Ranieri e Casa Grimaldi

Ranieri III Luigi Enrico Massenzio Bertrando Grimaldi, principe di Monaco, duca di Valentinois, marchese di Baux, signore a diverso titolo di altri ventidue feudi, è nato il 31 maggio 1923 e morto il 6 aprile 2005.

Signore di un principato minuscolo, prestigioso ed antico, del quale ha indirizzato e condiviso le sorti degli ultimi cinque decenni del secolo scorso, il serenissimo principe è stato a capo di un’istituzione plurisecolare che, per sua intrinseca natura, occupa ancora oggi un posto di sogno nell’immaginario collettivo. Un’isola felice, un mondo d’operetta, una fiaba realizzata, questi sono gli stereotipi che si riflettono nel principato monegasco, etichette volute e raggiunte dall’attenta regia di signori illuminati che hanno saputo contemperare eredità del passato e criteri da imprenditore, trasformando i propri possessi in una “macchina da turismo” ammirata ed efficiente.

Scudo d'argento, 1651, di Onorato II Grimaldi (1604-1662)
Scudo d’argento, 1651, di Onorato II Grimaldi (1604-1662)

La saga dei Grimaldi di Montecarlo ha origini remote. Il sito di Monaco fu abitato fin da prima dei romani, che lo chiamarono “Herculis Monoeci Portus” in onore dell’eroe il quale, transitandoci, si sarebbe fatto dedicare un tempio. In seguito, il porto e la rocca che lo presidiava vennero considerati il miglior rifugio costiero fra Genova e la Provenza.

Nel Medioevo, la Superba visse un’epoca fra le più ricche della sua storia, costellata dalle conseguenti lotte fra le diverse famiglie egemoni. Una di esse era proprio quella dei Grimaldi, di fede guelfa come testimonia il suo stemma: un losangato d’argento e di rosso, figure semplici di un’arma antica, dagli stessi colori della sanguigna croce del patrono San Giorgio.

Durante un rigurgito di potere imperiale, i Grimaldi furono esiliati nel 1270, rifugiandosi chi nel meridione d’Italia, chi nella riviera di ponente dove si presero qualche rivincita strappando un po’ di castelli dalle mani ghibelline. Si dice che Francesco Grimaldi, la sera dell’8 gennaio 1297, prese con l’inganno la rocca di Monaco, travestendosi da frate e nascondendo la spada sotto la tonaca. Fu il primo atto d’una storia che arriva ad oggi; su Monaco i Grimaldi incentrarono il loro stato, uno dei tanti potentati italiani retti con prerogative sovrane da una sola famiglia, il più occidentale di tutti.

Come molti altri signori di allora, i Grimaldi vivevano di guerra, ma le loro truppe erano di mare, assecondando un’inclinazione che sarà una loro costante, quasi obbligata dalla natura del territorio e dalle origini genovesi. Esercitarono per secoli il diritto di mare, che Luigi XI e Carlo V riconobbero: tutti i navigli che passavano in vista di Monaco dovevano pagare un tributo, pena l’inseguimento e la confisca dei beni. In cambio, i Grimaldi si impegnavano a tenere a bada i pirati: impegno ambiguo, se (come pare) fino alla rivoluzione francese essi erano soliti concedere patenti di pirateria.

Le origini dei Grimaldi sono circondate da leggende: secondo una sarebbero derivati da un Grimoldo, mastro di palazzo di Childeberto II nel 714; un’altra dice che Monaco sarebbe stato eretto a principato da Ottone I nel 768 e subito infeudato ai Grimaldi; una terza li dice signori di Monaco dal 968. Storicamente i Grimaldi discendono da Otto Canella (vissuto fra il 1070 circa eil 1143) e dal figlio Grimaldo, console di Genova come il padre, ambasciatore presso il Barbarossa, e quadrisavolo di Ranieri I, vero fondatore della dinastia; grand’ammiraglio di Francia seppe sconfiggere nel 1304 i fiamminghi in casa loro.

