Pillole

Gioielli monetati

Affrontando, in un approfondito dossier, l’oro dei romani Archeo tratta con dovizia di immagini anche dell’utilizzazione in oreficeria di monete d’oro e d’argento. Un’usanza “già documentata in età ellenistica che compare saltuariamente nell’oreficeria romana durante il I ed il II secolo dopo Cristo. Sono piccoli pendenti per collane, nei quali monete d’oro e d’argento sono montate in semplicissime cornici. È tuttavia nel corso del III secolo dopo Cristo che le monete, prevalentemente aurei, sono sempre più spesso incastonate al posto di gemme e pietre dure negli anelli, nelle spille, nei bracciali, nei pendenti di collane. Si producono così gioielli di grande effetto decorativo, a volte molto appariscenti, il cui valore aumenta notevolmente per la presenza di monete spesso ricercate e selezionate con cura.

I monili di questo tipo compaiono frequentemente nei ‘tesori’ occultati dai proprietari, che li avevano accumulati durante momenti di instabilità politica ed economica, nell’imminenza di un grave pericolo o calamità. Si tratta, pertanto, di una forma di tesaurizzazione strettamente legata alla creazione di un bene di rifugio, che la grave inflazione del periodo severiano, ad esempio, rese necessaria.

È inoltre evidente il desiderio di conservare in montature preziose ed elaborate esemplari di monete e medaglioni particolarmente notevoli sul piano artistico (nelle foto: collana a quattro fili di maglia multipla, di lunghezza regolabile, con appesi otto medaglioni con monete di Nerva e Vitellio, proveniente forse dall’Egitto e databile agli inizi del II secolo dopo Cristo, Baltimora, The Walters Art Gallery; residuo di cintura, in parte moderna, con medaglione di Costanzo II, seconda metà del IV secolo, Baltimora, The Walters Art Gallery).

Le monete costituiscono un elemento essenziale per la datazione del monile; tuttavia esse non consentono sempre una precisa definizione cronologica, poiché era consuetudine utilizzare spesso monete già vecchie al momento della lavorazione del gioiello”.

 

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Tre morti per un francobollo

Fino all’aprile 1834 la Compagnia delle Indie aveva il monopolio dei commerci inglesi nell’Estremo Oriente. A metà di quell’anno Lord Napier raggiunse Canton per negoziare un nuovo accordo commerciale con il viceré delle provincie di Kuangtung e Kuangsi, ma senza risultato, a parte l’istituzione a Canton del primo ufficio postale inglese. Fu solo nel gennaio 1841, a seguito della guerra dell’oppio, che la Gran Bretagna ottenne in concessione l’isola di Honk-Kong – posta alla foce del fiume Canton, di fronte a Macao – cui si aggiunsero nel 1898 alcune isole e territori adiacenti.

Il nuovo possedimento entrò subito in attività anche a livello postale, pur fra molte difficoltà: i furti notturni nell’ufficio erano quasi un’abitudine, e il caldo torrido del Mar della Cina, facendo sciogliere i sigilli di cera che allora si usavano per le lettere, spesso rendeva i pacchi di posta un blocco unico.

Grazie ai continui miglioramenti, tuttavia, il 1° maggio 1860 il servizio postale fu affidato da Londra direttamente all’Amministrazione di Hong-Kong, e dal 1° gennaio 1868 fecero capo a Hong-Kong anche gli uffici postali consolari inglesi del resto della Cina e del Giappone, i cosiddetti Treaty Ports, istituiti fra il 1844 e il 1882, oltre a Wei-hai-wei e all’agenzia inglese di Macao. In pratica da quel momento Hong-Kong acquisì un’importanza enorme per i traffici postali con l’Estremo Oriente: il che spiega anche l’interesse collezionistico che sin dall’inizio circondò i francobolli di questa piccola Colonia.

La prima serie di francobolli apparve l’8 dicembre 1862: stampati a Londra dalla De La Rue, recavano strani valori facciali (2, 8, 12, 18, 24, 48 e 96 cents) dovuti al cambio del dollaro di Hong-Kong in base a 2 cents per un penny inglese. Dal 1° marzo 1880 il cambio fu adattato al conteggio decimale, eliminando queste strane cifre.

La distanza dalla madrepatria, e dai fornitori di carte-valori, costrinse molte volte alla creazione di francobolli provvisori, con soprastampe locali. Anche le prime cartoline postali, apparse nel 1879, furono ottenute soprastampando francobolli applicati su cartoncini a stampa, in attesa di quelle preparate a Londra.

Localmente fu anche preparato il primo commemorativo di Hong-Kong, per il cinquantenario della Colonia, che destò scalpore in tutto il mondo, e non tanto per il fatto di essere uno dei primi francobolli di questo tipo. Da una corrispondenza di una rivista filatelica tedesca dell’epoca veniamo infatti a sapere che furono preparati solo 50.000 esemplari, in vendita dal 22 al 24 gennaio 1891, e che data la ressa fu necessario limitare la vendita a 25 esemplari per persona (nelle prime ore) e quindi a 20.

Il risultato fu che aumentò subito di prezzo, passando da 2 cents a 60 cents: e nel parapiglia due portoghesi finirono schiacciati e calpestati a morte, mentre un marinaio olandese fu ucciso di botte per rubargli il piccolo tesoro di francobolli. Un primato non certo invidiabile.

