Stato di conservazione…

…e malattie delle monete.

Lo stato di conservazione delle monete da collezionare è sempre stato uno degli argomenti più spinosi e controversi, spesso fonte di accese discussioni. Nei vecchi trattati di numismatica, pur riconoscendo la bellezza delle monete di ottima conservazione, si raccomandava saggiamente di collezionare anche quelle di stato più modesto, ricordando che avevano anch’esse un apprezzato valore storico e specificando che spesso proprio le monete più rare od interessanti si reperiscono in condizioni non ottimali.

In alto: patina verde smalto su un asse di Adriano. In basso: patina verde su sesterzio di Settimio Severo
In alto: patina verde smalto su un asse di Adriano. In basso: patina verde su sesterzio di Settimio Severo

Che in passato questo consiglio venisse seguito lo dimostrano anche illustri collezioni: tra le estere ricordo la collezione Evelpidis (Grecia), quella del re di Svezia e della Società danese, dove le monete di modesta conservazione sono in prevalenza; tra le collezioni italiane, non si può disconoscere che molte monete del Medagliere di Palermo, illustrate nel Gabrici, non brillano certo per conservazione.

Purtroppo nel dopoguerra, accanto all’aumento del benessere ed alla tendenza al consumismo, si è sviluppata una deleteria ed assurda tendenza alla ricerca delle monete in perfetta conservazione. Dico assurda perché quando si parla di monetazione classica, ci si trova davanti a monete battute millenni fa, spesso di bronzo, soggette per evidenti motivi ad un logorio molto maggiore rispetto a quelle d’argento e d’oro.

Si è cioé accentuata una tendenza che, pur presente ai tempi del Gabrici, si è purtroppo allargata. Ma mentre nei tempi passati le collezioni venivano spesso messe insieme da persone abbienti, che avevano la possibilità di cercare ed avere lo splendido ed il fior di conio, oggi il campo dei collezionisti è molto più vasto ed eterogeneo: molti di quelli che cercano la moneta di grande conservazione, spesso non hanno poi i mezzi per soddisfare questa ambizione.

Si tratta di collezionisti che, spinti dalla passione, destinano una parte dei loro guadagni, spesso con sacrifici notevoli, al soddisfacimento dell’hobby preferito.
È evidente che questi appassionati non possono dissanguarsi comprando solo monete in perfetto stato di conservazione: se lo vogliono in quello stato devono fortemente limitare la loro collezione, che diviene così forzatamente incompleta.

Ho visto, in oltre trent’anni di militanza, molti collezionisti acquistare a prezzi sostenuti senza battere ciglio denari comuni di splendida conservazione di Traiano, Caracalla o Geta rifiutando esemplari molto più rari di Emiliano o Albino, di conservazione media, che avrebbero potuto avere a prezzi ragionevoli.

Ho disapprovato silenziosamente o palesemente coloro che hanno acquistato monete splendide ma comuni di Siracusa o Camarina e non hanno ritenuto di mettere in collezione monete di zecche assai più rare, come Tyndaris od Amestratos, a causa della modesta conservazione. Qualche amico, giustificandosi, mi ha detto: “Se un domani volessi cedere la collezione, avendo monete in splendida conservazione, troverei subito un compratore, cosa che non avverrebbe con monete di media o scarsa conservazione”.
Purtroppo c’è del vero in questa asserzione ma solo in parte, perché quando si vende una “collezione”, cioé un insieme organico di monete di una determinata epoca, si trova sempre un compratore, cosa che non avverrebbe invece se “tutte” le monete fossero di media conservazione.

A mio giudizio il segreto per mettere insieme una buona collezione (che un domani, se i tristi casi della vita lo dovessero richiedere, possa essere ceduta, anche con un profitto economico) non è di acquistare solo le monete comuni in buona conservazione, magari patinate, ma di comprare anche le monete rare di conservazione non eccelsa (beninteso non meno di qBB o MB, in caso contrario è meglio lasciar perdere) perché sono occasioni, quest’ultime, che si presentano assai di rado.

In alto: patina verde sul rovescio di un sesterzio di Vespasiano. In basso: patina blu su un sesterzio di Caracalla
In alto: patina verde sul rovescio di un sesterzio di Vespasiano. In basso: patina blu su un sesterzio di Caracalla

Formare una collezione è quasi sempre l’estrinsecazione di un profondo bisogno interiore e quindi dovrebbe essere bandito ogni intento speculativo.
Ciò non significa che il collezionista debba rifiutare aprioristicamente ogni possibilità di trarre un giusto guadagno, se il caso lo consente, tenendo anche presente che i libri costano e che nei primi anni a tutti è capitato di fare qualche incauto acquisto, rimettendoci del denaro.

