Pillole

La monetazione alessandrina di epoca romana

La serie alessandrina è stata senza dubbio trascurata in Italia, non tanto da un punto di vista scientifico in quanto studiosi seri non sono mancati, quanto dai collezionisti, il che storicamente può avere avuto in epoca passata qualche giustificazione. Perché il raccoglitore avrebbe dovuto affannarsi per collezionare materiale d’importazione quando il nostro suolo e il nostro sottosuolo restituivano magicamente pezzi nostrani di ogni genere e sorta dagli stateri della Magna Grecia ai baffi dei Savoia?

Denaro della Repubblica (dea Moneta)
Denaro della Repubblica (dea Moneta)
Denaro della Repubblica (dromedario)
Denaro della Repubblica (dromedario)
Denaro della Repubblica (cittadino che vota)
Denaro della Repubblica (cittadino che vota)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma ora il collezionista, nel suo interesse, dovrebbe mitigare la prospettiva nazionale che rischia ormai di divenire provinciale in un mondo in cui forse sopravviveranno ancora per anni le barriere monetarie, ma in cui quelle numismatiche sono cadute da tempo.
Si prenda esempio da quanto avviene in Inghilterra o in Germania, paesi di grande tradizione collezionistica, nei quali i raccoglitori si dedicano alle serie più strane ed in questo modo, differenziando gli interessi, ottengono persino prezzi migliori in quanto non esasperano la domanda.

La monetazione alessandrina merita di essere seguita, anche perché risulta ancora sottovalutata. Non è impossibile trovare dei pezzi, specialmente del basso impero, con qualche decina di euro. E si paragonino prezzi del genere con quelli del numerario della Zecca di Roma!

Dritto di un Aes Grave della serie semiliberale
Dritto di un Aes Grave della serie semiliberale
Rovescio di un Aes Grave della serie semiliberale
Rovescio di un Aes Grave della serie semiliberale
Denaro di Settimio Severo
Denaro di Settimio Severo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È ovvio; il collezionista che desidera monete di grande conservazione o di fattura eccezionale non troverà grande soddisfazione ad Alessandria, perché si tratta di monete di mistura piuttosto vile o di bronzo con aggiunta di piombo, che quindi si sono ossidate e degradate perdendo lucentezza e magari anche qualche pezzo.
Inoltre la qualità, per così dire, artistica mancava dall’inizio, se non nel periodo che va da Traiano a Commodo.

Ma in compenso è possibile godere di una galleria di ritratti più o meno fedeli di imperatori che va da Augusto a Diocleziano con l’aggiunta di qualche usurpatore locale non effigiato a Roma; oppure registrare ritratti di personaggi non ricordati dalla moneta romana come Poppea, seconda moglie di Nerone e Antinoo, il favorito di Adriano.

Il rarissimo diobolo in bronzo battuto ad Alessandria sotto Antonino Pio
Il rarissimo diobolo in bronzo battuto ad Alessandria sotto Antonino Pio

Inoltre i rovesci risultano spesso interessanti in quanto rappresentano miti, divinità e argomenti del mondo egiziano o di quello greco-egiziano che possono diventare essi stessi oggetto di studio e di attenzione; Isis, Sarapis, Harpokrates accompagnati da serpenti di vario genere e da animali locali quali lo sciacallo, l’ibis, il coccodrillo o l’ippopotamo sono pronti ad istigare la fantasia del collezionista. Una delle particolarità della moneta alessandrina è inoltre quella di essere datata con l’anno di regno dell’imperatore.

Nella foto del diobolo, ad esempio, si può leggere ethos b, cioé anno secondo dell’augusto sul diritto, ovvero di Antonino Pio.

Il rarissimo diobolo in bronzo battuto ad Alessandria sotto Antonino Pio
Il rarissimo diobolo in bronzo battuto ad Alessandria sotto Antonino Pio

Il fatto di essere datata, se da una parte può privare il collezionista del giochino di cercare una datazione, dall’altra conferisce alla serie un’importanza pressoché unica.
Lo studioso (quindi anche il collezionista) può infatti lavorare ad esempio nel campo delle analisi dei conii per quantificare il volume delle emissioni partendo dal dato cronologico sicuro.

Il tetradrammo alessandrino di mistura d’argento si divideva in dracme di bronzo (6 per tetradrammo), che a loro volta si dividevano in dioboli, oboli ecc.
L’esemplare riprodotto è appunto un diobolo di bronzo di Antonino Pio del secondo anno, che al diritto presenta il capo dell’imperatore e al rovescio Harpokrates nudo seduto su un fiore di loto. Si tratta di un pezzo rarissimo, di grande prestigio e di buona conservazione; può essere valutato intorno ai duemila euro. Come dire: chi cerca la qualità può trovarla anche in Egitto.

 

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Il tallero per l’Eritrea di Umberto I (1891-1896)

Questi talleri (5 lire) vennero coniati per soddisfare il bisogno di monete metalliche della nuova Colonia Italiana: l’Eritrea, ed insieme ad essi furono anche coniate monete da 4/10 di tallero (2 lire), 2/10 di tallero (1 lira) e 1/10 di tallero (50 centesimi).
Per la coniazione di queste monete fu usato il metallo proveniente da monete napoletane e pontificie ritirate dalla circolazione dopo l’unificazione dell’Italia. Queste monete sono abbastanza rare per il fatto che nel 1898, con regio decreto n° 415 del 4 settembre, vennero ritirate in grande quantità per essere rifuse e trasformate in monete per l’uso interno.

Originale
Originale

Queste le caratteristiche tecniche del tallero:
Metallo: argento 900 millesimi.
Peso: gr. 28,12.
Diametro: 40 millimetri.
Contorno: rigato.
Pezzi coniati: 196.000 con millesimo 1891 e 200.000 per il 1896. Oggi risultano molto più rari i talleri con il millesimo 1896 proprio per il fatto che furono rifusi in grande quantità ancor prima di essere messi in circolazione.

Falso
Falso

Numerosi sono i falsi numismatici di questi talleri; quello che oggi esaminiamo porta la data 1896 mentre l’originale con il quale si fa il confronto è del 1891.
Ecco di seguito le differenze riscontrate rispetto all’originale:
Colore del metallo: più chiaro.
Diametro: uguale.
Spessore: più sottile in modo evidente.
Bordo o margine: molto sottile e di poco spessore.
Contorno: le righe sono più frequenti ed hanno minor corpo.
Disegno del diritto: ben realizzato ma con poco rilievo; alcuni particolari della corona si vedono poco poco uscire dal campo, che si presenta leggermente convesso.

Disegno del rovescio: valgono le stesse considerazioni del diritto. Particolari che subito si evidenziano sono: il cerchio della corona che non chiude ed i raggi del Collare dell’Annunziata che quasi non si vedono.
Firma dell’incisore: ben imitata.
Data: le cifre sono perfette, ma hanno meno rilievo.
Valore: imitato molto bene.
Peso: molto scarso, gr. 27,30.

 

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‘Sono arrivati i bollini e da oggi si devono adoperare’

Verona, 1 giugno 1850.
Cara moglie, stamattina di bonora ti ho mandato la Genoveffa col Toni e il biroccio, quelllo vecchio che dà meno nell’occhio.
Guardami ben bene la cavalla perché ogni tanto zoppica e appena si ferma segna colla chiappa destra. Se hai finito le spese, guarda se puoi tornare che c’è la Maria che domani viene col moroso e mi ha detto che dopo il vespero cantato passa da noi. Sarà che dopo sette anni si vogliono sposare e vorranno sapere per il mangiare.

Circolare del 3 luglio 1958, numero 5485, con la quale la Direzione di Verona forniva agli uffici dipendenti particolari per la distinzione dei francobolli da 45 centesimi falsificati a Milano
Circolare del 3 luglio 1958, numero 5485, con la quale la Direzione di Verona forniva agli uffici dipendenti particolari per la distinzione dei francobolli da 45 centesimi falsificati a Milano

Sono arrivati i bollini, non so da quando ma sono arrivati e da oggi si devono adoperare. Come c’era scritto, il 5 centesimi è per le circolari e sono poi quelli che vanno bene per i nostri bachi e così ne ho fatto mettere da parte 80 e stamattina il Giovanni me li ha portati. L’austriacante faceva la ruota come un tacchino tutto fiero della mercanzia dei suoi padroni. Forse una volta tanto non ha tutti i torti perché il lavoro è proprio ben fatto e anche la gomma che c’è di dietro per aiutare ad attaccarci i bollini sulle lettere ho visto che va bene.

Il 5 centesimi è di colore giallo e va bene per via del Papa, il 10 centesimi che serve per le lettere che si scrivono fra di noi in città è nero e va ancora meglio perché non è proprio nero come il carbone ma almeno ci va vicino e per me è già una gran soddisfazione. Gli altri tre sono il 15 centesimi che è rosso, il 30 che è marrone e il 45 che è azzurro. Non c’è il verde e prima non ci ero arrivato ma adesso che li ho visti mi è venuto in mente il perché. Mi spiegava ancora il Giovanni, ma già lo sapevo, che servono le prime dieci leghe, poi le prime 20 e poi dopo per tutte le terre dei todeschi e anche che il 10 centesimi oltre che per la città serve ancora per i paesini appena fuori le mura e questo non lo sapevo. Invece le circolari vanno bene dappertutto, e così con i 5 centesime si va anche in Ungheria.