Più positivo, invece, quanto avvenne durante l’ultima guerra. Dal Natale 1941 al 14 agosto 1945 anche Hong-Hong fu occupata dai giapponesi, che però non potevano vantarsene – come avvenne in tutto il resto dell’Oriente – soprastampando i francobolli locali. Grazie alle precauzioni prese dalle autorità postali di Hong-Kong, i quantitativi di francobolli disponibili erano infatti troppo scarsi. Nell’agosto 1945, partiti i giapponesi, fu riaperto l’ufficio utilizzando un bollo “Postage paid”: i francobolli, che erano stati nascosti a Hong-Kong o inviati per sicurezza in India o bloccati in Sudafrica e in Australia, furono messi di nuovo in uso dal 28 settembre 1945, un mese e mezzo dopo la liberazione.

 

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Tutte le banconote firmate Carli

Guido Carli, il grande laico dell’economia, quando se ne andò aveva 79 anni, 35 dei quali vissuti da protagonista dell’economia italiana. Governatore della Banca d’Italia, quindi presidente della Confindustria, senatore, ministro del Tesoro.

Da ministro del Tesoro e più ancora da Governatore dell’istituto di emissione, Guido Carli ha lasciato una significativa impronta anche in numismatica. Firmando documenti riguardanti nuove commemorazioni argentee – suo è tra l’altro il disegno di legge riguardante spiccioli da 1.000 lire, banconote da 500.000 lire e conii d’oro – ma più ancora apponendo in bella evidenza il proprio autografo su decine di banconote prodotte tra il 1960 ed il 1975. I quindici anni, cioé, nei quali Guido Carli operò ai vertici della Banca d’Italia portando l’Istituto di emissione a un grado di incisività e di potere senza precedenti.

Tra le numerose banconote firmate da Guido Carli Governatore (la seconda firma è quella del Cassiere), e qui di seguito riportate, le 10.000 lire lenzuolo con il profilo di Dante al rovescio, in circolazione dal 23 marzo 1961.

Testa d’Italia, L. 500
23.3.1961 Carli-Ripa

Testa d’Italia, L. 1.000
25.9.1961 Carli-Ripa

Giuseppe Verdi, L. 1.000
14.7.1962 Carli-Ripa
5.7.1963 Carli-Ripa
14.1.1964 Carli-Ripa
25.7.1964 Carli-Ripa
10.8.1965 Carli-Febbraio
20.5.1966 Carli-Febbraio
4.1.1968 Carli-Pacini

Giuseppe Verdi e Teatro alla Scala, L. 1.000
25.3.1969 Carli-Lombardo
11.3.1971 Carli-Lombardo
15.2.1973 Carli-Barbarito
5.8.1975 Carli-Barbarito

Galileo Galilei, L. 2.000
8.10.1973 Carli-Barbarito

Repubbliche Marinare, L. 5.000
23.3.1961 Carli-Ripa
7.1.1963 Carli-Ripa

Cristoforo Colombo, L. 5.000
3.9.1964 Carli-Ripa
4.1.1968 Carli-Pacini
20.1.1970 Carli-Lombardo

Cristoforo Colombo e Tre caravelle, L. 5.000
20.5.1971 Carli-Lombardo
11.4.1973 Carli-Barbarito

Repubbliche Marinare, L. 10.000
23.3.1961 Carli-Ripa
2.11.1961 Carli-Ripa
24.3.1962 Carli-Ripa

Michelangelo Buonarroti, L. 10.000
3.7.1962 Carli-Ripa
14.1.1964 Carli-Ripa
27.7.1964 Carli-Ripa
20.5.1966 Carli-Febbraio
4.1.1968 Carli-Pacini
8.6.1970 Carli-Lombardo
15.2.1973 Carli-Barbarito
27.11.1973 Carli-Barbarito

Tiziano Vecellio, L. 20.000
21.2.1975 Carli-Barbarito

Leonardo da Vinci, L. 50.000
3.7.1967 Carli-Febbraio
19.7.1970 Carli-Lombardo
16.5.1972 Carli-Barbarito
4.2.1974 Carli-Barbarito

Alessandro Manzoni, L. 100.000
3.7.1967 Carli-Febbraio
19.7.1970 Carli-Lombardo
6.2.1974 Carli-Barbarito

 

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Nerone e la corona civica

Altro che incendiario! Il bistrattato imperatore romano – si sostiene con l’apporto della numismatica – fu un benefattore del popolo romano.

In una non più tanto recente vendita all’asta fatta a Zurigo è stato aggiudicato uno dei più rari sesterzi di Nerone. La moneta raffigura l’imperatore con corona di foglie di quercia alternate a quelle di alloro. La moneta è significativa per la rarità, per lo stile finissimo e per la solennità dell’avvenimento che ha voluto ricordare la ricostruzione di Roma dopo l’incendio del ’64.

Infatti presenta al rovescio la raffigurazione di ROMA seduta su un trofeo con la Vittoria nella mano: a parere dei numismatici questo sesterzio fu battuto proprio per ricordare la ricostruzione di Roma. Il significato della corona di quercia e alloro in questo caso sottolinea l’aiuto dato da Nerone alla ricostruzione e al soccorso della popolazione, tanto che il Senato volle premiare l’imperatore con la corona civica.

