Stemmi? – 2ª Parte

Il nostro precedente articolo ha avuto come movente un foglietto sul quale il grande numismatico Giovanni Bovi appuntò alcuni brevi cenni sui principali rudimenti dell’araldica.
L’omaggio reso alla sua personalità, ricca di doti scientifiche ed umane, è stato lo spunto per un rapido excursus storico sul tema dell’autoapprendimento della scienza del blasone, al quale fa seguito il presente articolo che offre una schematica introduzione all’araldica.

Le principali partizioni e pezze onorevoli
Le principali partizioni e pezze onorevoli

Chiunque abbia frequentato il dottor Bovi ricorda la profonda e sensibile umanità con la quale si poneva a disposizione del prossimo, in ossequio ad un innato stile di vita forgiato dall’esercizio della professione medica. Quest’articolo nasce nel desiderio di emulare lo spirito di servizio che animava il Bovi, nella speranza che queste righe possano essere un’utile introduzione per i neofiti, un rapido promemoria per chi è più addentro alla materia, e comunque un pratico vademecum da conservare. Per motivi di spazio e di opportunità ci limiteremo alle principali nozioni di base, necessarie per chi voglia arrivare a parlare di stemmi con cognizione di causa.

L’araldica è una scienza ausiliaria della storia, nata verso il XII secolo come metodo per descrivere e, in seguito, regolamentare la decorazione degli scudi d’armi. Come ogni scienza, l’araldica ha un oggetto preciso, una terminologia peculiare (il cosiddetto “blasone”) ed una metodologia rigorosa. Oggetto dell’araldica è lo studio dello stemma, termine greco nato per indicare piccole tessere su cui venivano ricordati gli antenati, oggi riservato alle raffigurazioni emblematiche e codificate che vengono effigiate entro uno scudo.

Altre partizioni e pezze onorevoli
Altre partizioni e pezze onorevoli

Lo scudo è l’indispensabile base di ogni stemma. Derivato dagli scudi che i militi medievali imbracciavano nella vita quotidiana, questo supporto è vittima di un curioso paradosso: un disegno senza scudo non può mai essere definito stemma, però nella descrizione di uno stemma lo scudo non viene mai citato, essendone sottintesa la presenza.

Uno stemma è composto da parti interne ed esterne allo scudo, che hanno tutte la loro importanza ma godono di diversa considerazione a seconda delle nazioni: in generale, le parti interne hanno comunque maggior peso simbolico ed ereditario. Altra caratteristica essenziale per parlare di stemmi è la loro trasmissibilità: anche un guerriero dell’antica Grecia decorava il proprio scudo, ma alla sua scomparsa se lo portava nella tomba: il fatto che non lo lasciasse ai discendenti ci impedisce di definirlo “stemma”.

Moneta con stemma costituito da una partizione semplice (40 batzen 1813 per Zurigo)
Moneta con stemma costituito da una partizione semplice (40 batzen 1813 per Zurigo)

Lo stretto legame fra stemma e proprietario è il trait-d’union fra araldica e genealogia, materia affascinante, le cui numerose implicazioni ci porterebbero però troppo lontano.
Il dilemma se sia nato prima l’uovo (per noi, lo stemma) o la gallina (gli araldi) ha in araldica una soluzione certa: prima sono nati gli stemmi, eredi della spontanea e perenne usanza di “personalizzare” le proprie cose; poi sono nati gli araldi, che nei primi tempi erano ufficiali militari investiti di compiti di fiducia, primo dei quali era l’avere a mente il maggior numero di stemmi. In seguito, divenuti personaggi di corte, si occuparono di tutto quanto fosse relativo agli stemmi ed alla nobiltà.

Uno stemma è una combinazione simbolica di colori e figure che rappresenta univocamente il suo titolare (famiglie, città, enti, ecc.). Dei colori già abbiamo parlato, sulle figure occorre distinguere tra figure vere e proprie e pezze araldiche: le prime sono tutto ciò che accompagna l’uomo sul cammino della civiltà. Ogni cosa può venir raffigurata su uno stemma, nei limiti del buon gusto e secondo i criteri araldici di ordinata simmetria e di moderata stilizzazione: gli animali, la natura, i frutti della terra, i prodotti dell’uomo, i parti della fantasia, i simboli del culto, come dimostrano gli esempi che si sono succeduti con i nostri articoli: leoni, aquile, castelli, monti, conchiglie, gigli, colombe, stelle, delfini, corone, ecc.

