Qui succede un novantotto!

Dal 1848 al 1948 è tutto un succedersi di anniversari. 1848: moti rivoluzionari scoppiano in tutta Europa. 1898: a Milano Bava Beccaris reprime nel sangue un tumulto e fa 80 morti. 1948: in Italia, entra in vigore la nuova Costituzione repubblicana, Gandhi viene assassinato, nasce lo Stato d’Israele e parte il ponte aereo di Berlino. Davvero un anno terribile…

Aldo Rizzo, giornalista e saggista politico, l’ha definito ‘l’anno terribile’ e così ha titolato il bel libro pubblicato da Laterza. In effetti il 1948, del quale siamo tutti ‘figli o nipoti’, è stato un anno tremendo. L’anno in cui il mondo fu diviso in due, l’anno in cui il Mahatma Gandhi (India 3/6, 230/3, 509, 640/1, Servizio 1/1C) e Folke Bernadotte (Svezia 1427, L 1425) vengono assassinati dal fanatismo. Mentre Mao (Cina 829/30) pone le basi della conquista della Cina.

Il 100 lire Risorgimento, con il 30 e il 5 lire Democratica su lettera diretta via aerea a Montevideo, Uruguay
Il 100 lire Risorgimento, con il 30 e il 5 lire Democratica su lettera diretta via aerea a Montevideo, Uruguay

Il 1948 è anche l’anno del colpo di stato comunista in Cecoslovacchia (488/9), dell’assedio sovietico a Berlino (Germania Berlino 130, 803), dell’attentato a Palmiro Togliatti (Unione Sovietica 2858), della nascita di Israele, della rottura tra Stalin (Unione Sovietica 535, 626, 799, 875) e Tito (Jugoslavia 406/17). Ma il 1948, è anche l’anno in cui entrò in vigore la Costituzione (Italia 516/7, 828/31, 1349) e l’Italia – per dirla con Marco Innocenti che sull’argomento da Mursia ha pubblicato L’Italia del ’48 – scelse l’Occidente.

Avvenne il 18 aprile, ‘in una domenica di sole su quasi tutta la penisola’, con gli italiani che in buon ordine si recarono alle urne. Incerti i pronostici, “ma la sinistra non ha dubbi: la vittoria è sua. De Gasperi sarà spazzato via. Il 17 L’Avanti ha scritto perentorio: ‘La vittoria del fronte è sicura’. A Vie Nuove, il settimanale diretto da Luigi Longo, spetta il primato dell’ottimismo avventato. Il suo numero del 20 aprile dedicato al clamoroso trionfo delle sinistre esce a urne già aperte e circola per qualche ora offrendo un ‘pieno’ di celebrazioni della vittoria e di vignette che ritraggono lo sconfitto De Gasperi in pose inconsolabili.

Lucio Lama, proiettandosi verso il futuro, promette, tra l’altro, il ‘potenziamento della produzione’ per un più alto tenore di vita del popolo. E lo scrittore Libero Bigiaretti, in un articolo intitolato ‘Il popolo vince’, sostiene con rara preveggenza che le urne hanno premiato la sinistra ‘nonostante i dollari di Truman, il veleno di De Gasperi e i brogli di Scelba’.

L'intera serie, applicata sui due lati dell'aerogramma
L’intera serie, applicata sui due lati dell’aerogramma

L’Italia vota compatta e spaccata. Compatta perché, come già al referendum del 2 giugno 1946, l’affluenza è attorno al 90 per cento, 92.3 per cento per la precisione. Spaccata perché, come nel 1946 si divise tra repubblicani e monarchici, ora schiera comunisti contro democristiani in uno scontro duro, decisivo, senza appello.

