Sotto il suo regno nacque la filatelia

A poco meno di tre anni dalla sua ascesa al trono (26 giugno 1837) nasceva infatti il Penny black (6 maggio 1840), che della regina Vittoria riproduceva, opportunamente ingentilito, il profilo regale. Un ritratto che, nonostante l’ingiuria del tempo, rimase identico per tutti i 64 anni del suo lungo regno, sotto il quale – come ci è stata ricordata con la serie emessa a Londra l’8 settembre 1987 – prosperarono le lettere, le arti, l’industria, i commerci, la democrazia e l’impero. Un’emissione che, in occasione del 150° anniversario dell’incoronazione di Vittoria e del centenario del suo giubileo d’oro, volle ricordare un’intera epoca: quella vittoriana, appunto.

Tra la giovane e la matura Vittoria, 64 anni di regno, di scoperte, di progresso e di gloria
Tra la giovane e la matura Vittoria, 64 anni di regno, di scoperte, di progresso e di gloria

Anche in filatelia la lingua, il commercio e le emissioni inglesi tengono banco. La ricorrenza di due importanti avvenimenti, che hanno caratterizzato un’epoca, e cioé il 150° anniversario del giorno in cui Vittoria si ritrovò regina (20.6.1837) e l’analogo anniversario (6.5.1840) del Penny black, primo francobollo adesivo, non mancheranno di stimolare l’interesse del mondo collezionistico e… l’appetito insaziabile di molti Stati emittenti.

A causa della vicinanza temporale dei due eventi e soprattutto del profondo legame tra la regina ed il famoso “numero uno”, traducibile nella fantasiosa equazione di grado indefinito (Regina Vittoria=Penny black), cerchiamo – pronunciando una bestemmia sotto il profilo matematico – di risolverla o almeno di esplicitarla meglio e di esaminare coefficienti e parametri che in essa compaiono al fine di conoscere e comprendere più a fondo la cosiddetta epoca vittoriana.

È certo che per i due autentici “protagonisti” del nostro discorso l’inchiostro si è sprecato, per cui, a prima vista, resterebbe ben poco di nuovo da dire. Convinti tuttavia che avvenimenti e personaggi possono essere esaminati con spirito disincantato e scevro da condizionamenti nazionalistici, in un’ottica che si scosta da quello tradizionale e per questo può sembrare irriverente, vediamo di cacciare il naso nella vita privata, anche intima, della grande ed a volte discussa sovrana e di illuminare con una giusta luce, attraverso un ideale procedimento negativo-positivo, il suo volto e, senza troppe pretese, la sua vita interiore.

Vittoria: una First Lady per i primi francobolli di Gran Bretagna e del mondo intero
Vittoria: una First Lady per i primi francobolli di Gran Bretagna e del mondo intero

Questa operazione è oggi facilitata dal fatto che all’epistolario regale, parzialmente noto, si è aggiunto recentemente uno studio storico dell’americano Stanley Weintraub ed una serie di fotografie, esposte, finalmente, al pubblico dalla casa reale inglese. Purtroppo la selezione delle immagini, fortemente oleografiche ed addomesticate, fornisce un numero ridotto di informazioni, ma un’eventuale, futura apertura mentale, con conseguente possibilità di analizzare le restanti migliaia di foto, potrà indubbiamente dischiudere nuovi orizzonti di vita e costumi vittoriani.

Tralasciamo volutamente di ricordare la “balla” della zingara che, con la precisione da rendere invidioso un moderno e potente computer, avrebbe predetto fra l’altro, in tempi non sospetti, ad Edoardo, padre di Vittoria: “la vostra unica figlia sarà una grande regina”, e poniamoci una domanda: “Come si presentava fisicamente la nostra Vittoria?”.

In età giovanile (nacque il 24.5.1819 sul suolo inglese) benevoli ritratti dei pittori, abituati da ruffiani ad addolcire i tratti dei potenti, eliminare le imperfezioni ed imbellettare il tutto, la raffigurarono con lineamenti regolari e le guance colorite tipo contadinotta. Notare bene: bocca sempre chiusa per non far vedere i denti da coniglio.

