Quanti tesori nella cassa del re

Il penultimo sovrano d’Italia mise insieme la più importante collezione numismatica del mondo. Questo prezioso ed interessante documento storico è ora conservato, quasi per intero, nel Museo nazionale romano.

Le casse nelle quali erano contenute le monete di Casa Savoia
Le casse nelle quali erano contenute le monete di Casa Savoia

Vittorio Emanuele? “Era coltissimo. Lo vedevo spesso e in quelle occasioni lui parlava di storia e di arte, della sua collezione di monete, che era bellissima”. Così Maria José, la vedova di Umberto II, ricorda Vittorio Emanuele III. Sovrano forse modesto, ma numismatico di razza. Ne è “parlante” testimonianza l’enorme collezione, donata “al popolo italiano” con una lettera di tre righe scritta prima di prender posto sull’incrociatore Duca degli Abruzzi, che l’avrebbe portato in esilio ad Alessandria d’Egitto. E ne è testimonianza il ponderoso Corpus Nummorum Italicorum una sorta di bibbia numismatica.

L’innamoramento per la numismatica, da lui stesso definita “la più grande passione della mia vita”, avvenne quasi per caso. Con un baiocco (in realtà si trattava di un soldo) di Pio IX, anno 1866, che Elisabeth Lee, la governante, comprò a Campo de’ Fiori facendone dono al giovane principe (è elencato nel Corpus col numero 219).

Pur essendo il raccoglier monete fatto abbastanza usuale in casa Savoia, prima d’allora Vittorio Emanuele non aveva avuto modo di dimostrare particolare attenzione per la numismatica. “Se mio padre e mia madre – ammise una volta – mi avessero regalato, invece che medaglie e monete, minerali di specie rare e fossili dei primi orizzonti geologici, non escludo che avrei potuto diventare un appassionato naturalista, invece che un modesto cultore di numismatica. È naturale che le espansioni si orientino sempre in direzione della minore resistenza ed io, ad un certo momento, scelsi la numismatica, perché solamente in essa potevo trovare quell’abbondanza di materiale che in campo naturalistico non avevo”.

Data per buona la “casualità” dell’approccio, Vittorio Emanuele non ci impiegò molto per mettere insieme un numero cospicuo di monete. Cominciata col soldo di Pio IX, nel 1881 la collezione comprendeva 75 pezzi, saliti a 3.000 nel 1889, allorché il re-collezionista decise di “abbandonare le monete classiche” per dedicarsi “esclusivamente a quelle dal medioevo alle moderne coniate in Italia”. Cinque anni dopo Vittorio Emanuele di monete ne aveva messe insieme 12.000. Ma fu con l’acquisto, avvenuto sul finire del 1900, della collezione del marchese Filippo Marignoli, che la collezione reale fece un enorme balzo in avanti. Sia per il numero dei pezzi, sia per la loro eccezionale qualità e rarità.

Gli acquisti proseguirono anche negli anni successivi, fino a giungere a 106.788 pezzi. Che è il tetto finale, quello corrispondente all’ultima registrazione fatta direttamente dal re. Il quale alle monete dedicava di solito due ore al giorno: dalle 15 alle 17.

Per ogni moneta il re numismatico compilava una scheda con tutti i dati
Per ogni moneta il re numismatico compilava una scheda con tutti i dati

Di grande consistenza anche la biblioteca numismatica del re, importante anche perché molti di quei volumi sono stati postillati con commenti ed annotazioni autografe. La biblioteca si trova ora presso la Fondazione Mormino di Palermo, a disposizione degli studiosi.
È un vero peccato che la corposa biblioteca sia stata separata dalla collezione.

Un’eventuale sistemazione della collezione in un apposito museo numismatico, magari intitolato a Vittorio Emanuele III, non potrebbe ragionevolmente prescindere, per dirsi completa, dall’acquisizione della biblioteca numismatica del re. Collezione che nel presente è conservata al Museo nazionale romano.