Racconta Svetonio che Nerone immaginò di dare una forma nuova agli edifici di Roma (“formam… urbis novam excogitavit“) e volle che vi fossero sulle facciate delle abitazioni private dei portici sormontati da terrazzi da cui si potessero combattere i futuri incendi; i portici che Nerone fece costruire a sue spese. Le misure adottate dall’Imperatore furono numerose, come ricorda Tacito: allargamento delle strade, riduzione obbligatoria dell’altezza degli edifici, aiuti finanziari affinché per le case da ricostruire fosse utilizzata pietra da taglio e non legno, servizio di soccorso pubblico in caso di incendio e moltiplicazione dei punti dove si potesse attingere acqua.

L’opera di soccorso intrapresa da Nerone fin dai primi momenti fu degna di una moderna ed efficiente protezione civile. Sempre Tacito racconta che Nerone mise a disposizione della popolazione afflitta i monumenti di Agrippa, il campo Marzio e i suoi giardini, offrì rifugio ai senzatetto innalzando costruzioni momentanee, fece arrivare da Ostia e da altri Municipi generi di prima necessità, abbassò il prezzo del grano, ricoverò i feriti nel Pantheon, aprì le terme e il portico di Vipsania a tutti, fece piantonare le strade per impedire opere di sciacallaggio.

Altro che incendiario! Nerone ebbe la corona civica: proprio quella destinata ai benefattori e salvatori del popolo e concessagli dal Senato quando nel ’61 l’imperatore era in rotta aperta sia col Senato che con l’aristocrazia e con gli intellettuali e quando già si andava delineando la congiura dei Pisoni. Ma a Nerone andava il favore del popolo. E fu la volontà del popolo a prevalere e a far sì che il Senato gli concedesse la corona civica per premiarlo giustamente dell’opera di soccorso prestata ai cittadini di Roma. Il sesterzio reca il ritratto giovanile verso sinistra, con la leggenda:

“NERO/CLAUDIUS/CAESAR/AUG/GER/P/M/TR/P/IMP/P/P/” e potrebbe essere datato nel ’65, in quanto manca il titolo iniziale “IMP/” come prenome che Nerone adottò solo a partire dal ’66 con la visita di Tiridate. Moltissimi sono i sesterzi che presentano al rovescio Roma seduta su un trofeo con la vittoria, la testa di Nerone laureata ora volta a destra ora a sinistra, con o senza un piccolo globo sotto il collo: ma questo sesterzio si differenzia da tutti sia per la corona di foglie di quercia alternate a quelle di alloro sia per il preciso significato che assume, quasi volesse dire: “Io Nerone imperatore e salvatore di Roma”.

 

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I 20 centesimi 1863 – Zecca di Torino

I 20 centesimi 1863, Zecca di Torino, rientrano nei modelli tipologici della monetazione di Vittorio Emanuele II con al dritto la testa del Re volta a destra e al rovescio il valore al centro e sotto il segno di Zecca. Ad incidere i conii fu Giuseppe Ferraris.
Questa moneta, sempre con data 1863, fu coniata anche negli anni seguenti: 1864, 1865 e 1866 per un totale di 6.288.572 pezzi.

Una tiratura molto alta. Ma avendo avuto corso sino al 1883, molti esemplari, data la dimensione, sono andati facilmente perduti; inoltre, secondo il Carboneri, quasi tutta la tiratura venne in seguito ritirata.

Il contorno liscio e la minutezza dei particolari, lo scarso valore commerciale, nelle conservazioni medio basse, che non spinge ad una osservazione approfondita, fanno sì che sia una delle monete più facili da falsificare e spacciare.
Rispetto alla moneta originale si riscontrano le seguenti differenze:

Colore del metallo: uguale.
Diametro: uguale.
Spessore: più sottile.
Bordo: più sottile.
Disegno del dritto: mancano molti particolari e ciò non è dovuto all’usura.
Disegno del rovescio: mancano i particolari più bassi del disegno come ad esempio i nastri che escono dal fiocco che annoda i rami.
Firma dell’incisore: non nitida e lettere quasi piene.
Data: contorni sfumati.
Valore: poco in rilievo.
Segno di Zecca: molto incerto e le lettere del marchio BN sono molto allargate.

 

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Le 10 lire del 1946

Le 10 lire 1946 sono il primo pezzo di questo valore coniato dalla Repubblica Italiana. I conii furono incisi da P. Giampaoli su bozzetti di G. Romagnoli, in lega speciale chiamata italma, composta di alluminio e manganese. La moneta pesa grammi 3 ed ha un diametro di mm 29.

Sul dritto sopra la scritta “REPUBBLICA ITALIANA” è raffigurato un pegaso, sul rovescio un ramoscello di ulivo e il valore.
Nel contorno è incisa la scritta REPUBBLICA ITALIANA ed un ramoscello di quercia. Attenzione! E proprio nel contorno che il falsario trova le maggiori difficoltà e non riesce a fare una buona imitazione.

La tiratura è di 101.000 pezzi, per cui la moneta è da considerarsi rara. Dichiarata fuori corso nei primi anni ’50, venne ritirata insieme con le emissioni degli anni 1947, 1948, 1949 e 1950 per un totale di 103.161.170 esemplari su un totale di 117.324.000 pezzi coniati. Sono certo, comunque, che pochi pezzi con la data 1946 finirono nel crogiuolo, dato che quest’annata aveva già attirato l’attenzione dei collezionisti e fu oggetto di accaparramento fin dal 1948.

