Pillole

L’immagine più antica? Il Corno postale norvegese

Mentre in Sudan il Postiglione del deserto ha corso per più di cent’anni, nella conservatrice Norvegia c’è un corno postale che suonò per la bellezza di oltre centotrenta anni. Si tratta dell’immagine col più antico stato di servizio che presenta un attivo di oltre cento differenti valori facciali espressi dapprima in moneta svedese (skilling), quindi norvegese (öre e corone) ed in un numero impressionante di francobolli: più di quattrocento tra cui quelli iscritti all’anagrafe del dentello postale il 2 gennaio 1997.

Corno postale da Guinnes: in Norvegia à in servizio dal 1871
Corno postale da Guinnes: in Norvegia à in servizio dal 1871

In un caso, poi, e precisamente il 1° agosto 1941, in virtù di una semplice V (Vittoria) aggiunta in soprastampa, 19 corni postali privi di filigrana e tredici con filigrana furono trasformati in commemorativi. In più d’una occasione, poi, il Corno di posta viene usato per i francobolli commemorativi (1955, Centenario del francobollo norvegese e Norvex) mentre nel 1972 due dentelli ed un foglietto salutarono il secolo del Corno di posta (596/7, F.2).

1871/1875: Filigrana ballerina.
La data di nascita del Corno di posta di Norvegia risale al 22 dicembre 1871 attraverso il 3 skillings tipografico. Di colore carminio il francobollo, successivamente raggiunto da altri cinque tagli, presenta in filigrana un… corno postale, del quale si conoscono otto differenti posizioni (16/21).

1877/1882: Entrano in scena gli öre.
Oslo adotta la moneta della Svezia, resta il corno postale, nella cornice del quale appare la scritta francobollo, Postfrim, in lingua locale (16/21).

1882/1893: Arriva il corno senza ombreggiature.
Valore chiave dell’emissione, in quanto prodotto in 170.000 esemplari, è sicuramente il 12 öre verde chiaro (comunissimo invece è lo stesso valore stampato in color bistro) del 1884 che presenta quotazioni, sia nuovo che usato, di migliaia di euro. Una porzione del 12 öre bistro riceve in soprastampa il nuovo valore da 2 öre. L’altezza della vignetta, rispettivamente 20 o 21 millimetri, ha finito col fare doppia questa emissione (35/45).

1893/1908: Si fa da parte il carattere bastoncino.
La scritta Norge è in caratteri romani, mentre la perforazione presenta passo 14½ x 13½ oppure 13½ x 12½.
Lente alla mano, i francobolli presentano anche differenze di stampa a seconda se la loro produzione è avvenuta presso la Centraltrykkeriet oppure la Knudsen (46/56A, 58/62).

1909/1929: Si rifà l’incisione.
L’immagine complessiva, tolte le ombreggiature, si presenta più nitida (69/83, 91/6, 168/72).

1937/1952: Tirature record.
I tagli di maggior consumo, ossia i valori da 25 e 20 öre registrano produzioni, con procedimento di stampa offset, di 200 e 235 milioni. Dal fondo dell’ovale scompare il fondo rigato. Nel 1941 l’intera serie, con o senza filigrana, appare con soprastampa V, di Vittoria (168/72, 220/25, 235A/235RA, 322/24A, 340).

1962/1978: Torna in campo la calcografia.
Rifatta l’incisione, così da essere stampato in calcografia, il Corno di posta torna ad avere il fondo a righe. I primi 4 valori esistono con carta normale oppure fosforescente (435/8, 435F/438F, 632, 714/19).

1997/1997: Il corno diventa bicolore.
Lasciate le tinte monocrome, il Corno di posta ormai più che centenario viene prodotto, sempre in calcografia, ma a due colori (1035/8, 1064/8, 1194/8).

 

_______________________________________________________________________

 

Kim Guerriero della Natura

Sempre valido sulla carta, il divieto di raffigurare personaggi viventi sta diventando una gruviera. Dalla quale passano un po’ tutti, in special modo attrici e attori cinematografici. Compreso Robin Milldoff, che nei panni di Kim, tredicenne che ha la fortuna di vivere in un luogo splendido in cui la sua fervida fantasia ha campo libero, si mostra nel 900 lire Europa 1998: Giffoni Film Festival: Protagonista di Nature’s warrior, la pellicola di Stefan Jarl presentata in concorso alla 27ª edizione del Festival, ricevendo il premio del ministero delle Risorse agricole, Robin Milldoff ha meritato anche il premio del presidente del Senato.