Topografia dei principali punti dello scudo. a) cantone destro del capo b) fianco destro c) cantone destro della punta d) cantone sinistro del capo e) fianco sinistro f) cantone sinistro della punta g) punto del capo (o capo) h) cuore (o abisso) i) punto della punta (o punta) l) punto d'onore m) ombelico
Topografia dei principali punti dello scudo. a) cantone destro del capo b) fianco destro c) cantone destro della punta d) cantone sinistro del capo e) fianco sinistro f) cantone sinistro della punta g) punto del capo (o capo) h) cuore (o abisso) i) punto della punta (o punta) l) punto d’onore m) ombelico

Elencarle tutte sarebbe copiare un’enciclopedia. Le figure araldiche si dividono in pezze onorevoli e convenevoli partizioni: entrambi i termini indicano forme che nascono dal disegno di linee geometriche le quali, se non fossero racchiuse nella “cornice” dello scudo, sarebbero puri e semplici segni privi di significato.

I disegni mostrano le principali pezze e partizioni. Prima, però, occorre spendere due parole sui punti dello scudo e sul modo di vederli. Innanzitutto, i concetti di “destra” e “sinistra”, speculari rispetto all’osservatore perché si riferiscono a colui che idealmente imbraccia lo scudo.

“Destra” è la destra del guerriero, cioé la sinistra di chi guarda; “sinistra” è la sua sinistra e la nostra destra. I punti dello scudo sono i nomi che la tradizione assegna alle sue diverse zone, e che spesso richiamano i punti del corpo di chi lo imbraccia. La parte superiore dello scudo è il “capo”, il centro il “cuore” o “abisso”, l’inferiore la “punta”, le laterali i “fianchi”, gli angoli i “cantoni”.

Combinando fra loro questi termini, si può definire ogni punto dello scudo: l’angolo superiore alla sinistra dell’osservatore è il “cantone destro del capo”, quello inferiore a destra il “cantone sinistro della punta”, e così via.

La termimologia blasonica, con poche parole, descrive concetti che altrimenti richiederebbero lunghe perifrasi. Questo linguaggio nacque nel medioevo, quando gli araldi presenti ai tornei dovevano descrivere alla folla gli stemmi dei partecipanti senza microfoni né megafoni: occorreva quindi farsi capire presto e bene.

Le quattro partizioni principali si ottengono dividendo uno scudo in due parti simmetriche con una linea continua, che può avere un andamento non rettilineo (l’araldica classica conosce una ventina di forme possibili, che il moderno design ha ampliato soprattutto nei paesi scandinavi). Lo schema riassume le posizioni e inomi possibili:

Se lo scudo viene diviso in tre parti simmetriche da due linee parallele continue, avremo ancora una partizione (se ogni parte è diversa dall’altra), o una pezza (se le parti laterali sono uguali fra loro, e diverse da quella centrale):

Se lo scudo viene diviso in parti non simmetriche da una o più linee continue, avremo le altre pezze e partizioni, che sono numerosissime. Gli schemi indicano alcune fra le principali:

A chi volesse approfondire la materia si consigliano le seguenti fonti (in ordine crescente di “dimensioni”):
– F. Tribolati – Grammatica araldica – Milano 1904 (ristampa Milano 1979);
– C. Manaresi – Araldica, in “Enciclopedia italiana” (Treccani), volume III – Milano 1929;
– U. Morini – Araldica – Firenze 1929;
– P. Guelfi Camajani – Dizionario Araldico – Milano 1940 (3ª edizione) (ristampa Milano 1979);
– G. di Crollalanza – Enciclopedia araldico-cavalleresca – Pisa 1878 (ristampa Bologna 1980);
– G. Bascapè/M. del Piazzo – Insegne e simboli… – Roma 1983;

Fonti straniere utili ai nostri fini possono invece essere:
– G. d’Haucourt/G. Durivault – Le blason – Parigi 1965 (4ª edizione);
– C.A. von Volborth – Usi, regole e stili in araldica – Milano 1992;
– O. Neubecker – Araldica – Milano 1980;
nel caso di queste ultime occorre essere indulgenti sulla qualità delle traduzioni.