Una curiosità: in quell’anno essendo ancora sconosciute le tirature, i collezionisti consideravano più rara l’annata del 1946 rispetto al 1947.
Nel falso che abbiamo preso in considerazione si riscontrano le seguenti differenze rispetto alla moneta originale:

Colore del metallo: uguale.
Spessore: più sottile.
Bordo: al dritto molto più sottile, al rovescio di larghezza irregolare, molto sottile sotto la data.
Contorno: le lettere della scritta hanno meno corpo ed alcune lettere sono poco incuse, mentre altre troppo, tanto da gonfiare il metallo attorno.
Disegno del dritto: ha meno rilievo. La criniera è staccata dal collo del pegaso e la coda è più larga.

Disegno del rovescio: l’attacco delle foglie e delle olive sul ramo è molto più sottile.
Firma dell’incisore: ha meno spessore e rilievo.
Data: le cifre sono più sottili.
Valore: uguale.
Segno di Zecca: ha poco rilievo ed il profilo incerto.

 

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I 20 centesimi del 1936

Originale
Originale

La moneta appartiene alla serie emessa per celebrare la proclamazione dell’Impero dopo la conquista dell’Etiopia.
Il corso legale di questi 20 centesimi termina con Decreto ministeriale del 10 marzo 1942 mentre la possibilità di cambio al valore nominale venne prolungata al 30 giugno 1942.

Sono monete rare sia per la tiratura, piuttosto bassa, sia perché, per ragioni autartiche e per la scarsità del nichelio, vennero ritirate dalla circolazione pochi anni dopo la loro emissione. Va detto inoltre che tutte le monete in nichelio, in quel periodo, venivano incettate dalla legge in quanto il valore reale del metallo era spesso superiore al valore legale. Tanto è vero che il Decreto Legge del 24 giugno 1940 recita: “Chiunque faccia incetta di monete di nichelio di conio nazionale, anche fuori corso, è punito con la reclusione fino a 5 anni e con la multa non inferiore a lire 3.000”.

Falso
Falso

Ritengo che quella che illustro qui sia la falsificazione meglio eseguita tra quelle apparse sul mercato.
Rispetto la moneta originale si riscontrano le seguenti differenze:

Peso: inferiore di 0,05 grammi.
Colore del metallo: uguale ma più opaco.
Diametro: uguale.
Spessore: lievemente inferiore.
Bordo: più arrotondato.
Contorno: le righe hanno la stessa larghezza ma meno rilievo.
Disegno del diritto: la testa del Re è più piatta: l’orecchio e l’occhio hanno pochissimo rilievo, mentre i capelli sono più marcati.

Disegno del rovescio: anche qui sia la testa femminile che il fascio hanno scarsissimo rilievo: l’orecchio è bassissimo, i capelli dietro il fascio sono appena accennati e le verghe del fascio sono sottili metà dell’originale.
Firma dell’incisore: quasi illeggibile e completamente addossata al bordo.
Data: bene eseguita ma presenta la superficie dei caratteri più arrotondata, soprattutto la scritta XIV.
Valore: uguale.
Segno di Zecca: lettera R molto sottile e con pochissimo rilievo.

 

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C’è riconio e riconio

Bisogna distinguere tre tipi di riconio. 1) il riconio di vecchie monete, già ritirate e fuori corso legale, per restituirle alla circolazione con nuove leggende e impronte (che spesso si notano a guardar bene sotto le vecchie non del tutto cancellate). Tipico esempio i 20 centesimi del Regno del 1918-19 riconiati sui vecchi nichelini o 20 centesimi del 1984-95.

Riconio del Tallero di Maria Teresa d'Austria
Riconio del Tallero di Maria Teresa d’Austria

2) il riconio può avvenire oltre che su tondelli vecchi anche su tondelli nuovi, come quando una zecca ribatte con i conii originali vecchie monete. Tipico esempio il tallero di Maria Teresa (zecca di Gunzburg), riconiato a Roma nel 1935-39 con i conii originali comprati dall’Austria per finanziare la conquista dell’Impero. La Zecca di Vienna ha riconiato per anni molte monete auree degli Asburgo, distinguendo i riconii per la data diversa o con segni particolari.

3) il riconio può avvenire per opera di privati, ditte, associazioni, circoli a scopo celebrativo o commemorativo, per ricordare una antica moneta o un evento. In questo caso i riconii devono distinguersi dalle monete originali (per esempio con l’indicazione del titolo, per la data della riconiazione, per il diverso diametro e metallo, per riprodurre solo una faccia, ecc.).

Se non ci sono differenze tra moneta riconiata e moneta originale, ci si trova davanti ad una vera e propria contraffazione. In molti riconii moderni che si trovano generosamente sui banchetti dei vari mercatini (chi sa poi a che titolo se sono d’argento!) per evitare le conseguenze della contraffazione e della truffa viene alterato qualche particolare: per esempio sugli scudi di Pio IX l’anno di coniazione fa a pugni con l’anno di Pontificato. Questi riconii moderni si distinguono per la lucentezza, il peso calante, l’imperfezione del conio ed i bassi rilievi delle immagini.