Analizzando qualche fotografia ci sembra invece di rilevare un mento piccolo, gli occhi leggermente bovini e soprattutto un’altezza di soli 1,50 metri, che faceva di lei quello che oggi senza mezzi termini, viene definito un “tappo”. Con il passare degli anni, svanita la freschezza generale e la linea delicata ed acerba della diciottenne, Vittoria (per l’anagrafe anche Alessandrina), detta Drina, diventò – adoperando un eufemismo – grassoccia, in realtà più larga che alta, trasformandosi in una vera e propria matrona o, se si preferisce, in una possente massaia rurale.

Vittoria: una First Lady per i primi francobolli di Gran Bretagna e del mondo intero
Vittoria: una First Lady per i primi francobolli di Gran Bretagna e del mondo intero

Fermo e veramente regale il carattere, che si rivelò ben presto un caratterino. All’alba del 20.6.1837, ossia diciottenne, venne “buttata” giù dal letto dal Lord Ciambellano e dall’arcivescovo di Canterbury, i quali, pur stando inginocchiati, erano convinti di poterla incastrare. Vittoria, sveglia com’era, anche se appena alzata, capì al volo che era arrivato il suo gran giorno della verità e che gli incastrati sarebbero stati tutti gli altri. Uno dei suoi primi provvedimenti da regina fu quello – ci si perdoni la cacofonia – di smammare la rigida mamma tedesca, mandandola a dormire in un’altra stanza e conquistando in tal modo una libertà da utilizzare in futuro in una veste diversa da quella di educanda o novizia che sino allora le aveva tarpato le ali.

Pur non avendo un’eccellente cultura (l’inglese del suo diario è piuttosto zoppicante), per le sue innegabili doti, tra cui il buon senso, fece subito colpo sui vecchi barbagianni che avevano in mano le leve di comando dello stato, ed in particolare su Lord Melbourne, Primo ministro. È vero tuttavia pure l’inverso: anche lei prese una cotta per il geniale e maturo uomo dai capelli brizzolati, con il quale si appartava nel salotto privato con la comoda motivazione (o scusa?) degli affari di stato. Non per niente venne raggiunta dal saluto popolare, sfottente ed irriverente di “signora Melbourne”.

Un bel giorno arrivò il principe azzurro, nella persona di Alberto di Sassonia-Coburgo. In verità, lo fece stare per un bel po’ di tempo in aspettativa e lo trasse da questa specie di limbo quando si decise a sposarlo. Sembra che i promessi sposi abbiano dormito sotto lo stesso tetto (non letto) prima delle nozze (avvenute il 10.2.1840), fatto che suscitò un certo scalpore in giro ma che non fece né caldo né freddo a Vittoria.

Come risulta dalle piccanti annotazioni del suo diario, sin dalla prima notte il suo “calore” ebbe libero sfogo in perfetta sintonia sessuale con il marito, che cercò doverosamente di assecondare l’appetito della consorte. Risulta, per esempio, che Alberto fece appendere negli spogliatoi delle residenze reali copie della piccante composizione di Oscar Rejlander, nella quale i seni al vento si sprecano, in contrasto con il puritanesimo che stava prendendo piede e consolidandosi.

L'Albert Memorial, che compare sul valore da 31p della serie di Gran Bretagna
L’Albert Memorial, che compare sul valore da 31p della serie di Gran Bretagna

Nonostante l’enorme diversità di gusti (secondo Weintraub: intellettuali quelli di Alberto, semplici o addirittura popolari quelli di Vittoria) la coppia filò in perfetta armonia, specialmente a letto. Non c’è quindi da meravigliarsi, giacché rientra nella normalità dei comportamenti dell’uomo, se la “tipografia” cominciò a lavorare a pieno ritmo, approntando …parecchi “stampati”, materialmente costituiti da 9 figli.

L’innesto di buon sangue nella decadente famiglia degli Hannover costituì un’autentica linfa vitale, che consentì di mettere al mondo, secondo una giusta progressione geometrica, una trentina di nipoti e una carrettata di pronipoti che non siamo riusciti a contare, tutti più o meno ben piazzati nei vari troni e corti europee. Si spiega e si giustifica in tal modo l’appellativo di “nonna d’Europa” dato a Vittoria.