Consiglio perciò di vendere tranquillamente a commercianti od altri collezionisti i doppioni (il discorso che ho sentito fare anche da persone molto qualificate, secondo le quali non esiste una moneta perfettamente uguale ad un’altra, è vero in senso teorico ma privo di valore pratico e mi ricorda le disquisizioni bizantine sul sesso degli angeli; del resto all’estero Musei prestigiosi, fra cui il British Museum, vendono tranquillamente da anni i propri doppi in Aste pubbliche) quando si è riusciti a migliorare la conservazione di un conio, facendo naturalmente anche attenzione allo stile che può essere più o meno evoluto anche per due monete con identica rappresentazione.

Per non passare per un “laudator temporis acti” vorrei consigliare di non seguire alla lettera l’esortazione, sempre presente nei vecchi testi di numismatica, di non migliorare l’aspetto delle proprie monete (in genere si consiglia di lavarle solo con acqua e sapone).
Volendo fare un paragone non irriverente con il bel sesso sarebbe come proibire di darsi il rossetto, profumarsi, mettere i tacchi alti per slanciare la figura; in altri termini di migliorare, in termini leciti, il proprio aspetto.
Ciò non significa che la donna con poco seno e scarsi glutei debba indossare delle rotondità posticce che fungano da specchietto delle allodole.

Patina verde scuro su sesterzio di Caracalla
Patina verde scuro su sesterzio di Caracalla

Uscendo di metafora, la moneta non va violentemente bulinata per fare risaltare le immagini, non va ripatinata in verde o scuro e soprattutto non vanno ritoccate le lettere. Conosco dei sublimi… artisti capaci di fare cose incredibili col bulino, anche di creare simboli mai esistiti (in particolare sui tetradrammi) o tramutare una zecca in un’altra (Siracusa con Akrae) o trasformare un sesterzzio di Filippo P. in uno di Emiliano.

Una moneta che sia stata “garbatamente bulinata” (succede anche con monete greche di bronzo in aste prestigiose) “leggermente” patinata può essere tollerata.
Se invece si dovesse trovare una moneta con ancora attaccata una parte della terra in cui era contenuta, conviene lasciare tutto come sta, anche perché può essere (anche se non sempre è così) un segno di genuinità e la moneta acquista un fascino particolare.

Moneta affetta dal cancro dei bronzi
Moneta affetta dal cancro dei bronzi

In questi ultimi anni è invalsa la pessima abitudine di verniciare le monete, quasi sempre in verde o nocciola, nel tentativo di migliorarne l’aspetto specie quando sono spatinate, ma ottenendo invariabilmente di evidenziare l’artificio e non riuscendo a fermare un eventuale processo di rifioritura, già in precedenza manifestatosi, dovuto in genere al contenuto di cloro nel corpo della moneta, trovata in terreni salati.

Da un punto di vista scientifico le patine dovrebbero considerarsi dei deterioramenti ma è indubbio che quando sono sane servono egregiamente a conservare il metallo e vanno considerate come degli assestamenti chimici del metallo nel lungo corso degli anni; inoltre aumentano notevolmente il pregio delle monete.

L’ossigeno contenuto nella terra si combina col metallo formando l’ossidulo di rame che è rosso (rame monovalente) o, continuando l’ossidazione, l’ossido rameico che è nero (rame bivalente). Ci sono naturalmente infinite combinazioni secondarie, dovute a numerose tracce di vari elementi contenuti sul terreno e sulle quali non è possibile soffermarsi in questa sede. La famosissima e tanto ricercata patina lucente, detta patina smalto, è costituita da rame, ossigeno, carbonio ed idrogeno: quella verde è un carbonato basico, una combinazione di carbonato basico ed idrato di rame (CU-CO3, CU(OH)2), la comune malachite.

Sezione verticale ingrandita di un pustola crateriforme
Sezione verticale ingrandita di un pustola crateriforme

La patina a smalto blu – assai più rara della prima – contiene gli stessi componenti ma in diversa proporzione (2 CUCO3 CU(OH)2).
Le patine già descritte si trovano alle volte riunite in diverse proporzioni su uno stesso bronzo, dando vita a colori intermedi.