I falsi. Ce ne sono una marea in giro. Nessuna moneta è stata risparmiata. Il vizio è vecchio, vecchissimo a cominciare dalle monete suberate di Roma (dentro di vil metallo e fuori rivestite con una camicia d’argento). Dai falsi d’epoca (talora pregevoli e apprezzati più delle monete originali come quelli creati dal Cavino, dal Cigoi, dal tedesco Becker) bisogna distinguere i falsi contemporanei privi di qualsiasi valore numismatico.

Dalle monete false o contraffatte vanno distinte le monete falsificate o alterate in modo da aumentarne la rarità o il valore, come il dollaro USA del 1800, comunissimo, trasformato nel dollaro 1804 rarissimo, grazie alla trasformazione dello 0 in un 4 (vedi foto).

Come riconoscere i falsi? E un’impresa difficile che richiede colpo d’occhio, spirito d’osservazione, esperienza, tutte cose che si acquistano col tempo facendosi passare tra le mani ed esaminando centinaia di monete. Non ci sono altri antidoti. Qualche volta il falso salta all’occhio per il conio imperfetto e trascurato, per le lettere della leggenda, per il peso calante o eccessivo, per la porosità del metallo e lo sfonfo opaco se la moneta è stata fusa invece che coniata. L’unico vero rimedio è affidarsi, almeno fino a che uno non si è fatto le ossa, ad un professionista onesto che dia tutte le garanzie per i nostri acquisti.

 

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Le 10 lire del 1912 “Aratrice”

Nel 1905 il Ministro del Tesoro Paolo Carcano creò una commissione tecnico-monetaria al fine di dare una nuova e più libera espressione artistica alle coniazioni, uscendo dai tipi consueti, cioé testa e stemma.

La commissione affidò l’incarico ai quattro più noti scultori italiani dell’epoca: Bistolfi, Boninsegna, Calandra e Canonica.

Tra il 1908 e il 1910 vennero esaminati ed approvati quei modelli che impronteranno poi la nuova monetazione.

Col Regio Decreto del 5 maggio 1910 venne approvata la coniazione delle nuove monete d’oro da lire 100, 50, 20 e 10 su modello dello scultore Egidio Boninsegna.

Tale serie venne denominata “Aratrice”.
La moneta da 10 lire 1912 venne coniata in soli 6796 esemplari con titolo 900 millesimi, diametro 19 mm. e peso di 3,22 grammi.
Anche se la sua tiratura è superiore a quella del pezzo da 100 lire, compare molto raramente sul mercato.

Originale
Originale

La moneta falsa illustrata qui proviene dal mercato di Milano ed è stata comperata più di trenta anni fa.
Rispetto alla moneta originale si riscontrano le segueti differenze:

Peso: uguale.
Colore del metallo: leggermente più chiaro.
Diametro: uguale.
Spessore: uguale.
Bordo: più sottile e smussato anziché piatto.

Falso
Falso

 

Contorno: rigatura poco accentuata in alcuni punti.
Disegno del dritto: i capelli mancano di molti particolari, il nodo di Savoia è più sottile, si trovano delle esuberanze di metallo davanti alla bocca e ai baffi.
Disegno del rovescio: dà l’impressione di gonfio, ci sono delle piccole esuberanze di metallo vicino alla testa dell’Aratrice. Le pieghe della veste sono solo accennate.
Firma dell’incisore: poco leggibile, la E di Boninsegna quasi non si vede.
Data: uguale.
Valore: il 10 ha poco rilievo.
Segno di Zecca: la R di Roma è quasi chiusa.

 

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Interesse per la Venezia Giulia

“I periodi bellici, compresi quelli immediatamente successivi alla cessazione delle ostilità, rappresentano sempre momenti di estremo interesse per i cultori di storia postale. Questo principio, valido in generale, è stato anche osservato nel 1945 in Italia. In particolare, un’area che ha dato luogo a emissioni degne di attenzione è quella della Venezia Giulia.

Trieste Zona A - Francobolli italiani soprastampati AMG-FTT
Trieste Zona A – Francobolli italiani soprastampati AMG-FTT

Un breve excursus storico può dare immediatamente un’idea di quanto la situazione sia complessa. Nel settembre 1943 nella zona restano, praticamente, solo le armate tedesche. Il 1° maggio 1945 a Trieste e Gorizia entrano le armate jugoslave e, il giorno dopo, a Trieste arrivano gli anglo-americani. Il 9 giugno, con un accordo firmato da Alexander e da Tito, la Venezia Giulia viene suddivisa in due parti delimitate dalla ‘linea Morgan’; l’accordo viene ratificato a Duino l’11 giugno.

Il 10 febbraio 1947 viene firmato il trattato di pace con l’Italia e il 16 settembre vengono creati i due Territori liberi di Trieste, suddivisi in zona A sotto l’amministrazione anglo-americana e zona B sotto il controllo jugoslavo. Il 15 novembre dello stesso anno Gorizia e parte della Venezia Giulia vengono restituite all’Italia mentre Fiume, Pola e il resto dell’Istria entrano a far parte della Jugoslavia. Il 5 ottobre 1954, infine, viene raggiunto l’accordo che porta la Zona A sotto la sovranità italiana.

