Tutti gli uomini del Re – 2ª parte

Con la fine delle guerre napoleoniche, nel 1815, ebbe inizio in Inghilterra un secolo di rapidi progressi. Non solo aumentava la popolazione, ma anche l’interesse per la cultura e per “migliorarsi”!

Questa domanda di istruzione favorì le vendite dei quotidiani, su cui però gravava una tassa di 4d per foglio, da molti definita una tassa sulla conoscenza. I quotidiani erano tuttavia recapitati gratuitamente dalla Posta così che, quando la tassa fu ridotta a un penny, non solo si ebbe virtualmente già per i giornali la tariffa uniforme da un penny, ma si venne a incoraggiare l’inserimento di lettere negli stampati per evitare le tariffe postali troppo elevate.

A quel tempo era a capo del Post Office Sir Francis Freeling (1798-1836), un buon amministratore: sotto di lui fu introdotta la posta locale a 2d in molte città, dotate di ufficio, e villaggi adiacenti. Nel 1836 si scoprì che la tassa di 2d non era stata autorizzata da nessuna legge e pertanto tacitamente ridotta a 1d. A quell’epoca erano 356 le località inglesi e del Galles dotate di tale servizio rurale, che arrivava a 1475 villaggi; in seguito fu esteso anche alla Scozia ed all’Irlanda. La norma che consentiva ad un villaggio di chiedere al più vicino ufficio di posta un tale servizio rurale era l’art. 5 di una legge del 1801: di qui la definizione di Fifth Clause Posts. Tuttavia non erano molto numerose, visto che si doveva pagare l’ufficio postale perché incassasse altri soldi!

Una delle conseguenze del mutato clima sociale fu la riforma del Parlamento del 1832. E uno dei risultati di tale riforma fu l’elezione al Parlamento di Robert Wallace come rappresentante della nuova città libera di Greenock. L’ufficio postale più vicino a Greenock era quello di Glasgow, a una trentina di chilometri; e da Glasgow a Londra c’erano più di 400 miglia (650 km) e il costo di una lettera semplice per Londra era di 6d più uno scellino e 2d.

Wallace aveva anche interessi nei commerci con le Indie, e Falmouth era ancora più distante che Londra, così che si rese conto di persona di quanto fossero alte le tariffe postali. Dentro e fuori del Parlamento divenne così un risoluto e imperterrito avvocato della riforma postale, in cui avrebbe coinvolto il ben più noto Rowland Hill.

Secondo il tariffario del 1812 la lettera era ancora valutata in base al numero dei fogli, mentre la tassa era calcolata sulla distanza: da 4d per meno di 15 miglia a un massimo di 1 scellino e 5d per 700 miglia. Le corrispondenze spedite a peso costavano da un minimo di 1 scellino e 4d per oncia (28 gr.) per la distanza più breve fino a 5 scellini e 8d per le 700 miglia. E nel 1837 la paga di un lavoratore agricolo era di 8 scellini la settimana!

Nessuna meraviglia quindi se si tentava di frodare le Poste. Dato che di solito la tassa si pagava in arrivo, il destinatario poteva dare un’occhiata alla lettera per decidere se prenderla e pagare. Con dei segni convenzionali nell’indirizzo, era quindi possibile comunicare gratis, evitando tariffe spesso spropositate. Quando il poeta Shelley annegò al largo di La Spezia, Mary Shelley ne restò sconvolta e non riusciva a decidere se restare in Italia, paese che adorava, o tornare in Gran Bretagna: ne discusse per lettera con l’amico James Hogg in modo tanto dettagliato che Hogg, persona alquanto povera, dovette pagare 4 sterline e 15 scellini per avere la lettera: più di dieci volte la paga settimanale di un operaio! Nessuna meraviglia se i proventi del Post Office erano rimasti stazionari dal 1815.

Quando i riformatori postali studiarono l’organizzazione del servizio, scoprirono che le spese di trasporto erano insignificanti, così che la distanza contava ben poco. Più elevate erano invece le spese di recapito, dato che si doveva attendere che il destinatario controllasse l’indirizzo, accettasse di pagare e trovasse le monete necessarie. Talvolta il portalettere doveva fare due viaggi: una volta per consegnare la lettera, la seconda per prendere i soldi. I riformatori scoprirono poi che un terzo della posta trasportata non pagava nulla. I giornali bollati, come abbiamo visto, non pagavano, e se ne spedivano 30 milioni l’anno, su un totale di 126 milioni di pezzi. In più sette milioni di corrispondenze viaggiavano in franchigia.