100 franchi d'oro, 1896, di Alberto I Grimaldi (1889/1922)
100 franchi d’oro, 1896, di Alberto I Grimaldi (1889/1922)

Anche i suoi discendenti furono grandi ammiragli, suo nipote Carlo I divenne signore di Monaco nel 1331 e di Mentone nel 1346. Consapevoli che non si vive di solo mare, ampliarono fra alterne vicende i propri possessi di terra, perdendoli e riprendendoli diverse volte.

Per un po’ i Grimaldi restano legati a Genova e s’imparentano con le maggiori famiglie, liguri e non; la loro relativa piccolezza li obbliga però a barcamenarsi fra i grandi e potenti vicini, offrendo il loro porto come appoggio a eserciti francesi e spagnoli in cambio di protezione. Ma la protezione costa: costa piccole, continue riduzioni territoriali. Si crede che proprio allora nasca l’adagio “Son Monaco sopra uno scoglio/non semino e non raccoglio/e pur mangiare voglio”.

Tutto ciò dura fino al 1641, quando il trattato di Peronne fra Onorato II e Luigi XIII ratifica il protettorato della Francia sul principato. È l’atto della francesizzazione ufficiale e definitiva dei Grimaldi. Lo stesso Onorato II si era intanto autoinvestito dei titoli di Principe e di Altezza Serenissima, tuttora spettanti in virtù dell’ininterrotto uso. I signori di Monaco si innestano allora alla corte di Versailles, assumendo virtù e vizi dei loro patroni: il patto da una parte assegna a Onorato II il titolo di duca di Valentinois (lo stesso di Cesare Borgia) e la dignità di pari di Francia, e dall’altra impone regole non scritte che fra l’altro spingeranno la moglie del suo successore, Luigi I, nelle capaci braccia del Re Sole.

Il tollerante consorte verrà gratificato con l’altisonante appellativo di “principe straniero a corte” e spedito a Roma come ambasciatore presso il Papa, dove resterà famoso per il fasto di cui si circonderà; la sua carrozza aveva tende intessute d’oro.

Ma il destino non bada alla pompa, ed il secolo successivo sarà esiziale per i Grimaldi. Nel 1731 il principe Antonio I muore lasciando otto femmine e un solo maschio, che essendo naturale non avrà il trono. Sarebbe la fine della dinastia, se il previdente principe non avesse chiamato alla successione la figlia Luisa Ippolita, alla quale cede il potere con atto del 20.10.1715. Ella sposò il nobile normanno Giacomo Francesco Leonoro Goyon de Matignon, passandogli cognome, arma e titoli.

Legato strettamente alla Francia, il principato patì tutta la rivoluzione, e fu privato della sovranità, annesso al dipartimento delle Alpi Marittime e ribattezzato Porto Ercole. Nel 1814 i Grimaldi vennero reintegrati, e nel 1815 il trono fu rioccupato da Onorato V.

Nonostante alcuni prestigiosi apparentamenti (Bonaparte, Douglas-Hamilton, Merode, ecc.), il principato stava però entrando nel periodo più buio dei suoi sette secoli. L’indipendenza, favorita dalla felice posizione e dalla abile diplomazia dei Grimaldi, doveva fare i conti con una pesante crisi economica. La protezione francese era un ricordo, le mire di altri vicini (compreso Carlo Alberto di Savoia) sempre più scoperte.

5 franchi del 1837 di Onorato V
5 franchi del 1837 di Onorato V

I soli collegamenti col resto del mondo erano la strada napoleonica fra Francia ed Italia tracciata fra le poche case contadine, e una nave dagli orari incerti che arrivava da Nizza. La limitrofa Costa Azzurra era già una famosa meta turistica, e Monaco spremeva di tasse i suoi sudditi: ogni epoca ha le sue stangate. Mentone e Roccabruna furono cedute nel 1848 assieme ai loro frutteti, in cambio di 4 milioni di franchi. È l’inizio della ripresa, che nel 1856 spingerà ad aprire una casa da gioco, che si rivela una cattedrale nel deserto: senza infrastrutture, decollerà solo nel 1863, quando viene acquistata (assieme alle iniziative turistiche dette Società Anonima dei Bagni di Mare e Circolo degli Stranieri) da François Blanc, che aveva già centuplicato il valore del casinò di Bad Homburg in Assia, comprato nel 1840 per 200.000 franchi.