Zona B - Francobolli jugoslavi con soprastampa VUJA-STT
Zona B – Francobolli jugoslavi con soprastampa VUJA-STT

Tutti questi avvenimenti, ovviamente, lasciano notevoli tracce storico-postali. Nel 1945, per esempio, si hanno le emissioni preparate dagli jugoslavi per le città di Trieste, Fiume e Pola e per tutto il litorale sloveno. Il 22 settembre dello stesso anno, intanto, nella zona controllata dagli Alleati entrano in corso francobolli italiani soprastampati Amg-Vg (Allied Military Government- Venezia Giulia) e alla fine del 1947 appaiono specifiche emissioni per le due zone del Territorio libero. Nella Zona A vengono soprastampati i francobolli italiani con la dicitura Amg-Ftt (Allied Military Government-Free Territory Trieste) mentre nella Zona B i francobolli jugoslavi ricevono la soprastampa Vuja-Stt (che in sloveno ha lo stesso significato della precedente).

Tutti questi esemplari, dopo aver attraversato un periodo di grande interesse fino alla prima metà degli anni Cinquanta, sono oggi inspiegabilmente trascurati dai collezionisti.
Ciò, però, che tende a essere sempre più ricercato è il materiale non di origine filatelica affrancato con tali esemplari. Il vero limite che impedisce un più marcato “decollo” di questi documenti, forse, è rappresentato proprio dalla loro rarità.

Soprastampa AMG-VG per la Venezia Giulia
Soprastampa AMG-VG per la Venezia Giulia

Tutto il periodo è interessante, ma, in particolare, vanno ricordati gli usi dei primi esemplari soprastampati dagli jugoslavi per Trieste, Fiume e Pola, le emissioni del litorale sloveno e tutta la corrispondenza in partenza dai più piccoli uffici della Venezia (affrancata con emissioni Amg-Vg) o dai numerosi uffici secondari del Territorio libero di Trieste (affrancata con emissioni Amg-Ftt)”.

“Molte serie di ‘Italia Repubblica’ trovano buon riscontro nella domanda ma non altrettanto avviene per settori come il San Marino del dopoguerra e l’intero Vaticano. È ovvio che per alcuni settori menzionati il mercato non potrà fare nulla se non interverranno drastici provvedimenti da parte degli stessi emittenti, in quanto è talmente abbondante l’offerta da non potersi vedere un possibile spiraglio che possa risolvere il problema anche solo parzialmente. In ogni caso da molte parti si stanno muovendo forze che cercheranno di porre rimedio a questi squilibri, ma soprattutto non deve venir meno la fiducia dei filatelisti anche in francobolli che non hanno dato soddisfazioni dovute non solo alla passione”.

 

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Poco presenti i Capitani Reggenti

Il Palazzo del Consiglio Principe e Sovrano e i Capitani Reggenti Tonnini e Marcucci sulla cartolina postale da 10 centesimi
Il Palazzo del Consiglio Principe e Sovrano e i Capitani Reggenti Tonnini e Marcucci sulla cartolina postale da 10 centesimi

La complicata proposta non ebbe seguito. Dobbiamo quindi fregarci le mani per lo scampato pericolo? Mah. Di certo c’è che se in quel lontano 1893 l’idea avesse avuto attuazione, oggi l’album di San Marino conterrebbe la più consistente “telenovela” in dentello.

Una galleria formata da almeno centottantasei Capitani Reggenti ritratti in francobollo.
A far desistere anche i più decisi sostenitori di questa idea – niente affatto peregrina, dato il pullulare di carte valori postali con teste più o meno coronate – non furono, come si potrebbe supporre, proteste o lagnanze. Più semplicemente l’ipotesi sfiorì per le implicazioni economiche che essa comportava e per la scarsa se non nulla remuneratività che l’iniziativa lasciava intravedere.

“L’emissione di simili francobolli non potrà certamente essere economica perché ogni qualvolta occorra cambiare il nome dei Reggenti sarà pur d’uopo incidere i nuovi e ripetere un rame per ogni serie di francobolli. E poiché i francobolli da fabbricare semestralmente saranno pochi il costo dei medesimi riuscirà senza dubbio assai elevato”. Chiamata a pronunciarsi su queste perentorie argomentazioni del Direttore dellOfficina Carte Valori di Roma il 6 ottobre 1893 la Congregazione Economica del Titano lasciò perdere.

L’unica presenza filatelica dell’istituto Reggenziale resta perciò quella del 1894, peraltro chiacchieratissima, con cui il Titano salutò l’inaugurazione del Pubblico Palazzo. Prima emissione di beneficenza del mondo, giacché il prodotto netto venne “destinato ad un’opera di beneficenza”, la triplice infornata dentellata riuscì a collezionare critiche in gran copia.

Mugugnarono, tanto per cominciare, i collezionisti. S’indispettirono i puritani per lo stile, commerciale e un po’ facilone, della circolare con la quale Vito Serafini, segretario della Commissione del Palazzo del Consiglio, annunciava l’emissione spedibile a “qualsiasi indirizzo e destinazione” mediante invio raccomandato “per gli ordini d’acquisto che perverranno direttamente, a condizione che siano d’importo superiore alle 50 lire, pagabili in biglietti di banca italiani o francesi”, e vistoso cadeaux per richieste superiori alle 500 lire. L’invio, in questo caso, venne effettuato in “una busta speciale da 5 lire, di cui è stata fatta una tiratura limitata a duemila esemplari e che non ha valore se non porta il timbro della Posta di San Marino”.