L’attivo principe consorte, inizialmente guardato con diffidenza o addirittura malvisto per la sua matrice tedesca, a poco a poco venne apprezzato per le sue diversificate capacità e per l’equilibrio anche nella sfera politica. Ma per il surmenage probabilmente cui si sottopose ogni giorno (e notte?), nel dicembre 1861, all’età di soli 42 anni, lasciò questa Terra e la vedova in lacrime come una naufraga nell’oceano della vita. Il suo dolore fu sincero e sconvolgente, al punto da ordinare che restassero intatti gli ambienti e gli oggetti del marito e che ogni sera un servitore portasse in quella che era stata la sua camera una caraffa d’acqua calda per le necessità (?) del morto. Indubbiamente un segno di squilibrio, del tutto transitorio.

L’ingranaggio della vita continuò a girare inesorabilmente ed il “calore” regale, sempre presente allo stato latente, non tardò ad emergere. In breve quella che abbiamo chiamato una naufraga trovò un tronco a cui aggrapparsi. In verità non si trattò di un pezzo di legno, ma di un robusto scozzese, chiamato John Brown, di professione scudiero o stalliere di corte.

Non vogliamo scendere nel pettegolezzo elencando le attenzioni nei confronti di questo terzo uomo, è certo tuttavia che l’eco scandalosa, di cui peraltro l’interessata non si curò, si fece sentire fuori dal palazzo e puntualmente alla sovrana venne appioppato dai sudditi il nomignolo di “signora Brown”. Un’influenza canaglia spedì il cascamorto al Creatore, mettendo a tacere le malelingue ma provocando un secondo grande dolore a Vittoria, che piazzò a destra ed a manca busti dello scorbutico mister perduto.

Vittoria di profilo sulla busta postale emessa dalla Gran Bretagna nel 1890
Vittoria di profilo sulla busta postale emessa dalla Gran Bretagna nel 1890

Con il trascorrere degli anni, sempre arcigna e funerea in volto, con la sua brava cuffia sulla testa, entrò di diritto nella vita spicciola degli inglesi, come il té ed i cinque pasti giornalieri. Naturalmente i suoi bollori si calmarono, pur restando sensibile alla bellezza virile e, parallelamente, il suo moralismo diventò sempre più stretto e vincolante. Per dare l’esempio si vestì sempre di nero secondo i canoni della vedovanza ufficiale con lunghe gonne spazzapavimento, ma in realtà i suoi atteggiamenti, tanto simili a delle pose, probabilmente non furono che espressioni dei suoi capricci e soprattutto del carattere autoritario da autentica donna di ferro (con le debite e larghe proporzioni, anche di rango, una Tatcher ante litteram?), che la spinse a porre sotto tutela anche i personaggi di sangue blu.

Naturalmente questo comportamento, in fondo improntato ad un puritanismo esasperante che tentò di imporre a tutta la nazione, non sempre ottenne i risultati desiderati o accettabili, in quanto le virtù e i canoni sbandierati dalla morale vittoriana si trovarono di fronte ad un altro mondo agguerrito in cui larga parte aveva il sesso, paragonabile a quello odierno, con addentellati non solo con la gente comune, ma anche con uomini politici, esponenti della cultura, religiosi, ecc., nonostante su tutto aleggiasse lo spettro della sifilide. In conseguenza la farisaica crociata alienò spesso alla matriarca le simpatie dei sudditi e di fatto si limitò a stendere un velo per nascondere certe magagne umane.

Lentamente l’influenza effettiva di Vittoria calò notevolmente in quanto la politica e le grandi scelte si trasferirono dal gabinetto reale al Parlamento ed ai partiti. È giusto riconoscere che, grazie all’opera di statisti capaci (specialmente Gladstone e Disraeli) diversi ed eclatanti progressi vennero fatti dalla Gran Bretagna nella sfera politico-economica durante l’era vittoriana, tra i quali citiamo: la libertà di commercio, che consentì la libera importazione del grano, ed i provvedimenti sociali a favore dei minatori ed operai sotto l’egida delle Trade Unions.