La franchigia postale ai ministri e agli alti funzionari era iniziata ai tempi di Elisabetta I, ma in modo limitato. All’inizio dell’800 era estesa a tutti i parlamentari, sia della Camera dei Comuni che della Camera dei Lords, cioé a tutti i dignitari, sia che fossero alla Camera o no. E si abusava molto di questo privilegio, c’era chi firmava fogli da lettera in bianco per gli amici, che poi li utilizzavano a piacere in seguito; qualche editore di giornale non bollato aveva il nome di un parlamentare impresso sulla fascetta, per godere dell’esenzione.

E una sovraccoperta firmata da un parlamentare poteva essere usata per spedire gratis una mazzetta di lettere, che all’arrivo pagavano solo 1d di posta locale. Tentando di limitare gli abusi, il Post Office chiedeva che non si firmasse solo la sovraccoperta, ma che l’intero indirizzo fosse di pugno del privilegiato. Solo per l’estero la franchigia non aveva valore, tanto che Lord Byron mentre era in Italia si lamentava di non poter rendere franche le lettere che spediva agli amici.

Scrivendo a Leight Hunt nel 1815 ammise di aver distrutto una risposta più lunga perché era ripetitiva e lo costringeva ad usare un secondo foglio. “Ho considerato il valore delle mie opinioni prima di farti pagare il doppio della tariffa, perché il tuo linguaggio ti pone negli abissi del tremendo ‘twopenny’ e al di là dei confini della franchigia”.
Questo privilegio non valeva infatti per le poste locali da 1 e 2d.

Dato che le diligenze postali potevano facilmente portare un maggior volume di lettere senza alcun aumento di costi, un aumento del traffico postale avrebbe consentito economie, se si riduceva il costo del recapito a domicilio. Se non altro si sarebbe evitato di effettuare un intero viaggio da Londra ad Edimburgo per portare una sola lettera semplice al banchiere Ramsey, come pare fosse capitato agli inizi del 700!

La soluzione data a questi problemi è troppo nota per richiedere più di un cenno. L’affrancatura delle corrispondenze doveva essere incoraggiata con l’emissione di francobolli adesivi e interi postali. La tariffa doveva basarsi solo sul peso e non sulla distanza, ed essere uniforme in tutto il regno. La franchigia personale doveva essere abolita. Tutte riforme che ebbero successo, se si escludono gli interi postali. Alcuni aristocratici inorridirono al pensiero di dover tagliare un pezzo delle loro porte d’ingresso in finissimo mogano per sistemare una cassetta in cui il postino avrebbe infilato le loro lettere!

Qualcuno ritiene che i francobolli e la tassa uniforme da 1 penny abbiano avuto inizio il 1° maggio 1840. In effetti i due primi francobolli furono posti in vendita il 1° maggio, ma ufficialmente non potevano essere usati prima del 6. La tassa uniforme da 1d era invece iniziata il 10 gennaio. Hill riteneva infatti più saggio procedere per gradi, e il primo passo era avvenuto il 5 dicembre 1839 con l’introduzione della tariffa uniforme di 4d per tutte le lettere fino a mezza oncia (circa 15 gr.). L’uso dei francobolli non divenne obbligatorio fino al 1853.

Hill si aspettava che gli introiti postali si riprendessero velocemente dalla riduzione tariffaria e anzi aumentassero, ma si sbagliava. L’utile ottenuto l’anno prima della riforma poté nuovamente aversi solo verso il 1875.

I primi a seguire l’esempio inglese furono gli Scozzesi nel 1843, pur non accettando l’idea di una tassa uniforme: vi era infatti una tariffa locale ed una cantonale. Anche la riforma inglese sarebbe stata meno onerosa per le Poste, e ugualmente riuscita, se si fosse posta una tariffa diversa per le lunghe distanze e la tariffa base fosse stata di 2d. Altre nazioni adottarono gradualmente queste idee, tanto che la riforma inglese si può dire abbia dato un notevole contributo alla vita sociale in tutto il mondo.

