Quel testone di Gian Giacomo de’ Medici

“Gian Giacomo de’ Medici fu egli un eroe, un corsaro, un sovrano, un ladro o un ribelle?”. La domanda che pone Giovio è la stessa a cui ancora oggi cercano di dare una risposta gli storici. Per comprendere la figura di Gian Giacomo de’ Medici conviene forse rifarsi a Carone e alla sua storia del Castello di Musso. “Nato in un secolo in cui unica virtù degli ambiziosi era l’accortezza e la fortuna – scrive Carone – unica lode il riuscire, ed abilità chiamavasi ogni mezzo inonesto, tristo, immorale scandaloso sulle orme del troppo famigerato duca Valentino, sentivasi atto a tutto osare per arrivare al suo scopo che era il dominio”.

Significativa della sete di potere di Gian Giacomo è la conquista del Castello di Musso nel 1523. Dopo essersi schierato al fianco di Francesco II Sforza, promettendo al signore milanese sostegno nella lotta contro il bellicoso Francesco I di Francia, il Medeghino pensò bene di occupare in nome dell’alleato il castello sul lago di Como. Ma quando dopo otto anni Francesco II Sforza entrò in possesso del suo ducato, il vecchio vassallo non fu più d’accordo nel deporre le armi, costringendo Francesco ad assediare Musso. Con un ardito gesto di infedeltà, Gian Giacomo non solo non mostrò più alcuna intenzione di cedere la posizione acquisita, ma per di più mostrò al suo legittimo signore il muso duro.

Il tradimento iniziale, infatti, diventò un vero e proprio voltafaccia nel momento in cui il Medeghino decise di seguire le lusinghe di Antonio de Leyva, l’uomo più vicino a Carlo V di Spagna, proprio mentre Francesco II Sforza entrava a far parte di quella Lega Santa che avrebbe dovuto sconfiggere il sovrano spagnolo.

All’episodio dedicò alcune pagine anche Cantù: “Giovandosi del trambusto di quel tempo tra la foresta del picche francesi, spagnole, tedesche, svizzere che si disputavano l’Italia, Gian Giacomo Medici milanese, detto il Medeghino, messosi attorno l’immondo corteggio di tutte le rivoluzioni, s’impossessò del Castello di Musso, ed or favorendo l’ultimo duca di Milano, or Carlo V, ora gli svizzeri, ora nessuno, e mutando parte secondo gli tornava vantaggio, formò una potenza anormale, estesa su gran parte della Brianza e del Lario, che scorreva da padrone”.

Il carattere risoluto, se non addirittura cinico, di Gian Giacomo gli permise di trasformare il suo piccolo centro in uno Stato tutt’altro che piccolo, esteso dalla Chiavenna e dalla Valtellina a quasi tutto il lago di Como, alle Valli Solda e di Porlezza, a Lecco, alla Valsassina e, dopo la presa di Monguzzo, a buona parte della Brianza. Una volta consolidati i suoi dominii, il Medeghino optò per una difesa non solo territoriale, ma anche marittima, per difendersi dagli ultimi Sforza e dai Grigioni. Allestì una flotta armata composta da sette grosse navi e in cima all’albero del suo brigantino issò lo stendardo mediceo dalle palle d’oro in campo rosso con il motto, che comparirà anche sulle monete, “SALVA DOMINE VIGILANTES”.

Nelle prime 3 foto i due testoni in piombo rivestiti d'argento e il mezzo testone battuti durante l'assedio di Lecco
Nelle prime 3 foto i due testoni in piombo rivestiti d’argento e il mezzo testone battuti durante l’assedio di Lecco

E proprio la monetazione rappresenta uno dei capitoli più importanti e più vivaci della vita di Gian Giacomo. A dargli il diritto sovrano di battere moneta fu un diploma di Carlo V del 15 aprile 1528. Anche qui, come sul campo di battaglia, Gian Giacomo non perse tempo per usufruire dei vantaggi acquisiti. Esercitò subito il suo diritto battendo a Musso monete in oro (scudi del sole e zecchini), in argento (testoni, cavallotti e grossi) e in mistura (soldini e quattrini di due tipi diversi), in cui inserì i suoi titoli: le armi di casa Medici e del Genio del Lario.

Il Medeghino, fedele alla sua indole, abusò ben presto della concessione e cominciò a battere moneta di pessima qualità per finanziare i suoi sgherri, arrivando addirittura a coniare monete di necessità in cuoio (nel 1526) durante il suo ardito avvicinamento alle porte di Como.

Ma nel momento in cui Gian Giacomo toccò il suo apice, ottenendo il titolo di marchese di Melegnano, cominciò contemporaneamente la sua parabola discendente. Il Medici, infatti, non capì di essere uno strumento nelle mani di Carlo V, al quale faceva gioco un alleato nel cuore del nord d’Italia contro i vari Sforza e Grigioni. Quando però l’imperatore spagnolo strinse un’alleanza con gli Sforza, del povero Medeghino si disinteressò rapidamente.

