Quando la filosofia sposa la numismatica

Per i pitagorici tutto poteva essere ricondotto ad una prospettiva dualistica della realtà: maschio-femmina, fuori-dentro, rilievo-incavo… Perché allora non valutare la possibilità che tali elucubrazioni fossero alla base delle monete incuse della Magna Grecia?

Pitagora
Pitagora

In un articolo dal titolo “C’è incuso ed incuso”, il dottor Biondi traendo spunto da un mio precedente contributo pone in relazione, distinguendole opportunamente, le monete “incuse per errore” e le monete “incuse in senso proprio” indicando con questa seconda definizione la monetazione tutta speciale e particolare che si sviluppò in Magna Grecia e che all’incirca deve essere datata ad un periodo di tempo che può essere limitato fra il 550 ed il 450 a.C., considerando queste date come termini estremi.

Si deve esser grati al dottor Biondi per aver richiamato l’attenzione su un settore della numismatica che è fra i più interessanti, in maniera così originale al di fuori dei soliti schemi ripetitivi. Il dottor Biondi dopo aver accennato alla diversa ragione tecnica che è alla base della realizzazione delle “monete incuse”si sofferma in particolare sull’aspetto esteriore delle monete incuse in senso proprio, rilevandone gli aspetti metrologici e ponderali, evidenziandone i tipi e valorizzandone l’arte. Infine si sofferma sulla fattura, forse mutuata dalla toreutica, quale espressione di possibili leghe monetarie fra “polis”.

Non mi trovo del tutto in accordo con l’autore allorché afferma che nella monetazione incusa della Magna Grecia i conii del dritto e del rovescio, anche se rappresentano la stessa immagine, sono del tutto indipendenti fra loro: “sono due conii diversi, ciascuno a sé stante, variamente orientato e con simboli, leggende e caratteristiche diverse”.

Questi aspetti trovano parziale riscontro se ci si limita alle apparenze delle monete incuse; ma ritenendo che in tal modo si osserva solo l’involucro senza scoprirne il contenuto, vorrei porre in evidenza che le monete incuse della Magna Grecia si caratterizzano in modo così peculiare perché sottintendono anche altro: valenze non da tutti accettate, ed anzi per lo più confutate, ma che personalmente sento di dover additare nella convinzione che vale conoscere la questione.

Statere d'argento di Sibari nella caratteristica tecnica incusa
Statere d’argento di Sibari nella caratteristica tecnica incusa

Senza escludere anche significati politici ed economici che sono alla base del successo della monetazione incusa in Magna Grecia, richiamo l’attenzione sulle implicazioni filosofiche che questi pezzi sottintendono e che possono aver favorito ed aperto la strada ad accordi prima politici e poi anche economici. Le proposizioni di Lenormant, di Hill, di Babelon e di Seltman hanno cercato di evidenziare l’influsso della personalità di Pitagora e della sua Scuola sulla monetazione incusa. Ma queste indicazioni sono state facilmente contestate su base cronologica, giacché questo influsso non ha modo di essere se l’inizio della monetazione incusa deve essere fissato al 550-545 a.C. e l’arrivo di Pitagora nella Magna Grecia al 530-529 a.C.

In effetti ai pitagorici si deve l’elaborazione di concetti di comportamento di tipo etico e religioso che, valorizzando i motivi dell’armonia, sottintendevano una struttura matematica dell’universo: questi concetti erano realizzati all’interno della comunità dei Pitagorici. Le cose che entrano nella costituzione del mondo non sono tutte uguali fra loro, ma possono essere distinte attribuendo loro un valore, il che implica la creazione di una scala di valori e quindi un ordinamento gerarchico.