Fino alla fine del secolo scorso, le custodiva con cura materne, Silvana Balbi De Caro, che del Museo era il direttore e con la quale, dopo il recupero delle monete di Casa Savoia, da Vittorio Emanuele III portate in Egitto e da Umberto II riconsegnate all’Italia, abbiamo voluto fare il punto su quella che a ragione può essere considerata la più importante collezione numismatica del mondo. O, come Silvana Balbi De Caro preferiva definirla: “un documento storico importantissimo”.

Domanda: Un “documento” storico, ma anche un documento monetario di grande valore?
Risposta: Indubbiamente. Sempre, quando mi si chiede della collezione numismatica di Vittorio Emanuele III, si finisce col chiedermi quanto vale.

Domanda: Appunto, quanto vale?
Risposta: È questa una domanda alla quale non so rispondere. Si tratta, chiaramente, di un valore che non si può esprimere in termini monetari. Sì, lo so, sembra un controsenso che non si possa definire in termini monetari il valore di una collezione di monete. Ma è un controsenso solo apparente, in quanto il valore storico di questa collezione così com’è, ossia intera, è incalcolabile.
Anche perché in questa collezione, e io spero tanto che questo avvenga, tutti gli studiosi – numismatici, ma anche storici, economisti – possono trovare una messe di lavoro impagabile.

Domanda: Da dove comincia la collezione?
Risposta: Beh, i pezzi più antichi risalgono al medioevo. Dal 1100/1200 e fino ai giorni nostri. Questo è, diciamo, il grosso della collezione, i cui ultimi acquisti risalgono al 1944.

Domanda: Recentemente, poi, la collezione si è arricchita col generoso lascito di Umberto II?
Risposta: Le cose, in verità, sono andate in modo diverso. Diciamo che ci sono stati due fatti che si sono venuti sviluppando in modo parallelo. Da una parte c’è stata l’acquisizione delle monete di Casa Savoia che mancavano, ma che facevano pur sempre parte della collezione reale. Dei 28 armadi blindati fatti appositamente costruire a Milano nel 1939 da Vittorio Emanuele III, in sostituzione di quelli di legno, il primo e metà del secondo erano vuoti.

E questo perché quando il re andò in Egitto portò con sé le monete dei Savoia. Un po’ perché era la collezione più antica, pubblicata nel Corpus per prima, già nel 1910, un po’ perché era la parte che presentava il più alto numero di inediti. Ed era anche, non dimentichiamolo, la collezione maggiormente legata alla famiglia. Il re, quindi, se la portò appresso per poterci lavorare sopra. Ma, ripeto, già allora faceva parte integrante della collezione.

Prova per le 100 lire oro 1906 (diritto)
Prova per le 100 lire oro 1906 (diritto)

Domanda: Di qui la restituzione fatta da Umberto II?
Risposta: Più che restituzione si è trattato di un recupero. Anche perché ad un certo punto non si sapeva neppure dove queste monete fossero andate a finire. Nel suo testamento Umberto II è, sull’argomento, molto esplicito. “Non posso donare – dice – quello che già mio padre ha donato”.

Domanda: Umberto II, quindi, non ha donato un bel niente?
Risposta: Niente affatto. Umberto II ha lasciato all’Italia la sua grossa collezione di medaglie di Casa Savoia, per le quali ha chiesto una sistemazione accanto alle monete del padre. Ed anche questa è una collezione di grande importanza.

Prova per le 100 lire oro 1906 (rovescio)
Prova per le 100 lire oro 1906 (rovescio)

Domanda: Cosa vien fatto per far conoscere al grande pubblico la collezione reale?
Risposta: Fino ad oggi, purtroppo, si è fatto poco. E questo perché ci sono stati, e ancor adesso ci sono, grossi problemi di sicurezza. Ovviamente tutte le volte che ci è stata offerta l’occasione, ben volentieri abbiamo esposto delle monete. Quando ci sono le garanzie di sicurezza, ogni problema può dirsi superato. Il principio, naturalmente, è che il materiale va fatto vedere. Questo viene fatto tutte le volte che le monete non corrono rischi.