In barba alle apparenze i luoghi nei quali vive Kim non sono il paradiso terrestre che si sarebbe indotti a supporre. La natura incontaminata è minacciata dall’avanzata dell’uomo mentre cacciatori di frodo uccidono gli animali indifesi e inquinano con i loro rifiuti. Kim non ci sta. Incontra un indiano, il Guerriero della Natura, e ne segue le tracce. Lo incontra e riceve il mandato di difendere la natura dai suoi nemici.

Il ragazzo rimane sulle montagne a combattere la propria guerra: trova rifugio in una caverna e si ciba di bacche e pesce. I tranelli che dissemina sui sentieri percorsi dai cacciatori cominciano a creare crescenti problemi, fintanto che Kim, per sottrarsi ad un cacciatore, provoca la morte del suo inseguitore. Catturato dalla polizia, è messo in carcere: ma tra le mura della prigione ricompare il misterioso Guerriero della Natura.

Dal 2 aprile 1998 Kim-Robin Milldoff campeggia, con un cucciolo tra le braccia, sui tre milioni di dentelli Europa da 900 lire. Non si tratta, però, del primo attore apparso ancora vivo in dentello: già il 13 ottobre 1988 Clara Calamai apparve in una scena di Ossessione sul 500 lire Cinema neorealista. Così pure Enzo Staiola, il ragazzino di Ladri di biciclette, di De Sica, ricordato nel 650 lire della stessa serie, mentre il valore conclusivo, quello da 3.050, mostra una proprompente Silvana Mangano.

In precedenza, anche se limitatamente alle bandelle, avevano potuto assaporare l’ebbrezza del ritratto-dentello Lucia Sammartini e Giovanni Ramaudo – vigilessa in divisa invernale di Fendi la prima; tenente, comandante dei vigili di Chianciano, il secondo – collocati accanto alle due carte valori da 550 e 650 lire Corpi di polizia del 10 maggio 1986.

Nel 1991 approdarono alla carta valore postale attraverso “l’interpretazione” dei presepi viventi di Rivisondoli e di Corchiano, Maria Teresa Tarantini (la Madonna), Antonio d’Ulisse (San Giuseppe) e Andrea del Mastro (Gesù Bambino) e due anni dopo, nel 1993, Ines Fabrucci (Madonna) e Pietro Passini (San Giuseppe).

Il 12 settembre 1982 capitan Zoff dovette accontentarsi delle proprie braccia, interpretate da Renato Guttuso, che sollevavano la coppa del mondo di calcio. 1.000 lire il valore, 4 milioni la tiratura.

 

_______________________________________________________________________

 

Soprastampe e tanti perfin

Chi vuole sbizzarrirsi in fatto di soprastampe può liberamente pescare nel segmento dei francobolli di servizio attraverso uno dei quali il Postiglione del deserto entrò, correva l’anno 1901, nell’ambito dei perfin.

1901. Postiglione del deserto: S.G. (Sudan Government) in perforazione.
1m (1).

1902. Postiglione del deserto: O.S.G.S. (On Sudan Government Service) in soprastampa, filigrana Croce di Malta.
1m (3).

1903/12. Postiglione del deserto: O.S.G.S. (On Sudan Government Service) in soprastampa.
1m, 3m, 5m, P.1, P.2, P.5, P.10 (5/10).

1905. Postiglione del deserto: Army Official in soprastampa, filigrana Croce di Malta o Mezzaluna e stella.
1m, 1m (11/11A).

1906. Postiglione del deserto: Army Service, in soprastampa, filigrana Croce di Malta.
P.2, P.5, P.10 (12/4).

1906. Postiglione del deserto: Army Service, in soprastampa, filigrana Mezzaluna e stella.
1m, 2m, 3m, 5m, P.1, P.2, P.5, P.10 (15/22).

1906. Postiglione del deserto: O.S.G.S. in soprastampa, filigrana Croce di Malta.
P.10 (4).

1906/11. Postiglione del deserto: A.S. (Army Service) S.G. (Sudan Government) in perforazione.
1m, 2m, 3m, 5m, P.1, P.2, P.2, P.5, P.10 (23/29).

1922/28. Postiglione del deserto: A.S. e S.G. in perforazione.
2m, 3m x 2, 4m x 2, 2,5m x 2, 10m x 2, P.2, P.5, P.10 (39A/52).