È andata via da poco l’Amiganza che è arrivato giusto con le campane del mezzodì e si è messo a raccontarmi la rava e la fava che più di venti lire non poteva tornarmi. E per fortuna che non si è accorto che mi lamentavo molto, ma facevo fatica a nascondre il sorriso sotto i baffi perché mai e poi mai mi sarei aspettato che stavolta mi portasse un soldo bucato. Quando mai gli abbiamo dato quei soldi. Cara Geppa, avevi ragione tu. È tutta colpa mia.

Francobolli di Lombardo-Veneto del 1850
Francobolli di Lombardo-Veneto del 1850

Poi ha messo le gambe sotto il tavolo, si è mangiato la solita montagna di bolliti annaffiata da un litro più uno scodellino del migliore e così abbiamo allungato il conto.
Però quando ha visto i bollini il nostro conte dalle braghe onte se l’è guardati ben bene e poi mi ha tirato da parte per dirmi che col tempo poteva farne uguali basta che gli andassi incontro e per esempio lui mi dava 100 bollini e anche più da 15 o 30 centesimi e io gli pagavo la metà e l’altra si poteva adoperare quasi tutta per andare a calare il debito.

Amiganza, lascia stare, gli ho detto, che io sono tutto di un pezzo e non ho nessuna voglia di mettermi contro Radetzky, anche se pagherei un occhio per fargliela.

Perché mi diceva il Giovanni, che persino usare un bollino già usato e magari anche appena appena può costare un occhio e figuriamoci a farli uguali. Cara mia, questo conte una ne fa e cento ne pensa. Finirà che andrà a pulire i buglioli dei todeschi e chissà per i nostri soldi. È proprio matto. Però caso mai, quando vieni ne parliamo fra di noi.

Mi ha anche detto che riuscire a trovare i bollini con i carantani, che ci sarebbero anche loro, si potrebbero a dar via in centesimi e ci sarebbe da guadagnare un bel po’. E questo l’ho subito capito ma dove sono i bollini. Mi sono messo a ridere ma sotto sotto ci ho pensato e così appena arrivi ci pensi tu.

Cara moglie, guardami ben bene la Genoveffa perché se mi va via piangiamo tutti e due e a me magari mi viene un colpo. E ricordati, se ci stanno, di caricare anche un bel po’ di fascine per il forno perché mi sono accorto che ne ho consumate un po’ tante. Il tuo devoto marito che sempre ti aspetta Beppe.

 

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Lady McLeod: dalla nave al francobollo

Tre lettere, LMC, un veliero. È questo uno dei più rari francobolli di posta locale del pianeta. Si tratta del leggendario Lady McLeod, dal nome del battello a propulsione mista – vela e ruota – in servizio da Port of Spain, capitale di Trinidad (l’isola scoperta circa mezzo millenio fa da Cristoforo Colombo), a San Fernando.

A prendere l’iniziativa del francobollo, sia pure d’uso locale, fu l’intraprendente capitano David Bryce, il proprietario del vascello il quale, era il 24 aprile 1847, cominciò a distribuire questo rettangolino di carta color verde smeraldo col veliero Lady McLeod in alto e le iniziali LMD in basso. Venduto in cambio di 5 centesimi veniva utilizzato sulle lettere che, come detto, andavano dalla capitale dell’isola di Trinidad alla città di San Fernando.

Lady McLeod di Trinidad, anno 1847, su frammento
Lady McLeod di Trinidad, anno 1847, su frammento

Isola tutta particolare, contesa un po’ da tutte le potenze europee (occupata dagli olandesi nel 1642, conquistata dagli inglesi nel 1672, nuovamente olandese nel 1674, neutrale nel 1748 e poi ceduta alla Gran Bretagna, fatta propria dai francesi nel 1783, ancora inglese nel 1793, restituita alla Francia nel 1802, definitivamente assegnata alla Gran Bretagna nel 1814), Trinidad è particolarissima anche a livello postale. Non tanto per i normali servizi postali, che nel 1860 cominciarono ad utilizzare un timbro a forma di cerchio sormontato da una corona, con la scritta Pagato a Trinidad, quanto per l’affascinante LDM, Lady McLeod. Annullato, cosa che ancora adesso fa rabbrividire i puristi più intransigenti, con dei tratti di penna.

Addirittura cinque le tipologie di questi tratti di penna tracciati sul LDM di Trinidad. Individuate e descritte qualche tempo fa da Giovanni Chiavarello. Il primo tipo di obliterazione presenta vari tratti di penna, su due righe orizzontali, apposti diagonalmente da sinistra verso destra. Una lettera così annullata è del 28 aprile 1847, quinto giorno d’uso. Più spiccio l’annullamento eseguito a maggio mediante due tratti incrociati, uno dei quali, quello che scende da destra verso sinistra, passa dal margine inferiore del francobollo alla soprascritta.

Nei successivi mesi di giugno e luglio i due tratti restano in ambito del francobollo. Particolare curioso: le grafie diventano due, il che lascia supporre che a dar man forte all’addetto postale sia arrivato un aiutante.

Ad un certo punto l’inchiostro cominciò a scarseggiare e a poco servì diluirlo con l’acqua. Per risparmiare, la lunghezza delle due linee venne ridotta ai minimi termini. Fino a sparire del tutto tra agosto e settembre del 1847, per poi ricomparire ad ottobre. Durante la latitanza dell’inchiostro il capitano David Bryce, o chi per lui, “ebbe un’idea che verrà ripresa, alcuni decenni più tardi, dalle Poste afghane: l’annullamento del francobollo mediante strappo di un angolo, probabilmente sempre quello inferiore sinistro, se il francobollo non è applicato capovolto su lettera”.

Difficilmente, tuttavia, lo strappo angolare è immediatamente visibile per il semplice fatto che “le parti mancanti dei francobolli così mutilati vennero rifatte in passato, per rendere più accettabili i Lady McLeod difettosi”.

 

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Lo stemma di Casaletto Lodigiano

Cercare i motivi che sono alla base di uno stemma non significa necessariamente ricorrere ai sistemi simbologici che, dal ‘600 in poi, vennero creati allo scopo; pur avendo molto fascino ed un loro senso, essi vanno subordinati ai presupposti che l’hanno originato, ignorando i quali si corre il rischio di raccontare un sacco di cialtronerie.

Il blasone del decreto presidenziale di concessione dello stemma del Comune di Casaletto Lodigiano (LO), rilasciato il 5.7.1952, recita: “troncato: nel 1° d’oro alla croce di rosso; nel 2° di rosso alla banda d’azzurro, attraversata da un leone d’oro, coronato dello stesso”. La sua chiarezza contrasta col disegno dato, che gli è poco fedele nel colore del leone (al naturale anziché d’oro; vedi il campo dorato che lo sovrasta) e della corona, che inoltre è “all’antica” (cioé di foggia semplice, senza decorazioni e con tre punte sul cerchio), e lo sormonta senza toccarlo (mentre doveva “coronarlo”, cioé poggiarsi sul suo capo).

In base al Regolamento del 7.6.1943, l’Ufficio Araldico della Presidenza del Consiglio dei Ministri è abilitato a riconoscere stemmi, non ad idearli. Un tempo, il suo equipollente si occupava anche della creazione di nuovi stemmi: se fosse ancora così, ora la genesi d’un’arma sarebbe facile da ricostruire. Invece, l’Ufficio oggi ratifica stemmi già approntati, imponendo agli autori ulteriori studi qualora ne ritenga poco approfondito un aspetto storico, estetico o araldico.

Il detto decreto conferma che questo stemma ha seguito correttamente il suo iter: apposita delibera del Consiglio Comunale, seguita da esplicita richiesta del Sindaco. Prima di quel 5.7.1952, quindi, partì dal Comune una documentazione correlata (come da vigenti disposizioni) dai motivi che hanno originato lo stemma, completa di cenni storici e di un bozzetto illustrativo; copia di tutto ciò è senz’altro esistente presso gli archivi del Comune.

Gli spunti da cui trarre ispirazione per creare ex-novo uno stemma civico sono parecchi (uso, tradizione, caratteristiche geopolitiche, riferimento a stemmi di feudatari o persone eminenti, arbitrio, ecc.). Per quanto concerne Casaletto Lodigiano, si ritiene preponderante il riferimento ad entità eminenti, come infatti si ha nella prima parte del troncato che è costituita dalla croce rossa in campo d’oro di Lodi.

Lo stemma lodigiano, già esistente forse fin dalla prima Crociata, è documentato dal 1500 e fu confermato da un decreto di concessione del 9.11.1933.
La positura preminente nello stemma di Casaletto Lodigiano sottolinea un primato a cui questi volontariamente si adegua, aumentando il proprio prestigio col sottolineare l’importanza del sito limitrofo (che è stato, alcuni decenni fa, elevato a capoluogo di provincia).