Come primo francobollo del mondo, il penny black sarebbe stato comunque un oggetto di largo interesse; fortunatamente è anche un oggetto d’arte, grazie soprattutto al contributo tecnico di un americano del New England, Jacob Perkins, trasferitosi in Inghilterra per vendere un nuovo metodo di stampa per banconote, titoli e altri documenti di sicurezza. Egli aveva messo a punto un sistema per addolcire e indurire l’acciaio che consentiva all’incisore di lavorare sul metallo, poi temperarlo e trasferire l’impronta su una rulletta e di qui su una tavola d’acciaio mediante una sequela di impressioni.

Ad ogni passaggio il metallo viene reso trattabile per ricevere l’incisione e quindi temperato prima di passare alla successiva operazione. A quell’epoca era l’unico metodo possibile per produrre una tavola d’acciaio con 240 soggetti identici. Chi non è collezionista pensa che il penny black sia solo un francobollo raro e che l’arco di tempo in cui fu stampato fu così breve da non porre problemi allo stampatore né usurare granché le tavole. In realtà, malgrado il breve periodo d’emissione, si stamparono oltre 68 milioni esempalri da undici tavole da stampa.

Nello scegliere il disegno dei francobolli si fece attenzione anche al pericolo delle falsificazioni. Per questo fu scelta un’effigie, dal momento che persino un occhio non esercitato può accorgersi subito di cambiamenti di un volto. In più si usò un fondo in arabesco per complicare ancor più la vita ai falsari; e in effetti non ci fu alcun tentativo di falsificazione ai danni delle Poste. Furono però in molti a tentare una rimozione dell’annullo, che allora era in rosso, per riutilizzare il francobollo.

Una lastra con tre soggetti, usata per le prime prove del nero, e una di 12 (4×3) furono utilizzate per scegliere un nuovo colore del francobollo, tale da consentire l’impiego di annulli in nero, più difficili da cancellare. Per evitare che questi saggi finissero per sbaglio in mano al pubblico, un quarto di cerchio nell’angolo superiore destro di ogni esemplare fu riempito di cera, così da non risultare in stampa. Fin dagli inizi questi esemplari con l’angolo mancante furono chiamati “Saggi arcobaleno” (Rainbow Trials); molti furono usati per prove d’annullamento e cancellazione dell’inchiostro, come avvenne più tardi per alcuni francobolli italiani della De La Rue, non dentellati e soprastampati SAGGIO.

Come risultato di queste prove venne scelto per il francobollo da un penny il colore rosso-bruno: l’emissione avvenne il 10 febbraio 1841, otto mesi dopo la comparsa del penny black.

Il Post Office non perse tempo a piangere per l’impopolarità delle buste Mulready. Già a fine gennaio 1841 apparvero delle buste con un’impronta in rosa, seguite in aprile da altre con l’impronta blu da 2d; ed entrambe restarono in uso praticamente identiche sino alla fine del regno di Vittoria. Queste buste erano agli inizi vendute senza piegature né gomma, e dovevano essere confezionate dall’utente. Malgrado ciò divennero molto popolari, ora che la tariffa era basata sul peso e la busta non contava più come un foglio a parte: tra l’altro semplificavano la spedizione di biglietti augurali e valentine.

Si attribuisce a Sir Henry Cole, assistente di Sir Rowland Hill, l’invio della prima cartolina natalizia, nel 1843: ma non entrarono nell’uso popolare che venti anni più tardi. La prima cartolina postale da ½d, apparve il 1° ottobre 1870, ma in questo caso gli inglesi non furono dei pionieri: l’Austria li aveva preceduti nel 1869.

L’aumento delle corrispondenze provocato dalla nuova tariffa ebbe molte conseguenze in campo sociale. Una di queste fu il numero civico delle strade, per consentire il recapito ai portalettere. Prima si usavano indirizzi del tipo “nella casa vicino alla Taverna del cinghiale triste”, mentre già negli anni ’40 si indicava di norma la via. Fra l’altro molte strade dovettero essere ribattezzate per evitare confusioni in una estesa zona.