La medaglia plasmata da William Wyon nel 1837 per la visita della Regina Vittoria al Municipio di Londra
La medaglia plasmata da William Wyon nel 1837 per la visita della Regina Vittoria al Municipio di Londra

Nel contempo l’esplosione in tutto il mondo di ferrovie, elettricità, radio (ricordiamo il celebre esperimento marconiano), navigazione a vapore, eccetera, nonché la diffusa espansione coloniale che, per dirla in soldoni, consentì di mettere le mani su vasti territori sparsi sul globo (dall’Egitto al’Australia, dall’Afghanistan alla Nuova Zelanda) procurarono alla compassata Albione un benessere mai visto prima.

Tutto ciò nonostante la guerra di Crimea, la repressione dell’insurrezione in India e la ingloriosa guerra di fine secolo contro i Boeri. La ciliegina su questa enorme torta, posta da Disraeli, fu rappresentata dal titolo di Imperatrice delle Indie, che consentì alla sovrana di aggiungere alle iniziali VR (=Victoria Regina) con le quali firmava (spiccano nei due interi emessi per il giubileo del primo francobollo) la fatidica I (=Imperatrix). Alcuni decenni dopo, in Italia, un giochetto del genere verrà ripetuto, con la differenza che durerà poco e finirà male.

Ad ogni modo, tirando le somme, questa donnina-donnona superò abbastanza bene le conseguenze dell’infatuazione giovanile per Melbourne e quella vedovile per Brown (che avrebbero potuto fare a pezzi la sua immagine) grazie al sincero amore per il marito; seppe scegliere con acume i suoi collaboratori e, nonostante l’esaltazione un tantino ipocrita del conformismo e del perbenismo ad ogni costo, che portarono a censurare non solo i capi del vestiario, ma anche i loro innocenti nomi, se la cavò molto bene e fu donna soddisfatta, moglie innamorata, sovrana amata e riverita, anche se di volta in volta denigratori ed estimatori pescarono a volontà nel gran numero di aggettivi contrastanti che puntualizzarono la sua vita: calda a letto, fredda nei rapporti umani, scandalosa, puritana, ecc.

In ben 64 anni di regno oltre ad essere testimone e protagonista di grandi eventi fece un’esperienza trina, in quanto seppellì l’assolutismo regio, vide schiudersi e fiorire la democrazia e conobbe i frutti della caduca atmosfera imperiale. Concluse i suoi giorni in una fredda giornata di gennaio 1901 in sintonia con i bei ricordi giovanili quando galoppava felice nelle alture della Scozia. Alla sua morte le celebrazioni, le commemorazioni più o meno corali si sprecarono (in Italia 2 interi “semiufficiali” ricordarono l’avvenimento), forse per un certo spirito di autodifesa, in quanto l’epoca vittoriana cambiò in senso evolutivo – e per questo è ricordata – le abitudini dei popoli.

Le due guerre mondiali toglieranno il manto protettivo ed evidenzieranno i problemi e le contraddizioni nascoste sotto il marchio del decoro vittoriano, dando quindi un colpo mortale all’imperialismo britannico ed alla distaccata prosopopea d’oltre Manica.

Una galleria di ritratti in francobollo, per lo più idealizzati, certamente sempre "abbelliti" di Vittoria
Una galleria di ritratti in francobollo, per lo più idealizzati, certamente sempre “abbelliti” di Vittoria

La veloce cavalcata sul filo della storia ci ha consentito di tratteggiare pregi e difetti di un personaggio indubbiamente complesso e di ricostruire a grandi linee le sue fattezze.
Viene spontaneo domandarsi e, se possibile, accertarsi se i francobolli possono darci una mano per approfondire l’analisi dal punto di vista umano ed avere un ritratto da carezzare con gli occhi.

Per dare una risposta sfogliamo l’album ponderoso che la filatelia ci ha consentito di riempire con le emissioni scaglionate lungo l’arco di svariati decenni ovvero, molto più semplicemente, dando un’occhiata ai seguenti articoli Gli straordinari ordinari di Gran Bretagna – 1° parte e Gli straordinari ordinari di Gran Bretagna – 2° parte firmati da Franco Filanci che potete trovare su questo sito.

Con sorpresa notiamo che in Gran Bretagna, poichè il francobollo venne introdotto dopo pochi mesi dal matrimonio di Vittoria, il profilo della sovrana rimase per ben 64 anni invariato, eternamente giovane e – diciamolo questa volta – bello. È però veritiera l’immagine che appare sul Penny black?