La seconda parte del troncato ha meritato una speciale ricerca. Ritenendola derivata dallo stemma d’una personalità eminente, si sono ricercate le famiglie aventi un predicato nobiliare ufficialmente riconosciuto, su un ex feudo locale, esse sono: con predicato a Lodi: Melzi d’Eril (duchi)/Astori; Barni; Bonelli; Carpani; Cernuscoli; Codazzi; Guidobono Cavalchini Garofoli Roero S. Severino; Majneri; Provasi; Rho; della Scala; Sommariva; Villani; Visconti; Vistarini (tutti patrizi). Con predicato a Casaletto Lodigiano: nessuna.

L’elenco non comprende eventuali famiglie che, prescindendo da predicato, abbiano avuto altro tipo di rilevanza. Delle famiglie dette, nessuna ha tuttavia uno stemma che si ricolleghi al “di rosso alla banda d’azzurro, attraversata da un leone d’oro, coronato dello stesso” della seconda parte dell’arma di Casaletto.

Ulteriori stemmi di famiglie locali si potrebbero rilevare dai seguenti manoscritti conservati nella Biblioteca Comunale Laudense (Palazzo San Filippo, Lodi): 1) Familiarum nobilium laud. arbores, XVII sec., con addende; 2) A. Timolati, Genealogie di famiglie lodigiane, 1888; 3) A. Segrà, Araldica della nobiltà lodigiana (2 voll.), XIX sec.

 

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Monete di necessità per l’assedio di Siracusa

Dal settembre 1734 al marzo 1735 la Sicilia viene contesa da due Re entrambi di nome Carlo e tutti e due con il numerale III: l’infante di Spagna Carlo di Borbone, figlio di Filippo V, già insediatosi in Italia come duca di Parma e Piacenza, e l’imperatore Carlo VI d’Austria.

Carlo di Borbone, armi alla mano, dopo aver conquistato il Regno di Napoli in tre mesi, passa in Sicilia alla testa di 14mila uomini e in poco tempo – appena 20 giorni – si rende padrone anche di questo regno, strappandolo agli austriaci cui la Sicilia e Napoli erano stati assegnati dal Trattato dell’Aja del 1720. Si tratta per la Spagna di un ritorno, dato che l’isola era stata spagnola dal 1282 al 1713, e Napoli dal 1442.

Le truppe tedesche si rinchiudono in tre fortezze: a Messina, Trapani e Siracusa. Messina si arrende dopo sei mesi di assedio il 31 marzo 1735. Trapani è l’ultima ad arrendersi, il 12 luglio 1735. Siracusa, difesa da 1800 uomini comandati dal generale Orsini, viene investita da terra e da mare il 1 settembre 1734; si arrende il 15 giugno 1735 dopo nove mesi di assedio, stremata dalla fame e senza più munizioni (la popolazione si era ridotta ad un quinto della sua consistenza normale).

Nel corso dell’assedio, trovatosi a corto di numerario per pagare i soldati, l’Orsini provvide a far fabbricare, con il bronzo ricavato dalla fusione di vecchi cannoni e delle campane delle chiese, monete di necessità (ossidionali) da 2 grana, dette impropriamente anche baiocchi, e da un grano. Le monete appaiono fuse, di conio rozzo e trascurato, con differenze sensibili di peso e diametro tra monete dello stesso valore (i 2 grana passano da grammi 10,69 a grammi 6,03 mentre il diametro scende dai mm. 30 a mm. 24).

Uguali le impronte e le leggende, chiaramente riprese da quelle delle monete da 2 grana già battute a Palermo da Carlo d’Austria nel 1720, sia nei pezzi da due grana che da un grano: aquila coronata con stemma austriaco in petto con intorno il nome di “CARLO VI per grazia di Dio Imperatore dei Romani”: al rovescio in cartella ornata accostata da due cornucopie (una bella ironia!) un’impresa molto comune alla monetazione siciliana: VT FACILVS, più la data (1734 e 1735).

Contrariamente a quanto riporta lo Spahr queste monete, molto variate tra loro, ora recano per Carlo il numerale III (come Re di Sicilia) ora il VI come imperatore d’Austria. Queste monete furono poi messe fuori legge dagli spagnoli il 20 ottobre 1736.

Va notato che sono queste le uniche monete di Siracusa, dopo che la zecca siracusana aperta dai bizantini nel 644 venne chiusa in seguito all’invasione degli Arabi nell’878.
Si possono trovare maggiori informazioni sull’assedio di Siracusa e sulle sue monete nei tre volumi sulle monete ossidionali italiane pubblicati nel 1976 e 1977 da Mario Traina.

 

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Chi trova un tesoro perde un amico…

Non sempre il ritrovamento di un tesoro costituisce una fortuna e una fonte di ricchezza; spesso, anzi, diventa una fonte di guai a non finire. Già alla fine del II secolo dopo Cristo un celebre giureconsulto romano, Giulio Paolo, definiva il tesoro all’incirca con le stesse parole riportate oggi dai vari codici civili d’Occidente: “Ogni quantità abbandonata di pecunia (denaro) che dominum non habeat (senza padrone)”.

Due secoli dopo, con una legge dell’epoca di Teodosio del 380, alla “pecunia” si aggiunsero, allargando il concetto di tesoro, anche i “monilia condita ad ignotis dominis tempore vetustiore”, ossia gli oggetti sepolti da ignoti e ritrovati dopo molto tempo. Con Giustiniano i due termini di “pecunia” e di “monilia” si fondono in un unico concetto di tesoro: i “mobilia” che comprendono ogni bene mobile.

Sempre nel concetto di tesoro, con Giustiniano, rientrano i beni archeologici: l’urna piena di monete trovate sottoterra non è più denaro monetato ma oggetto di valore artistico e storico. Concetto recepito dal nostro codice che considera tesoro “qualunque oggetto mobile, di pregio, che sia nascosto o sotterrato e del quale nessuno possa provare di essere padrone”.

Adriano assegnava tutto il tesoro al proprietario della casa o del fondo in cui il tesoro era stato nascosto, se a scoprirlo fosse stato lui. Se invece la scoperta era opera di altri, metà andava al proprietario e metà allo scopritore. Se il terreno era di proprietà dello Stato, il tesoro spettava per metà a quest’ultimo e per metà al rivenditore. Con Giustiniano si fa un altro passo avanti: se il tesoro è formato da oggetti artistici o archeologici, proprietario ne diventa lo Stato che ha però l’obbligo di pagare un premio all’uno o all’altro autore del ritrovamento.

Concetti giuridici passati pari pari dalla legislazione antica a quella moderna. Oggi – dopo una latitanza secolare da parte dello Stato – chi trova oggetti di valore artistico o archeologico e numismatico deve consegnarli allo Stato, sia o non sia il proprietario del terreno dove il tesoro era nascosto. Però potrà rivendicare un credito verso lo Stato. Lo Stato in pratica acquista il tesoro ma deve ricompensare sia l’autore del ritrovamento che il proprietario del terreno. Sempre che le due persone non coincidano.

Ma a quanto ammonta l’indennizzo? Qui sta il busillis. Secondo il nostro codice (art. 44) esso ammonta al massimo ad un quarto del valore delle cose ritrovate. E se l’interessato rifiuta la cifra, provvederà a stabilire il “premio” a giudizio insindacabile un’apposita commissione formata da tre persone di cui una sola nominata dal proprietario. Inoltre tutte le spese dovranno essere anticipate da quest’ultimo.

Beati gli inglesi invece: secondo la loro legge il tesoro dissotterrato o comunque scoperto appartiene sì alla Corona (ossia allo Stato) e chi non lo consegna va dritto in galera, ma allo scopritore va un compenso in denaro pari al valore del tesoro stesso. È tutta un’altra musica…

Comunque fatta la legge, trovato l’inganno. Artifizi e cavilli rendono spesso difficile se non impossibile l’applicazione della legge. Cosa si intende per tesoro nascosto o sotterrato? Per esempio, un tesoro scoperto in soffitta o in un cassetto può essere eguagliato ad un tesoro sotterrato? Ancora: requisito fondamentale è l’inesistenza o l’irreperibilità del proprietario? Chiara la distinzione: nel secondo caso infatti si dovrebbe parlare di cose smarrite e non nascoste… E si potrebbe continuare all’infinito.

Scrive Jacques Yves Cousteau, il celebre esploratore degli abissi marini, nel suo libro “The silent world”: “…Non può capitare al comandante di una nave maggior tegola sul capo di quella di incappare in un tesoro. Innanzitutto dovrà assegnare ad ogni membro dell’equipaggio la quota-parte che gli spetta di diritto; poi se si tratta, per esempio, di oro spagnolo, gli eredi dei conquistadores si faranno avanti rivendicando i loro diritti in base a complicate genealogie.

Il governo dei Paesi nelle cui acque territoriali è stato trovato il tesoro si affretterà a decurtarne una buona fetta attraverso le tasse. Quando il poveraccio tornerà a casa, ci penserà il suo governo a togliergli la metà delle monete che ha ancora in saccoccia e sempre ammesso che gliene siano rimaste. Rischierà inoltre di perdere gli amici, la reputazione e anche il comando della nave, tanto da finire per maledire il momento in cui ha deciso di porre mano sul tesoro”. Uomo avvisato, mezzo salvato.

 

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Nacque così la prima banconota-lenzuolo.