Lo spoglio procede lentamente ma la sera del 19 l’orientamento dell’elettorato non dà più adito a dubbi. De Gasperi, che attende l’esito ufficiale con grande tranquillità, detta una breve dichiarazione al Popolo: ‘Sento un solo orgoglio: quello di aver avuto fiducia nel popolo italiano’. Alla vigilia, con grande stile, aveva dichiarato: ‘Io combatto con il proposito e la fede di vincere ma non voglio negare agli altri lo stesso diritto’.

Manipolando dati ancora parziali, L’Unità tenta di ribaltare la verità, scrivendo che ‘si delinea una potente affermazione del fronte in tutto il Paese’ e L’Avanti titola: ‘Grande affermazione del Fronte, la reazione non prevarrà’. Pura propaganda. La partita è ormai chiusa e Nenni, in quelle stesse ore, riconosce: ‘Nessun dubbio, siamo battuti’.
Il 20 sera, martedì, mezza Italia è alle stelle, un’altra bella fetta è nella polvere. 
Quando Scelba annuncia i risultati definitivi – quasi 13 milioni di voti alla Dc, cioé il 48,5 per cento dei suffragi contro il 31,6 del Fronte – c’è chi non crede alle proprie orecchie”.

In cinquant’anni il mondo ha conosciuto un’autentica rivoluzione, che del 1948, però, non ha sconfessato una grande virtù: la capacità dell’Occidente libero di difendere i propri valori.

 

Varata per il centenario del Risorgimento l’ultima delle grandi serie celebrative

Tra i dentelli postali tricolori il 1948 è l’anno della commemorazione del Risorgimento, l’ultima delle grandi serie celebrative; un’usanza che risale alla conclusione dell’Ottocento. Oltre che per la mancanza, poi rimediata, del contributo di “valore e di sangue dato dal generoso popolo di Napoli”, e l’iniziale cessione in serie completa da parte dell’Ufficio filatelico centrale, l’emissione non entusiasmò affatto.

Alberto Diena, è vero, ne apprezzò l’effetto complessivo, la felice scelta dei colori e l’indovinata ed armoniosa scelta degli avvenimenti illustrati, senza per questo passare sopra ad alcuni difetti fondamentali come appare dal commento affidato a Italia Filatelica, che qui di seguito riproponiamo. “A guardar bene ogni singolo valore (eccezion fatta per il 100 lire) si nota che vi è troppo ‘tritume’ e i particolari dei disegni sono confusi. Manca in quasi tutte le vignette centrali il senso della profondità.

L'intera serie, applicata sui due lati dell'aerogramma
L’intera serie, applicata sui due lati dell’aerogramma

Il professor Corrado Mezzana che si è incaricato di inquadrare le stampe dell’epoca prescelte per la riproduzione, non ha tenuto presente che le qualità non eccellenti della carta e dei colori in uso non avrebbero permesso di ottenere stampe ben nitide, per quanto sia stato usato un retino assai fine. Si aggiunga che le vecchie stampe prescelte, mentre in genere hanno un valore storico-documentario di grande interesse, non costituiscono certo dei capolavori d’arte ed hanno anzi delle pecche dal punto di vista della prospettiva.

Certo che se si fosse potuto far capire in modo più evidente che si intendeva riprodurre delle vecchie incisioni o litografie, quei disegni spesso un po’ rozzi avrebbero dato una caratteristica speciale ai francobolli; ma, avendo voluto evitare la stampa a due colori, si è ricorso invece all’artificio di arrotolare da due angoli le stampe. Un esame un po’ accurato dei francobolli rivela che tanto il Mezzana e più che altro lo speciale reparto del Poligrafico hanno voluto ritoccare in molti punti i disegni per tentare di rendere meno ‘piatte’ le riproduzioni e mettere più in evidenza i primi piani.

Questi ritocchi hanno nel complesso migliorato i disegni, pur non riuscendosi ad ottenere che riproduzioni scadenti che, spezzettate poi dalla grana del retino, ci danno particolari infelici. Vi sono certi profili di combattenti che sembra siano stati disegnati da persone quasi digiune di ogni regola d’arte!