1936/46. Postiglione del deserto: soprastampa S.G. (Sudan Government).
1m, 2m, 3m, 4m, 5m, 10m, 15m, P.2, P.3, P.4, P.5, P.6, P.8, P.10, P.20 (53/67).

1.1.1948. Postiglione del deserto: soprastampa S.G.
1m, 2m, 3m, 4m, 5m, 10m, 15m, P.2, P.3, P.4, P.5, P.6, P.8, P.10, P.20, P.50 (68/83).

1.9.1951. Postiglione del deserto: soprastampa S.G.
P.50 (100).

1.10.1962. Postiglione del deserto: soprastampa in lettere arabe.
£ 1 (114).

1992. Postiglione del deserto: soprastampa in lettere arabe.
£ 20 (130).

 

_______________________________________________________________________

 

Un cammello dalle mille vite quello del capitano Stanton

Francobollo davvero dalle mille vite, il Postiglione del deserto creato nel 1898 dal capitano E.A. Stanton, è passato indenne attraverso rivolgimenti storici non da poco.

Il Postiglione del deserto con soprastampa Army Official e con valore da 5 milliemes con soprastampa rovesciata
Il Postiglione del deserto con soprastampa Army Official e con valore da 5 milliemes con soprastampa rovesciata

Nato inglese, e per di più col marchio cristiano della Croce di Malta in filigrana, è stato testimone delle lotte iniziate nel 1922, con l’indipendenza egiziana, fra i sostenitori dell’annessione all’Egitto e gli indipendendisti: dell’indipendenza del 1956; del colpo di Stato militare del 1958 e di quello del 1968 nonché del golpe del 1985/89; della carestia del 1991, aggravata dall’ondata di profughi dall’Etiopia, e dell’instaurazione del regime islamico del 1993/94.

L’ultima apparizione del Postiglione del deserto, fino alla fine del secolo scorso in servizio in Sudan, risale al 1992, anno in cui la Definitiva del 1991 col valore conclusivo da 20 sterline raffigurante il Postiglione del deserto venne trasformato, mediante soprastampa in caratteri arabi, in dentello di servizio.
Destinato quindi ad affrancare la corrispondenza degli uffici pubblici.

1.3.1898. Postiglione del deserto, filigrana Croce di Malta.
1m, 2m, 3m, 5m, P.1, P.2, P.5, P.10 (9/16).

1902/21. Postiglione del deserto, filigrana Mezzaluna e stella.
1m, 2m, 3m, 4m (20.1.1907), 4m(in colore diverso, 10.1907), 4m, P.1, P.2, (2.1908), P.2 (in colore diverso, 22.12.1921), P.5, P.10 (18/21).

1903. Postiglione del deserto: nuovo valore in soprastampa.
5m su P.5 (17).

1921/22. Postiglione del deserto: formato ridotto.
1m, 2m, 3m, 4m, 5m, 10m, 15m (29/35).

1927/40. Postiglione del deserto, filigrana S(oudan) G(overnment).
1m, 2m, 3m, 4m, 5m, 10m, 15m, P.2, P.3, P.4, P.5, P.6, P.8, P.10, P.20 (36/49).

10.2.1931. Postiglione del deserto: soprastampa Air Mail.
5m, 10m, P.2 (A1/3).

18.6.1932. Postiglione del deserto: soprastampa Air Mail e nuovo valore.
P. 21/2, su P.2. (A12).

25.2.1940. Postiglione del deserto: nuovo valore in soprastampa.
5m su 10m (59).

1.1.1948. Postiglione del deserto: scritta araba modificata.
1m, 2m, 3m, 4m, 5m, 10m, 15m, P.2, P.3, P.4, P.5, P.6, P.8, P.10, P.20, P.50 (77/92).

1.10.1948. Postiglione del deserto: cinquantenario dell’emissione.
P.2 (93).

Con soprastampa servizio apposta nel 1992 sul 20 sterline dell'anno precedente
Con soprastampa servizio apposta nel 1992 sul 20 sterline dell’anno precedente

23.12.1948. Postiglione del deserto: apertura Assemblea legislativa.
10m, P.2 (94/95).

1.9.1951. Definitiva vedute e paesaggi: il Postiglione del deserto.
50 (112).

1953. Postiglione del deserto: Self Government 1953. Non emesso.
15m, P.3, P.5.

9.1.1954. Postiglione del deserto; Self Government 1954.
15m, P.3, P.5 (113/15).

1962/75. Definitiva vedute: il Postiglione del deserto.
£ 1 (157).

