Uffici viaggianti e messaggeri collettori

È notte fonda sugli ambulanti. Anche su quelli che fanno il turno di giorno. Provate a guardarvi in giro alle mostre o nei cataloghi d’asta, a scorrere i pochi articoli che ne trattano, e ovunque trovate il buio pesto: notizie vaghe, imprecise, frammentarie, vaganti in una nebbia di errori e di sentito dire.

L'inconsueto bollo di foggia austriaca dell'ambulante S. Candido-Fortezza
L’inconsueto bollo di foggia austriaca dell’ambulante S. Candido-Fortezza

Eppure quello degli ambulanti rappresenta uno dei settori marcofili più accessibili e appassionanti, in cui c’è ancora tanto da scoprire e da divertirsi. Purtroppo chi vi si addentra senza qualche lume, ben presto ci si perde: troppo materiale, e nessuna base per fare un po’ d’ordine e trovare un capo e una coda. Così finisce per lasciar perdere; ed è un vero peccato!

E dire che basta far luce su alcuni punti fondamentali per vederci dentro chiaramente e poter iniziare una delle tante collezioni possibili, con grande spasso e la possibilità continua di scoperte interessanti ed inedite. Ciò che occorre è avere queste poche chiavi, e poi il campo è tutto vostro.

 

Ambulanti e messaggeri, una grossa differenza

Per sua natura la posta è una grande sfruttatrice di mezzi di trasporto: prima le navi, poi i treni, e più di recente gli aerei, vengono utilizzati intensamente per far viaggiare le corrispondenze. Ma non sempre allo stesso modo.

Il sistema più semplice è quello di caricarci sopra i sacchi di posta, accompagnati o meno da un addetto che li tenga sotto controllo. È il metodo più seguito, ma anche meno interessante per noi, visto che raramente lascia tracce postali. Un tempo, al massimo si trovava l’indicazione autografa del mittente “Con il piroscafo tal dei tali” e in arrivo – quando la lettera era stata consegnata al battello senza essere stata timbrata all’ufficio di partenza – un bollo lineare “Dal tal posto” oppure “Con i piroscafi postali del tal paese”.

Ma se viaggiava sui treni, anche allora non figurava un bel niente.

Il secondo sistema, iniziato a metà dell’Ottocento, è quello di abbinare al semplice trasporto dei sacchi anche la lavorazione delle corrispondenze consegnate all’ultimo momento prima della partenza o raccolte durante le fermate intermedie. In questo caso però occorre spazio e un certo numero di impiegati postali, nonché tutto il materiale necessario per il controllo, la registrazione, la bollatura delle corrispondenze. Siamo insomma di fronte ad un vero e proprio ufficio postale; un ufficio postale del tutto particolare, e non solo per il fatto che viaggia sui binari o sull’acqua, ma anche perché non è aperto al pubblico (o almeno, non del tutto) e non svolge tutti i servizi di posta.

Ma questo ufficio postale ambulante (o natante, quando è installato su un piroscafo di linea) è pur sempre un ufficio di posta a tutti gli effetti. Come si legge su una vecchissima Istruzione, “questi uffici differiscono dagli altri solo perché non hanno distribuzione al Pubblico né maneggio di denaro, essendo semplicemente Ufizi di transito, e quindi debbono osservarsi nei medesimi per le diverse operazioni le regole e discipline ordinarie”. E questo fa sì che l’istituzione di un ambulante, e la sua eventuale soppressione, sia soggetta alla pubblicazione di un apposito Decreto, un tempo a firma del Re.

Un terzo sistema, introdotto in Italia sul finire del secolo scorso, è in pratica una via di mezzo fra i due metodi precedenti. Si tratta del messaggere (a quell’epoca più esattamente definito “messaggere collettore”), cioé di quello stesso addetto che in precedenza accompagnava semplicemente i sacchi postali e che da questo momento – invece di starsene con le mani in mano – occupa il suo tempo svolgendo da solo alcuni incarichi tipici degli uffici ambulanti: lavorare quel po’ di corrispondenza che riceve lungo il percorso, smistarla, bollarla.

È ovvio che in questo caso non ci troviamo di fronte a un vero ufficio postale, ma solo a un particolare impiegato postale: e infatti agli inizi riceve gli stessi bolli dei corrieri e dei pedoni. Come questi, la sua nomina dipende dalle varie Direzioni locali, senza bisogno di decreti. La sua funzione è di rendere semplicemente più capillare il servizio, approfittando di tutte le linee minori e degli “accelerati” sulle linee maggiori. Un fatto locale, insomma, a differenza degli uffici ambulanti che rappresentano un fatto nazionale.