Per meglio esporre brevemente questi concetti, che influenzarono la dottrina pitagorica con certezza, ma che in essa si rivitalizzarono ci si può limitare al commento di alcuni versi “orfici-pitagorici” che compaiono su una laminetta d’oro rinvenuta in una tomba databile alla fine del V secolo a.C. inizio IV secolo a.C. ad Hippònion, località non lontana da Vibo Valentia:

A Mnemosyne appartiene questo sepolcro. Appena che sarai venuto a morte, giungerai alle case ben costrutte di Ade. V’è sulla destra una fonte, ed accanto ad essa svetta un cipresso bianco: là discendono le anime dei morti e cercano refrigerio; a questa fonte non accostarti neppure. Più avanti troverai la fresca acqua che scorre dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi custodi, ed essi ti chiederanno, in sicuro discernimento che mai cerchi attraverso le tenebre di Ade.

Dì: ‘Sono (figlio) della Greve (terra) e del Cielo stellato. Ardo di sete e mi sento morire; datemi presto la fresca acqua che scorre dal lago di Mnemosyne’. Ed essi allora saranno misericordiosi per volere del sovrano degli Inferi; e ti daranno da bere l’acqua del lago di Mnemosyne. E quando avrai bevuto ti inoltrerai per la sacra via che anche gli altri ‘mystai’ e ‘bàcchoi’ percorrono gloriosi“.

È preliminarmente indispensabile sapere che l’orfismo si sviluppò in una concezione dell’uomo costituito da materia ed anima con l’anima costretta a reincarnarsi periodicamente sottraendosi in tal modo alla beatitudine della vita spirituale.

Statere incuso di Poseidonia
Statere incuso di Poseidonia

L’intera citazione sottintende ricorrenti concetti dualistici: l’acqua del lago Mnemosyne assicura all’anima dell’iniziato l’assoluta liberazione dal ritorno ai vincoli materiali in contrapposizione all’acqua del Lethe ove si raccolgono le anime dei non iniziati che dimenticano (Lethe=Oblio) le esperienze delle vite già vissute e non acquisiscono la capacità di concepire una vita puramente spirituale, che può essere paragonata all’immortalità.

Dualismo si rileva nel colore bianco del cipresso, non a caso definito tale, ma per quel che ci riguarda da porre in contrapposizione ai cipressi noti ai viventi per esaltare la diversità (ancora=dualismo) fra la greve terra ed il luminoso cielo stellato. La stessa posizione della fonte presso cui svetta il bianco cipresso, la destra, ha certo significato.

Per tutto quanto esposto credo che possa rilevarsi nella maggioranza delle monete incuse insiti i concetti sacri agli orfici-pitagorici esprimentisi sulle monete incuse nel dualismo rilievo-incavo, ove il rilievo può associarsi al positivo, al maschile, al dispari e l’incavo al negativo, al femminile, al pari.

Se la implicazione delle monete in questi concetti filosofici può sembrare una impropria dilatazione del pensiero orfico e pitagorico c’è da osservare che alle monete sono sempre state riconosciute diverse valenze oltre a quella di mediare le transazioni ed anzi questa ultima capacità acquisì preminenza solo in epoca romana, ma tracce consistenti dei primitivi attributi si conserveranno per tutto il medioevo quando alle monete erano delegate perfino funzioni apotropaiche.

I Pitagorici non si limitavano a sostenere che la struttura formale dei fenomeni è esprimibile numericamente, ma essendo concepiti i numeri come oggetti concreti ritenevano che le cose stesse fossero fatte di numeri: non solo le cose concrete erano ricondotte ai numeri, ma anche le cose più astratte. La intelligenza per la priorità sulle altre facoltà veniva ricondotta al numero 1, la giustizia al numero 4 sottintendente l’uguaglianza, la opportunità al numero 7 giacché si riteneva che settenario fosse un completo ciclo vitale in natura.