Agli inizi i francobolli non avevano dentellatura, anche se gli stampatori disponevano di perforatori per i libretti di assegni: si riteneva infatti che perforare i fogli di francobolli, con gli esemplari così vicini fra loro, fosse impraticabile. Ma un disegnatore, Henry Archer, non era d’accordo, e nel 1847 sottopose delle proposte al Post Office: le sue idee subirono varie modifiche dopo che le prove effettuate dalla Napier & Co. vennero infine accettate.

I primi francobolli dentellati apparvero agli inizi del 1854, e anche in questo la Gran Bretagna fu un pioniere: la Svezia fu la prima a seguirne l’esempio, nel 1855.
Le marche da bollo inglesi erano stampate a Sommerset House, un palazzo reale londinese del 18° secolo in cui si trovava l’Ufficio del Fisco.

Nel 1853 la mancanza di spazio e attrezzature rese necessario ricorrere a stampatori esterni e fu interpellata la De La Rue. Fra i dirigenti di quest’azienda vi era Warren De La Rue, che non era solo un eccellente uomo d’affari ma anche un ottimo esperto in scienze naturali, che aveva condotto ricerche sulla formulazione di inchiostri delebili, utili per prevenire la rimozione degli annulli; e questo interessava molto l’Amministrazione a causa delle frodi di questo tipo.

L’eliminazione dell’annullo, solitamente a penna, dalle marche da bollo era un fatto più che serio a causa del valore facciale molto più elevato di quello dei francobolli, e quindi delle maggiori tentazioni. Una volta ottenuto il contratto per le marche da bollo, De La Rue persuase le Poste a fargli stampare anche i francobolli: i primi apparvero nel 1855, e fino al 1911 la De La Rue fu l’unica fornitrice di francobolli inglesi. Questi valori erano stampati in tipografia, e il Post Office aveva esitato a lungo prima di abbandonare la calcografia, metodo che aveva una sua dignità e maggior prestigio (tra l’altro ancora per molto tempo fu de rigueur avere i biglietti da visita incisi e non tipografici).

Ma gli inchiostri delebili, specie il double fugitive ink, non erano usabili nella stampa calcografica, e la tipografia era più adatta alla dentellatura consentendo di stampare a secco: la calcografia richiedeva infatti che la carta venisse inumidita, e nell’asciugarsi si ritirava in modo irregolare impedendo un regolare allineamento della dentellatura nello spazio fra gli esemplari. Infine, il costo della stampa in tipografia era sensibilmente inferiore.

L’uso degli inchiostri altamente delebili come il double fugitive ink avrebbe avuto minor importanza se non si fosse deciso di usare i francobolli anche come marche da bollo. Il primo francobollo con la leggenda Postage and Inland Revenue (bollo per l’interno) apparve nel 1881; era stampato in lilla, come le marche da bollo e quelle per cambiali stampate dalla De La Rue per il governo italiano fin dal 1863.

Altro colore altamente delebile era il verde, e l’uso esclusivo di questi due colori per tutti i valori tranne uno della serie 1883 creò una delle emissioni più scialbe del mondo, senza contare che gli inchiostri sono talmente delicati da creare notevoli problemi ai collezionisti.

Quando nel 1887 il Post Office celebrò il cinquantenario dell’ascesa al trono della Regina, fu commissionata la prima serie inglese a due colori: praticamente per tutti i valori uno dei due colori scelti fu il lilla o il verde, in inchiostro delebile.

Se si esclude il valore da 1d lilla del 1881, che richiama i francobolli stampati dalla De La Rue per l’Italia, i disegni dei francobolli inglesi di fine 800 non ebbero grande successo. Quando Giorgio V salì al trono, il contratto di stampa passò alla Harrison & Sons, che diede alle prime emissioni del nuovo regno gradevoli cornici liberty. Il nuovo re era un informato ed entusiasta collezionista di francobolli, molto interessato ai loro disegni, e il suo regno vide l’emissione dei primi commemorativi inglesi (quelli per la Mostra dellI’Impero tenutasi a Wembley nel 1924 e 1925) e il ritorno alla calcografia per i tagli di maggior valore.

Una raffinata serie di alti valori fu disegnata da Bertram Mackennal e incisa da J.A.C. Harrison; la stampa fu affidata a tre diversi stampatori in successione. Un valore calcografico da 1 sterlina fu emesso anche per il congresso UPU di Londra del 1929, in aggiunta a quattro piccoli valori: fu disegnato da H. Nelson e inciso da J.A.C. Harrison. Il suo facciale fu considerato eccessivo da molti collezionisti dell’epoca, ma molti di oggi lo considerano un bel francobollo che vorrebbero avere.