Contro l’emissione scese addirittura in campo la Germania, tanto che il ministero italiano delle Poste e dei Telegrafi si sentì in dovere di raccomandare ai sanmarinesi “molta riservatezza nel fare nuove emissioni di valori postali specialmente commemorativi che fanno cattiva impressione in Europa”.

E come se ciò non bastasse, le vendite furono deludenti. Nei sei mesi in cui rimasero in vendita, ossia dal 30 settembre al 31 marzo 1895, i tre francobolli incriminati fruttarono, assieme alla meno bistrattata cartolina postale, un incasso di poco superiore alle 23.000 lire. Somma alla quale si devono aggiungere le 10.500 lire che nel 1900 l’inglese Hugo Griebert cavò di tasca in cambio delle consistenti rimanenze.

Le “disgrazie” che trapuntano la vita postal-filatelica di questa emissione, che oltre ad essere la numero uno mondiale in fatto di beneficenza è anche la prima commemorativa di San Marino, non finiscono qui. Le piccole immagini dei Reggenti offerte in francobollo e negli interi da 10 centesimi sono infatti esatte solamente a metà. In quanto Pietro Tonnini, ritratto insieme al co-Reggente Francesco Marcucci, era deceduto il 24 agosto ed al suo posto era subentrato Giuliano Belluzzi. Entrambi poi passarono il testimone il giorno dopo l’uscita della serie, la quale vide per l’appunto la luce il 30 settembre.
Anche così, stemperate ormai da lungo tempo le polemiche, l’emissione conserva un suo fascino. Ha il valore di una testimonianza storica e di esaltazione del singolare Istituto Reggenziale.

“Rappresentazione dello Stato”, “punto preciso e sicuro riferimento per la cittadinanza”, così Maria Antonietta Bonelli definisce l’Istituto Reggenziale nello splendido volume pubblicato col titolo I Capitani Reggenti. Un’istituzione antica, suprema garante della perpetua libertà che è caratteristica peculiare della terra dell’abate Marino.

Un’istituzione che, proprio per l’importanza che ha sempre avuto nella storia di San Marino, avrebbe forse meritato presenze filateliche più marcate. S’è invece dovuta accontentare dei francobolli litografici nati nel 1894 nello stabilimento torinese Grand Didier & Bruno, su disegni di Francesco Azzurri, e della cartolina prodotta a Bologna dalla G. Wenk & Figli in centomila esemplari, metà dei quali con sigla V R (le iniziali del disegnatore?). Valori facciali da 25 c, 50 c e 1 lira i francobolli (23/25), nominale da 10 centesimi la cartolina postale.

Qua e là ci si può tuttavia imbattere in altre fortuite presenze di Reggenti. Com’è il caso di Pietro Tonnini, da Emilio Retrosi ritratto nella grande tempera che adorna la sala del Consiglio Grande e Generale, al di sopra del trono dei due Reggenti, per l’appunto eletti in seno a quest’assemblea (Tonnini è il vecchio con fluente barba bianca) e che rimangono in carica per sei mesi. L’intero dipinto è riprodotto sui tagli da 10 e 15 lire del 15 marzo 1945, Cinquantenario del Palazzo del Consiglio, prodotti in foglietto con e senza perforatura assieme ad un 25 lire che raffigura lo stesso Palazzo (F4/5).

Casuali pure i tributi dentellati ad Antonio Onofri, sei volte Reggente nel periodo che va dal 1791 al 1821 (San Marino, 122/2; 130/32; 205/6; 319).

 

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Ra’s al Khaima e Ajman celebrano l’Italia

Il Governatorato dello Stato di Ra’s al Khaima, Stato indipendente un tempo sotto la protezione della Gran Bretagna e poi dal 1971 membro dell’Unione degli Emirati arabi, nel 1970 in occasione dei campionati mondiali di calcio – Coppa Jules Rimet – emise una serie di monete proof a corso legale in oro (900) e in argento (925 millesimi) dedicate allo sport e ai suoi campioni. La serie raffigurava Giacomo Agostini (7½ riyals in argento, grammi 22,31), Felice Gimondi (10 riyals in argento, grammi 30,925), la squadra dell’Internazionale al completo (15 riyals in argento, grammi 44,87 e 200 riyals in oro, grammi 41,400), Gigi Riva (50 riyals in oro, grammi 10,350) e Gianni Rivera (75 riyals in oro, grammi 15,530). La tiratura complessiva fu di 2.885.000 riyals pari a 600.000 dollari, circa 380 milioni di lire di allora.

Al primo centenario di Roma Capitale venne dedicata sempre nel 1970 e in proof un’altra serie comprendente i valori da 200, 150, 75 e 50 riyals in oro con diverse impronte: la vittoria alata e il Colosseo, Vittorio Emanuele II, Romolo e Remo con o senza la Lupa.

La serie “Venezia da salvare” emessa nel 1970 dall’emirato di Ajman con in primo piano una gondola, i cavalli di San Marco, il Canal Grande e i suoi palazzi comprende solo i valori in oro da 100, 50 e 25 riyals.

Data la limitata tiratura, e come testimoniano le valutazioni sui vari cataloghi, queste monete sono da considerare rare. Ma sono più medaglie che monete, non essendo destinate alla circolazione ma solo alla tesaurizzazione e comunque sono monete a carattere più speculativo che celebrativo. E difficile trovarle anche in Italia nonostante le siano state dedicate.