E questo è il primo dato importante per capirci qualcosa. Se degli uffici ambulanti possiamo sapere tutto dai decreti e dai comunicati ministeriali, e ricostruire la storia esatta delle loro bollature, per quanto riguarda i signori messaggeri le cose si complicano: i dati ufficiali sono spesso irreperibili e devono essere ricostruiti attraverso il materiale esistente e i loro bolli, quasi sempre di fattura locale.

In più, il numero degli uffici ambulanti e natanti è relativamente limitato, tanto da consentire al collezionista paziente una raccolta pressoché completa, con un po’ di fortuna. Il numero dei messaggeri è invece enorme: e chi voglia addentrarsi in questo settore deve dimenticarsi fin dall’inizio di poter raggiungere anche una seppur vaga completezza. Si dedichi piuttosto ad una collezione in ambito regionale, o limitata ad alcune linee, oppure di tipo generale-informativo. Altrimenti c’è da impazzire!

 

Ambulanti e messaggeri: come distinguerli

Fino al 1890 circa, solo gli uffici ambulanti e natanti erano dotati di annulli, solitamente indicanti le località estreme del percorso. Fanno eccezione inizialmente i natanti, che recano l’intestazione “Verbano” (poi Arona-Magadino o Arona-Locarno) e “Lario” (poi Colico-Como), e la “Linea Vittorio Emanuele” operante nella Savoia e – come “Sezione Ticino” – fra Milano e Torino. Esiste anche una “Linea di Genova” tuttora misteriosa: quasi certamente è il Torino-Genova ma potrebbe anche essere il fantomatico ufficio ambulante Alessandria-Arona che viene riportato negli elenchi del 1862 ma di cui stranamente nessuno ha mai trovato il bollo.

Una rara raccomandata registrata in partenza da un'ambulante
Una rara raccomandata registrata in partenza da un’ambulante

I bolli di questo periodo iniziale non sempre riportano l’indicazione “amb.” o “nat.”, visto che solo ambulanti e natanti possedevano bolli postali. In seguito, tuttavia, e proprio per distinguerli dai messaggeri, tale indicazione appare sempre, se si esclude un breve periodo, verso il 1925, in cui è rimpiazzata dal numero d’ordine distintivo dell’ufficio postale. E in questo sta la differenza che consente di raccappezzarsi, e che invece anche i più appassionati del settore dimenticano.

Se si escludono infatti gli iniziali e assurdi bolli quadrati, interamente mobili, recanti al centro la scritta “Messaggere collettore”, e alcuni bolli impiegati su piroscafi lacuali in cui figura la dizione “Messaggere” o “Messaggiere”, le bollature di questi ultimi recano semplicemente i terminali della linea servita, in alcuni casi eccezionali preceduta da “Treno” oppure “Tramvia”. Così che anche quando il tipo di bollatura è del tutto identico, è facilmente possibile una distinzione.

Assolutamente inconfondibili sono poi i bolli dei messaggeri introdotti più di recente, con il corno di posta, in cui non è più indicata la linea servita ma appare solo il nome della Direzione postale da cui dipende il messaggere ed il turno di servizio. In tal caso per identificare il tragitto occorre trovare molto materiale viaggiato oppure rompere i cosiddetti a qualcuno delle Poste: ma bisogna farlo subito, altrimenti per i nostri posteri diventerà un rompicapo difficilmente risolvibile.

 

La panzana delle collettorie di stazione

Sulle corrispondenze trasportate da ambulanti e risalenti al Regno di Sardegna o agli inizi del Regno d’Italia (fin verso il 1866 e poi ancora negli anni ’80) è comune ritrovare sulla soprascritta dei bolli lineari con nomi di città e paesi, in tutte maiuscole o più sovente in corsivo e del tutto identici a quelli di collettoria. Questa somiglianza ha fatto sì che la tradizione filatelica – tanto vecchia quanto sbagliata – li attribuisca a fantomatiche “collettorie ferroviarie” o “di stazione”. E il bello è che quest’abitudine continua anche dopo che Roy Dehn e io, in un lungo e tuttora solitario articolo sugli ambulanti pubblicato nel 1973 sul “Notiziario ASIF”, abbiamo dimostrato – buste alla mano – che non erano apposti a terra ma sugli ambulanti stessi. Si vede che anche tra leggere e afferrare c’è di mezzo il mare!

