Quando la Lega batteva moneta

Vescovo incoronato, ciborio della Basilica di Sant'Ambrogio in Milano
Vescovo incoronato, ciborio della Basilica di Sant’Ambrogio in Milano

Dopo i Longobardi in Lombardia del 1978 e Milano capitale dell’Impero Romano del 1990 la metropoli lombarda tornò ad ospitare, in Palazzo Reale, una mostra il cui percorso scandagliava tre secoli di vita in comune. Tre secoli, quelli che vanno dal XI al XIII secolo, che in un certo qual modo prendono l’avvio dallo smembramento dell’Impero carolingio ed il concomitante passaggio della corona d’Italia all’imperatore di Germania.

Il che fece accarezzare ai principi tedeschi l’idea imperiale a contrastare la quale provvidero i comuni di Brescia, di Milano, di Piacenza, di Como, di Parma e di Lodi i quali ad un certo punto, ed esattamente nel 1167, si riunirono nella Lega Lombarda con la quale nel 1176, a Legnano, riuscirono a bastonare di santa ragione l’imperatore.

Gli itinerari. La rassegna, che proponeva alcuni dei tesori della Seconda Roma – un nome questo che deriva alla città dalla scritta presente sulla cattedra del vescoco Ambrogio – era strutturata in più sezioni. Partenza col De situ Mediolani dal nome del codice della Biblioteca Ambrosiana nel quale l’autore esaltava la città come “altera post inclytam Romam”. La continuità con la grande tradizione di capitale imperiale è esaltata dalle corone imperiali tardoantiche in porfido, reimpiegate nella medioevale chiesa di San Carpoforo e qui proposte dopo un accurato restauro.

Con la seconda sezione il percorso storico faceva un salto indietro, così da mettere a fuoco il ruolo di Milano “Roma secunda”. Al centro della sezione, e perciò della vicenda, la basilica di Sant’Ambrogio che diventa di primaria importanza nel momento in cui sottrae a Pavia il rito dell’incoronazione dei re d’Italia. Ancora un vescovo, Ariberto nel caso specifico, la fa da padrone nella sezione seguente incentrata sulla Chiesa del vescovo, Chiesa del popolo.

Fu lui, Ariberto D’Intimiano, infatti, a gettare le basi del futuro sviluppo economico e politico della città. Grande committente d’opere d’arte Ariberto è altresì il testimone della nascita dell’Istituto comunale. Il discorso si amplia fino a comprendere l’intero territorio lombardo, nella quarta sezione dove sono tra l’altro presentati l’Angelo del battistero di Cremona e la preziosa pace di Chiavenna.

Dalla Lombardia all’impero e al papato, passando attraverso le Crociate e personaggi noti quali Enrico IV e Matilde, i papi Gregorio VII ed Innocenzo III, questo il filo conduttore della quinta sezione lasciata la quale nella successiva, la sesta, si torna a Milano e alla lotta contro il Barbarossa, il tutto visualizzato attraverso spade e speroni, simboli tipici dei cavalieri. E poi i saccheggi, il trafugamento del candelabro di Gerusalemme che da allora è conservato nella cattedrale di Praga. Dopo la distruzione, nella settima puntata, la battaglia di Legnano, la vittoria, la pace di Costanza e l’intensa attività delle maestranze campionesi.

Con la Vita civilis, titolo dell’ottava sezione, il discorso narrativo imbocca la strada della conclusione. Qui i curatori della rassegna si sono preoccupati di ricostruire la vita quotidiana. Con la città inserita nella geografia medioevale, i documenti dei mercanti, le attività commerciali, l’abbigliamento, la miniera, la zecca, la vita comunale e il Broletto. Chiusura col mito di Milano comunale “scoperto” nel Settecento e nell’Ottocento, i secoli nel corso dei quali l’esperienza comunale tornò in auge e venne analizzata con estrema attenzione e metodicità.

Moneta argentea del comune di Bergamo
Moneta argentea del comune di Bergamo

La Zecca. Nel dodicesimo secolo la monetazione, che già nel corso del secolo precedente aveva subito una progressiva caduta qualitativa nei pesi e nella lega, divenne ancora più articolata. A partire dal 1117, ricorda Ermanno Arslan nel saggio contenuto nel catalogo della mostra pubblicato da Silvana Editoriale, le fonti iniziano a parlare di denaro milanese vecchio, testimoniando così la nascita del denaro nuovo, che valeva metà del vecchio, probabilmente la stessa moneta chiamata nei documenti “terzolo” (probabilmente per il contenuto d’argento che era un terzo del totale) dal 1158 circa.

Ma vennero proposti anche un sottomultiplo, l’obolo, ed infine monete più pesanti. Prima il denaro imperiale scodellato, voluto forse verso il 1162 da Federico I, con un buon contenuto d’argento puro, battuto prima a Noseda (alle porte di Milano, dove era anche il palazzo imperiale), con Milano come indicazione di zecca, e poi con successo, forse dal 1167, a Milano, il cui ruolo economico non cessò di crescere per tutto il secolo, nonostante le diffcoltà che dovettero esserci per lo scontro con il potere imperiale.

Successivamente proprio a Milano venne creato il grosso, multiplo del denaro, che circolava con valore da 20 denari. E ciò – ricorda Arslan – avvenne intorno al 1190, con Enrico VI.