Sono tre i provvedimenti legislativi che hanno portato al varo della banconota della Cornucopia traboccante di monete e della Pecora. Sintesi del tempo in cui la ricchezza era costituita dal bestiame e dell’epoca, venuta dopo, dominata dalle grammature di oro e di argento contenute nei singoli conii.

La prima banconota da 1.000 lire della Banca d'Italia
La prima banconota da 1.000 lire della Banca d’Italia

Sopra i tre citati provvedimenti il Regio decreto del 20 dicembre 1893, numero 671, col quale veniva stabilito che la Banca d’Italia, in “funzione non più tardi dal 2 gennaio 1984”, aveva lo scopo di “esercitare il commercio bancario e di emettere biglietti al portatore, nei limiti e con le norme delle leggi”.

Atto di nascita. Decreto ministeriale del 17 luglio 1896.

Contrassegno. Decreto ministeriale 30 luglio 1896. È costituito dalla testa dell’effigie dell’Italia, veduta di profilo e rivolta alla sinistra di chi la guarda, racchiusa in un disco. Una collana di perle, un orecchino a pendente, un diadema (in stile greco) contornato di perle ed una pezzuola a due pendagli terminali entrambi con una perla adornano la testa stessa impressa in color rosso.
L’insieme, nella parte anteriore, è costituito dalla scritta: Decreto ministeriale del 30 luglio 1896.

La banconota. Decreto ministeriale del 6 dicembre 1897, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 289 del 14 dicembre 1897.
Come tutti i decreti riguardanti nuove banconote, anche questo è dettagliatissimo. Ogni minimo particolare, ogni tonalità di colore trovano puntuale riscontro nel provvedimento firmato dal ministro Luzzati.

Stampata su carta bianca, munita di filigrana, adoperando due colori la scarsamente appariscente (a livello figurativo, s’intende) banconota nella metà inferiore porta la cifra 1.000 in chiaro scuro mentre sulla destra una testa femminile di profilo, in chiaro e scuro anch’essa e rivolta verso il centro del biglietto, rappresenta l’Italia.

Per larga parte la vignetta del recto è costituita da una grande fascia rettangolare a fondo bruno cupo, sulla quale sono tra l’altro i seguenti ornati: stemma dei Savoia con collora dell’Annunziata; figurine femminili reggenti cordoni; puttini alati e cornucopie. Fuori cornice Rino Barbetti, inventore e disegnatore, e a destra E. Ballarin, incisore.

Anche il recto poggia figurativamente su una cornice lineare, “ornata d’ovoli e da una fascia di palmette, orlata da due linee doppie”. Dentro questo spazio, tra volute, foglie e rosoncini, la simbolizzazione del Credito attraverso un “uomo a lunga barba, adorno di collana, che con la sinistra sorregge una cornucopia traboccante di monete, sulla quale posa una civetta, tipo ben noto delle accreditatissime monete antiche d’Atene. Questa figura poggia con l’avambraccio destro sopra una pecora, immagine di quel bestiame che costituiva ogni ricchezza, prima che la moneta fosse posta in uso”.

Accanto a questa simbolizzazione, l’Industria “personificata in una donna in veste succinta”; il Commercio, a sua volta rappresentato da “un giovane tunicato in piedi sopra una base cilindrica” con un caduceo a lunga asta che solleva con la mano sinistra mentre ha “presso di sé il cervo, antico emblema del sollecito reciproco aiuto, proficuo al fiorire del commercio”.

È quindi la volta dell’Agricoltura con la testa coronata di spighe la quale “tiene col braccio sinistro un covone di grano. In piedi, presso l’Agricoltura è un puttino armato di falce”. Altri puttini, collocati rispettivamente al di sotto dell’Industria e dell’Agricoltura, sono impegnati a far girare ruote dentate, raccogliere spighe di grano e adoperare la vanga.

 

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Gioielli monetati

Affrontando, in un approfondito dossier, l’oro dei romani Archeo tratta con dovizia di immagini anche dell’utilizzazione in oreficeria di monete d’oro e d’argento. Un’usanza “già documentata in età ellenistica che compare saltuariamente nell’oreficeria romana durante il I ed il II secolo dopo Cristo. Sono piccoli pendenti per collane, nei quali monete d’oro e d’argento sono montate in semplicissime cornici. È tuttavia nel corso del III secolo dopo Cristo che le monete, prevalentemente aurei, sono sempre più spesso incastonate al posto di gemme e pietre dure negli anelli, nelle spille, nei bracciali, nei pendenti di collane. Si producono così gioielli di grande effetto decorativo, a volte molto appariscenti, il cui valore aumenta notevolmente per la presenza di monete spesso ricercate e selezionate con cura.

I monili di questo tipo compaiono frequentemente nei ‘tesori’ occultati dai proprietari, che li avevano accumulati durante momenti di instabilità politica ed economica, nell’imminenza di un grave pericolo o calamità. Si tratta, pertanto, di una forma di tesaurizzazione strettamente legata alla creazione di un bene di rifugio, che la grave inflazione del periodo severiano, ad esempio, rese necessaria.

È inoltre evidente il desiderio di conservare in montature preziose ed elaborate esemplari di monete e medaglioni particolarmente notevoli sul piano artistico (nelle foto: collana a quattro fili di maglia multipla, di lunghezza regolabile, con appesi otto medaglioni con monete di Nerva e Vitellio, proveniente forse dall’Egitto e databile agli inizi del II secolo dopo Cristo, Baltimora, The Walters Art Gallery; residuo di cintura, in parte moderna, con medaglione di Costanzo II, seconda metà del IV secolo, Baltimora, The Walters Art Gallery).

Le monete costituiscono un elemento essenziale per la datazione del monile; tuttavia esse non consentono sempre una precisa definizione cronologica, poiché era consuetudine utilizzare spesso monete già vecchie al momento della lavorazione del gioiello”.

 

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Tre morti per un francobollo

Fino all’aprile 1834 la Compagnia delle Indie aveva il monopolio dei commerci inglesi nell’Estremo Oriente. A metà di quell’anno Lord Napier raggiunse Canton per negoziare un nuovo accordo commerciale con il viceré delle provincie di Kuangtung e Kuangsi, ma senza risultato, a parte l’istituzione a Canton del primo ufficio postale inglese. Fu solo nel gennaio 1841, a seguito della guerra dell’oppio, che la Gran Bretagna ottenne in concessione l’isola di Honk-Kong – posta alla foce del fiume Canton, di fronte a Macao – cui si aggiunsero nel 1898 alcune isole e territori adiacenti.

Il nuovo possedimento entrò subito in attività anche a livello postale, pur fra molte difficoltà: i furti notturni nell’ufficio erano quasi un’abitudine, e il caldo torrido del Mar della Cina, facendo sciogliere i sigilli di cera che allora si usavano per le lettere, spesso rendeva i pacchi di posta un blocco unico.

Grazie ai continui miglioramenti, tuttavia, il 1° maggio 1860 il servizio postale fu affidato da Londra direttamente all’Amministrazione di Hong-Kong, e dal 1° gennaio 1868 fecero capo a Hong-Kong anche gli uffici postali consolari inglesi del resto della Cina e del Giappone, i cosiddetti Treaty Ports, istituiti fra il 1844 e il 1882, oltre a Wei-hai-wei e all’agenzia inglese di Macao. In pratica da quel momento Hong-Kong acquisì un’importanza enorme per i traffici postali con l’Estremo Oriente: il che spiega anche l’interesse collezionistico che sin dall’inizio circondò i francobolli di questa piccola Colonia.

La prima serie di francobolli apparve l’8 dicembre 1862: stampati a Londra dalla De La Rue, recavano strani valori facciali (2, 8, 12, 18, 24, 48 e 96 cents) dovuti al cambio del dollaro di Hong-Kong in base a 2 cents per un penny inglese. Dal 1° marzo 1880 il cambio fu adattato al conteggio decimale, eliminando queste strane cifre.

La distanza dalla madrepatria, e dai fornitori di carte-valori, costrinse molte volte alla creazione di francobolli provvisori, con soprastampe locali. Anche le prime cartoline postali, apparse nel 1879, furono ottenute soprastampando francobolli applicati su cartoncini a stampa, in attesa di quelle preparate a Londra.

Localmente fu anche preparato il primo commemorativo di Hong-Kong, per il cinquantenario della Colonia, che destò scalpore in tutto il mondo, e non tanto per il fatto di essere uno dei primi francobolli di questo tipo. Da una corrispondenza di una rivista filatelica tedesca dell’epoca veniamo infatti a sapere che furono preparati solo 50.000 esemplari, in vendita dal 22 al 24 gennaio 1891, e che data la ressa fu necessario limitare la vendita a 25 esemplari per persona (nelle prime ore) e quindi a 20.

Il risultato fu che aumentò subito di prezzo, passando da 2 cents a 60 cents: e nel parapiglia due portoghesi finirono schiacciati e calpestati a morte, mentre un marinaio olandese fu ucciso di botte per rubargli il piccolo tesoro di francobolli. Un primato non certo invidiabile.