 

 

 

Diffidate di facili quarti di nobiltà

In una già calda domenica di marzo, al mercatino d’antiquariato di un piccolo capoluogo di provincia del centro Italia fra le diverse bancarelle colme di antichità, oggettistica, cineserie e varia umanità, una colpiva nella sua tecnologica nudità e attraeva con il fascino di quel che vi si vendeva.

Sotto una policroma gigantografia accompagnata dalla scritta “ARALDICA – la storia del vostro cognome”, tre baldi giovani, computer alla mano, offrivano alla modica cifra di 10 euro un foglio, stampato sotto gli occhi del richiedente e contenente una serie di chiacchiere sul cognome del medesimo. Il banco traballava sotto l’impeto dei malcapitati i quali, convinti di scoprirsi nobili della più bell’acqua, si affidavano a costoro con cieca fiducia.

Avevano un bel dire, quegli addetti, che si trattava di notizie sul COGNOME e non sulla famiglia, che una ricerca genealogica non si fa in due minuti e con un computer, e via discorrendo. Gli speranzosi facevano la fila e pagavano. Qualcuno si chiedeva, a mezza bocca se c’era da fidarsi; qualcun altro, sull’attenti dinnanzi alla stampante, pendeva dalle labbra del moderno oracolo, gongolando al pensiero di quanto costa poco acquisire nobiltà; fra questi estremi, chi poneva mano al portafoglio persuaso che “be’, sì, per una volta…”, e chi si allontanava timoroso degli sguardi degli adoratori dell’oracolo.

Non è fantasia ma cronaca, che sta dilagando visti gli ottimi guadagni: La stessa scena e offerta si sono ripetute infatti in molte città dove opera una nota catena di grandi magazzini. Ed ora il commento.

È probabile che le chiacchiere stampate da quel computer siano veritiere: gli addetti affermavano trattarsi di dati “presi dai libri che si trovano nelle biblioteche di Roma”. Peccato che gli interpreti di questo oracolo, cioé coloro che hanno ricercato i dati con cui riempire il computer, abbiano operato in maniera non attendibile. Bastavano due righe di stampa, che qualunque programmatore di computer è in grado di fare.

La prima per evidenziare il libro da cui le notizie sono tratte: perché privare l’utente della gioia di leggere di persona ciò che forse lo riguarda, permettendogli di controllare le informazioni del computer? La seconda per mettere nero su bianco ciò che gli addetti dicono a voce, con un messaggio di questo tenore: “ATTENZIONE – Questa famiglia PUÒ NON ESSERE LA VOSTRA. Eventuali collegamenti vanno fatti ESCLUSIVAMENTE tramite una ricerca genealogica”, col quale gli ideatori dell’oracolo potevano farsi una buona pubblicità, aggiungendo il loro indirizzo e offrendosi per compiere tali ricerche.

Pertanto, nonostante la stampa accurata, i bei caratteri di scrittura, il meraviglioso stemma disegnato dal computer, permane lo sgomento sottinteso da una banale domanda: che fine faranno quei fogli? A essere ottimisti, ipotizziamo che la maggior parte faccia una brutta fine, che in fondo è poi la sola che meritino. I sopravvissuti sono i più pericolosi: trasformati in altarini, incorniciati sottovetro, appesi alla parete più in vista, saranno additati come esempio per i figli e ad invidia del vicinato.

Fra un centinaio d’anni, persa memoria dell’idea che li ha partoriti, diverranno la prova inconfutabile della nobiltà della stirpe, inossidabile di fronte a tutto. Il topo di biblioteca di casa penerà per togliersi la fama di pecora nera della famiglia, lui così ostinato a cercarne la genealogia sui documenti veri e non su tutte le bufale che incontra. Colpito dall’ostracismo, il tapino mediterà su coloro che all’inizio del XXI secolo, facevano bei soldi alla faccia dei creduloni, e si chiederà: “possibile che non se ne sia mai accorto nessuno?”.

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Stemmi – 2 Parte

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