 

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Dalla Medusa al Leone di San Marco

Contrassegno Medusa
Contrassegno Medusa

Messa da parte la Medusa, dal 27 aprile 1971 il contrassegno di Stato sulle varie banconote è a taglio regionalistico. Esso comprende difatti elementi figurativi riconducibili a Venezia e, con essa, alle restanti repubbliche marinare di Pisa, Genova e Amalfi.

MEDUSA. Un volto di giovane donna, in prospetto, raffigurante una immagine mitologica denominata Medusa. Ai due lati di esso, superiormente, si aprono due brevi ali piumate e, più in basso, escono dalla chioma disordinata due teste di serpentelli, i quali, col resto del loro corpo, si attorcigliano al di sotto del mento.

Il volto predetto, disegnato a trattini e puntini, con effetti di chiaro scuro, emerge da un fondino a tratti rettilinei orizzontali, ombreggiati, formante un disco di 15 millimetri di diametro. Tale disco è a sua volta contenuto in una cornice costituita da una fascia circolare con fondo tratteggiato da cerchi concentrici, sulla quale sono disposte 24 perline equidistanti, e da un fregio che si sviluppa esternamente alla fascia, formato da motivi ornamentali triangolari, simmetrici, con intreccio di foglie stilizzate, in bianco, su un fondino finemente tratteggiato.

Compresa la cornice il diametro del medaglione risulta pari a 22 millimetri.
Tale contrassegno è stato impresso, con inchiostro rosso vermiglione, al solo recto dei biglietti di banca.
Decreto ministeriale 14 agosto 1947, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 251 del 31 ottobre 1947.

Contrassegno Repubbliche Marinare
Contrassegno Repubbliche Marinare

REPUBBLICHE MARINARE. Realizzato in forma circolare con diametro di 18 millimetri circa il contrassegno di Stato presenta la parte esterna delimitata da una corniche a guilloche, in posizione leggermente eccentrica rispetto al disco centrale.

La parte interna del contrassegno è divisa in due settori: in quello superiore è raffigurato il leone alato di San Marco, ripreso dall’altorilievo esistente sulla facciata del palazzo ducale di Venezia. In quello inferiore sono raffigurati gli stemmi di altre tre Repubbliche marinare: Pisa, Genova e Amalfi. Un rigatino a tratteggio orizzontale completa il fondo.

Il contrassegno è stampato in calcografia, sul solo recto dei biglietti, con inchiostri: bruno, verde oliva o rosso violaceo, da accostare alle intonazioni cromatiche dei diversi tagli di banconote.
Decreto ministeriale 23 febbraio 1971, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 104 del 27 aprile 1971.

 

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Comete e stelle ‘nove’

La grande cometa di Halley come appare su un denaro di Augusto del 12-17 d.C:
La grande cometa di Halley come appare su un denaro di Augusto del 12-17 d.C:

Come dice il nome, le comete sono stelle chiomate, anche se col tempo quella “chioma” è diventata, meno poeticamente, una “coda”. Sono abbastanza frequenti, e Aristotele, che poneva come principio l’immutabilità dei cieli, le considerava un fenomeno dell’atmosfera, una “meteora”, di fugace apparizione.

Seneca, nel I secolo d.C., aveva avuto la felice intuizione che anche le comete, di solito considerate segni nefasti del cielo, fossero innocui astri ricorrenti. Ma questo fatto lo scoprì solo Halley nel 1682, calcolando l’orbita della cometa di quell’anno, e rintracciando ricordi storici di precedenti passaggi di una cometa con le stesse caratteristiche orbitali ogni 75 anni e mezzo circa.

Vi è, poi, un altro fenomeno astrale, più raro, ma più impressionante, perché mal si conciliava colle teorie di Aristotele, quello delle “stelle nove” o “nuove”. In un punto del cielo compare una stellina mai vista; in poco tempo aumenta di splendore, tanto da superare normalmente quello di tutte le altre stelle, per poi spegnersi lentamente. In questo caso ci troviamo ad osservare, anche a occhio nudo, una stella fissa fra le stelle fisse, che ruota insieme a tutte le altre: si tratta dell’esplosione di una stella.

Edmond Halley
Edmond Halley

Gli astronomi, che ne hanno osservate al telescopio anche in altre galassie, ne considerano di diversi tipi. Per quelle della nostra galassia, oltre ad averle rintracciate in antichi documenti, di solito con i loro telescopi riescono a scorgerne i resti in forma di nebulosità particolari, oppure a coglierne un segnale elettromagnetico con radiotelescopi.

Le prime “nove” di cui abbiamo precise osservazioni sono del 1579 e del 1604. Una stella temporanea ricordata dalle cronache cinesi, certamente un “nova” è del 1504.

La stella che guidò i Re Magi con ogni probabilità era una “nova”. Sorgendo da Oriente e tramontando a occidente, col resto del firmamento, li portò dalla Persia alla Palestina. Giotto però fu impressionato dal passaggio della cometa di Halley, e così, quando fra il 1305 e il 1306 dipinse la scena del Presepio nella Cappella degli Scrovegni, a Padova, la stella dei Magi diventò una cometa, e tale è rimasta in seguito fino a noi.

Sulle monete antiche vi sono talora stelle di grande evidenza che possono ricordare un’apparizione eccezionale. Se non c’è traccia di chioma, o se si vuole, di coda, è probabile che si tratti di stelle “nove” galattiche.

 

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Pillole

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