Così che questa serie di francobolli che deve ricordare a noi Italiani le glorie del nostro Risorgimento, lascia alquanto a desiderare ed è un vero peccato. Par quasi vi sia stata una certa trascuratezza da parte di tutti: si è rinunciato a far eseguire disegni appositi; si è rinunciato alla stampa a due colori (forse perché la serie Santa Caterina aveva dato molto da fare al Poligrafico); il tutto forse causato dalla fretta di far apparire la serie in modo che venisse posta in vendita in occasione della ricorrenza dei primi gloriosi eventi del’ 48.

Ora non resta che dolerci di tutto ciò ed esprimere il desiderio che si rinunci al troppo comodo sistema del riprodurre delle riproduzioni e si abbia il tempo di vagliare i bozzetti che gli artisti dovranno preparare per le future emissioni”.

La serie. In tredici francobolli, diventati poi quattordici con l’aggiunta dell’espresso da 35 lire riguardante il “contributo di valore e di sangue dato dal generoso popolo di Napoli”, costituiscono un compendio del Risorgimento.

L. 3. Il generoso popolo di Palermo insorge contro Ferdinando II, restio nel seguire la politica liberale di Pio IX.

L. 4. Popolo e studenti di Padova, in spontanea ribellione, mostrano quanto profondo sia in essi l’amore per la patria comune.

L. 5. Torino, 8 febbraio, Carlo Alberto, tra l’esultanza dei cittadini, promulga riforme e annuncia prossima la pubblicazione dello Statuto fondamentale del Regno.

L. 6. Luciano Manara, giovine ed elegante, guida i milanesi nell’accanito combattimento di Porta Tosa, nel quale il popolo di Milano sfondava, il 22 marzo, il cordone che Radetzky, abbandonato il centro della città, aveva tentato di costruire alla periferia.

L. 8. Daniele Manin, liberato con il Tommaseo dal popolo di Venezia, rinnova, dopo aver cacciato gli Austriaci dalla città, l’antica Repubblica di san Marco, il 22 marzo.

L. 10. Troppo forte ancora per poter essere vinta, l’Austria invia in Italia truppe fresche e Radetzky, con nuovi rinforzi, assalta Vicenza, dove il popolo e le milizie venete e romane ne difendono accanitamente, con eroico coraggio, le mura.

L. 12. 29 Maggio, i volontari toscani, rinforzati da due battaglioni napoletani, mandano a vuoto, con la loro disperata sovrumana resistenza, il piano di Radetzky, tendente a piombare alle spalle dei Piemontesi da Verona e liberare Peschiera dal loro assedio. Il disegno rappresenta l’eroico episodio dell’artigliere Gaspari.

L. 15. Goito, dalle 15,30 del 30 maggio l’artiglieria piemontese apre il fuoco. Alle 17 l’ala destra della prima linea piemontese formata dalla brigata Cuneo attacca il nemico, subito rinforzata dalle Guardie comandate da Vittorio Emanuele II, allora principe ereditario. In questi combattimenti si distingue, tra gi altri, l’eroico luogotenente Riccardi. Avanzano in seguito i fanti dell’Aosta. Alle ore 19 la linea austriaca è battuta.

L. 20. Il fuoco di libertà, destatosi in Bologna nel 1831, non si spense mai più e, se nel 1843 il tentativo di Savigno doveva essere soffocato, nel 1848 Bologna, per opera dei suoi figli, doveva dimostrare il suo valore sui campi di battaglia e, soprattutto, nel fatto d’armi dell’8 agosto, alla Montagnola, quando in un combattimento accanitissimo e furioso gli austriaci del Welden furono sanguinosamente e furiosamente cacciati.

L. 30. Di strada in strada, di casa in casa, difendendo ogni porta, ogni angolo, ogni sasso delle sue vie insanguinate, Brescia combatte selvaggiamente per dieci lunghi giorni contro il nemico assetato di vendetta e di strage. Impossibile riportare episodi. Tutti i bresciani uomini e donne, vecchi e bambini furono, in quei dieci giorni infuocati, eroi!

