Sergio e la sua corsesca

Nel congedarsi fece una promessa, forse per sublimare in un gesto solenne l’intensa commozione di quei momenti. Era facile prevedere a quali rischi l’ex tribuno stesse andando incontro, ma Sergio era sereno, e la sua voce chiarà risuonò per le strade e dentro i cuori di Tergeste: promise ai compagni di fede di inviar loro un segno, se fosse caduto vittima del martirio.

Stemma della città di Trieste
Stemma della città di Trieste

Poco tempo dopo, nell’ottobre dell’anno 303 dalla salvazione, sulla piazza maggiore della città piovve dal cielo la lama della sua alabarda: un evento mirabile, prodigioso e pauroso per i più, ma non per la comunità cristiana della romana Trieste; era l’adempimento della promessa, era la prova che il suo campione Sergio aveva colto la palma del martirio, in Siria, per decapitazione, come si seppe in seguito.

Con questa edificante leggenda la Trieste medioevale circondò di un alone prestigioso una delle sue principali reliquie, conservata fino ai nostri giorni nel tesoro della cattedrale. Si tratta della cosiddetta “alabarda” di San Sergio, un’arma da offesa oggi montata su di un piedistallo gotico, alla quale meglio si addice la definizione di “corsesca”, essendo un’alabarda il cui ferro presenta, ai fianchi, due punte simmetriche a forma di uncino, invece di avere da una parte una punta, e dall’altra una lama d’ascia.

La reliquia sergiana è una corsesca piuttosto slanciata, accostata da due punte una più corta dell’altra, e sembra che sia inattaccabile dalla ruggine, oltre che refrattaria alle indorature, grazie al metallo in cui è forgiata: un particolare acciaio indiano, una lega di ferro meteorico e platino, famosa nel medioevo per inalterabilità e lucentezza. La foggia di quest’arma non è romana, si tratta di un manufatto risalente al massimo all’alto medioevo: può darsi che sia un ferro da parata saraceno o persiano, giunto a Trieste come preda di guerra dopo la prima crociata. Queste constatazioni intaccano solo in apparenza il fascino della leggenda, che nel limite dell’evidenza storica trova anzi il suo giusto risalto poetico e fideistico.

Questa corsesca, oltre che simbolo sergiano, è anche lo stemma della città giuliana. Un decreto del 3 luglio 1930 ne riconobbe l’uso secolare, blasonando la semplice e bella arma di Trieste con termini altrettanto semplici: “di rosso all’alabarda di San Sergio d’argento”. Il blasone parla di “alabarda” e la lega al nome del Santo, consentendone quindi l’identificazione con la nostra corsesca; esigenze di simmetria (concetto grafico basilare in araldica) hanno però sempre prevalso sulla raffigurazione realistica della reliquia, dato che nessun esemplare di stemma triestino sembra averla mai effigiata con le punte di dimensioni diverse. Nelle diverse epoche, lo stemma di Trieste è sempre stato di facile identificazione poiché è sostanzialmente rimasto uguale a sé stesso.

Il primitivo emblema medievale di Trieste consistette nelle mura merlate della città, con tre torri, tre porte e la corsesca. Usate nei suggelli del comune e, con qualche modifica, su alcune monete vescovili, le mura erano un emblema frequente nelle realtà civiche medievali, ed indicavano più lo “status” di entità comunale che le singole, specifiche individualità. Difatti, la figura più tipica di quell’emblema (la corsesca) parallelamente all’affermazione della cittadinanza nella gestione del potere venne ad isolarsi e, raffigurata in argento su campo rosso, assunse le caratteristiche anche formali che la fecero assurgere al rango di stemma.

Stemma della città di Trieste sotto il dominio imperiale
Stemma della città di Trieste sotto il dominio imperiale

La sacra reliquia ha subìto nella sua vita araldica una sola consistente vicissitudine, non nell’aspetto (rimasto sostanzialmente costante) ma in quel che le venne messo accanto. La versione odierna dell’arma triestina, ribadita dal decreto del 1930, risale a dodici anni prima: nel 1918, non appena redenta, Trieste tornò all’antica abolendo le addizioni austriache apposte al suo stemma. Addizioni che il capoluogo giuliano si tirava dietro da quattro secoli e mezzo: è infatti del 22 febbraio 1464 (o 1466? o 1467? le fonti sono discordi) il diploma con cui Federico III concesse una nuova arma che sottolineava la notevole importanza rivestita da Trieste nel sistema socioeconomico dell’impero.

Un’arma che legava a filo doppio l’antico emblema sergiano con i simboli del potere imperiale e della dinastia sovrana: troncato: nel 1° d’oro all’aquila bicipite dell’impero; nel 2° di rosso alla fascia asburgica d’argento, all’alabarda triestina attraversante d’oro.

