Sulla via della libertà

Durante i tragici mesi che vanno dallo sbarco in Sicilia alla fine della guerra, anche i servizi postali seguono il lento cammino che porterà alla liberazione dell’Italia. Si tratta di un affascinante ma controverso capitolo della nostra storia postale: i valori emessi in quei giorni sono italiani o sono francobolli d’occupazione?

È il 1943, quinto anno di guerra. A metà maggio si conclude la battaglia africana, con la sconfitta delle forze dell’Asse. Sulle rotte del Mediterraneo si intensifica il traffico delle forze statunitensi e britanniche, e s’abbatte sull’Italia l’offensiva aerea degli Alleati: al 30 maggio 1943 il numero delle incursioni di Napoli raggiunge quota 70. Tutto ciò rende prevedibile un tentativo di sbarco alleato in territorio italiano: prime avvisaglie, l’occupazione di Pantelleria e Lampedusa, l’11 e il 12 giugno.

Francobollo alleato da 1 lira, regolarmente usato ad Acireale il 22 febbraio 1945 su lettera diretta a Perugia
Francobollo alleato da 1 lira, regolarmente usato ad Acireale il 22 febbraio 1945 su lettera diretta a Perugia

Ma per gli alti comandi dell’Asse un attacco alleato all’Italia meridionale è ancora impensabile. E quando, nella notte fra il 9 e il 10 luglio, preponderanti forze alleate attaccano la Sicilia, ogni resistenza risulta vana. Lo sbarco avviene su un tratto di costa di 150 km, fra Licata e Augusta, e teste di ponte vengono in breve stabilite a Gela, Licata, Pachino e Siracusa. Da questo momento gli avvenimenti precipitano. Il 13 luglio gli attaccanti raggiungono la piana di Catania, il 20 luglio Caltanissetta e Enna, il 23 luglio Palermo, e il 16 agosto lo stretto di Messina, da dove passano in Calabria il 2 settembre.

Contemporaneamente alla disfatta siciliana si matura e conclude la crisi politica italiana che ne è conseguenza diretta, e che si conclude a fine luglio con l’arresto di Mussolini, lo scioglimento del partito fascista e delle camere dei fasci, la nomina del maresciallo Badoglio a capo di un nuovo governo. L’Italia ufficialmente continua la guerra a fianco della Germania, almeno per il tempo necessario a concludere le trattative che porteranno alla firma dell’armistizio con gli Alleati, annunciata l’8 settembre, e alla dichiarazione di guerra alla Germania, il 13 settembre successivo.

È un colpo di scena che getta l’Italia nel caos. Mentre l’esercito si dissolve, truppe statunitensi sbarcano presso Salerno, altre britanniche a Taranto, e forze germaniche affluiscono dal Brennero. Il re e Badoglio lasciano in gran segreto Roma per rifugiarsi in territori controllati dai nuovi alleati.

Mussolini viene liberato dalla sua prigionia a Campo Imperatore e portato in volo in Germania. Mentre nell’Italia meridionale infuria la battaglia tra le forze tedesche e quelle alleate, che avanzano sia in Puglia che in Campania, l’Italia si spezza in due: un Regno, limitato alle regioni del Sud liberate dagli Alleati o liberatesi da sole, com’è il caso a Napoli; un’Italia prima occupata dai tedeschi e poi proclamata Repubblica – sempre con pressante appoggio germanico – in tutte le altre regioni. E in mezzo un territorio che si stende fra il Tirreno e l’Adriatico, in cui infuriano i combattimenti, e che si sposta con il tempo – talvolta di poco, talvolta in fretta – sempre più a Nord. Fino alla conclusione del conflitto, fra l’aprile e il maggio 1945.

La dichiarazione di guerra alla Germania, il 13 settembre 1943, pone il Regno d’Italia in una nuova posizione: da nemico a cobelligerante con le forze alleate. E questa decisione si riflette sull’amministrazione dei territori liberati, dal momento che gli Alleati cessano di essere forze d’occupazione nemiche. Il territorio italiano è soggetto da questo momento a tre generi di amministrazione, in cui è ovviamente compreso il servizio postale: un’area che copre la linea del fronte e la fascia retrostante, sotto controllo degli eserciti, in cui il servizio postale civile è totalmente sospeso ed è attiva solo la posta militare al seguito delle diverse forze in azione.