1991. Definitiva vedute e paesaggi: il Postiglione del deserto.
£ 20 (413).

 

_______________________________________________________________________

 

Un patrimonio mondiale

Una ‘passeggiata nel blu’, il blu degli oceani s’intende. Ecco cosa voleva essere l’Expo che all’insegna degli Oceani aprì i battenti il 22 maggio 1998 (chiusura il 30 settembre). Non a caso l’ultima esposizione mondiale del secolo fu consacrata agli Oceani, patrimonio del mondo e presentò il più grande acquario d’Europa, secondo solo a quello di Osaka.

La copertina del libretto di prestigio che Man ha prodotto nel quadro delle celebrazioni per l'Anno internazionale degli Oceani
La copertina del libretto di prestigio che Man ha prodotto nel quadro delle celebrazioni per l’Anno internazionale degli Oceani

Si tratta dell’Oceanarium , sicuramente il padiglione più spettacolare. A mole quadrata e torreggiante, con cinque grandi vasche, la più grande delle quali equivale a quattro piscine olimpiche. A forma di nave, con una copertura di vetro ondulato così da permettere ai visitatori di avere un contatto diretto con la vita marina, nella vasca centrale dell’Oceanarium (che è mostrato sul’85 escudos del foglietto in distribuzione dal 21 maggio 1998) c’è un campionario delle specie viventi di tutti gli oceani, mentre i quattro bacini minori sono dedicati a zone oceaniche diverse del pianeta: Oceano Atlantico, la barriera corallina dell’Oceano Indiano, la costa rocciosa del Pacifico, la costa delle azzorre nell’Atlantico.

Ed è da questo affascinante e al tempo stesso intrigante tema della vita marina che traggono ispirazione larga parte delle produzioni portoghesi marchiate Expo 98. Quest’Anno degli Oceani voluto dall’Unesco ha rappresentato una valida opportunità che alcune amministrazioni postali, non molte, hanno preso al volo proponendo per lo più grandi cetacei.

Aland, 8.5.1998: K. 6.30.

Faroer, 18.5.1998: Kr. 4, 4.50, 7.50, 9.

Groenlandia, 5.1.1998: K. 2, 3, 4.50 x 2, 4.75 x 2; K. 23.50, foglietto.

Man, 14.3.1998: 10p, 21p, 31p, 63p; idem, libretto.

Nazioni Unite, 20.5.1998: 33c, 45c, S. 3.50.

 

_______________________________________________________________________

 

Dagli Usa la prima intera Expo…

Nel più che centenario cammino le Esposizioni universali non hanno mancato di disseminare un certo numero di interi. Con delle vere e proprie primizie. Come nel caso della busta postale americana del 1876, entrata di gran carriera nel Guinnes dei primati. Si tratta infatti, dati alla mano, della prima carta valore postale commemorativa del mondo.

La busta verde o rossa da 3 centesimi, posta in vendita nell’ambito dell’Expo allestita a Philadelphia per i festeggiamenti indetti nel 1876 a ricordo del centenario della Confederazione a stelle e strisce non porta per la verità alcuna scritta commemorativa. Si tratta di un elemento decisamente secondario in quanto la commemorazione è affidata a due precise date: 1776-1876: Collocata in alto la prima, posta in basso la seconda: ad esse venne affidato il ruolo rievocativo.

La triplice immagine, costituita da un corriere a cavallo, da un treno a vapore e dalla linea telegrafica, ha lo scopo di esaltare il progresso delle comunicazioni, a sua volta amplificato dalla rassegna. Un’avvertenza. Per produrre la busta postale la Plimpton Manufactoring adoperò due differenti matrici, volutamente distinte dalla linea sotto Postage: unica nel primo conio, doppia nel secondo conio stampigliato in tinta rossa. Si tratta di un pezzo mai emesso.

Di provenienza statunitense sono anche altre quattro buste postali filiate da un’Expo universale. Da 1 centesimo azzurro, 2 centesimi violetto, 5 centesimi cioccolato e 10 centesimi bruno grigio furono messe in vendita nel quadro della rassegna di Chicago che nel 1893 fu chiamata a celebrare la scoperta del Nuovo Mondo da parte di Cristoforo Colombo.

