Risolto il ‘giallo’ delle castagnole?

La chiave, dopo secoli di mistero, per chiarire la tecnica delle castagnole – un termine, questo che non trova riscontro (finora) in alcun testo numismatico – in un testo francese della fine del Seicento.

In questa tavola, tratta da un volume pubblicato a Parigi nel 1690, sono illustrati vari strumenti usati all'epoca per la coniazione di monete e medaglie
In questa tavola, tratta da un volume pubblicato a Parigi nel 1690, sono illustrati vari strumenti usati all’epoca per la coniazione di monete e medaglie

Nell’Archivio di Stato di Roma sono conservate numerose carte relative all’attività della Zecca nel periodo tra la fine del Settecento ed i primi anni dell’Ottocento, comprese diverse ricevute di compensi riscossi dagli incisori di monete e, ovviamente, di medaglie.
Su queste ricevute molto spesso, e sempre in riferimento a monete di rame, compare la dizione “per aver inciso castagnole”.

In alcuni miei lavori di carattere numismatico relativi a questo periodo avevo messo in evidenza questo termine “castagnola” piuttosto misterioso, in quanto non riscontrato in alcun testo di numismatica e di tecnica di coniazione o in reperti museali. Contemporanemente avevo sollecitato i cultori della materia ad aiutarmi a risolvere il mistero delle “castagnole”. Sinora non ho avuto riposta.

Casualmente ho esaminato ora un volume pubblicato a Parigi nel 1690 dove sono illustrati gli strumenti e descritte le tecniche usate dagli artisti e artigiani dell’epoca, compresi gli incisori. Devo chiarire subito che le tavole e il testo del volume non hanno risolto il mio problema sulle “castagnole”, ma forse lasciano intravedere la conferma di quanto avevo ipotizzato sulla loro forma e sul loro impiego.

Il libro, di tale Felibien, è intitolato “De l’Architecture de la sculpture et de la peinture”, Paris MDCXC, e si occupa di tutte le attività che potevano interessare anche marginalmente le Arti evidenziate nel titolo.

Il capitolo settimo è dedicato alle operazioni per incidere in rilievo ed in incavo i metalli e le pietre dure. In pratica è tutto dedicato all’incisione e alla coniazione delle medaglie e delle monete. Le operazioni relative al disegno del soggetto e del motto, la preparazione del modello in cera e l’incisione del punzone non rivelano nessuna tecnica particolare.

Qualche interesse presenta invece la preparazione del conio che è quadrato a forma di dado e per questa forma viene chiamato “carré” e riceveva l’impressione dal punzone con una macchina simile alle berte con cui si conficcano i pali o, in via subordinata, con un martello. Lo strumento è rappresentato nella tavola LIV. Il “carré” andava poi ritoccato con atrezzi adatti e completato nella dicitura ed in altri particolari con piccoli punzoni a mezzo del maglio o dei martelletti. Poi vi è una frase “Qualche volta si incidono i carré senza usare i punzoni”.

Queste parole potrebbero essere la chiave per chiarire la tecnica delle “castagnole” cioé una incisione diretta sul conio quadrato che poi veniva inserito in contenitori sempre quadrati denominati dall’autore “scatole” e fermati con apposite tenaglie: ambedue gli attrezzi sono ben visibili nella parte bassa della predetta tavola. In una nota di spese presentata dal Mercandetti nel 1802 così è scritto: “per sette mute di castagnole del baiocco” e di “diciotto pariglie di castagnole”.

Altre castagnole nello stesso periodo furono “reincise e rese servibili un’altra volta” (vedi Atti dell’Accademia Italiana di Studi Filatelici e Numismatici, volume IV, fascicolo 1 1989 pag. 35). Le castagnole erano quindi con ogni probabilità dei conii quadrati incisi direttamente e sottoposti poi al maglio o al bilancere dopo averli inseriti in detti contenitori quadrati e stretti in grosse tenaglie, ottenendo così rapidità e sicurezza di coniazione.

Questa tecnica spiegherebbe la ragione per la quale il numero delle castagnole incise è sempre superiore a quello dei pili ed è costantemente riferito a monete di rame di grande tiratura che presentano numerose piccole varianti. Tante castagnole inserite nelle tenaglie poste sotto il maglio da due o più operai permettevano una lavorazione a catena piuttosto veloce.

L’autore prosegue poi con una descrizione dei sistemi usati per vedere i risultati delle incisioni prima della coniazione.
Queste tecniche sono riportate quasi integralmente nello scritto di G. Cosentini apparso nel fascicolo I Anno IV supplemento ai volumi di M. Cagiati “Monete del Reame delle Due Sicilie” pubblicati a Napoli nel 1912. Al Cosentini non era ignoto il volume del Felibien anche se non citato!