Nell’articolo pubblicato in precedenza su questo sito (Ma chi li usava, i bolli delle collettorie?) è già anticipata la funzione di questi particolari bolli lineari: fornire un’indicazione esatta del luogo di provenienza della lettera, quando non parte dalla stessa località in cui viene bollata. Ed è evidente che l’annullo di un ambulante, intestato con i terminali della linea, non può fornire questo dato con precisione. Ecco allora la necessità di fornire ad ogni ambulante o natante una serie di questi “bolli d’origine” lineari, con i nomi di tutte le località della linea in cui veniva prelevata la posta, comprese le due città terminali.

Questo è confermato dalla normativa sugli ambulanti, prima sarda e poi italiana, quando specifica che sulle lettere raccolte dall’ambiente “si apporrà dalla parte dell’indirizzo il bollo dell’Ufizio non che quello nominativo, quando si abbia, della stazione in cui furono impostate“.

Il perché questi bolli lineari scompaiano tra il 1865 e il 1866 è in pratica lo stesso che rende rari i bolli di collettoria fino al 1871, quando cioé venivano apposti dall’ufficio postale e non dal collettore: l’introduzione degli annulli numerali, che costringeva già ad una doppia bollatura di ogni corrispondenza. Non ho invece trovato traccia dei motivi per cui, verso il 1880, ritornano ad essere usati questi lineari, specie da parte degli uffici natanti: forse un richiamo ufficiale alla normativa postale, che tuttavia dopo qualche anno finì nuovamente nel dimenticatoio.

La realtà è comunque una sola: quando uno di questi bolli lineari appare su una corrispondenza impostata ad un ufficio ambulante o natante, è totalmente escluso che possa trattarsi di un bollo di collettoria. Anche se ci assomiglia, e anche se qualche esperto o qualche asta ve l’hanno venduto come tale seguendo una vecchia e infondata tradizione filatelica.

 

I servizi degli ambulanti e dei natanti

Come s’è visto, questi Uffici postali non fanno distribuzione al Pubblico (sì, un tempo le Poste lo scrivevano proprio così, con l’iniziale maiuscola!) né maneggio di denaro; ma ciò non toglie che possano avere contatti con il pubblico. Le più antiche Istruzioni italiane in proposito specificano infatti che questi uffici “debbono pure essere provvisti di una quantità sufficiente di francobolli, per soddisfare alle domande che possono essere loro fatte”. E più avanti “è severamente vietato agl’Impiegati in servizio sugli ufizi ambulanti di distribuire lettere e giornali a chicchessia ed in qualunque luogo senza un’espressa autorizzazione della Direzione compartimentale”: il che significa che in certi casi – ad esempio per i “fuori sacco” – la distribuzione poteva essere ammessa.

Alcuni bolli di messaggere
Alcuni bolli di messaggere

Un altro servizio previsto – anche se è difficile trovarne degli esempi – è quello delle raccomandate. Trattandosi di un ufficio di transito, l’ambulante si occupa abitualmente delle varie operazioni relative a tale servizio. E quando accade che una lettera, regolarmente affrancata come raccomandata, finisce nella buca dell’ambulante, questo è tenuto a registrarla come tale, anche se non può consegnare al mittente la relativa ricevuta.

Un particolare curioso è che il numero di registrazione di queste raccomandate deve essere pari, stando a una vecchia norma dell’800; ma non si è ancora riusciti a comprendere il perché di questa regola.

Il fatto che si tratti di uffici di transito fa sì che i bolli di questi uffici e dei signori messaggeri si trovino soprattutto applicati al retro delle corrispondenze: da un punto di vista commerciale risultano perciò di minor pregio, ma a livello di studio l’interesse è sempre elevato. Anzi, in certi casi rende possibile ricostruire il percorso della corrispondenza, e scoprire talvolta degli errori di inoltro, con assurdi andirivieni.

A differenza di quanto ritengono i classicisti, fra l’altro è quasi più difficile risostruire la storia di ambulanti, natanti e messaggeri degli ultimi decenni, proprio per la scomparsa degli annullamenti in transito e inoltre per il minor ricorso che si usa fare a questi servizi. Un tempo era quasi un’abitudine recarsi alla stazione per impostare le corrispondenze urgenti all’ambulante, approfittando di quella buca posta all’esterno del vagone “dove il Pubblico può impostare le lettere al momento del passaggio del treno, la quale viene vuotata prima della formazione del dispaccio per la stazione viciniore” e che “dovrà essere chiusa, entrando il treno della ferrovia o il piroscafo su territorio estero”.

Oggi un’abitudine del genere è quasi inconcepibile: e questo rende gli annulli degli ambulanti quasi una rarità. E per i collezionisti quasi un divertimento in più.

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