“T” come Trinacria…

…Tarì o Tancredi?…

Niente di tutto questo. L’interpretazione più accreditata vuole che la Tau che compare nella monetazione di Roberto, Ruggero I e Ruggero II altro non sia che il tentativo di introdurre la croce cristiana sulle monete normanne di tipo musulmano. Uno stratagemma per non inimicarsi la popolazione della Sicilia da poco conquistata.

L'evoluzione della Tau sui Tarì di Ruggero I battuti a Palermo e Messina
L’evoluzione della Tau sui Tarì di Ruggero I battuti a Palermo e Messina

“In nome di Dio fu coniato questo Dinar in Sicilia, l’anno quattrocentosessantaquattro”. Fin qui nulla di male, anche se la stessa leggenda si legge pari pari sui Robaii d’argento coniati sempre in Sicilia dagli Emiri Aglabidi che dominarono l’isola dall’835 al 1064. Quel “Dio” può essere il Dio del popolo eletto, dei cristiani, ma anche dei musulmani, di qualsiasi altra religione. Il guaio è che al rovescio di questi Tarì d’oro coniati a Palermo da Roberto il Guiscardo, subito dopo aver conquistato la capitale dell’isola nel 1072, si legge ben altra musica: “Non v’ha Divinità se non Dio, Maometto è l’apostolo di Dio”. E più sotto, si ribatte: “Maometto è l’apostolo di Dio, inviato da Lui a dare il buon indirizzo, recare la vera religione e farla trionfare sopra ogni altra religione”.

Ecco: che proprio un principe cristiano come Roberto il Guiscardo, che aveva ottenuto da Papa Nicolò II l’investitura della Puglia, della Calabria e della Sicilia (ancora da conquistare quest’ultima), sbandieri sulle sue monete la supremazia della religione di Maometto e proclami che solo questa è la vera religione e che solo Maometto è l’apostolo di Dio, be’ sembra il colmo. Un tradimento, una specie di abjura. Magari poi si bruciava un poveretto perché sospetto di stregoneria ed eresia.

In questi Tarì, i primi battuti in Sicilia dai Normanni, tutto ricorda, tutto imita alla perfezione le monete musulmane coniate fino ad allora. Nessuna immagine, solo leggende in caratteri cufici. Anche l’anno indicato è quello del calendario arabo che parte dalla fuga di Maometto dalla Mecca nel 622 (basta moltiplicare l’anno musulmano per 97/1000 e aggiungere 622 per ottenere la data dell’era cristiana). Non per niente dalle popolazioni dell’Italia Meridionale queste monete venivano chiamate “Tareni Sarracenorum”.

E tuttavia questo Tarì di Roberto il Guiscardo ha una sua novità di grande valore: in essa si afferma in pratica che tutti i siciliani – arabi, greci e latini – facevano un popolo ed una nazione sola sotto un solo sovrano. Roberto viene definito Malik: “Per ordine del grandissimo Duca Roberto, il sovrano di Sicilia”. E non c’è dubbio che Roberto era cristiano. Lo stesso titolo di Malik, re, è nuovo, non è preso in prestito dalle formule islamiche o dai titoli greci e latini in voga allora e adottati dallo stesso Roberto nei suoi domini continentali.

Una moneta, quindi, che si riallaccia alla tradizione musulmana, la continua potremmo dire in modo scandaloso per un principe cristiano, ma nello stesso tempo innovativa e diversa. Non solo Roberto, ma anche un suo successore, il fratello Ruggero I (1072-1101) continuò a coniare questi Tarì di tipo musulmano identici ai Roabbi che glorificavano Maometto. “Se non Dio, Maometto è l’inviato di Dio, non c’è divinità, è Maometto l’inviato di Dio” si legge sulle monete d’oro coniate in Sicilia da Ruggero I. Peggio, Ruggero I nei primi anni del 1090 adotta addirittura il titolo di Sultano di Sicilia sulle monete.

E tuttavia quasi per farsi perdonare la sua audacia e la sua eresia Ruggero I fa sparire dai Tarì il nome di Maometto e introduce al rovescio un abbozzo di croce, una grande T, semplice e rozza all’inizio, poi sempre più perfezionata e ornata con globetti, punti, arabeschi.

L'evoluzione della Tau sui Tarì di Roberto battuti a Palermo e Messina
L’evoluzione della Tau sui Tarì di Roberto battuti a Palermo e Messina

Qualcuno con molta fantasia ha interpretato la T come l’iniziale di Trinacria, altri l’hanno interpretato per lo stesso nome della moneta, Tarì, altri ancora addirittura per il nome del padre di Ruggero, Tancredi.

