osservare altri esemplari che ometteva di segnalare giacché mostravano minime varietà, che giudicava senza importanza, rispetto a quanto segnalato.

Lo Schlumberger segnalò due esemplari del terzo tipo, varianti fra loro, non specificandone la collocazione. Riferì poi che il dottor Lambros conservava nella personale collezione più di quindici varietà di questi tornesi (secondo tipo…?, terzo tipo…?) senza aggiungere altro.

Il quarto tipo, descritto in una storia della Grecia medioevale da K. Hopf sarebbe inesistente, forse frutto di confusione con un denaro-tornese fatto battere in Chiarenza da Filippo di Savoia.

Allorché il 12 aprile 1204 Costantinopoli cadde in mano dei Crociati il sedicente imperatore Alessio Ducas Murtzuphle, già protovestiario alla corte dell’Imperatore Isacco II Angelo, fu ucciso, precipitato dai vincitori dall’alto di un colonnato. Dopo pochi giorni, il 16 maggio, Baldovino conte di Fiandra si fece incoronare solennemente imperatore in Santa Sofia, dando origine alla occupazione latina di Costantinopoli che di fatto si protrasse solo fino al 1261 (tabella n. 1).

Dopo le cerimonie di incoronazione i crociati procedettero ad una divisione del territorio dell’Impero bizantino che venne diviso tra l’imperatore, i cavalieri crociati ed i veneziani.
La Grecia perse l’unità nazionale che andava acquisendo: la Macedonia orientale eretta a reame fu affidata a Bonifacio di Monferrato già capo ufficiale dell’esercito crociato, maggiore titolato per aspirare ad essere investito del titolo di imperatore ed infine preceduto nella corsa al titolo da Baldovino di Fiandra; Guglielmo di Champ-Lite, gentiluomo francese, ebbe il principato d’Achaia comprendente la massima parte del Peloponneso, regione indicata anche con il nome di Morea dai latini; al gentiluomo borgognone Ottone de la Roche fu concesso il ducato d’Atene che comprendeva l’Attica e la Beozia e le principali città di Tebe e di Megara.

Tabella n. 1
Tabella n. 1

Per i crociati furono fondati anche altri Principati non solo nella parte continentale della Grecia, ma anche nell’Arcipelago: la Baronia di Karytaena e quella di Akova le cui estensioni di massima coincidevano con l’antica Arcadia, le Baronie di Véligosti e Damala in Laconia, la Signoria di Salona, che successivamente acquisì dignità di Contea, si affacciava sul golfo di Corinto, la Signoria di Eubea, conosciuta anche come Signoria di Negroponte dal nome della principale isola facente parte di quel potentato, la baronia di Patrasso una delle più importanti dell’intera Morea, nonché altre signorie minori, anche per estensione territoriale, come le baronie di Géraki e Nivelet, quelle di Nikli e quelle di Passava, Lisaréa e Moréna, la baronia di Gritzena, la baronia di Vostitza, quella di Chalandritza e quella di Saint Sauveur, il marchesato di Bodonitza, la co-signoria di Thebe, le contee di Cefalonia, Zante e Leucade, il ducato del Dodecanneso.

Il 24 luglio 1261 Michele VIII Paleologo scacciò i Latini e restaurò apparentemente l’Impero di Costantinopoli rimanendo al potere sino al 1282, anno della morte. Gli successe il figlio Andronico, già associato al trono sin dal 1273, che rimase a capo dell’Impero sino al 1328. Costoro si sforzarono in ogni modo e con tutti i mezzi di riacquistare all’Impero le varie regioni della Grecia, ma queste guerre ‘di riconquista’ non furono né facili né brevi, ed infine non sortirono completamente l’effetto desiderato (tabella n. 2).

Negli anni immediatamente seguenti alla conquista da parte dei latini di Costantinopoli un principe della famiglia imperiale Michele Angelo Comneno Ducas creò il Despotato d’Epiro con capitale Arta che si estendeva da Durazzo al golfo di Patrasso. Il Despotato d’Epiro fu centro di raccolta delle tradizioni e della cultura greca intesa nel senso più ampio e completo, sicché divenne anche fulcro di resistenza dei Greci contro i Latini.

