Quando la lettera è “condannata”

Di gratia, signor Maestro delle Poste, fatene pronto ricapito”, c’è scritto su una lettera del Cinquecento. Non è il più eloquente “cito” (del quale faremo cenno in un’altra occasione), tuttavia il linguaggio vagamente aulico dello scrivente indica che il messaggio deve essere recapitato nel più breve tempo possibile. L’urgenza, nelle lettere prefilateliche, si manifesta nelle più diverse maniere da quando il “cito” diventa “subito” dopo una convivenza abbastanza lunga delle due espressioni.

Una lettera del 1807 con la dicitura grafica "Uff.o di Carpineti"
Una lettera del 1807 con la dicitura grafica “Uff.o di Carpineti”

Ecco, per fare qualche esempio, il “per postas subito die noctuque” (di giorno e di notte, cioé senza interruzioni di sorta, in una lettera modenese del 1453), il “cito cito cito citissimo” del 1536, la “staffetta volando” del 1599, il “corriere espresso” del 1593, il “subbito subbito subbito” del 1553. Il “cito” scompare nel Cinquecento, ma curiosamente l’ho ritrovato in una lettera tedesca addirittura del 1864!

Ed ecco ancora, oltre al “subito” e al “cito” (ripetuti anche sette volte), talune espressioni fra le più usate: di grazia subito, subito per favore, subbito di grazia perché di somma premura, subito per spedizione, da portarsi subito, di premura, pressée, di somma premura, pressante, pressantissima, urgente, urgentissima, urgente per espresso, raccomandata per la pronta consegna.

Tuttavia questi avvertimenti, più o meno pressanti, non costituiscono una garanzia per lo scrivente. Scomparso il segno di forca (eloquente avvertimento per il messaggero postale), la corrispondenza può talvolta subire qualche colpevole ritardo; di qui il ricorso non infrequente ad una forma di spedizione cautelativa che garantisca allo scrivente il recapito della lettera entro un periodo prestabilito.

Si tratta della cosiddetta “condannata”, una curiosa espressione in uso soprattutto nella Repubblica di Venezia. “Condannata centesimi 25 venticinque arrivando prima dele ore 7 del giorno 25 settembre 1838 – Preme”, c’è scritto in una delle lettere qui riprodotte. Evidentemente si tratta delle sette di sera perché la lettera, da Treviso a Venezia, porta la data dello stesso 25 settembre. Insomma, un recapito in giornata.

Perché l’espressione “condannata”? Forse per una “condanna” intesa come gravame. Per la maggior parte dei casi, la “condannata” è illegale essendo affidata ai privati; tuttavia, anche se infrange lo jus postale, viene utilizzata talvolta perfino dai pubblici uffici in caso di urgenza. E non è raro il caso di “condannate” provviste di un regolare bollo postale. Ecco, ad esempio, una “condannata” da Crema a Venezia (1798) con la scritta “condannata lire due se viene portata all’arrivo della posta”.

Una "condannata" del 1838: non più di mezza giornata da Treviso a Venezia
Una “condannata” del 1838: non più di mezza giornata da Treviso a Venezia

È evidente, in questo caso, che la “condanna” si riferisce al rapido trasporto della lettera dall’ufficio postale di arrivo al domicilio del destinatario.
La formula che attesta il pagamento condizionato ignora talvolta l’espressione “condannata”, ma il risultato non cambia. “Consegnandola domattina alle ore 6 e prendendo risposta pagherete crazie di porto la mattina del ventitre corrente”, c’è scritto in un’altra lettera (da Lucca a Pescia) qui riprodotta.

È ovvio che anche questa lettera rientra nella casistica delle “condannate” non diversamente da una lettera del 1624 (l’esempio più antico che ho trovato) dove c’è scritto “al fante si darà car.ni.tre e mezzo p. il suo viaggio solam.te ancorché entro die cinque”.