Nel 1902 il Post Office aveva accettato la decisione del Congresso UPU di Washington del 1897 di usare rispettivamente il verde, il rosso e il blu per i valori destinati alle tariffe base di stampe, cartoline e lettere per l’estero: da allora i francobolli inglesi seguirono questa regola fino alla serie Machin, quando il ritmo dell’inflazione e i conseguenti frenetici aumenti tariffari lo resero quasi impossibile. Dal 1934 Harrison & Sons usarono infine anche il rotocalco, un sistema che avevano già impiegato per i francobolli egiziani fin dal 1924.

Il centenario del penny black cadde mentre l’Inghilterra era in guerra, così che si ebbero celebrazioni alquanto modeste, con una serie di sei valori raffigurante la Regina Vittoria e Re Giorgio VI. Ma, guerra o non guerra, a quel tempo la politica del Post Office era di emettere molto raramente francobolli commemorativi: una politica che cessò solamente nel 1963.

Nel 1957 nella produzione dei francobolli si cominciò a dover tenere conto dei progressi delle macchine selettrici per la corrispondenza. Fin dal 1935 un impianto Transorma, importato dall’Olanda, era stato installato nella zona postale di Brighton e Hove. Con questa macchina l’operatore poteva smistare automaticamente le corrispondenze in 250 caselle, memorizzando un codice chiave per le diverse aree.

Per saggiare le possibilità della macchina e l’abilità degli addetti, su ciascun oggetto postale veniva impresso un particolare codice in lettere, di solito in rosso, diverso per ogni operatore: ben poche corrispondenze di quest’area sono però giunte fino a noi. Questo codice personale, chiamato “ident“, si trova sovente in nero, su lettere più recenti: dopo la guerra infatti gli esperimenti continuarono.

Il primo passo necessario era di fare in modo che le lettere fossero sempre in posizione giusta, con l’indirizzo verso l’operatore e il francobollo nell’angolo superiore destro. Agli inizi si sperava che lo “scanner” meccanico identificasse il francobollo grazie alla massa di colore, ma in realtà scritte e disegni sulla busta confondevano la macchina; perciò nel 1957 vennero stampate linee nere di grafite al retro dei francobolli (due linee su ciascuno, tranne il 2d che allora serviva per le stampe).

Questi francobolli furono provati a Southampton nel 1957, ma la macchina aveva difficoltà a rilevare le linee attraverso il francobollo, così che dal 1959 si ricorse alle bande al fosforo stampate sul davanti del francobollo: una sola sui valori per le stampe (o dal 1968 per la posta di seconda classe) e due per gli altri valori (o tre su quelli di grande formato). Più di recente le due o tre bande sono state sostituite con la carta al fosforo.

 

I gioielli della corona

Non è sontuosamente imponente come quello di Parigi, e neppure discretamente vasto e funzionale come quello dell’Aia. Il Museo postale di Londra è anzi sul piccino. Al punto da sembrare, più che un vero e proprio museo, uno scrigno, un contenitore di gioie. Ed in effetti abbondano rarità e pezzi unici, che non sfigurerebbero di certo se messi a confronto con i Gioielli della Corona, sorvegliati a vista nei sotterranei della non lontanissima Torre.

Giù all’ingresso, nel King Edward Building, sede del London Chief Post Office, si ha il primo impatto con la storia (quella con lettere maiuscole), riassunta nel monumento a Rowland Hill, il riformatore della comunicazione scritta. La qual cosa gli valse la nomina a baronetto e, dopo la morte, un posto nell’abbazia di Westminster, dove riposano nel sonno eterno quanti hanno contribuito a far grande il nome della Gran Bretagna.

Bozzetto della sterlina uscita nel 1929 a ricordo del 9° Congresso dell'Upu
Bozzetto della sterlina uscita nel 1929 a ricordo del 9° Congresso dell’Upu

Saliti uno dopo l’altro alcuni gradini, si entra in una grande stanza: è il National Postal Museum, inaugurato il 19 febbraio 1969 dalla Regina Elisabetta, che nella circostanza affrancò e bollò personalmente due lettere. Una diretta al figlio Andrea, che proprio in quel giorno compiva nove anni, l’altra indirizzata al principe Edoardo (l’avvenimento è ricordato con una lapide).