Francesco II Sforza, che trovò nei Grigioni e nei veneziani due validi partners, tornò alla carica per riavere i suoi territori. Gian Giacomo, messo alle corde, firmò una tregua di sei mesi, ma ancora una volta non rispettò la parola data e cercò di allargarsi verso la Brianza. A questo punto Francesco II Sforza insieme con i Grigioni partì all’attacco per “sradicare quella cattiva erba”. Il duca di Milano armò 28 navi sul Lario al comando di Lodovico Vistarini e inviò truppe ad assediare Monguzzo e Lecco sotto la guida di Alessandro Gonzaga e G.B. Spezziani.

Nel frattempo, dal nord e dalla valle di Porlezza calarono 12.000 Grigioni contro Musso a fronte degli appena 200 uomini su cui poteva contare Nicolò Pellizzone, uno dei comandanti al servizio del Medeghino.

Durante l’assedio, per pagare le sue milizie, Gian Giacomo batté monete di piombo rivestite da una sottile camicia d’argento e fra queste quella della nostra “caccia al tesoro”. Per la verità, sul testone esagonale (o 20 soldi) della nostra ricerca le notizie sono approssimative e, mancando per forza di cose i documenti di zecca, dobbiamo affidarci a a quanto riporta il Giovio a proposito della moneta: “Il Medici la fece coniare quando, appresa per mezzo dello spione Caravacca la militar parola, sorprese il Gonzaga a Lecco giacentesi sulle piume più amico di Venere che di Marte. Era questa di rame con superficie di argento”.

E il Cantù, parlando di Gian Giacomo, ricorda che “fe’ coniare una medaglia di rame argentato ov’è FF da una parte e dall’altra <IO IA M M LE OB 1531>”. Sembrerebbe quasi, per gli autori, che si trattasse di una medaglia commemorativa non di una moneta ossidionale, ma lo stesso metallo, la forma rozza e l’approssimazione dei conii escludono questa ipotesi e fanno pensare a una vera e propria moneta ossidionale.

Sulla moneta si sa abbastanza poco, anche perché non se ne conosce alcun esemplare contrariamente agli altri 2 testoni e al mezzo testone noti: ma alcuni elementi fortunatamente sono conosciuti. Per esempio il diametro (25 mm per 23), il contorno liscio e il tipo di metallo (piombo e argento). Su quest’ultimo punto le tesi non sono tutte concordi.

Per alcuni studiosi, infatti, le monete battute durante l’assedio furono di stagno e argento. Tenendo conto del peso in rapporto al volume, tuttavia, sembra più probabile la prima ipotesi, cioé quella del piombo, e non lo stagno. L’argento, invece, arrivava dalla vicina Valsassina, dove esistevano vaste cave di argento miste a piombo, di cui parla anche il Vandelli, uno studioso che per un mese intero esaminò quella valle.

 

Un’aquila nera e una palla rossa

Variante del blasone originario dei Medici di Marignano cui appartiene Gian Giacomo. Questa la composizione dello stemma: “troncato: nel 1° d’argento all’aquila rivolta ed al volo abbassato di nero; nel 2° d’oro alla palla di rosso”. Come già accennato nell’articolo “I Magnifici Medici“, questa già potente famiglia lombarda instaurò con la più celebre e omonima dinastia toscana un rapporto di “sponsorizzazione” che, fra l’altro, portò le due schiatte ad alzare un unico stemma.

Lo stemma del ramo dei Medici signori di Tre Pievi, conti di Lecco e marchesi di Marignano e Musso
Lo stemma del ramo dei Medici signori di Tre Pievi, conti di Lecco e marchesi di Marignano e Musso

Questa qui proposta è una versione dell’arma originaria dei Medici di Marignano i quali, avendo ricoperto incarichi di rilievo presso la corte imperiale, ottennero di porre nel capo del proprio scudo l’aquila imperiale. Ignorando la fonte e la datazione del blasone proposto, risulta arduo ipotizzare perché l’aquila in esso contenuta sia difforme da quella normalmente utilizzata a seguito di concessione imperiale, la quale dovrebbe stare nel capo dello scudo (non nella sua metà superiore), su di un campo d’oro (non d’argento), con le ali “al volo spiegato”, cioé rivolte all’insù (e non certo “al volo abbassato”), con la testa volta alla destra araldica (non rivolta).

Sarebbe interessante conoscere la fonte di questo blasone Medici di Marignano, nonché la sua eventuale presenza su monete o medaglie, magari inerenti al XVI secolo della dominazione di Gian Giacomo sul territorio comasco, con annesso diritto di batter moneta. Dell’arma di questa famiglia erano finora note due versioni diverse da quella proposta: a) d’oro a sei palle di rosso, al capo dell’Impero; b) d’oro alla palla di rosso.

Quel testone di Gian Giacomo de Medici

Link intermo  tuttovideo.stream