“Nel corso del XII secolo – scrive ancora Arslan – la crisi della zecca di Pavia, che con quella di Lucca precedentemente aveva un mercato amplissimo per le proprie emissioni, con tutta l’Italia meridionale, creò un grande spazio alla diffusione proprio delle monete di Milano, che velocemente si impose su ampi mercati.
È significativamente di questo periodo il tentativo del Barbarossa, che aveva preso Milano nel 1162, di riportare sotto il proprio controllo l’emissione della moneta in Italia settentrionale, per la prima volta dopo l’età ottoniana, Il tentativo si sviluppò in modi e tempi diversi, ma sostanzialmente in due direzioni distinte.

Nella prima, più drastica, con la proposta di una moneta sovrarregionale, l’imperiale, la cui circolazione veniva imposta come moneta unica nelle città. Ciò in alternativa ad altre soluzioni che prima o dopo vennero tentate, come quella che consisteva nel riservare il diritto di emissione, per privilegio imperiale (l’imperatore rimase sempre l’unica legittima autorità emittente e tutti gli altri operavano solo per delega), a zecche che davano garanzie di rispettare il sistema voluto dall’Impero, come Bergamo (privilegio del 1156), o Mantova (privilegio del 1170), o Como (privilegio del 1178) o altre città, come avvenne per Brescia con la pace di Costanza (1183) e, contestualmente, privandone Milano, che all’Impero si era ribellata.

Il decreto che toglieva ai Milanesi la zecca affidandola invece a Cremona è del 1155. Milano probabilmente non rispettò l’intimazione, se successivamente Federico ordinava alle città lombarde di rifiutare la sua moneta e di accettare invece quelle di Cremona.
L’autonomia delle emissioni comunali con la completa eliminazione della citazione sulla moneta del garante imperiale per le emissioni, portò infine alla definizione dei tipi della Repubblica Ambrosiana, dal 1250 al 1310, nei quali, scomparso l’imperatore, dominavano i santi protettori della città, i santi Gervaso e Protaso e, soprattutto, Sant’Ambrogio”.

L'aureo di Brindisi di Federico II
L’aureo di Brindisi di Federico II

L’indicazione del garante imperiale tornò a far capolino nel XIV secolo, in una fase di restaurazione del potere imperiale, tentata da Enrico VII di Lussemburgo nel 1311. “Ma – ammette Arslan – i tempi evidentemente erano cambiati e stavano preparando il riconoscimento ufficiale sulla moneta, prima accanto all’imperatore poi da soli, dei Visconti come ufficiale autorità emittente e quindi come responsabili, a tutti i livelli, della politica economica dello stato. Ciò avvenne con Azzone Visconti, che acquistò per 60.000 fiorini la signoria della città dall’imperatore Ludovico V nel 1329 e che emise un soldo con la sigla (‘az’) presente accanto al nome dell’imperatore”.

Le monete. Accortamente distribuite le monete esposte spaziavano dalle produzioni delle singole zecche lombarde ai ripostigli. Indispensabili, questi ultimi, per “leggere” la circolazione monetaria di un determinato periodo. Ed è proprio con tre ripostigli che si chiuse l’itinerario numismatico della mostra. Si trattava dei denari milanesi dei secoli XI e XII, ritrovati a Cuvio, in provincia di Varese, delle monete lombarde del XII e XIII secolo rinvenute nel cremonese, e più precisamente a Offanengo, e dei conii italiani e francesi portati alla luce a Romanengo.

In Milano e la Lombardia in età comunale le prime testimonianze in moneta riguardano la zecca di Piacenza. Esposto un grosso in argento, quindi un mezzano in mistura e mezzo denaro in mistura battuto dal comune a nome di Corrado II nonché il grosso in argento di Galeazzo I Visconti, 1313-1322. Brescia è a sua volta rappresentata mediante denari e grossi comunali d’argento, mezzani, denari ed oboli in mistura. Idem, nel senso che apre con denari e mezzo grossi comunali d’argento, pure la presenza della zecca di Como della quale la rassegna mostrava grossi comunali e di Federico II ed Enrico VII, assieme a denari comunali in mistura di Enrico VII.

Denari d’argento e oboli in mistura dei vescovi anonimi coniati in Mantova tra il 1150 ed il 1256 precedono i reperti riferiti a Federico. C’è tanto per incominciare, il denaro in argento del comune di Bergamo, quindi il mezzo grosso in argento, il denaro in mistura e il mezzo grosso in argento. È poi la volta dell’augustale in oro mandato a battere da Federico II.

Chiusura, naturalmente, con Milano. Ed in particolare con i denari in argento prodotti a partire da Carlo Magno e fino a Federico II, oboli in argento di Ottone di Sassonia, grossi pure essi in argento di Enrico VI di Svevia, l’ambrosino e il mezzo ambrosino in oro della prima repubblica, grossi e soldi in argento della prima repubblica ambrosiana, quindi grossi argentei di Enrico VII di Lussemburgo, soldi d’argento di Enrico VII di Lussemburgo e di Ludovico V di Baviera, denaro in mistura di Enrico IV, obolo in mistura di Ludovico V di Baviera e soldi in argento di Ludovico V di Baviera con Azzone Visconti.

Quando la Lega batteva moneta

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