Per coniare le medaglie l’autore parigino descrive una serie di operazioni che iniziavano con l’ottenere dai “carré” un’impronta in piombo o stagno, poi trasferita nella sabbia da fonderia, dove veniva gettato il metallo destinato alla medaglia. La fusione così ottenuta non aveva un aspetto rifinito e perciò la si poneva nei due “carré” e la si sottoponeva alla pressa o al bilancere sino a quando “scuotendo il carré con la mano non si muove più e tutte le cavità sono riempite”.

In questo modo le medaglie si rifinivano facendole ricuocere e poi ritoccare negli stessi “carré” per diverse volte secondo il loro rilievo più o meno profondo. Per qualche medaglia dette operazioni venivano ripetute sino a venti volte; dopo ogni intervento della pressa era necessario eliminare le sbavature che affioravano.

In questa tavola, tratta da un volume pubblicato a Parigi nel 1690, sono illustrati vari strumenti usati all'epoca per la coniazione di monete e medaglie
In questa tavola, tratta da un volume pubblicato a Parigi nel 1690, sono illustrati vari strumenti usati all’epoca per la coniazione di monete e medaglie

Il tondello fuso con l’impronta già delineata permetteva una minore usura dei conii e dava, di conseguenza, la possibilità di ottenere un maggior numero di esemplari. Non mi risulta che questo sistema sia ancora in uso, data la potenza delle moderne presse, ma viene ancora descritto in un testo del 1884, edito a Milano e ristampato da Forni: S. Sacchetti “Della Coniazione monetaria del secolo XIX” (pag.62). La medaglia ormai rifinita veniva ulteriormente riscaldata in una padella (lettera E della Tavola LIV) con sale-salnitro e allume e poi gettata nell’urina e ancora una volta inserita fra le due facce del “carré” per una definitiva e ultima leggera compressione.

La descrizione del bilancere non porta nessun contributo a quanto già noto mentre la descrizione della pressa è piuttosto, purtroppo, sintetica: “la pressa è lo stesso una vite dove vi è pure una barra che viene mossa da una estremità senza sfera e corda”.

Per quanto riguarda la coniazione delle monete l’autore afferma che la tecnica è simile a quella delle medaglie salvo che, data la minore profondità del loro rilievo, non era necessaria le pre-fusione dei tondelli nella sabbia ma la moneta stessa si otteneva con una sola battitura.

La preparazione delle lamine, destinate a diventare monete, per mezzo di laminatoi non presenta nessun particolare degno di attenzione. La tavola LIII mostra questi strumenti che in pratica non sono stati molto modificati sino ad un periodo non tanto lontano dal nostro e si usano tuttora da qualche artigiano, soprattutto orafo.

Più interessante invece è la taglierina, raffigurata nella tavola LIV, atta a ricavare i tondelli dalla lamina di metallo. Superati i problemi relativi alla verifica del peso dei singoli tondelli l’autore accenna ai sitemi per imbiancatura dell’argento e per dare lucentezza all’oro. Ripete poi che le monete si imprimono mettendo i carré nel bilancere e che una molla chiamata “automatismo” espelle la moneta. Le monete ed i gettoni non venivano ricotti e limati. Se la coniazione avveniva a martello si usavano strumenti chiamati pili, conii e conii mobili. Si afferma poi che l’uso del martello era finito dopo l’avvento del bilancere.

L’ultimo periodo del capitolo dedicato agli incisori si riferisce ad altri strumenti da ricordare e cioé tenaglie, cesoie e raschini. Nell’accenno dell’abbandono della coniazione a martello soppiantata dal bilancere vi è una dimenticanza in quanto non viene ricordata la pressa già descritta, sia pure in modo sommario, nelle pagine precedenti.
L’omissione è forse dovuta al fatto che l’argomento principale trattato riguarda le medaglie, sempre ottenute con il bilancere, le monete ed i gettoni sono considerati quasi dei sottoprodotti dell’arte di incidere e coniare medaglie!

La “scatola” e le relative tenaglie per fermare i “carré” con il tondello da imprimere danno forse una spiegazione al termine castagnola con il quale nell’Ottocento venivano chiamate le pinze dei doganieri per fermare i bolli in piombo, allora e ancora oggi fornite dalla zecca di stato.

Con questa mia nota forse il significato e la descrizione della castagnola come strumento per coniare non sarà condiviso, spero però sarà gradita la segnalazione di un volume della fine del Seicento, pubblicato diversi anni prima dell’apparizione dell’Enciclopedia del Diderot, volume dove sono descritte tecniche di varie lavorazioni dei materiali come legno, metalli e marmi con oltre 100 chiarissime tavole raffiguranti interni di laboratori e strumenti e attrezzi dell’epoca con unita la descrizione dell’uso a cui erano destinati.

Risolto il giallo delle castagnole

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