Questo antesignano di Paperone morirà nel 1872, lasciando una fortuna di 88 milioni di franchi-oro. La Società dei Bagni di Mare è legata a filo doppio con il principe: per la licenza sui giochi (tiro al piccione incluso) finanziava in pratica tutte le pubbliche attività, oltre a versare un diritto fisso sull’esercizio dei giochi ed una percentuale sugli stessi; quando nel 1953 diverrà di Aristotele Onassis, avrà tuttavia perso il suo ruolo trainante nell’economia monegasca.

Nel frattempo aveva però stimolato la speculazione sui terreni, favorita dalla volontà di rendere Monaco un esemplare centro cosmopolita (“è piccolo: che sia almeno grazioso”, diceva Onorato V). I Grimaldi vendono la loro terra per 10 centesimi al metro quadro, e la vedono poco dopo valere quanto Place Vendôme, Piccadily Circus o la Quinta Strada a New York; nel 1991 un appartamento costava anche 20 milioni di lire al m².

E nemmeno sorprende che Carlo III, nel 1869, abolisca tutte le imposte, e suggelli col suo nome le premesse della prosperità ribattezzando la città Monte Carlo. Se fin’allora Monaco era detta ‘una rocca ed un aranceto’, ora era divenuta un polo del grande sviluppo economico del XIX secolo.

Sempre più Montecarlo si afferma come ritrovo del bel mondo. Lo scarso territorio viene sfruttato dapprima in piano, poi in elevato, poi sul mare (la terra guadagnata avanzando la linea costiera è circa 1/3 del territorio). La sovranità territoriale del principato si estende anche su una sottile striscia di mare, larga quanto il suo territorio e lunga un centinaio di chilometri. Lo sviluppo economico solleciterà nei Grimaldi notevoli interessi culturali: Alberto I, uomo colto, fine diplomatico e scienziato, è il fondatore della moderna oceanografia, e crea nel 1906 un Museo Oceanografico che diverrà un riferimento mondiale della scienza sottomarina, guidato dal 1953 dal famoso Jacques Cousteau. Nel 1943 s’impianta la stazione radio-tv, ancoroggi attiva e celebre.

Il 17.7.1918 viene stipulato il vigente accordo tra Monaco e la Francia, che si fa garante dell’indipendenza, sovranità e integrità di Monaco, la quale da parte sua si impegna ad esercitare i suoi diritti in conformità cogli interessi francesi. Il trono rimarrà a monegaschi o a francesi, al fine di escludere le parentele germaniche dei Grimaldi: l’eventuale alienazione del principato potrà andare a favore solo della Francia; in caso di estinzione della famiglia, Monaco diverrà uno stato autonomo sotto protettorato francese.

Viene confermata l’unione delle monete, già attuata con l’uso del franco francese come divisa ufficiale. La crisi del 1929 decreterà la fine del turismo d’élite a favore di quello di massa: il casinò è ancor oggi simbolo del principato, ma costituisce una parte minima delle entrate; il grosso viene da turismo, francobolli, monete, industrie di cosmesi, farmaceutiche e chimiche e dalle entrate collegate alle sedi di società e banche straniere (favorite da agevolazioni fiscali).

Ma torniamo a Sua Altezza Serenissima Monsignor Ranieri III Grimaldi. Figlio di Carlotta Grimaldi (unica figlia del principe Luigi II, seconda salvatrice della stirpe dopo la sua bisavola Luisa Ippolita) e del conte Pietro di Polignac, dopo una prestigiosa educazione percorse la carriera amministrativa nel governo monegasco. Durante la 2ª guerra si segnalò in opere di assistenza, meritando la Legion d’onore. Divenne erede al trono il 2.6.1944, quando la madre rinunciò ai propri diritti in suo favore.