A categorie di numeri corrispondevano anche gli dei: le divinità maschili erano ricondotte ai numeri dispari giacché non divisibili e quindi non generanti altri numeri, e per opposizione di concetti i numeri pari associati alle divinità femminili. Volgendosi ad aspetti apparentemente più concreti il matrimonio era identificato con il numero 5 in quanto giacché riconducibile all’associazione fra i numeri 2 e 3 identificati rispettivamente con l’uomo e con la donna. In questo universo presieduto e regolato dai numeri nessun riconoscimento era dato allo 0.

Statere incuso di Crotone
Statere incuso di Crotone

Per i Pitagorici in effetti tutto può essere ricondotto ad una prospettiva dualistica della realtà con un numero di principii che si oppongono l’uno all’altro. Sicché non è difficile cogliere nelle monete incuse i concetti della “metafisica del numero” che è la teoria fondamentale dei Pitagorici che individuano nei numeri la sostanza e l’essenza di tutte le cose; se il numero è la sostanza delle cose le opposizioni vanno ricondotte ad opposizioni fra numeri.

L’opposizione fondamentale delle cose rispetto all’ordine misurabile, che costituisce la loro sostanza, è quella del “limite” e dell’ “illimitato”: il limite rende possibile la misura, l’illimitato lo esclude. A questa opposizione corrisponde quella altrettanto fondamentale dei numeri “pari” ed “impari” con l’impari che si identifica con il limite ed il pari con l’illimitato. Le opposizioni dell’impari e del pari, del limite e dell’illimitato implicano altre opposizioni: unità-molteplicità, destra-sinistra, maschio-femmina, quiete-movimento, rettangolo-quadrato, retta-curva, luce-tenebre, bene-male, a cui se ne possono aggiungere molte altre sempre riconducibili a numeri: fuori-dentro, alto-basso, rilievo-incavo.

Alcuni concetti si sovrappongono sicché il maschio si identifica con il dispari, con il positivo o con il rilievo mentre la femmina con il negativo, con il pari, con l’incavo.
Questa dottrina potè radicarsi bene e diffondersi rapidamente fra le classi agiate perché nel corso del VI secolo a.C. in ambito Magno Greco già molto diffuse erano le teorie orfiche che vedevano ogni aspetto della vita governato e regolato da principii dualistici.

Rispetto ai numismatici precedentemente citati, che poterono basare le loro argomentazioni su opere di autori dell’età imperiale, attualmente siamo meglio documentati sulle teorie orfiche per il rinvenimento di documentazione coeva.

Statere incuso di Taranto
Statere incuso di Taranto

Perché disconoscere queste implicazioni filosofiche nelle monete incuse della Magna Grecia se esse comparvero e si svilupparono in un periodo in cui queste credenze ebbero la massima diffusione fra le classi sociali dominanti, le sole in cui le monete avevano reale circolazione?

Altre opinioni che possono apparentemente opporsi al sottintendere valenze filosofiche sono la circostanza che l’orfismo italiota non sembra aver avuto un grande numero di iniziati né grande importanza politica, ma a queste osservazioni può opporsi il rilievo che i vincoli di natura dogmatica, nel senso di concezione della vita che tiene uniti più uomini, moltiplicano di molte volte la forza del del loro numero reale, e questo numero per giunta non deve essere posto in relazione al numero di tutti gli uomini, concetto del tutto moderno, ma solo con quello più piccolo dei potenti.

Infine per ricollegarmi a problemi di datazione, a Pitagora si possono adattare gli stessi concetti che sono alla base della “Questione Omerica”: egli fu l’organizzatore che diede ordine a credenze e riti antichissimi, ben radicati in ambiente italiota, tramandati oralmente nell’ambito di classi sociali elevate, e stabilì modi di comportamento inviolabili e costituì una Scuola a cui diede regole basate su principii filosofici.

Certo non tutti gli aspetti delle monete incuse possono essere spiegate con proposizioni filosofiche, ma le altre ipotesi non le chiariscono altrettanto; molto, esse ancora ci nascondono: proprio quello che orfici e pitagorici si proponevano di realizzare nei confronti dei non iniziati.

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