Più positivo, invece, quanto avvenne durante l’ultima guerra. Dal Natale 1941 al 14 agosto 1945 anche Hong-Hong fu occupata dai giapponesi, che però non potevano vantarsene – come avvenne in tutto il resto dell’Oriente – soprastampando i francobolli locali. Grazie alle precauzioni prese dalle autorità postali di Hong-Kong, i quantitativi di francobolli disponibili erano infatti troppo scarsi. Nell’agosto 1945, partiti i giapponesi, fu riaperto l’ufficio utilizzando un bollo “Postage paid”: i francobolli, che erano stati nascosti a Hong-Kong o inviati per sicurezza in India o bloccati in Sudafrica e in Australia, furono messi di nuovo in uso dal 28 settembre 1945, un mese e mezzo dopo la liberazione.

 

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Tutte le banconote firmate Carli

Guido Carli, il grande laico dell’economia, quando se ne andò aveva 79 anni, 35 dei quali vissuti da protagonista dell’economia italiana. Governatore della Banca d’Italia, quindi presidente della Confindustria, senatore, ministro del Tesoro.

Da ministro del Tesoro e più ancora da Governatore dell’istituto di emissione, Guido Carli ha lasciato una significativa impronta anche in numismatica. Firmando documenti riguardanti nuove commemorazioni argentee – suo è tra l’altro il disegno di legge riguardante spiccioli da 1.000 lire, banconote da 500.000 lire e conii d’oro – ma più ancora apponendo in bella evidenza il proprio autografo su decine di banconote prodotte tra il 1960 ed il 1975. I quindici anni, cioé, nei quali Guido Carli operò ai vertici della Banca d’Italia portando l’Istituto di emissione a un grado di incisività e di potere senza precedenti.

Tra le numerose banconote firmate da Guido Carli Governatore (la seconda firma è quella del Cassiere), e qui di seguito riportate, le 10.000 lire lenzuolo con il profilo di Dante al rovescio, in circolazione dal 23 marzo 1961.

Testa d’Italia, L. 500
23.3.1961 Carli-Ripa

Testa d’Italia, L. 1.000
25.9.1961 Carli-Ripa

Giuseppe Verdi, L. 1.000
14.7.1962 Carli-Ripa
5.7.1963 Carli-Ripa
14.1.1964 Carli-Ripa
25.7.1964 Carli-Ripa
10.8.1965 Carli-Febbraio
20.5.1966 Carli-Febbraio
4.1.1968 Carli-Pacini

Giuseppe Verdi e Teatro alla Scala, L. 1.000
25.3.1969 Carli-Lombardo
11.3.1971 Carli-Lombardo
15.2.1973 Carli-Barbarito
5.8.1975 Carli-Barbarito

Galileo Galilei, L. 2.000
8.10.1973 Carli-Barbarito

Repubbliche Marinare, L. 5.000
23.3.1961 Carli-Ripa
7.1.1963 Carli-Ripa

Cristoforo Colombo, L. 5.000
3.9.1964 Carli-Ripa
4.1.1968 Carli-Pacini
20.1.1970 Carli-Lombardo

Cristoforo Colombo e Tre caravelle, L. 5.000
20.5.1971 Carli-Lombardo
11.4.1973 Carli-Barbarito

Repubbliche Marinare, L. 10.000
23.3.1961 Carli-Ripa
2.11.1961 Carli-Ripa
24.3.1962 Carli-Ripa

Michelangelo Buonarroti, L. 10.000
3.7.1962 Carli-Ripa
14.1.1964 Carli-Ripa
27.7.1964 Carli-Ripa
20.5.1966 Carli-Febbraio
4.1.1968 Carli-Pacini
8.6.1970 Carli-Lombardo
15.2.1973 Carli-Barbarito
27.11.1973 Carli-Barbarito

Tiziano Vecellio, L. 20.000
21.2.1975 Carli-Barbarito

Leonardo da Vinci, L. 50.000
3.7.1967 Carli-Febbraio
19.7.1970 Carli-Lombardo
16.5.1972 Carli-Barbarito
4.2.1974 Carli-Barbarito

Alessandro Manzoni, L. 100.000
3.7.1967 Carli-Febbraio
19.7.1970 Carli-Lombardo
6.2.1974 Carli-Barbarito

 

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Nerone e la corona civica

Altro che incendiario! Il bistrattato imperatore romano – si sostiene con l’apporto della numismatica – fu un benefattore del popolo romano.

In una non più tanto recente vendita all’asta fatta a Zurigo è stato aggiudicato uno dei più rari sesterzi di Nerone. La moneta raffigura l’imperatore con corona di foglie di quercia alternate a quelle di alloro. La moneta è significativa per la rarità, per lo stile finissimo e per la solennità dell’avvenimento che ha voluto ricordare la ricostruzione di Roma dopo l’incendio del ’64.

Infatti presenta al rovescio la raffigurazione di ROMA seduta su un trofeo con la Vittoria nella mano: a parere dei numismatici questo sesterzio fu battuto proprio per ricordare la ricostruzione di Roma. Il significato della corona di quercia e alloro in questo caso sottolinea l’aiuto dato da Nerone alla ricostruzione e al soccorso della popolazione, tanto che il Senato volle premiare l’imperatore con la corona civica.

Racconta Svetonio che Nerone immaginò di dare una forma nuova agli edifici di Roma (“formam… urbis novam excogitavit“) e volle che vi fossero sulle facciate delle abitazioni private dei portici sormontati da terrazzi da cui si potessero combattere i futuri incendi; i portici che Nerone fece costruire a sue spese. Le misure adottate dall’Imperatore furono numerose, come ricorda Tacito: allargamento delle strade, riduzione obbligatoria dell’altezza degli edifici, aiuti finanziari affinché per le case da ricostruire fosse utilizzata pietra da taglio e non legno, servizio di soccorso pubblico in caso di incendio e moltiplicazione dei punti dove si potesse attingere acqua.

L’opera di soccorso intrapresa da Nerone fin dai primi momenti fu degna di una moderna ed efficiente protezione civile. Sempre Tacito racconta che Nerone mise a disposizione della popolazione afflitta i monumenti di Agrippa, il campo Marzio e i suoi giardini, offrì rifugio ai senzatetto innalzando costruzioni momentanee, fece arrivare da Ostia e da altri Municipi generi di prima necessità, abbassò il prezzo del grano, ricoverò i feriti nel Pantheon, aprì le terme e il portico di Vipsania a tutti, fece piantonare le strade per impedire opere di sciacallaggio.

Altro che incendiario! Nerone ebbe la corona civica: proprio quella destinata ai benefattori e salvatori del popolo e concessagli dal Senato quando nel ’61 l’imperatore era in rotta aperta sia col Senato che con l’aristocrazia e con gli intellettuali e quando già si andava delineando la congiura dei Pisoni. Ma a Nerone andava il favore del popolo. E fu la volontà del popolo a prevalere e a far sì che il Senato gli concedesse la corona civica per premiarlo giustamente dell’opera di soccorso prestata ai cittadini di Roma. Il sesterzio reca il ritratto giovanile verso sinistra, con la leggenda:

“NERO/CLAUDIUS/CAESAR/AUG/GER/P/M/TR/P/IMP/P/P/” e potrebbe essere datato nel ’65, in quanto manca il titolo iniziale “IMP/” come prenome che Nerone adottò solo a partire dal ’66 con la visita di Tiridate. Moltissimi sono i sesterzi che presentano al rovescio Roma seduta su un trofeo con la vittoria, la testa di Nerone laureata ora volta a destra ora a sinistra, con o senza un piccolo globo sotto il collo: ma questo sesterzio si differenzia da tutti sia per la corona di foglie di quercia alternate a quelle di alloro sia per il preciso significato che assume, quasi volesse dire: “Io Nerone imperatore e salvatore di Roma”.

 

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I 20 centesimi 1863 – Zecca di Torino

I 20 centesimi 1863, Zecca di Torino, rientrano nei modelli tipologici della monetazione di Vittorio Emanuele II con al dritto la testa del Re volta a destra e al rovescio il valore al centro e sotto il segno di Zecca. Ad incidere i conii fu Giuseppe Ferraris.
Questa moneta, sempre con data 1863, fu coniata anche negli anni seguenti: 1864, 1865 e 1866 per un totale di 6.288.572 pezzi.

Una tiratura molto alta. Ma avendo avuto corso sino al 1883, molti esemplari, data la dimensione, sono andati facilmente perduti; inoltre, secondo il Carboneri, quasi tutta la tiratura venne in seguito ritirata.

Il contorno liscio e la minutezza dei particolari, lo scarso valore commerciale, nelle conservazioni medio basse, che non spinge ad una osservazione approfondita, fanno sì che sia una delle monete più facili da falsificare e spacciare.
Rispetto alla moneta originale si riscontrano le seguenti differenze:

Colore del metallo: uguale.
Diametro: uguale.
Spessore: più sottile.
Bordo: più sottile.
Disegno del dritto: mancano molti particolari e ciò non è dovuto all’usura.
Disegno del rovescio: mancano i particolari più bassi del disegno come ad esempio i nastri che escono dal fiocco che annoda i rami.
Firma dell’incisore: non nitida e lettere quasi piene.
Data: contorni sfumati.
Valore: poco in rilievo.
Segno di Zecca: molto incerto e le lettere del marchio BN sono molto allargate.