A sud di questa, una zona amministrata dal Governo Militare Alleato, in cui lentamente vengono ripresi i servizi civili, ma sotto stretto controllo militare. Ancora più a sud i territori tornati sotto amministrazione civile italiana, in collaborazione con la commissione alleata di controllo, dove tutto è tornato – nei limiti della situazione di guerra – alla normalità.

Queste aree amministrative cambiano attraverso gli anni dal 1943 al 1945, a seguito degli spostamenti verso nord della linea del fronte. Agli inizi solo la parte meridionale delle Puglie è amministrata dagli italiani; dall’11 febbraio 1944 il Regno torna ad assumere tutti i poteri “al sud dei confini settentrionali delle province di Salerno, Potenza e Bari, nella Sicilia ed isole dipendenti (salvo Pantelleria, Lampedusa e Linosa)” come risulta da un proclama del generale Alexander; entro l’ottobre 1944 questo territorio include anche le province di Viterbo, Rieti, L’Aquila e Teramo; e così avanti, fino a quando – alla fine del 1945 – il Governo Militare Alleato passa i poteri al Governo Italiano anche nel Nord Italia, tranne che per quanto riguarda la Venezia Giulia dovendosi giungere a una nuova definizione dei confini orientali con la Jugoslavia.

La posta, come s’è visto, segue di pari passo questa avanzata della Liberazione, con tappe successive che vanno dalla sospensione del servizio postale civile a una ripresa (naturalmente solo verso il Sud) vincolata da norme molto rigide, mediante corrispondenze aperte con non più di 25 parole in italiano o in inglese, fino a una totale normalizzazione. E per l’affrancatura vengono emessi anche nuovi francobolli, che nei nostri cataloghi figurano sparsi: alcuni nel capitolo “occupazioni straniere”, altri come emissioni del Regno o della cosiddetta Luogotenenza che sempre Regno è.
Ma è giusta questa distinzione? Ed è applicata con esattezza, allo stesso modo in tutti i casi?

L’emissione alleata per la Sicilia

In seguito allo sbarco delle forze anglo-americane ed alla loro avanzata, il servizio postale viene sospeso in tutta la Sicilia e nelle isole dipendenti. Esso viene ripreso a Palermo a partire dal 24 agosto, ma limitatamente alle cartoline circolanti entro il distretto di questa città. Il 13 settembre seguente il servizio fu ripreso anche a Catania, con le stesse limitazioni. Solo il 22 settembre 1943 la posta ritornò a circolare in tutta la Sicilia e nelle isole Eolie: erano però ammesse soltanto corrispondenze aperte, di peso non superiore a 30 grammi, scritte in italiano o in inglese.

Un francobollo dell'emissione di Napoli usato a Bari già alla fine del 1943, a meno di 15 giorni dell'emissione
Un francobollo dell’emissione di Napoli usato a Bari già alla fine del 1943, a meno di 15 giorni dell’emissione

Con il 1° gennaio 1944 il limite di peso fu elevato a 210 gr., e insieme furono riaperti i collegamenti con la Sardegna, le province di Bari, Brindisi, Catanzaro, Cosenza, Lecce, Matera, Potenza, Reggio, Salerno e Taranto per corrispondenze ordinarie di non più di 90 gr. Dal 14 gennaio seguente fu riammessa la raccomandazione e l’assicurazione, inizialmente solo per le corrispondenze dell’amministrazione statale.

Per l’affrancatura gli Alleati mettono in corso valori postali propri, stampati in offset a Washington dal “Bureau of Engraving and Printing”, che dal 1894 appronta tutti i francobolli statunitensi. Questi valori, in fogli di 400 divisi in 4 gruppi di 100, su carta porosa senza filigrana e dentellati linearmente 11 come i francobolli americani, furono preparati anonimi, con la sola leggenda “Allied Military Postage” e la cifra, per poter essere impiegati in qualunque zona occupata dopo aver aggiunto il nome del paese e la valuta. Ma finirono per essere usati solo nel nostro meridione con la dicitura ITALY e “centesimi” o “lire”.

Il primo valore, apparso a Palermo il 24 agosto 1943, fu il 15 cent, unico utilizzabile per affrancare cartoline postali per il distretto, e spesso applicato su cartoline postali italiane il cui francobollo però – anche se non ricoperto dal nuovo – non aveva alcun valore.
Questo francobollo è chiaramente un valore d’occupazione. Ma la stessa cosa non si può dire degli altri, apparsi a partire dal 22 settembre, con la riapertura dei servizi per tutta l’isola, e cioé dopo che l’Italia si era affiancata agli Alleati nella guerra alla Germania.