Sembra invece questa l’interpretazione più autorevole e logica, che questa lettera altro non sia che il tentativo di introdurre sulle monete normanne di tipo musulmano un elemento cristiano, la croce, anche se per il momento decapitata dell’astina superiore. Ma sempre croce, ben nota come croce “commissa” o “patibulata”, in forma della lettera greca Tau. Ma queste cose gli arabi probabilmente non le sapevano, o, almeno, non le sapeva la grande massa cui erano dirette per spenderle le monete.

I normanni all’inizio del loro dominio in Sicilia si trovarono di fronte ad una maggioranza araba, musulmana: la Sicilia da oltre due secoli era stata governata dai Califfi. Non potevano subito drasticamente inimicarsi i loro sudditi imponendo sulle monete locali i simboli cristiani che agli arabi stavano come il fumo negli occhi. Audaci, coraggiosi, intraprendenti nel maneggiare le armi e sul campo di battaglia (in poco tempo dalla piccola contea di Aversa, concessa in feudo dal Duca di Napoli Sergio IV, riuscirono a conquistare la Puglia, la Calabria, la Sicilia, il principato di Salerno e il ducato di Amalfi) si mostrarono più prudenti e tolleranti nell’amministrare l’isola.

In quest’ottica si deve giudicare l’adozione del titolo di “sultano”. Era quella degli Altavilla una politica molto abile tesa a conquistare le simpatie e l’appoggio della popolazione musulmana, calandosi nella loro cultura e civiltà, preservando al tempo stesso, anzi mediando la cultura e la tradizione cristiana.

Questo nulla toglie allo sconcerto che si prova nel vedere un re, che aveva ottenuto dal Papa i diritti di Legato Apostolico, battere tranquillamente monete inneggianti a quella religione che i principi cristiani avevano strenuamente combattuto e continuavano a combattere, spesso con forme ed eccessi tipici di un certo fanatismo che non fa onore a nessuno. Ma si sa, in politica il fine spesso giustifica i mezzi. Molto più tardi, forse, non ci sarà un re della cattolicissima Francia, che da cattolico passerà al protestantesimo e poi dal protestantesimo al cattolicesimo con la scusa piuttosto cinica che “Parigi val bene una Messa”?

E poi, prima di gettare la croce addosso a Roberto e Ruggero, bisogna tener conto che il loro cattivo esempio era stato già dato da molti altri principi cristiani. Le monete arabe oltre che essere d’oro quasi puro, e quindi molto apprezzate, andavano forte sui mercati di tutto il mondo, erano uno strumento formidabile per lo sviluppo del commercio con il favoloso Oriente. Per questo Alfonso VIII, re di Castiglia, non esitò un istante a imitare i Dinar, facendosene battere a Toledo un’imitazione perfetta con tanto di leggenda araba anche se al posto delle frasi inneggianti a Maometto mise dei versetti del Vangelo.

Un colpo al cerchio e uno alla botte. Tanto erano pochi quelli che allora sapevano leggere, soprattutto l’arabo. I Robaii furono largamente imitati e contraffatti dai principi di Napoli, Salerno e Amalfi. Insomma i Normanni si trovarono in buona compagnia.

Su molti Tarì, anzi sulla maggior parte di queste monete coniate da Ruggero I, c’è un piccolo giallo. Nella leggenda del rovescio si legge: “Per comando… vittoria”. Dove manca, dopo la parola comando, un nome. Per comando di chi? E che di un nome si tratti, del nome di un principe, e non di Dio, come magari avrebbero fatto i musulmani, lo dimostrano tre Tarì dalla leggenda tutta decifrabile e che dice: “Per ordine del Conte, il fratello del potente duca Ruggero, per ordine del conte, fratello del duca, Ruggero, e per ordine del conte, fratello del conte, Ruggero” dove le ripetizioni si sprecano e si fa anche un pacchiano errore, dando prima il titolo ducale a Roberto e poi quello di conte.

La Tau si trasforma e si completa nella croce sui Tarì di Ruggero II di Sicilia
La Tau si trasforma e si completa nella croce sui Tarì di Ruggero II di Sicilia

Perché in quasi tutti i Tarì pervenutici non appare invece alcun nome? Chi aveva interesse a farlo sparire? La spiegazione va cercata ancora una volta nelle vicende storiche. Roberto pensò alla conquista dell’Italia meridionale continentale e a consolidare questi suoi domini di terraferma. Soltanto dopo pensò che, tutto sommato, anche una fetta di Sicilia, lasciata prima al fratello Ruggero, non avrebbe stonato. Così conquistata Palermo, se la tenne per sé insieme alla Val Demone.