Scuo d'oro del sole al tipo di Francia, di Luciano Grimaldi (1505/1523)
Scuo d’oro del sole al tipo di Francia, di Luciano Grimaldi (1505/1523)

Salì al trono il 9.5.1949, alla morte del nonno materno; da allora dispone del potere esecutivo e legislativo in accordo col parlamento. Attento uomo d’affari, ha incrementato il potere economico del suo stato, aumentando la già notevole attività edilizia e promuovendo iniziative legate a sport e natura. Ha istitutito gli Ordini cavallereschi al Merito Culturale, dei Grimaldi, e della Corona di Monaco.

Celebre il suo matrimonio con l’attrice Grace Kelly, avvenuto il 19.4.1956; essendo un’americana di origine irlandese, un’orda di zelanti genealogisti yankee si mise a caccia dei nobili antenati che la novella principessa non poteva non avere, identificandoli negli antichi re irlandesi di Ui Maine. Chissà se anche al presidente Reagan prestarono i loro servigi, visto che fu detto discendere da un’altra stirpe reale irlandese, mezza legata ai Savoia!

Le dimensioni del principato favoriscono la ‘familiarità’ dei regnanti coi cittadini, ma consentono alla curiosità delle riviste ‘rosa’ di assediarli senza pietà, con particolare attenzione verso i figli di Ranieri. Dato per scontato che i fatti loro siano conosciuti, ci limitiamo ai dati anagrafici: Alberto Alessandro Luigi Pietro (14.3.1958); Carolina Luisa Margherita (23.1.1957); Stefania Maria Elisabetta (1.2.1965).

La semplicità cromatica e geometrica dello stemma Grimaldi ne testimonia l’antichità. Quest’arma dal blasone semplice (losangato di argento e di rosso) viene usata ininterrottamente da molti secoli: di recente, il suo uso si è esteso in diversi campi con varianti canoniche (le targhe automobilistiche) o meno ortodosse (il marchio di TeleMontecarlo). Negli studi araldici recenti si leggono sbrigativi blasoni come “d’argento a quindici losanghe di rosso” o, peggio “di argento a tre fasce di rosso, ognuna composta da cinque losanghe”: sono errori, perché il disegno è sempre lo stesso, con le losanghe che si toccano fra loro e con i bordi dello scudo; se fossero invece isolate, sarebbe corretto contarle come fa il primo dei due blasoni. Il secondo, invece, andrebbe bene se le losanghe si toccassero con gli angoli ottusi.

L’arma dei Grimaldi principi di Monaco è notevole per i suoi significativi ornamenti esterni; non tanto il cimiero (usato di rado, fra l’altro nell’enciclopedia Diderot: un giglio d’oro, in onore della Francia, addestrato da una spiga dello stesso e sinistrato da un ramo di alloro al naturale), né il beneaugurante e devoto motto ‘DO JUVANTE’, né la corona (entrambi rappresentati sulle monete, spesso in forme insolite ma piacevoli), quanto i tenenti ‘parlanti’: due frati minori, tunicati, eretti, criniti, barbuti, calzati, ed impugnanti una spada alzata, il tutto al naturale. Allusione al nome del principato, geroglifico della fede guelfa dei titolari, ma soprattutto (dato l’accostamento fra natura e posa dei soggetti) ricordo di quel Francesco che prese Monaco nel 1297.

Merita infine riassumere quel che scrisse il professor Cesare Gamberini di Scarfea in un suo lavoro sulla monetazione di Monaco, pubblicato a Roma nel 1969. La prima concessione monetaria risulta la patente del 1512 di Luigi XII di Francia a Luciano Grimaldi, la cui prima moneta fu un rarissimo scudo d’oro del sole al tipo di Francia (noto nel 1969 in un solo esemplare ritrovato in Vandea, già nella collezione Rousseau).