Anzi, si può dire che i francobolli da 60 cent, e da 2, 5 e 10 lire, apparsi nell’ottobre 1943 ma utilizzabili per posta solo dopo che fu ripristinata la raccomandazione e l’assicurazione, ebbero corso postale solamente quando la Sicilia tornò sotto amministrazione italiana. Prima potevano al massimo servire come marche da bollo, un uso legalmente ammesso a fine 1943 in mancanza di marche da bollo italiane.

Lo Stanley Gibbons li elenca infatti cronologicamente tra i francobolli italiani, e non a torto secondo me. Tanto più che furono posti in corso anche in Calabria, e da metà settembre del 1944 – poco prima di andare fuori corso – furono in uso contemporaneo con i normali francobolli italiani. Trattandosi di una serie tuttora di basso costo, premunirsi, mettendola in album al posto giusto, non fa male né al portafoglio né alla storia, che così risulta più chiara. E se volete aggiungerci un po’ di storia postale – una volta toltasi di mente l’introvabile busta regolare con il 10 lire – il divertimento è assicurato.

La serie provvisoria di Napoli

Il 1° ottobre 1943 i primi reparti americani entravano in Napoli che frattanto, prima in Europa, si era liberata dai tedeschi con l’insurrezione popolare delle “Quattro Giornate”. Anche in questo caso il servizio postale rimase a lungo sospeso in ogni direzione, finché Napoli si trovò in zona d’operazioni. Nel novembre, stabilizzatasi la linea del fronte all’altezza di Cassino, la zona passò sotto Governo Militare Alleato; e il 10 dicembre il servizio postale poté essere riattivato, anche se con le consuete limitazioni.

Cartoline o lettere aperte ordinarie, con non più di 25 parole in italiano o in inglese, alla tariffa unitaria di 50 cent. Questa tariffa, che esulava in parte dal vigente tariffario italiano, necessitava di valori appositi: o un francobollo da 50 cent, oppure francobolli da 20 o da 35 cent. per completare l’affrancatura delle cartoline postali in corso, da 30 e da 15 cent. Venne perciò approntata un’apposita emissione, sovrastampando francobolli imperiali di taglio corrispondente.

Dopo alcune prove di soprastampa, con il solo valore o la sola dicitura AMG, si decise di applicare il testo “Governo Militare Alleato” per esteso su tre righe. La soprastampa, eseguita fotolitograficamente presso il locale stabilimento grafico Richter & C, rimasto intatto malgrado i bombardamenti, fu applicata su fogli interi dell’imperiale e, come saggio, anche su cartoline postali con il motto “Vinceremo”: in azzurro su 360.000 esemplari da 20 cent, in arancio prima e in rosso carminio poi su 70.000 pezzi da 35 cent, e in rosa o rosso carminio su 700.000 esemplari da 50 cent. La cosiddetta “I° tiratura” del 50 cent, e soprattutto del 20 cent (20.000 pezzi), è ovviamente più pregiata.

I tre valori entrarono in uso – unici disponibili – lo stesso 10 dicembre 1943 nella sola zona di Napoli. Nel gennaio 1944, cadute le limitazioni, tornarono in corso le tariffe e i valori postali precedenti, a cui si aggiunse il 50 cent “lupa”, stampato dallo stesso stabilimento Richter di Napoli prima su carta con filigrana esagoni abbandonata dai tedeschi, poi su carta senza filigrana. E insieme alle forniture della “lupa” furono inviati in molti uffici del meridione (specie nelle Puglie) le rimanenze di questi tre francobolli.

Due dei tre francobolli imperiali ristampati a Novara su carta non filigranata, usati a Genova il 19 maggio 1945 secondo il previsto
Due dei tre francobolli imperiali ristampati a Novara su carta non filigranata, usati a Genova il 19 maggio 1945 secondo il previsto

Come si vede, questa non è in alcun modo una serie di occupazione, essendo stata emessa dai nostri alleati e non dal nemico occupante ed essendosi usata regolarmente anche in territori del Regno sotto amministrazione italiana. L’elencazione dello Stanley Gibbons tra le emissioni italiane è perciò pienamente legittima: tanto più che, come vedremo fra poco, la loro nascita è del tutto simile a quella di altri francobolli che invece, chissà perché, i nostri cataloghi considerano senza ombra di dubbio italiani a tutti gli effetti.