Unica l’immagine, in rilievo, di Colombo e della Libertà con, in basso, l’aquila ad ali spiegate. Realizzate con grande cura dalla Plimpton Manufacturing e dalla Morgan Envelope di Hartford, recano in filigrana i profili di Colombo e della Libertà racchiusi dalla scritta Liberty US Columbus.

 

_______________________________________________________________________

 

Negli anni ’50 a Milano il tram faceva da postino

Il 5 giugno 1953 furono introdotte a Milano le cassette postali sui tram diretti alla stazione: sarebbe meglio dire reintrodotte, dato che un tale servizio sembra esistesse già prima… della grande guerra. Qualcuno ha affermato che il servizio esisteva prima della seconda guerra mondiale, ma ci sentiamo di escludere questa eventualità: essendo cultori di storia dei trasporti abbiamo esaminato centinaia di foto di tram milanesi e le uniche ove appaiono le cassette postali si riferiscono agli anni ’50 e ’60. Già sono scarsissime quelle degli anni ’70, con i tram dipinti di arancione.

Il provvedimento interessò dapprima la linea 1 e poco dopo il servizio fu esteso alla 25, una delle due interstazioni (25 – 26) che con percorso ad anello collegavano tutte le stazioni di Milano. La cassetta, di colore verde vagone e panna, era installata esternamente sul davanti della vettura e quando questa giungeva al capolinea di piazza IV Novembre (sulla sinistra della Stazione Centrale) un addetto delle Poste provvedeva alla svuotatura. La cassetta in arrivo veniva portata all’interno di un gabbiotto (esistente fino alla fine degli anni ’90 e utilizzato per la Posta celere urbana) e il contenuto veniva rovesciato su una tramoggia collegata ad un nastro trasportatore che sottopassava la piazza e si inseriva nei sotterranei della stazione.

Cassetta d'impostazione Servizio celere installata, negli anni Cinquanta e Sessanta, sui tram milanesi
Cassetta d’impostazione Servizio celere installata, negli anni Cinquanta e Sessanta, sui tram milanesi

Questa posta veniva poi lavorata con la bollatrice Flier dal caratteristico guller Milano Ferrovia Avviamento celere, che indirettamente ne confermava l’arrivo via tram, o comunque dal gabbiotto dato che lo stesso era munito di buca per le lettere, con appunto la scritta Poste – avviamento celere.

L’avviamento era veramente celere perché in quegli anni si era ancora nell’epoca d’oro degli ambulanti postali e di conseguenza, specie sulle direttrici più importanti – come Genova, Bologna o Venezia – c’era in pratica una partenza ogni due o tre ore.
Il servizio era molto utilizzato, sia dai privati che dalle ditte, tanto che specialmente nel tardo pomeriggio, c’erano sempre persone con lettere in mano alle fermate in attesa del tram, unicamente per impostare.

E proprio in queste ore si presentavano sovente vetture senza la fatidica cassetta: erano quelle di rinforzo appena entrate in servizio – provenienti dal deposito o da altre linee con punte di traffico differenti – che non essendo ancora transitate da piazza IV Novembre, non erano state equipaggiate del contenitore. La raccolta – se ricordiamo bene – cessava intorno alle venti, orario adeguato alle esigenze di allora, quando tutti lavoravano fino alle 18,30.

Il servizio non fu esteso ad altre linee – come in un primo tempo annunciato – per un motivo molto semplice: era gioco forza transitare davanti al famoso gabbiotto da dove partiva il nastro trasportatore e le uniche a farlo erano appunto la 1 e la 25, per cui le numerose altre linee che toccavano la stazione (2, 5, 7, 18, 26, 28, 31, 33) utilizzando altri binari o attestandosi al capolinea di destra (piazza Luigi di Savoia) ne restarono escluse.

D’altra parte, anche se limitato a due linee, il livello di servizio era tutto sommato buono: l’1 attraversava tutto il centro e il 25 con il suo percorso ad anello toccava quasi tutte le Porte delle mura spagnole. Non va poi dimenticato che a quei tempi non era ancora iniziato il trasferimento in massa verso la periferia di uffici e abitazioni, per cui l’area servita poteva considerarsi sufficiente.