 

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Le 10 lire del 1946

Le 10 lire 1946 sono il primo pezzo di questo valore coniato dalla Repubblica Italiana. I conii furono incisi da P. Giampaoli su bozzetti di G. Romagnoli, in lega speciale chiamata italma, composta di alluminio e manganese. La moneta pesa grammi 3 ed ha un diametro di mm 29.

Sul dritto sopra la scritta “REPUBBLICA ITALIANA” è raffigurato un pegaso, sul rovescio un ramoscello di ulivo e il valore.
Nel contorno è incisa la scritta REPUBBLICA ITALIANA ed un ramoscello di quercia. Attenzione! E proprio nel contorno che il falsario trova le maggiori difficoltà e non riesce a fare una buona imitazione.

La tiratura è di 101.000 pezzi, per cui la moneta è da considerarsi rara. Dichiarata fuori corso nei primi anni ’50, venne ritirata insieme con le emissioni degli anni 1947, 1948, 1949 e 1950 per un totale di 103.161.170 esemplari su un totale di 117.324.000 pezzi coniati. Sono certo, comunque, che pochi pezzi con la data 1946 finirono nel crogiuolo, dato che quest’annata aveva già attirato l’attenzione dei collezionisti e fu oggetto di accaparramento fin dal 1948.

Una curiosità: in quell’anno essendo ancora sconosciute le tirature, i collezionisti consideravano più rara l’annata del 1946 rispetto al 1947.
Nel falso che abbiamo preso in considerazione si riscontrano le seguenti differenze rispetto alla moneta originale:

Colore del metallo: uguale.
Spessore: più sottile.
Bordo: al dritto molto più sottile, al rovescio di larghezza irregolare, molto sottile sotto la data.
Contorno: le lettere della scritta hanno meno corpo ed alcune lettere sono poco incuse, mentre altre troppo, tanto da gonfiare il metallo attorno.
Disegno del dritto: ha meno rilievo. La criniera è staccata dal collo del pegaso e la coda è più larga.

Disegno del rovescio: l’attacco delle foglie e delle olive sul ramo è molto più sottile.
Firma dell’incisore: ha meno spessore e rilievo.
Data: le cifre sono più sottili.
Valore: uguale.
Segno di Zecca: ha poco rilievo ed il profilo incerto.

 

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I 20 centesimi del 1936

Originale
Originale

La moneta appartiene alla serie emessa per celebrare la proclamazione dell’Impero dopo la conquista dell’Etiopia.
Il corso legale di questi 20 centesimi termina con Decreto ministeriale del 10 marzo 1942 mentre la possibilità di cambio al valore nominale venne prolungata al 30 giugno 1942.

Sono monete rare sia per la tiratura, piuttosto bassa, sia perché, per ragioni autartiche e per la scarsità del nichelio, vennero ritirate dalla circolazione pochi anni dopo la loro emissione. Va detto inoltre che tutte le monete in nichelio, in quel periodo, venivano incettate dalla legge in quanto il valore reale del metallo era spesso superiore al valore legale. Tanto è vero che il Decreto Legge del 24 giugno 1940 recita: “Chiunque faccia incetta di monete di nichelio di conio nazionale, anche fuori corso, è punito con la reclusione fino a 5 anni e con la multa non inferiore a lire 3.000”.

Falso
Falso

Ritengo che quella che illustro qui sia la falsificazione meglio eseguita tra quelle apparse sul mercato.
Rispetto la moneta originale si riscontrano le seguenti differenze:

Peso: inferiore di 0,05 grammi.
Colore del metallo: uguale ma più opaco.
Diametro: uguale.
Spessore: lievemente inferiore.
Bordo: più arrotondato.
Contorno: le righe hanno la stessa larghezza ma meno rilievo.
Disegno del diritto: la testa del Re è più piatta: l’orecchio e l’occhio hanno pochissimo rilievo, mentre i capelli sono più marcati.

Disegno del rovescio: anche qui sia la testa femminile che il fascio hanno scarsissimo rilievo: l’orecchio è bassissimo, i capelli dietro il fascio sono appena accennati e le verghe del fascio sono sottili metà dell’originale.
Firma dell’incisore: quasi illeggibile e completamente addossata al bordo.
Data: bene eseguita ma presenta la superficie dei caratteri più arrotondata, soprattutto la scritta XIV.
Valore: uguale.
Segno di Zecca: lettera R molto sottile e con pochissimo rilievo.

 

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C’è riconio e riconio

Bisogna distinguere tre tipi di riconio. 1) il riconio di vecchie monete, già ritirate e fuori corso legale, per restituirle alla circolazione con nuove leggende e impronte (che spesso si notano a guardar bene sotto le vecchie non del tutto cancellate). Tipico esempio i 20 centesimi del Regno del 1918-19 riconiati sui vecchi nichelini o 20 centesimi del 1984-95.

Riconio del Tallero di Maria Teresa d'Austria
Riconio del Tallero di Maria Teresa d’Austria

2) il riconio può avvenire oltre che su tondelli vecchi anche su tondelli nuovi, come quando una zecca ribatte con i conii originali vecchie monete. Tipico esempio il tallero di Maria Teresa (zecca di Gunzburg), riconiato a Roma nel 1935-39 con i conii originali comprati dall’Austria per finanziare la conquista dell’Impero. La Zecca di Vienna ha riconiato per anni molte monete auree degli Asburgo, distinguendo i riconii per la data diversa o con segni particolari.

3) il riconio può avvenire per opera di privati, ditte, associazioni, circoli a scopo celebrativo o commemorativo, per ricordare una antica moneta o un evento. In questo caso i riconii devono distinguersi dalle monete originali (per esempio con l’indicazione del titolo, per la data della riconiazione, per il diverso diametro e metallo, per riprodurre solo una faccia, ecc.).

Se non ci sono differenze tra moneta riconiata e moneta originale, ci si trova davanti ad una vera e propria contraffazione. In molti riconii moderni che si trovano generosamente sui banchetti dei vari mercatini (chi sa poi a che titolo se sono d’argento!) per evitare le conseguenze della contraffazione e della truffa viene alterato qualche particolare: per esempio sugli scudi di Pio IX l’anno di coniazione fa a pugni con l’anno di Pontificato. Questi riconii moderni si distinguono per la lucentezza, il peso calante, l’imperfezione del conio ed i bassi rilievi delle immagini.

I falsi. Ce ne sono una marea in giro. Nessuna moneta è stata risparmiata. Il vizio è vecchio, vecchissimo a cominciare dalle monete suberate di Roma (dentro di vil metallo e fuori rivestite con una camicia d’argento). Dai falsi d’epoca (talora pregevoli e apprezzati più delle monete originali come quelli creati dal Cavino, dal Cigoi, dal tedesco Becker) bisogna distinguere i falsi contemporanei privi di qualsiasi valore numismatico.

Dalle monete false o contraffatte vanno distinte le monete falsificate o alterate in modo da aumentarne la rarità o il valore, come il dollaro USA del 1800, comunissimo, trasformato nel dollaro 1804 rarissimo, grazie alla trasformazione dello 0 in un 4 (vedi foto).

Come riconoscere i falsi? E un’impresa difficile che richiede colpo d’occhio, spirito d’osservazione, esperienza, tutte cose che si acquistano col tempo facendosi passare tra le mani ed esaminando centinaia di monete. Non ci sono altri antidoti. Qualche volta il falso salta all’occhio per il conio imperfetto e trascurato, per le lettere della leggenda, per il peso calante o eccessivo, per la porosità del metallo e lo sfonfo opaco se la moneta è stata fusa invece che coniata. L’unico vero rimedio è affidarsi, almeno fino a che uno non si è fatto le ossa, ad un professionista onesto che dia tutte le garanzie per i nostri acquisti.

 

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Le 10 lire del 1912 “Aratrice”

Nel 1905 il Ministro del Tesoro Paolo Carcano creò una commissione tecnico-monetaria al fine di dare una nuova e più libera espressione artistica alle coniazioni, uscendo dai tipi consueti, cioé testa e stemma.

La commissione affidò l’incarico ai quattro più noti scultori italiani dell’epoca: Bistolfi, Boninsegna, Calandra e Canonica.

Tra il 1908 e il 1910 vennero esaminati ed approvati quei modelli che impronteranno poi la nuova monetazione.

Col Regio Decreto del 5 maggio 1910 venne approvata la coniazione delle nuove monete d’oro da lire 100, 50, 20 e 10 su modello dello scultore Egidio Boninsegna.

Tale serie venne denominata “Aratrice”.
La moneta da 10 lire 1912 venne coniata in soli 6796 esemplari con titolo 900 millesimi, diametro 19 mm. e peso di 3,22 grammi.
Anche se la sua tiratura è superiore a quella del pezzo da 100 lire, compare molto raramente sul mercato.

Originale
Originale

La moneta falsa illustrata qui proviene dal mercato di Milano ed è stata comperata più di trenta anni fa.
Rispetto alla moneta originale si riscontrano le segueti differenze:

Peso: uguale.
Colore del metallo: leggermente più chiaro.
Diametro: uguale.
Spessore: uguale.
Bordo: più sottile e smussato anziché piatto.