Del resto, la situazione di cerniera fra il mare ed un entroterra aperto verso la parte orientale del continente aveva contrassegnato la storia del sito triestino. Gli stessi romani, che fin dal II secolo a.C. romanizzarono Tergeste dando loro come tributarie le popolazioni indigene dei Carni e dei Catali, forse presentivano un destino di contrasti per la città, in quanto le assegnarono un ruolo militare di ausilio alla commerciale Aquileia.

Col tempo le arrivò la cittadinanza romana con assegnazione alla tribus Pupinia, a conferma di un ruolo non secondario e dell’inizio di un periodo prospero, e vi prese stanza la Legione XV Apollinare, della quale fu tribuno il nostro San Sergio. Allora Trieste aveva certamente un aspetto più dimesso rispetto a parecchi secoli dopo, ma le sue bellezze erano comunque interessanti per i primi barbari che, trovandosela subito di fronte nello scendere dalle Alpi, la saccheggiarono per prima.

La cosa durò per un po’ (perfino i Longonardi nel 568 giunsero sacchi alla mano), e solo con l’arrivo dei bizantini Trieste progressivamente si risollevò. Già nell’VIII secolo i greci le lasciarono una sorta di libertà di stampo quasi comunale, ed il potere vescovile era abbastanza elastico da permettere l’esplicarsi di forme pure e non organizzate di democrazia popolare, che furono ordinate in leggi solo molto più tardi.

Eaempi di araldica civica friulana e giuliana (da una cartolina illustrata)
Eaempi di araldica civica friulana e giuliana (da una cartolina illustrata)

A metà del IX secolo l’imperatore Lotario I, forse presentendo il successivo dominio degli Asburgo, la donò al potere vescovile, istituendo in favore del vescovo pro tempore il titolo di conte di Trieste, confermato in feudo nel 948 da un altro Lotario, il secondo di tal nome. Un feudo che i potenti vicini, espandendosi, si contesero con sempre maggior vigore, sottraendo spazio al libero comune. La cui esistenza fu stentata: fra il XIII e XIV secolo Aquileia, Venezia e l’Austria, tutti interessati (per motivi diversi) al suo sito, la tennero sotto mira fino al 1382, quando Trieste chiese ed ottenne definitiva protezione sotto le ali dell’aquila austriaca.

Occorre dire che la relativa autonomia rimase all’antica Tergeste anche sotto i nuovi signori, i quali (quanto meno a livello nominale) la concedevano volentieri al loro sbocco marittimo adriatico, fotocopia ridotta della più grande e trafficata Venezia. Ma tutto ha una fine, e quando la repubblica lagunare iniziò a decadere, lasciò spazio ad altri: chi meglio di Trieste aveva le carte in regola per occuparlo? Dal 1719 Carlo VI, ben felice di potenziare quello scalo mercantile così comodo e vicino a Vienna, la rese porto franco, dando uno bello scrollone alla traballante repubblica dei Dogi.

Però i tempi volgevano al brutto, e fra rivoluzioni e controrivoluzioni il 23 luglio 1814 su Trieste si strinse un pugno di ferro: la città fu resa provincia dell’impero asburgico, le furono tolti privilegi e autonomia, e fu immersa fino al collo nel gran calderone dell’imperial regio debito pubblico, al cui risanamento fu dedicata fino alle note vicende della prima guerra mondiale.

La corsesca sergiana, essendo caratteristica della città giuliana, ha avuto una diffusione araldica limitata a Trieste, e si rileva pure nello stemma creato e concesso all’omonima provincia con decreto reale del 22 settembre 1927, anteriore quindi al riconoscimento di quello del comune. Il blasone dell’arma provinciale si ispira all’aspetto della reliquia poiché cita la sola punta dell’alabarda, e la pone fra le due torri d’un vallo romano che si rifà all’antico emblema civico medievale; è insomma uno stemma storicamente fondato, e ben fatto.

Della corsesca sono frequenti le raffigurazioni anaraldiche (cioé prive dello scudo), capaci tuttavia di evocare Trieste con grande efficacia: una di esse, recentissima, è impressa su una medaglia dedicata a Carlo Schmidl, e legata a una mostra tenutasi nel gennaio e febbraio 1993. Il simbolo sergiano è ovviamente comune nella iconografia del Santo: nel piazzale della cattedrale triestina di San Giusto, dalla cima d’una bianca colonna spunta un ferro di corsesca; un altro interessante esempio è sulla facciata della cattedrale stessa, negli stipiti del portale d’ingresso ricavati dal taglio di una stele funeraria romana della famiglia Barbia.

Stemma della città di Trieste su una carta da gioco prodotta da una ditta di Trieste
Stemma della città di Trieste su una carta da gioco prodotta da una ditta di Trieste

Il primo ritratto in basso a destra, assegnato dall’epigrafe alla liberta Tullia, fu modificato in quello di San Sergio con l’aggiunta di un’aureola e dell’alabarda. Lo stesso Santo è dipinto all’interno della cattedrale in compagnia di altri martiri triestini dei primi secoli, coi quali condivide la forma di supplizio estremo (ad eccezione di San Giusto, affogato in mare).