Successivamente al 1210 Michele Ducas ed i successori ebbero modo di estendere i loro possedimenti a spese del Regno di Salonicco. Al tempo di Michele II Ducas il Regno d’Epiro si ingrandì ulteriormente a spese dell’Albania e di ampia parte della Macedonia occidentale.

Il Regno d’Epiro rimase nelle mani della famiglia Angelo sino all’inizio del XIV secolo allorché per l’assassinio del despota Tommaso il titolo passò alla famiglia Orsini per mezzo di Nicola Orsini, nipote acquisito di Tommaso Angelo. La famiglia Orsini originaria della Francia, era creciuta e divenuta potente in Italia Meridionale grazie alla benevolenza dei re angioini: era detentrice di vasti possedimenti in Grecia e di grandi isole nell’Arcipelago (tabella n. 3).

Tabella n. 2
Tabella n. 2

Nel 1271, alla morte del Despota Michele II d’Epiro, la Grande Valacchia fu ereditata dal figlio bastardo Giovanni Angelo Comneno che fissò la residenza a Neopatrasso (tabella n. 4).

Durante il tempo in cui Giovanni I ebbe il dominio della regione l’influenza latina su quelle terre fu minima.

Le cronache ci rappresentano Giovanni I come un principe ambizioso e temerario, attivo partecipe alla lotta fra l’impero di Nicea in Asia Minore rappresentato dall’imperatore di Costantinopoli Michele VIII e poi da Andronico II ed il Regno d’Epiro in Grecia che si identificava in Michele II Angelo e poi nel successore Niceforo I, ciascuno rivendicante la continuità con l’ormai dissolto Impero di Costantinopoli. Allorché Michele VIII per venire a capo di discordie interne cercò un ravvicinamento con il Papa Giovanni XXI promettendo di riconoscere la supremazia della Chiesa di Roma, Giovanni Angelo e suo fratello Niceforo I despota d’Epiro colsero l’occasione per proclamarsi difensori della Chiesa ortodossa contro l’imperatore scismatico.

Giovanni Angelo giunse a convocare un concilio a Neopatrasso nel 1279 ove si bandì l’unione con la Chiesa di Roma e fu comminata la scomunica a Michele VIII, al Patriarca ed a tutti coloro che avevano abbracciato la causa della riunione tra le due Chiese.

La sua vita si consumò sino al 1296, anno della morte, fra guerre ed intrighi di ogni sorta: fu tradito anche dal fratello Niceforo che giunse a consegnare il primogenito di Giovanni, il nipote Michele, all’imperatore di Costantinopoli Andronico II; fra i due fratelli fu possibile in seguito ripristinare un minimo accordo solo per l’intervento autorevole degli Angioini di Napoli.

Le più antiche monete di questo ramo della famiglia Angelo, quelle attribuite a Giovanni I sono di stile prettamente bizantino, hanno forma concavo/convessa e sono di rame; questi pezzi sono caratterizzati dalla presenza di un piccolo simbolo del tutto particolare: un’ala di angelo, chiara allusione al nome patronimico Angelo. Uno di questi pezzi fu posto in vendita da Rodolfo Ratto nel 1930 allorché in Lugano fu dispersa una grande e ricca collezione privata di monete bizantine.

Costantino Angelo figlio cadetto di Giovanni, nel 1299 riprese le armi inizialmente contro l’imperatore di Costantinopoli Andronico II, ma successivamente per l’evolversi delle circostanze, anche contro i suoi primi alleati Tommaso d’Epiro e gli Angioini di Napoli che avevano interesse a fomentare la rivalità fra i rami della famiglia Angelo stanziati in Grecia.

Tabella n. 3
Tabella n. 3

Le ostilità proseguivano ancora allorché nel 1303 Costantino morì lasciando il governo della Grande Valacchia al piccolo Giovanni II che fu affidato dal padre a Guido de la Roche, duca d’Atene, affinché lo tutelasse adeguatamente. Di Costantino Angelo non conosco monete.

Guido II pur curando i propri interessi, fino a che visse (morì il 5 ottobre 1308) assicurò al piccolo Giovanni il possesso della Megalovalacchia. Egli garantì l’amministrazione della regione che fu organizzata “alla francese”, volendo riprendere le esatte parole di una ‘Cronaca di Morea’.