Domanda: Quando sarò possibile vedere la collezione reale esposta integralmente?
Risposta: Credo mai. Se vogliamo fare un discorso serio di fruizione dobbiamo sempre pensare all’esposizione tematizzata.

Domanda: A quando allora una sistemazione definitiva?
Risposta: Per perseguire questo risultato occorre, essenzialmente, una sede adeguata. Fin che la collezione sta qui al Museo nazionale romano, si può fare ben poco.

Domanda: Verrà rifatto il Corpus Nummorum Italicorum?
Risposta: L’intenzione c’è. Cercheremo di farlo con dei fascicoli abbastanza agili perché è inutile fare dei volumoni che costano cifre pazzesche e non escono mai. Nella serie speciale del Bollettino di Numismatica sono previsti fascicoli tematici. Forse la precedenza verrà data allo Stato Pontificio, dopo di che potrebbe essere la volta delle monete gotiche che stanno studiando a Milano.
È chiaro che non si possono pubblicare tutte le monete dalla sera alla mattina. Si tratta pur sempre di circa 100.000 pezzi. D’altra parte se vogliamo conferire alle pubblicazioni una qual certa accessibilità, ogni fascicolo non potrà che andare dalle 500 alle 1.500 monete per volta.

Doppio scudo del 1583 in oro di Carlo Emanuele I (diritto)
Doppio scudo del 1583 in oro di Carlo Emanuele I (diritto)

La pubblicazione dei fascicoli potrebbe essere accompagnata da esposizioni. Contestualmente, però, occorre studiare gli archivi. Messe insieme, una dietro l’altra, le monete fanno collezione. La loro nascita è però avvenuta per gli scambi. Ecco allora che il materiale documentario degli archivi, se opportunamente studiato, ci fa capire a che cosa servivano quelle stesse monete. Ci fa cioé capire la reale dinamica di una moneta che dal settimo secolo prima di Cristo e fino alla seconda metà del 1800 rispondeva a dei meccanismi che non sono quelli della nostra cartamoneta.

La moneta aveva valore reale, quindi rispondeva a determinati meccanismi legati al commercio dei metalli. A sua volta il commercio dei metalli – l’oro e l’argento specialmente – erano legati fra di loro.

Doppio scudo del 1583 in oro di Carlo Emanuele I (rovescio)
Doppio scudo del 1583 in oro di Carlo Emanuele I (rovescio)

La moneta, insomma, è un documento storico di grandissimo valore, un campo di ricerca pressoché infinito. La moneta non è solo un qualche cosa da mettere in fila, valutando la maggiore o minore rarità, ma è qualche cosa che è vissuto in una società che di esso si è servito. La moneta è quindi un vero e proprio documento di vita vissuta.

Domanda: Neppure la recente acquisizione verrà presentata al pubblico?
Risposta: Questo sì. Prossimamente ci saranno delle manifestazioni per onorare l’istituzione del ministero dei Beni culturali, in una di queste l’avvenimento sarà sottolineato con una mostra. Vi saranno esposte le acquisizioni avvenute dal 1975 al 1985, comprese quindi le monete di Vittorio Emanuele III che Umberto II, con un comportamento davvero corretto, ha restituito all’Italia.

 

Le monete trafugate

Tutto cominciò sul finire del 1942, allorché Vittorio Emanuele III, preoccupato per la piega che gli eventi stavano prendendo, pensò bene di mandare la sua preziosa collezione in un luogo sicuro. Prima, però, preparò ogni cosa con la massima cura e meticolosità. Aiutato da Pietro Oddo, il re in persona collocò ogni moneta in una bustina di carta forte nella quale inserì il relativo cartoncino classificatore. Sigillò quindi le bustine e le sistemò, unitamente ad elenchi ed altri documenti, in ventitre robuste casse. Tutte, tranne quella nella quale erano state messe le monete di largo diametro, d’identico formato.