A questo punto ci assalgono dei forti dubbi, tenuto presente che il delicato profilo fu in un primo tempo immortalato da William Wyon su una medaglia commemorativa di una visita di Sua Maestà, dalla quale in un secondo tempo venne ricavato da Edward Henry Corbould un acquerello, che a sua volta fu trasferito sull’acciaio da Frederick e Charles Heath. Questa serie di passaggi ci fa diventare scettici, in quanto i diversi artisti sicuramente idealizzarono il ritratto, correggendo qualche curva per dare leggiadria e plasticità al volto reale e regale. La Vittoria in carne e ossa fu, quasi certamente, bruttina, ma la nostra, quella filatelica, è da sognare ad occhi aperti.

Biglietto postale di Victoria, Australia
Biglietto postale di Victoria, Australia

Può essere interessante rammentare che del “penny black” furono stampati 284.700 fogli da 240 pezzi ciascuno (utilizzando 11 tavole di stampa più una riparata) ossia un totale di circa 69 milioni di esemplari. Gli specialisi stimano che ne siano rimasti circa dall’8 al 10% ossia 7 milioni, tra brutti e belli. Non esiste tuttavia alcun foglio intero originale.

Nella collezione del Museo postale inglese c’è solo una prova di stampa completa (senza lettere di controllo e non gommata) che doveva essere esposta a “Italia ’85”, ma che in realtà, a causa di una precedente esperienza espositiva negativa, è stata sostituita da una buona fotografia, lasciando i visitatori con un palmo di naso. Lo stesso museo possiede, invece, il blocco più grande conosciuto (di 43 pezzi) scoperto nel 1931 e donato da R.M. Philips, che rappresenta una delle grandi rarità delle collezioni classiche.

Comunque dobbiamo essere grati a Rowland Hill e compagni per la rivoluzionaria riforma postale, per aver fatto la prima mossa scegliendo una specie di cammeo di carta e per aver avuto il coraggio di restare ad esso fedeli.

L’iconografia di Vittoria non è, però, rappresentata soltanto dai valori della Gran Bretagna e da analoghi francobolli di paesi dell’area inglese (Australia, Bahamas, eccetera). La mano di Corbould diede vita ad altri bei bozzetti. Particolarmente apprezzato quello di gusto compositivo corrispondente al classico ritratto fotografico, in cui la regina scende dal suo piedistallo e diventa più donna, utilizzato per realizzare francobolli delle Bahamas, Grenada, Natal, Tasmania, Queensland e da altre colonie inglesi.

Troppo carico di orpelli il bozzetto per il francobollo del 1859 del Nuovo Galles del Sud. Non mancarono i francobolli che mostravano la sovrana sul trono od in piedi, che figurano, per esempio, rispettivamente nell’emissione del 1856 dello Stato di Victoria ed in un intero postale dello stesso stato. Non meno belli, perché meno ieratici e più umani del black, i ritratti di profilo che campeggiano in alcuni valori del Canada, Ceylon (1857) e della Nuova Scozia (1860). Posa ed inquadratura da diva del cinema quella invece che compare nel penny della Nuova Scozia (1851).

Da questa sobria elencazione, che vuole avere soltanto un valore indicativo, specialmente se rapportata alla vastità del dominio inglese ed alla durata del regno, risulta quanto sia enorme e sufficientemente variata la quantità di materiale che riguarda Vittoria Alessandrina e la sua epoca.

Naturalmente questo particolare stato di grazia non poteva non avere influenza sulla filatelia ed infatti le cosiddette “Queen’s collections”, sempre impostate secondo i canoni classici, furono molto in voga nei primi decenni del secolo scorso. È chiaro tuttavia che una collezione vittoriana, non soltanto incentrata sulla figura portante della regina ma sull’intera sua era e con le relative implicanze di natura storica, politica, economica, sociale e tecnica, se impostata con taglio squisitamente tematico potrebbe risultare una “bomba” e di grande soddisfazione costruttiva per tutti i filatelisti, puri o cacciatori di medaglie.

Sotto il suo regno nacque la filatelia

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