Chi ha detto che non c’è nulla di più inedito della carta stampata? Scherzi a parte, c’è un argomento sul quale mi sembra il caso di ritornare, anche se ne ho già parlato molti anni fa, quando la prefilatelia era una specie di oggetto misterioso. È un fatto singolarissimo avvenuto nel 1807 (il periodo napoleonico, per intenderci), quando a Reggio Emilia viene emanata una disposizione in cui si legge che “in ogni cantone del dipartimento vi è un ufficio lettere dipendente dall’Ufficio dipartimentale delle Poste” e che “gli Uffici cantonali delle lettere sono in piena attività col primo giorno di aprile dell’anno corrente”.

Reggio Emilia, già facente parte del Ducato di Modena e Reggio, è capoluogo del Dipartimento del Crostolo con un prefetto (si chiama Lamberti) che non scherza in fatto di rigore e di efficienza. La disposizione cui abbiamo fatto cenno viene pubblicata il 19 marzo, e immaginate voi il daffare per risolvere nel giro di pochi giorni i più diversi problemi, dalla ricerca dei locali per gli uffici alle nomine del personale.

Comunque, il primo giorno di aprile i nove uffici (Brescello, Correggio, Montecchio, Scandiano, Catelnovo ne’ Monti, Carpineti, Minozzo, Fosdinovo e Villafranca) entrano in funzione: il servizio postale è ormai cosa fatta, però mancano i timbri per bollare le lettere.

L’inconveniente non era stato previsto dal dinamico prefetto, ma la fornitura non potrà tardare molto: vuol dire che, nel frattempo, gli impiegati della posta sono tenuti a segnalare sulle lettere in partenza la dicitura manoscritta del proprio ufficio. Desunte da uno studio di Savatore Morrone, queste notizie avvertono che “finora non si conoscono diciture manoscritte per i cantoni di Correggio, Minozzo e Villafranca, pur avendo iniziato il servizio delle lettere col primo aprile”.

Una lettera del 1599 con la scritta "staffetta volando" e il segno di staffa
Una lettera del 1599 con la scritta “staffetta volando” e il segno di staffa

E veniamo finalmente all’udienza del signor Sante Garavini, impiegato dell’ufficio di Carpineti, che sarebbe rimasto un oscuro milite ignoto della storia postale se non avesse fatto qualcosa in più dei colleghi per quello scrupolo sul lavoro che oggi viene spesso accantonato con molta disinvoltura. Il pignolo Garavini, dunque, deve aver fatto questo ragionamento: “Un’annotazione a penna può far fede fino a un certo punto: chi può dire che l’abbia scritta io? Occorre, quindi, qualcosa che possa offrire una maggiore garanzia”.

Quindi l’idea di usare come bollo, l’impronta di ceralacca con le proprie iniziali, SG, che normalmente gli serve per suggellare le lettere personali. È una cosetta da niente che tuttavia si trasforma in un caso, più esattamente in un “francobollo di ceralacca” che – per quanto ne sappiano – non ha trovato imitatori.

Verso la fine di maggio anche all’ufficio di Carpineti (a quei tempi scrivevano talvolta “delle Carpineti”) arriva finalmente il timbro, e così il signor Garavini conclude il suo exploit personale. A parte quindi la curiosità e la singolarità dell’impronta in ceralacca, resta un’effettiva rarità delle lettere per il limitatissimo periodo d’uso del “grafico” (circa 45 giorni utili escludendo le festività). Tenete conto, poi, che Carpineti – secondo un quadro statistico dell’epoca – contava esattamente 9.166 abitanti, comprese le borgate del comune, e che – a quel tempo – l’analfabetismo era largamente diffuso.

Non occorrevano certo le ore straordinarie al signor Garavini, cui la corrispondenza arrivava, per la quasi totalità, dagli uffici pubblici come le ricevitorie demaniali, le cancellerie del censo, le giudicature di pace, le delegazioni di polizia e gli uffici di conciliazione. Prova ne sia che ben otto dei nove uffici furono chiusi fra il 1809 e il 1810 (si salvò solo Castelnovo ne’ Monti) e anche il signor Garavini si trovò a spasso. Definitivamente, c’è da supporre, perché l’ufficio di Carpineti riprese a funzionare solo 52 anni più tardi.

Quando la lettera è “condannata”

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