Falso
Falso

 

Contorno: rigatura poco accentuata in alcuni punti.
Disegno del dritto: i capelli mancano di molti particolari, il nodo di Savoia è più sottile, si trovano delle esuberanze di metallo davanti alla bocca e ai baffi.
Disegno del rovescio: dà l’impressione di gonfio, ci sono delle piccole esuberanze di metallo vicino alla testa dell’Aratrice. Le pieghe della veste sono solo accennate.
Firma dell’incisore: poco leggibile, la E di Boninsegna quasi non si vede.
Data: uguale.
Valore: il 10 ha poco rilievo.
Segno di Zecca: la R di Roma è quasi chiusa.

 

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Interesse per la Venezia Giulia

“I periodi bellici, compresi quelli immediatamente successivi alla cessazione delle ostilità, rappresentano sempre momenti di estremo interesse per i cultori di storia postale. Questo principio, valido in generale, è stato anche osservato nel 1945 in Italia. In particolare, un’area che ha dato luogo a emissioni degne di attenzione è quella della Venezia Giulia.

Trieste Zona A - Francobolli italiani soprastampati AMG-FTT
Trieste Zona A – Francobolli italiani soprastampati AMG-FTT

Un breve excursus storico può dare immediatamente un’idea di quanto la situazione sia complessa. Nel settembre 1943 nella zona restano, praticamente, solo le armate tedesche. Il 1° maggio 1945 a Trieste e Gorizia entrano le armate jugoslave e, il giorno dopo, a Trieste arrivano gli anglo-americani. Il 9 giugno, con un accordo firmato da Alexander e da Tito, la Venezia Giulia viene suddivisa in due parti delimitate dalla ‘linea Morgan’; l’accordo viene ratificato a Duino l’11 giugno.

Il 10 febbraio 1947 viene firmato il trattato di pace con l’Italia e il 16 settembre vengono creati i due Territori liberi di Trieste, suddivisi in zona A sotto l’amministrazione anglo-americana e zona B sotto il controllo jugoslavo. Il 15 novembre dello stesso anno Gorizia e parte della Venezia Giulia vengono restituite all’Italia mentre Fiume, Pola e il resto dell’Istria entrano a far parte della Jugoslavia. Il 5 ottobre 1954, infine, viene raggiunto l’accordo che porta la Zona A sotto la sovranità italiana.

Zona B - Francobolli jugoslavi con soprastampa VUJA-STT
Zona B – Francobolli jugoslavi con soprastampa VUJA-STT

Tutti questi avvenimenti, ovviamente, lasciano notevoli tracce storico-postali. Nel 1945, per esempio, si hanno le emissioni preparate dagli jugoslavi per le città di Trieste, Fiume e Pola e per tutto il litorale sloveno. Il 22 settembre dello stesso anno, intanto, nella zona controllata dagli Alleati entrano in corso francobolli italiani soprastampati Amg-Vg (Allied Military Government- Venezia Giulia) e alla fine del 1947 appaiono specifiche emissioni per le due zone del Territorio libero. Nella Zona A vengono soprastampati i francobolli italiani con la dicitura Amg-Ftt (Allied Military Government-Free Territory Trieste) mentre nella Zona B i francobolli jugoslavi ricevono la soprastampa Vuja-Stt (che in sloveno ha lo stesso significato della precedente).

Tutti questi esemplari, dopo aver attraversato un periodo di grande interesse fino alla prima metà degli anni Cinquanta, sono oggi inspiegabilmente trascurati dai collezionisti.
Ciò, però, che tende a essere sempre più ricercato è il materiale non di origine filatelica affrancato con tali esemplari. Il vero limite che impedisce un più marcato “decollo” di questi documenti, forse, è rappresentato proprio dalla loro rarità.

Soprastampa AMG-VG per la Venezia Giulia
Soprastampa AMG-VG per la Venezia Giulia

Tutto il periodo è interessante, ma, in particolare, vanno ricordati gli usi dei primi esemplari soprastampati dagli jugoslavi per Trieste, Fiume e Pola, le emissioni del litorale sloveno e tutta la corrispondenza in partenza dai più piccoli uffici della Venezia (affrancata con emissioni Amg-Vg) o dai numerosi uffici secondari del Territorio libero di Trieste (affrancata con emissioni Amg-Ftt)”.

“Molte serie di ‘Italia Repubblica’ trovano buon riscontro nella domanda ma non altrettanto avviene per settori come il San Marino del dopoguerra e l’intero Vaticano. È ovvio che per alcuni settori menzionati il mercato non potrà fare nulla se non interverranno drastici provvedimenti da parte degli stessi emittenti, in quanto è talmente abbondante l’offerta da non potersi vedere un possibile spiraglio che possa risolvere il problema anche solo parzialmente. In ogni caso da molte parti si stanno muovendo forze che cercheranno di porre rimedio a questi squilibri, ma soprattutto non deve venir meno la fiducia dei filatelisti anche in francobolli che non hanno dato soddisfazioni dovute non solo alla passione”.

 

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Poco presenti i Capitani Reggenti

Il Palazzo del Consiglio Principe e Sovrano e i Capitani Reggenti Tonnini e Marcucci sulla cartolina postale da 10 centesimi
Il Palazzo del Consiglio Principe e Sovrano e i Capitani Reggenti Tonnini e Marcucci sulla cartolina postale da 10 centesimi

La complicata proposta non ebbe seguito. Dobbiamo quindi fregarci le mani per lo scampato pericolo? Mah. Di certo c’è che se in quel lontano 1893 l’idea avesse avuto attuazione, oggi l’album di San Marino conterrebbe la più consistente “telenovela” in dentello.

Una galleria formata da almeno centottantasei Capitani Reggenti ritratti in francobollo.
A far desistere anche i più decisi sostenitori di questa idea – niente affatto peregrina, dato il pullulare di carte valori postali con teste più o meno coronate – non furono, come si potrebbe supporre, proteste o lagnanze. Più semplicemente l’ipotesi sfiorì per le implicazioni economiche che essa comportava e per la scarsa se non nulla remuneratività che l’iniziativa lasciava intravedere.

“L’emissione di simili francobolli non potrà certamente essere economica perché ogni qualvolta occorra cambiare il nome dei Reggenti sarà pur d’uopo incidere i nuovi e ripetere un rame per ogni serie di francobolli. E poiché i francobolli da fabbricare semestralmente saranno pochi il costo dei medesimi riuscirà senza dubbio assai elevato”. Chiamata a pronunciarsi su queste perentorie argomentazioni del Direttore dellOfficina Carte Valori di Roma il 6 ottobre 1893 la Congregazione Economica del Titano lasciò perdere.

L’unica presenza filatelica dell’istituto Reggenziale resta perciò quella del 1894, peraltro chiacchieratissima, con cui il Titano salutò l’inaugurazione del Pubblico Palazzo. Prima emissione di beneficenza del mondo, giacché il prodotto netto venne “destinato ad un’opera di beneficenza”, la triplice infornata dentellata riuscì a collezionare critiche in gran copia.

Mugugnarono, tanto per cominciare, i collezionisti. S’indispettirono i puritani per lo stile, commerciale e un po’ facilone, della circolare con la quale Vito Serafini, segretario della Commissione del Palazzo del Consiglio, annunciava l’emissione spedibile a “qualsiasi indirizzo e destinazione” mediante invio raccomandato “per gli ordini d’acquisto che perverranno direttamente, a condizione che siano d’importo superiore alle 50 lire, pagabili in biglietti di banca italiani o francesi”, e vistoso cadeaux per richieste superiori alle 500 lire. L’invio, in questo caso, venne effettuato in “una busta speciale da 5 lire, di cui è stata fatta una tiratura limitata a duemila esemplari e che non ha valore se non porta il timbro della Posta di San Marino”.

Contro l’emissione scese addirittura in campo la Germania, tanto che il ministero italiano delle Poste e dei Telegrafi si sentì in dovere di raccomandare ai sanmarinesi “molta riservatezza nel fare nuove emissioni di valori postali specialmente commemorativi che fanno cattiva impressione in Europa”.

E come se ciò non bastasse, le vendite furono deludenti. Nei sei mesi in cui rimasero in vendita, ossia dal 30 settembre al 31 marzo 1895, i tre francobolli incriminati fruttarono, assieme alla meno bistrattata cartolina postale, un incasso di poco superiore alle 23.000 lire. Somma alla quale si devono aggiungere le 10.500 lire che nel 1900 l’inglese Hugo Griebert cavò di tasca in cambio delle consistenti rimanenze.

Le “disgrazie” che trapuntano la vita postal-filatelica di questa emissione, che oltre ad essere la numero uno mondiale in fatto di beneficenza è anche la prima commemorativa di San Marino, non finiscono qui. Le piccole immagini dei Reggenti offerte in francobollo e negli interi da 10 centesimi sono infatti esatte solamente a metà. In quanto Pietro Tonnini, ritratto insieme al co-Reggente Francesco Marcucci, era deceduto il 24 agosto ed al suo posto era subentrato Giuliano Belluzzi. Entrambi poi passarono il testimone il giorno dopo l’uscita della serie, la quale vide per l’appunto la luce il 30 settembre.
Anche così, stemperate ormai da lungo tempo le polemiche, l’emissione conserva un suo fascino. Ha il valore di una testimonianza storica e di esaltazione del singolare Istituto Reggenziale.