Ora si dà il caso che i due fratelli abbiano battuto all’inizio le loro monete nella stessa zecca di Palermo. Ed è probabile che Roberto nel fare questa concessione al fratello gli abbia dettato una condizione: far apparire il suo nome sulle monete. Richiesta che Ruggero non poteva rifiutare ma che non poteva certo gradire. Da qui lo stratagemma: far finta di accontentare Roberto, per poi rendere illeggibile il nome nelle leggende. I bizantini insegnavano ancora.

Altro particolare interessante. Questi Tarì non venivano spesi per il loro valore nominale ma solo per quello intrinseco, cioé a peso. Non per niente molti Tarì si trovano spezzati in due quando superavano un certo peso o si volevano ricavare delle frazioni e sottomultipli, altri sono stati ridotti in forme stranissime, adottate proprio per raggiungere un certo peso.

Ma da dove deriva il nome Tarì? Almeno in questo, si potrebbe pensare, gli Altavilla, non imitarono la monetazione araba in Sicilia. Che si basava sui Robaj, Rubaj, Reubaj, Quartino d’oro o Quartigli, in quanto valevano un quarto del Dinar (questo nome deriva da “Denarius”). In realtà anche il nome di Tarì o Tareno non è affatto originale, non fu inventato dai Normanni, è anch’esso di origine araba. Già nel 913 d.C. si trova scritto nei documenti questa denominazione attribuita, in alternativa al Robai, ai Quartigli d’oro.

Quanto alla etimologia, la fantasia galoppa a briglia sciolta. Deriva da Taranto, sostengono alcuni (chi sa poi perché?); no, dal padre di Abramo, Thares, dicono altri; c’è chi la fa derivare dalla parola “saraceno”, chi ancora dal caldeo Tariga, che significa negozio, commerci. Più giusta e fondata l’interpretazione che vuole derivato il nome di Tarì da quello di Dirhem, la classica moneta araba, che veniva pronunciata “Trihm” e al plurale faceva “Terhaim” o “Trahi”. Una moneta comunque che ha avuto un enorme successo: è stata battuta in Sicilia, non più in oro ma in argento fino al 1810.

Ruggero II, il figlio di Ruggero I, fattosi eleggere re a Melfi (fino ad allora gli Altavilla si erano fatti chiamare solo Conti di Sicilia), riuscì non solo a consolidare il regno ma ad organizzarlo in uno stato moderno. La sua corte, la sua burocrazia (in senso buono, questa volta), erano formate da persone di tutte le razze e fedi: arabi, greci, latini, indigeni, normanni. Non importava il credo o la lingua, importava l’efficienza.

La monetazione di Ruggero II si divide in quattro periodi: il primo è contrassegnato dal titolo di conte (1105-1127). Sui Tarì continua ad apparire la T decapitata per non urtare la suscettibilità dei sudditi musulmani. Il secondo periodo va dal 1127 al 1130, quando Ruggero ottiene dal Pontefice la conferma dell’investitura come Duca di Puglia: la T appare tutta arabescata, si legge nella leggenda il nome del principe: “Per comando di Ruggero II”. Si battono anche altre monete, pare a Messina, di bronzo e non più ovali ma di stile bizantino.

Terzo periodo: Ruggero è diventato re (1130-1140). I Tarì vengono battuti oltre che a Palermo anche a Messina e ostentano finalmente una croce completa accantonata dalle lettere: IC-XC-NI-KA (CRISTO VINCE) agli angoli. Sul dritto è indicato in caratteri cufici il nome di Ruggero e il titolo reale. I normanni ormai si sentono sicuri, hanno vinto ogni resistenza, possono dettar legge e imporre anche la loro fede. Quarto periodo: è successivo al 1140 e coincide con la grande riforma introdotta da Ruggero nella monetazione. Si creano delle monete d’argento, Ducali, si stabilisce un esatto rapporto tra monete d’oro e d’argento, si introduce una moneta di conto, l’Oncia d’oro.

Questa valeva 30 Tarì, i Tarì valevano a loro volta 2 Ducali e mezzo, un Ducale valeva 24 Follari di bronzo. Sui Tarì di questo periodo le sigle del Cristo vittorioso non sono più disposte ad angolo, ma lungo l’asta della croce. Ma resta la leggenda in caratteri cufici, magari generosamente storpiati dagli zecchieri che ormai di arabo non sapevano più una parola. Sic transit gloria mundi.

T come Trinacria

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