L. 50. Alle ore 4 del 30 aprile del 1849, l’esercito francese, giunto in vista di Roma, tentò immediatamente un primo assalto. Venne respinto e la lotta continuò implacabile sino alla caduta della Repubblica Romana che, sino all’ultimo, non aveva voluto credere alla possibilità di una lotta con la Repubblica Francese! Nomi immortali balenano: Dandolo, Mameli, Manara, Bassi, Ciceruacchio! E, su tutti, quello dell’eroe purissimo, primo tra i primi, presente sempre, come a Porta San Pancrazio, là dove più terribile ferveva la lotta. Poi la fantastica ritirata dell’eroe inseguito invano da quattro eserciti!

L. 100. Poco prima della resa di Roma, che aveva difeso con coraggio sovrumano, il poeta soldato Goffredo Mameli, colpito in combattimento si spegneva in un ospedale. All’eroe morente la Repubblica faceva pervenire in segno di riconoscenza e di affetto il brevetto di capitano.

L. 35, espresso. Il combattimento, il 15 maggio 1848 di fronte al teatro San Carlo di Napoli.

 

 

 

Tutti gli usi del Risorgimento

Tra le produzioni postali sfornate dall’Italia Repubblicana, quella che nel 1948 fu chiamata a far memoria del Risorgimento centenario è fra le più interessanti.

Rimasta in servizio piuttosto a lungo, esattamente 668 giorni, durante i quali le tariffe crebbero due volte (l’11 agosto 1948 e il 10 aprile 1949), con i suoi dodici valori (tredici con l’espresso riparatore del 18 settembre) la serie del 3 maggio 1948 è stata adoperata per tutta una serie di affrancature.

Non poche delle quali costituiscono delle miste in quanto, assieme a tagli del Risorgimento, figurano altri dentelli usciti nel frattempo.
Perfino il taglio da 100 lire, un taglio piuttosto elevato, visto che per spedire una lettera bastavano 8 lire, cammin facendo trovò un suo preciso uso tariffario all’inizio inesistente.

 

Informazioni in tempo (quasi) reale grazie ai palloni volanti dei milanesi

Inchiodati sulle mura spagnole dalla determinazione dei milanesi decisi a mandarli via a tutti i costi, gli austriaci, resi impotenti dalla sollevazione popolare del 18-22 marzo 1848, finirono col prendersela con i palloni volanti. Meravigliati “veggendo l’aera superar le lor linee d’assedio”, i Croati, accampati sui bastioni – come ricorda Carlo Cattaneo, uno dei protagonisti dell’insurrezione – traevano “vanamente ai palloni de’ colpi di fucile”. Con risultati scarsi, se non nulli. Praticamente tutti o quasi i palloni volanti riuscirono ad oltrepassare lo sbarramento e a portare informazioni, quasi in diretta, alle popolazioni del contado e delle città vicine.

Proclama a stampa lanciato durante le Cinque giornate di Milano
Proclama a stampa lanciato durante le Cinque giornate di Milano

A farsi promotore dell’iniziativa, assolutamente senza precedenti, fu Antonio Stoppani, divenuto successivamente prete ed oggi ricordato come geologo e naturalista il quale, ancora seminarista, tradusse in pratica le nozioni di fisica fino ad allora espresse. Chierico evidentemente fantasioso e dalla vitalità travolgente, il giovane studente di teologia riuscì a coinvolgere i compagni “in una delle avventure più strambe, eccitanti e avventurose che potessero inventarsi”.

Nel Seminario Maggiore di Porta Orientale, attualmente Corso Venezia 11, Stoppani cominciò a costruire febbrilmente palloni volanti con i quali gli insorti milanesi furono in grado di comunicare con l’esterno. Volantini manoscritti, oppure stampati per lo più presso la tipografia di Vincenzo Guglielmini mandati un po’ ovunque sulle ali degli aerostati, che di fatto segnano la nascita della posta aerea italiana.