“Rappresentazione dello Stato”, “punto preciso e sicuro riferimento per la cittadinanza”, così Maria Antonietta Bonelli definisce l’Istituto Reggenziale nello splendido volume pubblicato col titolo I Capitani Reggenti. Un’istituzione antica, suprema garante della perpetua libertà che è caratteristica peculiare della terra dell’abate Marino.

Un’istituzione che, proprio per l’importanza che ha sempre avuto nella storia di San Marino, avrebbe forse meritato presenze filateliche più marcate. S’è invece dovuta accontentare dei francobolli litografici nati nel 1894 nello stabilimento torinese Grand Didier & Bruno, su disegni di Francesco Azzurri, e della cartolina prodotta a Bologna dalla G. Wenk & Figli in centomila esemplari, metà dei quali con sigla V R (le iniziali del disegnatore?). Valori facciali da 25 c, 50 c e 1 lira i francobolli (23/25), nominale da 10 centesimi la cartolina postale.

Qua e là ci si può tuttavia imbattere in altre fortuite presenze di Reggenti. Com’è il caso di Pietro Tonnini, da Emilio Retrosi ritratto nella grande tempera che adorna la sala del Consiglio Grande e Generale, al di sopra del trono dei due Reggenti, per l’appunto eletti in seno a quest’assemblea (Tonnini è il vecchio con fluente barba bianca) e che rimangono in carica per sei mesi. L’intero dipinto è riprodotto sui tagli da 10 e 15 lire del 15 marzo 1945, Cinquantenario del Palazzo del Consiglio, prodotti in foglietto con e senza perforatura assieme ad un 25 lire che raffigura lo stesso Palazzo (F4/5).

Casuali pure i tributi dentellati ad Antonio Onofri, sei volte Reggente nel periodo che va dal 1791 al 1821 (San Marino, 122/2; 130/32; 205/6; 319).

 

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Ra’s al Khaima e Ajman celebrano l’Italia

Il Governatorato dello Stato di Ra’s al Khaima, Stato indipendente un tempo sotto la protezione della Gran Bretagna e poi dal 1971 membro dell’Unione degli Emirati arabi, nel 1970 in occasione dei campionati mondiali di calcio – Coppa Jules Rimet – emise una serie di monete proof a corso legale in oro (900) e in argento (925 millesimi) dedicate allo sport e ai suoi campioni. La serie raffigurava Giacomo Agostini (7½ riyals in argento, grammi 22,31), Felice Gimondi (10 riyals in argento, grammi 30,925), la squadra dell’Internazionale al completo (15 riyals in argento, grammi 44,87 e 200 riyals in oro, grammi 41,400), Gigi Riva (50 riyals in oro, grammi 10,350) e Gianni Rivera (75 riyals in oro, grammi 15,530). La tiratura complessiva fu di 2.885.000 riyals pari a 600.000 dollari, circa 380 milioni di lire di allora.

Al primo centenario di Roma Capitale venne dedicata sempre nel 1970 e in proof un’altra serie comprendente i valori da 200, 150, 75 e 50 riyals in oro con diverse impronte: la vittoria alata e il Colosseo, Vittorio Emanuele II, Romolo e Remo con o senza la Lupa.

La serie “Venezia da salvare” emessa nel 1970 dall’emirato di Ajman con in primo piano una gondola, i cavalli di San Marco, il Canal Grande e i suoi palazzi comprende solo i valori in oro da 100, 50 e 25 riyals.

Data la limitata tiratura, e come testimoniano le valutazioni sui vari cataloghi, queste monete sono da considerare rare. Ma sono più medaglie che monete, non essendo destinate alla circolazione ma solo alla tesaurizzazione e comunque sono monete a carattere più speculativo che celebrativo. E difficile trovarle anche in Italia nonostante le siano state dedicate.

 

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Dalla Medusa al Leone di San Marco

Contrassegno Medusa
Contrassegno Medusa

Messa da parte la Medusa, dal 27 aprile 1971 il contrassegno di Stato sulle varie banconote è a taglio regionalistico. Esso comprende difatti elementi figurativi riconducibili a Venezia e, con essa, alle restanti repubbliche marinare di Pisa, Genova e Amalfi.

MEDUSA. Un volto di giovane donna, in prospetto, raffigurante una immagine mitologica denominata Medusa. Ai due lati di esso, superiormente, si aprono due brevi ali piumate e, più in basso, escono dalla chioma disordinata due teste di serpentelli, i quali, col resto del loro corpo, si attorcigliano al di sotto del mento.

Il volto predetto, disegnato a trattini e puntini, con effetti di chiaro scuro, emerge da un fondino a tratti rettilinei orizzontali, ombreggiati, formante un disco di 15 millimetri di diametro. Tale disco è a sua volta contenuto in una cornice costituita da una fascia circolare con fondo tratteggiato da cerchi concentrici, sulla quale sono disposte 24 perline equidistanti, e da un fregio che si sviluppa esternamente alla fascia, formato da motivi ornamentali triangolari, simmetrici, con intreccio di foglie stilizzate, in bianco, su un fondino finemente tratteggiato.

Compresa la cornice il diametro del medaglione risulta pari a 22 millimetri.
Tale contrassegno è stato impresso, con inchiostro rosso vermiglione, al solo recto dei biglietti di banca.
Decreto ministeriale 14 agosto 1947, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 251 del 31 ottobre 1947.

Contrassegno Repubbliche Marinare
Contrassegno Repubbliche Marinare

REPUBBLICHE MARINARE. Realizzato in forma circolare con diametro di 18 millimetri circa il contrassegno di Stato presenta la parte esterna delimitata da una corniche a guilloche, in posizione leggermente eccentrica rispetto al disco centrale.

La parte interna del contrassegno è divisa in due settori: in quello superiore è raffigurato il leone alato di San Marco, ripreso dall’altorilievo esistente sulla facciata del palazzo ducale di Venezia. In quello inferiore sono raffigurati gli stemmi di altre tre Repubbliche marinare: Pisa, Genova e Amalfi. Un rigatino a tratteggio orizzontale completa il fondo.

Il contrassegno è stampato in calcografia, sul solo recto dei biglietti, con inchiostri: bruno, verde oliva o rosso violaceo, da accostare alle intonazioni cromatiche dei diversi tagli di banconote.
Decreto ministeriale 23 febbraio 1971, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 104 del 27 aprile 1971.

 

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Comete e stelle ‘nove’

La grande cometa di Halley come appare su un denaro di Augusto del 12-17 d.C:
La grande cometa di Halley come appare su un denaro di Augusto del 12-17 d.C:

Come dice il nome, le comete sono stelle chiomate, anche se col tempo quella “chioma” è diventata, meno poeticamente, una “coda”. Sono abbastanza frequenti, e Aristotele, che poneva come principio l’immutabilità dei cieli, le considerava un fenomeno dell’atmosfera, una “meteora”, di fugace apparizione.

Seneca, nel I secolo d.C., aveva avuto la felice intuizione che anche le comete, di solito considerate segni nefasti del cielo, fossero innocui astri ricorrenti. Ma questo fatto lo scoprì solo Halley nel 1682, calcolando l’orbita della cometa di quell’anno, e rintracciando ricordi storici di precedenti passaggi di una cometa con le stesse caratteristiche orbitali ogni 75 anni e mezzo circa.

Vi è, poi, un altro fenomeno astrale, più raro, ma più impressionante, perché mal si conciliava colle teorie di Aristotele, quello delle “stelle nove” o “nuove”. In un punto del cielo compare una stellina mai vista; in poco tempo aumenta di splendore, tanto da superare normalmente quello di tutte le altre stelle, per poi spegnersi lentamente. In questo caso ci troviamo ad osservare, anche a occhio nudo, una stella fissa fra le stelle fisse, che ruota insieme a tutte le altre: si tratta dell’esplosione di una stella.

Edmond Halley
Edmond Halley

Gli astronomi, che ne hanno osservate al telescopio anche in altre galassie, ne considerano di diversi tipi. Per quelle della nostra galassia, oltre ad averle rintracciate in antichi documenti, di solito con i loro telescopi riescono a scorgerne i resti in forma di nebulosità particolari, oppure a coglierne un segnale elettromagnetico con radiotelescopi.

Le prime “nove” di cui abbiamo precise osservazioni sono del 1579 e del 1604. Una stella temporanea ricordata dalle cronache cinesi, certamente un “nova” è del 1504.

La stella che guidò i Re Magi con ogni probabilità era una “nova”. Sorgendo da Oriente e tramontando a occidente, col resto del firmamento, li portò dalla Persia alla Palestina. Giotto però fu impressionato dal passaggio della cometa di Halley, e così, quando fra il 1305 e il 1306 dipinse la scena del Presepio nella Cappella degli Scrovegni, a Padova, la stella dei Magi diventò una cometa, e tale è rimasta in seguito fino a noi.

Sulle monete antiche vi sono talora stelle di grande evidenza che possono ricordare un’apparizione eccezionale. Se non c’è traccia di chioma, o se si vuole, di coda, è probabile che si tratti di stelle “nove” galattiche.

 

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— continua–

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