Le patine a smalto, pur così belle, sono molto delicate e possono andare incontro a varie forme di deterioramento. Ne cito due: a) sfaldamento a piccole squame, dovuto ad un’ulteriore idratamento del carbonato basico (si ha allora un rialzamento che lascia allo scoperto il metallo sottostante); b) disgregamento pulverulento che attacca le patine in piccole zone causando erosioni di forma lenticolare. Quasi sempre la polverina che perdono le monete è talmente fine che sfugge all’osservazione: di conseguenza si tratta di una “malattia” molto subdola.

Moneta divaricata da ingrossamento e deformazione dell'intera massa
Moneta divaricata da ingrossamento e deformazione dell’intera massa

Molto più grave è il cosiddetto cancro dei bronzi che purtroppo tutti abbiamo dovuto talvolta constatare su qualche moneta delle nostre collezioni. È caratterizzato da pustole a coni che un brutto momento si aprono in cima formando un piccolo cratere dalla cui apertura esce una polverina finissima di colore verde-chiaro. Si tratta di un fenomeno elettro-chimico che si può paragonare a quello che avviene fra il ferro e lo stagno negli oggetti di latta.

La causa principale del cancro dei bronzi è il cloro contenuto nel terreno che forma dapprima col rame il cloruro rameoso e poi si trasforma in ossicloruro rameico, che si rigonfia e si disgrega agendo in un duplice deleterio modo sui bronzi: chimicamente decompone patina e metallo e fisicamente fa da leva alla parte decomposta, la quale rigonfiando si alza, si disgrega e si distacca rovinando in maniera irreparabile la moneta e nella sostanza e nell’estetica.

Orlo e lettere di moneta sgranati dalla cristallizzazione del metallo
Orlo e lettere di moneta sgranati dalla cristallizzazione del metallo

Alle volte si formano anche delle patine ingrossanti, con patine a scorze dure facenti corpo con la moneta o patine a scorze dure che si sollevano: sono deterioramenti dovuti a fenomeni di trasfigurazione osmotica che spesso si estendono su tutta la moneta resistendo ad ogni tentativo di ogni sia pur minimo miglioramento. Quelli che ho descritto sono deterioramenti di carattere chimico; quelli di carattere fisico sono molto pochi e sono dovuti a cambiamenti molecolari della massa che provocano la cristallizzazione del metallo che diviene fragile e friabile. Questo fenomeno è frequente nelle monete d’argento, specie di piccolo modulo, un po’ meno nei bronzi: le monete si sgranano agli orli e spesso le lettere diventano illeggibili.

Circa gli acidi per la pulizia delle monete essi possono essere usati con molta prudenza e con opportuna diluizione per le monete d’argento. Assai arduo e pericoloso è il loro impiego nelle monete di bronzo per evidenti motivi chimici. Il nitrato d’argento è usato nell’errato convincimento che fermi le rifioriture: è un po’ il concetto antico di cauterizzare le ferite col fuoco per impedire il propagarsi dell’infezione.

Ma poiché, come si dice, “natura non facit saltus”, accade fatalmente che, dopo un arresto temporaneo del male, il nitrato di rame formatosi provoca una rifioritura maggiore di prima e sulla superficie della moneta si notano dei brutti cristallini d’argento che fanno da catalizzatori per un ulteriore deterioramento del bronzo.

Sesterzio di Marco Aurelio
Sesterzio di Marco Aurelio

In quanto agli acidi solforico, nitrico e cloridrico (quest’ultimo detto anche muriatico) usati come disincrostanti, essi finiscono per distruggere più o meno le patine cambiandone i toni, rendendole porose ed arrivando spesso allo scoprimento del metallo puro.

Per giunta l’acido cloridrico, ritenuto a torto meno dannoso, liberando il cloro, riproduce nei bronzi gran parte dei deterioramenti che dovrebbe combattere.
Alle volte troviamo patine verdi friabili perché la patina si è ridotta ad ossido rameico. Meglio quindi non usare gli acidi, anche se diluiti, per la pulitura di monete di bronzo. Se si vuole un po’ “rinfrescare” una moneta si può ungerla con un pennellino con l’olio che si usa per le macchine da cucire.
Per quanto riguarda le patine, ricordo che una bellissima patina è quela detta di “cuoio” che non ha nulla da invidiare alla più famosa patina di smalto verde.

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