Terminata la “preparazione”, che richiese sei intensi mesi di lavoro, la collezione venne dapprima trasferita a Villa Savoia, quindi nei sotterranei di Forte Antenne, alla periferia di Roma. Successivamente il prezioso insieme prese la via di Pollenzo, tra Alba e Bra, dove i Savoia possedevano un castello. Fu qui che dopo l’8 settembre 1943 i tedeschi prelevarono le casse e se le portarono a Monaco.

Informato a cose fatte del trafugamento, Benito Mussolini andò su tutte le furie. Protestò e minacciò. Alla fine Hitler, per acquietarlo, l’accontentò. E dispose la restituzione come “favore personale” a Mussolini, del maltolto.

Sul principio del 1944 le casse contenenti la collezione reale imboccarono pertanto la strada del ritorno in patria. Destinazione: Sant’Anna di Valdieri, residenza estiva dei Savoia. Prima, però, fecero sosta a Cuneo, dove la locale Intendenza di Finanza, prendendole in consegna, fece predisporre verbale da un notaio. Il documento, datato 16 gennaio 1944 evidenziava la manomissione dei sigilli di due casse.

La via crucis era però ancora lunga e tormentata. Giuseppe Steiner, l’avvocato sequestratore del Governo di Salò, aveva infatti fissato i suoi uffici nella Villa Reale di Monza, destinata ad “accogliere e inventariare quanto fosse stato successivamente recuperato nelle residenze del Re e dei Principi dei rami collaterali”. Anche la collezione reale fu quindi portata – così dispose il Sottosegretario agli interni della Repubblica sociale – a Monza, dove venne murata nei sotterranei del Comune.

Caduta nell’aprile 1945 la linea gotica, il generale Tensfeld, comandante tedesco di Monza, adducendo a pretesto non meglio precisati “ordini del generale Wolff”, si fece consegnare le casse che sotto scorta (da MIlano transitarono il 24 di quello stesso mese di aprile) furono mandate fino al castello reale di Gries, nei pressi di Bolzano.
L’intervento deciso e perentorio del Comando Militare alleato fece sì che la collezione numismatica venisse prontamente restituita “al legittimno proprietario”. Ossia il re.

A Roma, tuttavia, la collezione arrivò priva di alcuni pezzi. Dalla piccola cassa (quella nella quale erano state sistemate le monete di più largo diametro) era stato sottratto un cospicuo numero di monete. Un centinaio all’incirca.
Dove sia esattamente avvenuto il furto e che fine abbiano fatto quelle monete resta ancor oggi un mistero. Grandi e grosse com’erano, per di più battute in oro e in argento, le monete rubate potrebbero anche essere state fuse. I tempi, d’altra parte, erano piuttosto grami.

Questa, naturalmente, non è che una supposizione. Perché non è escluso che, gelosamente conservate, le monete si trovino da qualche parte. Se così fosse, un giorno o l’altro potrebbero essere immesse nel circuito commerciale. Acquistarle – si tratta pur sempre di monete rubate – significherebbe avere in mano degli oggetti che scottano. Eccome.
Per questo, qui sotto pubblichiamo l’elenco delle cinquanta monete più pregiate, tutte nate nella zecca di Genova, sottratte chissà dove e chissà quando alla collezione di Vittorio Emanuele III.