Il decreto del 1930 indica per lo stemma di Trieste un blasone che, circa la figura, si adegua alla forma resa canonica dall’uso. La raffigurazione della corsesca di San Sergio si è sempre limitata alla sua parte superiore, che è del resto la componente più significativa dell’oggetto sacro. Un sessantennio prima del decreto, G.B. di Crollalanza nella sua “Enciclopedia araldico-cavalleresca”, a pagina 22, dà un blasone dell’arma triestina tecnicamente ineccepibile: “di rosso alla fascia d’argento, attraversata da un ferro d’alabarda al naturale”.

All’epoca Trieste è ancora asburgica, e stranamente il Crollalanza trascura l’aquila imperiale concessa da Federico III: un lapsus da preveggenza irredentista? Al contrario, l’aquila bicipite fu evidente ad un autore austriaco, Hugo Gerard Ströhl, raffinatissimo disegnatore e noto araldista che, nel suo “Österreichisch-Ungarische Wappenrolle” (Vienna 1895, rist. 1899), alla tavola X ha miniato l’arma triestina.

È interessante il testo abbinato alla figura il quale, benché spiccio, rispecchia i metodi con cui si parlava d’araldica nel languente impero austriaco di un secolo fa: “Herrschaft Triest (Stadt und Gebiet)-Oben in Gold ein gekrönter schwarzer Doppeladler, unten die von der goldenen Lanzenspitze des hl. Sergius (Patron der Stadt) überlegte oesterreichischen Binde” (Signoria di Trieste [città e territorio] – In alto, d’oro all’aquila bicipite coronata di nero; in basso, la punta di lancia d’oro di San Sergio [patrono della città] attraversante sulla fascia austriaca).

Il disegno dello Ströhl è invece come sempre di gran qualità, con la corsesca sergiana che esce dalla punta dello scudo come se fosse ancora infissa nell’asta; sorprende però la sua eccessiva somiglianza con un giglio araldico: d’accordo che entrambi hanno una forma lanceolata centralmente, ed accostata da due pezzi più piccoli e ricurvi, ma si tratta pur sempre di figure ben diverse. Un piccolo passo falso dell’eccellente artista.

A ciò lo Ströhl aggiunge due righe di notizie: secondo lui, la città ricevette lo stemma nel 1467 da Federico III, e nel 1852 lo ebbe confermato da Francesco Giuseppe (“Das Wappen wurde 1467 von Kaiser Friedrich III [IV] der Stadt verliehen und 1852 von Kaiser Franz Joseph I bestätigt”). Se egli fosse stato un numismatico, avrebbe forse citato la moneta che Cronaca Numismatica ha presentato nel primo Monetiere, il ricco allegato patinato che accompagnava la rivista.

Nel primo di essi (gennaio 1993) si vede un bellissimo doppio tallero di convenzione d’argento di Francesco Giuseppe, emesso nel 1857 per celebrare il completamento della linea ferroviaria Vienna-Trieste, importante realizzazione che conferma il rilievo del porto giuliano nell’economia imperiale. Al rovescio della moneta compaiono gli scudi a targa delle città unite dalla strada ferrata: a sinistra dell’osservatore, la croce viennese; a destra, il troncato triestino mezzo imperiale e mezzo sergiano.

Le piccole dimensioni dei due stemmini hanno saggiamente indotto l’incisore ad evitare l’uso dei tratteggi araldici per indicare gli smalti, tuttavia dallo Ströhl sappiamo che sotto gli Asburgo la corsesca sergiana si tinse d’oro, e con ragione. È oro sonante quello che il porto triestino faceva affluire alle casse imperiali; è oro araldico quello dell’aquila bicipite che si dispiegava su mezz’Europa; un oro, quindi, che suonerebbe male a guardarlo con occhi nazionalisti, ma che araldicamente è del tutto giustificato ed, anzi, assai corretto.

L’aggiunta della fascia asburgica argentea sul campo di rosso dell’arma triestina ne è la causa: su di essa, l’argento della corsesca avrebbe avuto scarso risalto finendo con l’appiattirvisi. Si noti che l’araldica austriaca prediligendo l’unione di armi diverse attraverso le principali “partizioni” semplici (quelle linee che dividono lo scudo lungo gli assi di simmetria), ha abbassato la corsesca sergiana unendola in un troncato all’aquila bicipite: “oben” (sopra) l’impero, “unten” (sotto) Trieste; un modo per ribadire visivamente chi era, alla fin fine, a comandare.

Se questo stemma fosse invece stato concepito in casa nostra, le due figure sarebbero state unite mettendo l’aquila nel capo dello scudo (la terza parte superiore), e lasciando i restanti due terzi alla corsesca triestina: questo è il cosiddetto capo dell’impero, tipico del nostro paese e solitamente usato da chi (volente o nolente) riconosceva fedeltà all’imperatore.

Sergio e la sua corsesca

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