Tre le collezioni che “fanno” il Museo. Su tutte svetta quella di Reginald M. Phillips, alla quale fanno corona le collezioni del Post Office e la raccolta “Berna” (è così denominata in quanto contiene i francobolli che i Paesi dell’Unione postale universale, con sede a Berna, si scambiarono reciprocamente). Per ultimo a queste tre collezioni si è venuto ad aggiungere l’archivio De La Rue, con prove e saggi di francobolli riprodotti nell’antica stamperia (che per breve tempo fu pure fornitrice delle posta savoiarde), a far data dal 1855 e fino al 1955. Gran parte del materiale è contenuto in comode vetrinette estraibili, mentre i pezzi più preziosi, molti dei quali veri e propri pezzi unici, sono gelosamente rinchiusi in una sicura ed ampia stanza blindata.

Più che spaziare sui vari capitoli che formano il grande libro della storia delle comunicazioni postali (non ci sono, per esempio, i bolli Bishop e neppure un Dockwra, così come mancano cimeli sul tipo della macchina da stampa impiegata da Perkins e Bacon per produrre il primo francobollo, conservata al British Museum), il National Postal Museum privilegia il francobollo. Dal disegno alla stampa passando, s’intende, attraverso vere e proprie montagne di prove e saggi.

Si inizia con la lettera autografa con la quale Rowland Hill accompagnò il suo progetto di riforma postale. Vengono quindi una quarantina dei duemila e passa disegni, alcuni graziosi ed altri decisamente stravaganti, arrivati da ogni angolo della Gran Bretagna allorché il Post Office bandì il concorso per l’illustrazione del primo francobollo (oltre duecento di questi disegni fanno parte della collezione della Regina).

È quindi la volta di buste in franchigia, le “Pre-paid”, testimonianza di un privilegio concesso ai membri del Parlamento; dei saggi “rainbow”, ossia arcobaleno; delle buste Mulready non poche delle quali con disegni satirico-caricaturali. E c’è ovviamente il punzone originale del penny black, nonché lo stesso francobollo in foglio intonso, formato perciò da 240 esemplari riproducenti il nero ritratto di Vittoria da un penny, privo però delle lettere alfabetiche di posizionamento.

Fra le rarità-curiosità, il 2 pence prugna di Edoardo VII, rimasto in vendita lo spazio di un mattino per l’improvvisa morte del sovrano. Di questo francobollo è noto un solo esemplare annullato. Sta nella collezione di Elisabetta, impostato a suo tempo in nome e per conto di Giorgio V, filatelista appassionato, all’epoca ancora principe di Galles.
Non meno interessanti le prove di quelli che dovevano essere i francobolli destinati a solenizzare l’incoronazione di Edoardo VIII, se egli non avesse all’ultimo momento preferito al trono l’amore appassionato di Wally Simpson.

Bozzetto non adottato per il centenario del francobollo
Bozzetto non adottato per il centenario del francobollo

Gran parte di questi gioielli (una selezione di questi è stata presentata a Milano dal 28 al 29 settembre 1985 nel Palazzo della Permanente di via Turati 43, nell’ambito dell’appuntamento mercantile della Borsa filatelica nazionale) provengono dalla monumentale collezione messa insieme, in vent’anni di certosina ricerca e oculati acquisti, da Reginald M. Phillips, il quale nel 1965 decise di donarla, staccando nel contempo un assegno di 50.000 sterline (pari a 75 milioni di lire di cinquanta anni fa), al costituendo National Post Museum, del quale fu il primo curatore.

Dal 1969 il Museo allestisce periodicamente rassegne settoriali, pubblica volumi (i più importanti dei quali sono “The British postage stamp”, di Robson Lowe, e “The story of the penny black”, di Rigo de Righi, per anni curatore del Museo, carica successivamente ricoperta da Raife Wellsted, che era pure presidente della Commissione Fip di storia postale) ed usa annulli ricordo.

Insomma, chi passa da Londra e ha la passione dei francobolli, farà bene a mettere in agenda una capatina al National Postal Museum di King Edward Street, a due passi dalla cattedrale di San Paolo.

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