Il servizio morì di morte naturale nei primi anni Settanta per una serie di concause: da un lato l’entrata in servizio delle metropolitane portò alla soppressione dell’interstazionale e quindi rimase solo la linea 1, dal lato utenza ci fu una diminuzione di fruizione, per il sempre minor numero di lettere scritte (a causa della diffusione del telefono), per il dilatarsi della città rispetto ai percorsi serviti e forse – almeno per le piccole ditte – per la progressiva adozione di affrancatrici, le “rosse”, che obbligavano alla consegna della corrispondenza all’ufficio di appoggio.

Dal lato postale, senza contare che molti treni erano stati spostati alla nuova stazione Garibaldi, era iniziata da tempo la progressiva soppressione degli ambulanti, con la concentrazione della lavorazione nei centri di scambio – i Centri di meccanizzazione postale, in sigla Cmp, arrivarono dopo – e il ricorso al trasporto aereo notturno. Di conseguenza la posta arrivata con i tram non poteva più essere avviata celermente, ma doveva attendere nell’ufficio Ferrovia.

Sotto l’aspetto marcofilo-postale, l’avviamento celere milanese ha lasciato un’abbondante documentazione. Fino alla fine degli anni Settanta, come si sa, le targhette propagandistiche di carattere generale, o comunque di larga diffusione, erano montate su tutte le bollatrici che lavoravano molta posta e la Flier milanese ne fu ovviamente interessata. Esordì subito, nell’agosto 1953, sostituendo le righe ondulate con la targhetta per gli arruolamenti volontari nell’esercito.

L’anno dopo fu la volta degli specialisti dell’aeronautica. Nel 1956 ci furono gli auguri di Pasqua e di Natale e la mostra della Meccanizzazione postale. Nel 1957 le targhette furono addirittura sei: gli incontri con il libro, le Manifestazioni sportive dell’Ente sordomuti (unica targhetta a Milano), la Fiat 500, il filo Ortalion, il Salone dell’automobile e la settimana della lettera. Poi iniziarono i messaggi di tipo postale (Servitevi dei vaglia, Radio in MF, Indirizzo leggibile, eccetera), oltre a quelli più propriamente pubblicitari, come volate Pan American o visitate il Gec 59, o l’invito a vedere il film Soldati a cavallo. E così via, per tutti gli anni Sessanta, fino alla fine del servizio.

 

_______________________________________________________________________

Da Sapporo a Sion ovvero dal reale al virtuale

Presentano in bella evidenza il marchio elvetico le bianche Olimpiadi virtuali. I giochi osteggiati da Pierre de Coubertin, che al momento del loro debutto, dal 25 gennaio al 5 febbraio 1924 a Chamonix, avevano per denominazione Settimana internazionale degli sport invernali. Passata alla storia anche per le straordinarie evoluzioni della norvegese Sonja Henie, la più grande pattinatrice di tutti i tempi allora appena dodicenne (Norvegia, F 14), nel 1926, Sessione del Comitato internazionale olimpico di Lisbona, la competizione ottenne il postumo titolo di prima Olimpiade bianca.

Il francobollo con cui la Svizzera afferma la sua candidatura ai Giochi invernali del 2006
Il francobollo con cui la Svizzera afferma la sua candidatura ai Giochi invernali del 2006

Una scelta che De Coubertin, il “padre” delle Olimpiadi moderne, avversò con tutte le sue forze trovando consenzienti anche alcuni successori che, preoccupati per la sfacciata commercializzazione che le gare andavano assumendo, arrivarono a proporne addirittura l’abolizione.

Tutto inutile. L’unico risultato, più formale che sostanziale, riguarda la numerazione non rigidamente progressiva. Mentre infatti le Olimpiadi estive non disputate a causa della guerra mantengono il loro numero, quelle invernali sono ritenute valide solamente se disputate.

Messe da parte queste “stravaganze”, da qualche anno in qua vengono combattute battaglie, per certi versi spietate, a livello di candidatura. Prima a livello nazionale (lo si è visto anche negli anni ’90 con Venezia e Torino contrapposte in vista dei Giochi del 2006, poi svoltisi a Torino) e successivamente internazionale, la lotta viene irrobustita e resa più convincente attraverso il supporto di appositi dentelli postali. Lo hanno fatto, con risultati tuttavia deludenti, l’Argentina con un 75 centesimi e il Brasile con un valore di porto pagato in sostegno delle rispettive candidature in vista delle Olimpiadi del 2004, la Grecia (1695/8 e 1742/6) e la Turchia (2755).