Metterli ora in collezione può essere quindi un’ottima idea, specie tenendo conto della quotazione, estremamente bassa rispetto alla tiratura. C’è solo da fare un po’ d’attenzione ai falsi, specie del 35 cent che è il valore più raro: ma sono tutti abbastanza facilmente individuabili o dalla gomma di guerra – l’originale ha gomma bianca – o dalla stampa tipografica rilevabile dalla pressione al retro, o dalle lettere smussate agli angoli e con il centro delle A a forma di circolo, anziché di triangolo.

Certo, i commercianti italiani sono ben poco interessati a questa serie, visto che nessuno dispone di un buono stock. Ma è altrettanto certo che, se i collezionisti italiani si metteranno a cercarla, l’attuale quotazione è destinata a “saltare”.

Le emissioni di Novara

Tra l’aprile e il maggio 1945 anche il Nord Italia viene infine liberato, e la guerra si conclude. Dopo un primo periodo – circa un mese – in cui il potere è tenuto dalle forze del CLN, queste zone passano sotto Governo Militare Alleato, e vi restano fino alla fine del 1945. In questo caso però i servizi postali non vengono sospesi ufficialmente, anche se per qualche tempo risultano frammentari. Tutto continua sino alla fine di giugno in base alle precedenti tariffe della RSI: solo ai primi di luglio si introducono le tariffe in vigore nelle altre regioni italiane dal 1° aprile 1945, talvolta anche superiori al doppio di queste.

Per poter togliere di corso i francobolli della RSI si approfitta della Sezione distaccata del Poligrafico, che le autorità repubblichine hanno messo in funzione a Novara, negli stabilimenti dell’Istituto geografico De Agostini. Il primo ordine riguarda valori del vecchio tipo imperiale che, da soli o combinati fra loro, consentano le affrancature più comuni; e non importa se nelle lastre sono ancora presenti i fascetti!

Viene così effettuata a tutta velocità una ristampa dei francobolli imperiali da 15 e 35 cent (che insieme compongono l’affrancatura da 50 cent) e di quello da 1 lira, tutti riproducenti l’Italia turrita o Giulio Cesare, e di cui i fascisti non avevano perciò distrutto le lastre: unica differenza è la carta, che non reca alcuna filigrana.

Nel frattempo, dagli stessi bozzetti – una volta eliminati i fasci – vengono tratti nuovi valori, e già a maggio appaiono i primi francobolli di nuovo tipo e nuove cartoline postali. Con una particolarità: che in nessun valore – a differenza di quanto avviene nelle tirature di Roma – compare l’effigie reale. E che nelle cartoline non appare neppure lo stemma sabaudo. Certamente a Novara mancavano i bozzetti originali; ma è evidente anche una presa di posizione politica.

Il fatto che più mi preme rilevare è però un altro: che tutti questi valori furono ordinati non dalle Poste di Roma, ma dal Governo Militare Alleato, cui era sottoposto in quel momento tutto il Nord Italia: esattamente come per le emissioni di Napoli e della Venezia Giulia! E allora perché nei nostri cataloghi quest’ultime figurano come “occupazione” (il che non è neppure vero!) e le altre cone “Luogotenenza”? Forse perché i tipi senza fasci di Novara furono in seguito omologati dalle Poste italiane con Decreti del 10 ottobre 1945 e del 2 gennaio 1946? Ma questo fu fatto solo per poterli all’occorrenza distribuire anche in altre regioni; e comunque una tale omologazione non esiste per i tre valori ristampati senza filigrana!

E allora? Allora logica vorrebbe che si usasse uno stesso metro in tutti i casi. Ma, si sa, logica e storia molto spesso hanno ben poco a che fare con i tradizionalisti della filatelia. E il bello di questi hobby è che ciascuno è libero di fare ciò che vuole: anche prepararsi i propri fogli d’album, se non ci sono quelli a caselle fisse. In barba alla tradizione, ai cataloghi, e a tutto il resto. E se lo farà mettendoci un po’ di personalità, si ritroverà una collezione che finalmente saprà raccontare la storia di quei tragici anni in cui anche la posta, a piccole tappe, e attraverso tre diversi tipi di amministrazione, partecipava alla liberazione del nostro paese.

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