Dall'Enciclopedia Diderot, voce "Araldica", Parigi XVIII secolo, tavola XXII, arma Grimaldi
Dall’Enciclopedia Diderot, voce “Araldica”, Parigi XVIII secolo, tavola XXII, arma Grimaldi

Nel 1532 altre patenti dell’imperatore Carlo V portano la monetazione monegasca sotto l’egida spagnola, adeguandola sul suo tipo; divenendo col tempo troppo onerosa, Onorato II accetta la protezione di re Luigi XIII di Francia, che gli concede di battere dal 1641 nella Zecca di Monaco con nuovi titoli alla francese. Ciò dura fino all’annessione rivoluzionaria; allora la zecca del principato viene chiusa, e sul territorio circolano monete repubblicane e napoleoniche.

Il 7.3.1837 Onorato V riprende a coniare monete soprattutto decimali. Il fratello Florestano non conia alcuna moneta, il figlio Carlo III aderisce alle convenzioni monetarie dell’Unione Latina, conia anche in oro su base decimale, e si appoggia alla zecca di Parigi dal 1878. Luigi II conia solo divisionali, e sottoscrive una convenzione con la zecca parigina per produrre tipi analoghi in tutto ai franchi francesi. Ranieri III conia dal 1950 a Parigi, con lo stesso sistema; adotta il franco pesante, e batte monete d’argento, d’oro e in platino.

La sola emissione cartacea dei Grimaldi avvenne sotto Alberto I, nel 1920; la guerra mondiale era appena finita, i pezzi metallici divisionali erano scomparsi perché fusi o tesaurizzati. L’inflazione si allarga: nelle zone tedesche si emettono i noti biglietti di necessità di altissimo valore facciale, in Francia e Italia il valore della moneta è circa un quarto rispetto al 1914, con riflessi anche su Monaco. In Francia circolano biglietti divisionali emessi dalle Camere di commercio e dalle Municipalità. In Italia i biglietti di Stato da 1 e 2 lire, e gli spiccioli da pochi centesimi sono francobolli incastonati in dischetti.

A Monaco la delibera del 16.3.1920 approvata da Decisione Sovrana del 20 successivo, ordina l’emissione di tre artistici biglietti divisionali da 1 franco, 50 e 25 centesimi con le firme del Ministro di Stato R. de la Bourdon e del Tesoriere generale A. Noghes, da doversi presentare al rimborso presso la Tesoreria generale delle Finanze entro il 31.12.1922. Creati su disegno di F. Aureglia, incisi da Albert Berthe e stampati bilateralmente su carta bianca nella tipografia A. Chene in Monaco, hanno le seguenti caratteristiche: 1 franco = colore bruno, misure mm. 107×69; 50 centesimi = colore blu, misure mm. 97×63; 25 centesimi = colore rosso arancio, misure mm. 70×53.

Si segnalano inoltre le seguenti monete con begli esemplari di stemma:
1) 10 soldi d’argento, 1658, Onorato II; scudetto sannitico con stemma noto, divisa sotto la corona col motto DEO IVVANTE, e corona gemmata a cinque fioroni alternati a quattro perle;

2) luigino d’argento, 1665, Luigi I; scudetto rotondo con stemma noto, corona gemmata a cinque fioroni alternati a quattro perle (di mano diversa dal precedente), un ramo di palma ed un altro d’olivo cadenti a ventaglio dal suo interno, sormontata dal giglio francese;

3) 20 franchi d’oro, 1879, Carlo III; al rovescio, scudetto con stemma noto e manto, corona e tenenti: due frati in maestà, impugnanti con le destre una spada sguainata, quello di destra con la punta in basso, quello di sinistra sopra la spalla;

4) 200 franchi d’oro, 1966, Ranieri III e Grace per il decennale di matrimonio; al rovescio, scudetto con stemma noto e manto, corona e tenenti: due frati eretti in maestà, impugnanti con le mani esterne una spada sguainata, simmetrici fra loro.

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