Alla morte di Guido II la Tessaglia rimase in potere di una famosa compagnia di ventura nota come Compagnia dei Catalani formata da avventurieri che ebbero modo in quelle circostanze di aggirarsi per la Grecia per molti lustri lasciando ovunque terribili ricordi.

Dopo che il 15 marzo 1311 la Compagnia dei Catalani nella battaglia di Cefise ebbe ragione sulle forze congiunte dei duchi de la Roche e di Brienne, al giovane Giovanni II non rimase che affidarsi completamente all’imperatore di Bisanzio dal quale implorò la protezione che da nessuno altro poteva venirgli. Andronico II acconsentì al perdono, ma nel 1315 impose un matrimonio fra Giovanni II ed Irene sua figlia naturale.
Giovanni II morì nel 1318 senza aver generato discendenti: con la sua morte, dopo 47 anni di esistenza spariva il Despotato di Neopatrasso retto da un ramo illegittimo della famiglia Angelo.

Dopo questa morte si scatenò nella regione una incredibile anarchia che vide coinvolti diversi pretendenti alla successione, ciascuno vantando titoli reali o del tutto fittizi, la forza delle armi, le aspirazioni o incredibili macchinazioni: fra questi l’imperatore di Costantinopoli pretendeva di tutelare i diritti della vedova, ma in realtà pensava ad acquistare quell’ampio e fertile territorio, gli Arconti di Tessaglia si dicevano i più prossimi parenti, Alfonso Fradique a capo della Compagnia dei Catalani era l’unico detentore del potere effettivo e non mancò di esercitarlo per ancora un ventennio.

Alla Grecia guardavano con interesse anche gli Angioini di Napoli; gli Aragona di Spagna accamparono diritti ereditari sulla regione, ma furono gli Aragona di Sicilia che cercarono in ogni modo di farli valere.

Tabella n. 4
Tabella n. 4

I denari-tornesi di buona fattura di Giovanni II Angelo, reputati del massimo interesse storico e di esimia rarità, sono stati per lungo tempo un vero enigma per i numismatici; in data 1 luglio 1842 Giulio Cordero di San Quintino, considerato uno dei principi della numismatica italiana, da Torino scriveva a Salvatore Fusco che risiedeva in Napoli:

La lezione Neopatrie sulla moneta pubblicata dal Cangemi, di sempre cara memoria, non è punto sbagliata, conosco due scrittori che parlano de’ Signori o dinasti di tale contrada in Oriente. Ma il punto sta di sapere dove era un tale paese, ed a quale denominazione moderna corrisponde l’antica Neopatria. Forse lo dirà il Buchon nella nuova carta della Grecia, che si dice voglia presto pubblicare“.

Mi è stato detto che anche il caro Monsignor Rossi si prepari ad altra simile pubblicazione: non vi sarebbe egli possibile, caro amico, di ricavare da costui qualche lume circa il detto luogo o città di Neopatria? Non è possibile che non sia registrata sulla sua carta, se veramente era situata nella Grecia come l’ortografia di tal parola pare che lo dimostri“.

Quando mi vogliate onorare di risposta spero che mi vorrete dire qualche cosa su questo particolare. Credo che il Cangeminon avesse preparata altra cosa circa quelle monete battute in Grecia, piacciavi pure di volermene far sicuro“.

Controversie si evidenziarono anche nella identificazione di Neopatria con Lapatra: il San Quintino le riteneva due zecche poste in due luoghi ben distinti, mentre il Buchon riteneva che si trattasse di una sola città; della stessa opinione del Buchon fu il De Petra.

Attualmente l’attribuzione di questi denari-tornesi al principe Giovanni II Angelo è accettata: l’influenza latina su questa regione della Grecia fu massima allorché egli visse ed in effetti Guido II de la Roche, tutore del giovane principe, dotò la Megalovalacchia di istituzioni latine, sicché è verosimile che questi denari-tornesi siano stati battuti per suo ordine a nome del pupillo a somiglianza dei denari-tornesi che faceva battere nella zecca di Tebe a suo nome.

Lo scopo di questa scarsa monetazione potrebbe ricercarsi nella volontà di voler o dover dimostrare un’autonomia del giovane principe che in realtà non esisteva.

Un denaro tornese di Giovanni II

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