In uno di questi volantini, diretto al popolo di campagna, vi si legge: “Si raccomanda alla popolazione di campagna di stare armata vigorosamente a guardia della strada postale veneta, di barricarle e di romperle, se occorre, per impedire il trasporto di artiglierie di grosso calibro e di casse di munizioni che fossero per giungere in sussidio delle truppe austriache“.

In un altro, diretto questo “ai parroci e a tutte le autorità comunali” è scritto: “Il nemico è in fuga da Milano. Diviso in due colonne, si dirige per Bergamo e Lodi. Si provveda quindi con ogni mezzo alla propria difesa ed alla pronta distruzione dei resti di queste orde feroci“, Firmato: Il Presidente del Comitato di guerra, Pompeo Litta.

Ancora. “Recenti notizie pervenute col mezzo del pallone aerostatico del 22 marzo alle ore 10 antimeridiane. Il Palazzo del Genio ha ceduto, cento sessanta soldati e tre ufficiali sono i nemici che si costituiscono prigionieri e cedettero armi e munizioni. I cittadini sono padroni dell’interno della Città sino al Castello.
Le Porte e i Bastioni sono in potere degli Austriaci, ma si fanno degli sforzi per impadronirsene. Radeschi (così nel testo, n.d.a.) ha fatte delle proposte, ma non furono accettate. La Caserma S. Francesco, il Comando militare e la casa Radeschi sono in potere dei Cittadini.

Volantino Italia libera, manoscritto, trasportato con palloncino aerostatico
Volantino Italia libera, manoscritto, trasportato con palloncino aerostatico

Bergano è insorta, il Comando del Figlio dell’ex viceré ha ceduto le armi; Pavia ha chiuso il nemico nel Castello; sulle vie di Gallarate e Busto i contadini hanno disarmato le truppe, impedito il taglio del ponte di Boffalora e presi sei cannoni.
N.B. Bergamo è ora in piena libertà“.

Altro volantino ed altro frammento di cronaca trasformato in storia. “A tutte le città e a tutti i comuni del Lombardo Veneto: Milano vincitrice in due giorni e tuttavia quasi inerme, è ancora circondata da un ammasso di soldatesche avvilite, ma pur sempre formidabili. Noi gettiamo dalle mura questo foglio per chiamare tutte le città e tutti i comuni ad armarsi immantinente in guardia civica facendo capo alle parrocchie, come si fa a Milano e ordinandosi in compagnie di cinquanta uomini che si eleggeranno ciascuna un comandante e provveditore per accorrere ovunque la necessità della difesa impone. Aiuto e Vittoria. W l’Italia. W Pio IX“.

Di questi ed altri messaggi dal cortile del seminario milanese ne partirono a decine e si sparsero nelle campagne fuori città, fino in Brianza e nel Comasco. Ne arrivarono perfino ai confini della Lombardia, fino al Piemonte e nel Canton Ticino. L’iniziativa di Antonio Stoppani, Cesare Maggioni ed altri futuri preti trovò subito imitatori in altri milanesi. I più convinti e attivi si dimostrarono due bottegai della Corsia dei Servi, ora Corso Vittorio Emanuele, che rispondono ai nomi di Teresa De Grandi Avignone, cartolaia, e Antonio Maria Dunat, profumiere, il quale utimo si dimostrò particolarmente intraprendente dando vita a un servizio pubblico di corrispondenza aerostatica.

Mentre un certo numero di questi reperti, palpitante testimonianza della sete di libertà dei milanesi, è conservato in collezioni pubbliche e private, non è sopravissuto alcun aerostato. L’ultimo, quello che si trovava al Castello Sforzesco, fu infatti ridotto in cenere dalle bombe dell’agosto 1943.

Qui succede un novantotto

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