 

E queste non sono mai state trovate

Genovino (tipo Ianua-Cunradus) – Au – Peso gr. 3,51
Cinque Doppie (G. Campofregoso 1447) – Au – Peso gr. 34,37
Otto Doppie (Dogi Biennali 1608) – Au – Peso gr. 99,00
Doppie 12 ½ (Dogi Biennali 1636) – Au – Peso gr. 83,53
Doppie 12 ½ (Dogi Biennali 1637) – Au – Peso gr. 83,93
Doppie 25 (Dogi Biennali 1638) – Au – Peso gr. 164,28
Doppie 12 ½ (Dogi Biennali 1641) – Au – Peso gr. 83,05
Doppie 12 ½ (Dogi Biennali 1649) – Au – Peso gr. 84,08
Doppie 12 ½ (Dogi Biennali 1650) – Au – Peso gr. 87,27
Scudo largo (Dogi Biennali 1652) – Ag – Peso gr. 38,42
Scudo largo (Dogi Biennali 1656) – Ag – Peso gr. 30,07
Doppie 24 (Dogi Biennali 1670) – Au – Peso gr. 167,00
Doppie 10 (Dogi Biennali 1670) – Au – Peso gr. 66,70
Doppie 5 (Dogi Biennali 1675) – Au – Peso gr. 33,39
Doppie 2 ½ (Dogi Biennali 1675) – Au – Peso gr. 16,69
Scudi due (Dogi Biennali 1682) – Ag – Peso gr. 76,74
Scudo largo (Dogi Biennali 1682) – Ag – Peso gr. 37,90
Doppie 12 ½ (Dogi Biennali 1691) – Au – Peso gr. 83,65
Scudi due (Dogi Biennali 1692) – Ag – Peso gr. 76,78
Scudo largo (Dogi Biennali 1692) – Ag – Peso gr. 38,10
Doppie 12 ½ (Dogi Biennali 1694) – Au – Peso gr. 83,60
Scudi due (Dogi Biennali 1694) – Ag – Peso gr. 76,40
Scudi due (Dogi Biennali 1694) – Ag – Peso gr. 75,89
Doppie 25 (Dogi Biennali 1697) – Au – Peso gr. 167,05
Scudi sei (Dogi Biennali 1697) – Ag – Peso gr. 230,17
Scudi due (Dogi Biennali 1697) – Ag – Peso gr. 76,53
Scudi due (Dogi Biennali 1698) – Ag – Peso gr. 76,70
Scudi due (Dogi Biennali 1699) – Ag – Peso gr. 76,62
Scudo largo (Dogi Biennali 1699) – Ag – Peso gr. 38,27
Scudo stretto (Dogi Biennali 1699) – Ag – Peso gr. 38,24
Scudi sei (Dogi Biennali 1700) – Ag – Peso gr. 231,16
Scudi due (Dogi Biennali 1704) – Ag – Peso gr. 76,70
Scudi sei (Dogi Biennali 1705) – Ag – Peso gr. 229,70
Scudi quattro (Dogi Biennali 1705) – Ag – Peso gr. 153,55
Scudi due (Dogi Biennali 1705) – Ag – Peso gr. 75,60
Doppie 12 ½ (Dogi Biennali 1706) – Au – Peso gr. 83,97
Scudi dieci (Dogi Biennali 1712)  – Ag – Peso gr. 382,30
Scudi tre (Dogi Biennali 1712) – Ag – Peso gr. 115,03
Scudi due (Dogi Biennali 1712) – Ag – Peso gr. 76,96
Scudo largo (Dogi Biennali 1712) – Ag – Peso gr. 38,42
Scudi quattro (Dogi Biennali 1713) – Ag – Peso gr. 153,60
Scudi tre (Dogi Biennali 1713) – Ag – Peso gr. 115,22
Scudi quattro (Dogi Biennali 1715) – Ag – Peso gr. 153,29
Scudi tre (Dogi Biennali 1715) – Ag – Peso gr. 113,81
Scudi due (Dogi Biennali 1715) – Ag – Peso gr. 76,88
Scudi due (Dogi Biennali 1719) – Ag – Peso gr. 76,73
Da L. 48 (Dogi Biennali 1792) – Au – Peso gr. 12,50
Da L. 96 (Dogi Biennali 1797) – Au – Peso gr. 24,96
Da L. 96 (Dogi Biennali 1797) – Au – Peso gr. 25,10
Da L. 96 (Dogi Biennali 1797) – Au – Peso gr. 25,12

Quanti tesori nella cassa del re

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