Il foglietto giapponese celebrativo di "Nagano 98"
Il foglietto giapponese celebrativo di “Nagano 98”

Per Sion 2006, la Svizzera ha fatto qualcosa di più. Il francobollo, certo, poi tre cartoline, e conferenza stampa di presentazione nientemeno che nel bel mezzo dei Giochi giapponesi dove la neve sfiora l’esagerazione. Prima ancora che nella cittadina dell’isola principale di Honahu, a un tiro di schioppo da Tokyo, cominciasse ad ardere il tripode di Olimpia, Berna aveva già annunciato per il 12 febbraio “un’importante conferenza stampa”. Quella, appunto, nel corso della quale è stata magnificata la candidatura di Sion ed al tempo stesso è avvenuta la presentazione del francobollo.

“Siamo convinti – dissero alle Poste svizzere, dove si respirava aria di vittoria – che anche la filatelia trarrà beneficio, in termini di popolarità, dalla massiccia presenza dei mass-media e, in particolare, dell’eventuale svolgimento delle Olimpiadi in Svizzera”. Le terze, come rammentano le cartoline predisposte per la circostanza, dopo i Giochi del 1928 di Saint Moritz, trasferiti in terra di Guglielmo Tell solo perché gli organizzatori dei Giochi estivi di Amsterdam non riuscirono a reperire nei paraggi montagne innevate. La stessa località tornò poi ad essere “olimpica” nel 1948 (Svizzera 449/52).

Ora a scendere in campo fu Sion, nel Vallese. E stavolta la Svizzera, per solito compassata, mostra i muscoli irrompendo addirittura nel bel mezzo dei Giochi giapponesi. I quali, nelle intenzioni degli elvetici, erano da considerare ferrivecchi ancor prima di iniziare. Quello che contava, questo l’implicito messaggio diffuso attraverso la conferenza stampa e l’emissione del francobollo, era promozionare con forza le Olimpiadi svizzere del 2006.

Un’Olimpiade, al momento quantomeno, virtuale (Sion) che finisce quasi con l’oscurare quella in corso (Nagano). Ricordata peraltro attraverso un buon numero di francobolli. Quelli del Giappone, innanzitutto. La coppiola, valori da 80 yen con sovrapprezzo di 10 yen, del 2 luglio 1997, e poi francobolli e foglietto. Fedele al motto che squadra che vince non si cambia, l’Austria è tornata ad affidarsi a Gottfried Kumpf, che firma immancabilmente ogni sua opera con “l’omino” omonimo, l’asociale (Austria 1947 e 2019). A testimonianza della continua crescita tariffaria, i dentelli postali presentano valori rispettivamente da 7, 10 e 14 scellini.

Ma a far memoria dei Giochi bianchi di Nagano ci sono poi ancora le emissioni di Andorra Francese, F. 4.40; Germania, 110+50 e 300+100p; Islanda, K. 35 e 45; Lituania, L. 1.20; Liechtenstein, 70, 90 e 180r; Monaco, F. 4.90×2; Slovenia, T. 90×2; Ungheria, F. 30 e 100. E poi ci sono gli interi. La cartolina postale italiana da 900 lire e la busta postale australiana da 1.35 dollari.

 

_______________________________________________________________________

Afghanistan: una storia postale complessa come la storia del Paese

Misteri afghani. Messo brutalmente alla porta nel 1973, tanto che perfino la sua immagine venne eliminata dalle carte valori postali mediante strappo, re Zahir Shah torna alla ribalta. Difficilmente, tuttavia, all’anziano sovrano sarà permesso di ripristinare l’annuale celebrazione postale del Pakhtunistan, avviata nel 1951 (378/9) e andata avanti anche dopo che il principe Mohammed Daud, l’autore del colpo di stato che mise fine alla monarchia, trasformò l’Afghanistan in una repubblica.

Re Zahir sui due francobolli di Turchia del 1957, a ricordo della visita compiuta ad Ankara
Re Zahir sui due francobolli di Turchia del 1957, a ricordo della visita compiuta ad Ankara

Della quale, poi, Daud (998, 1015/6, 1020/22, 1023A/1023D, 1092B/D) divenne presidente, carica che gli venne riconfermata attraverso la consultazione elettorale del 1977 (1029A). Il 27 aprile dell’anno seguente il principe fattosi presidente finì egli stesso vittima di un nuovo colpo di stato che trasformò il Paese in Repubblica democratica con presidente Nur Mohammed Taraki (1036, 1041, 1045, 1053). Il quale nel 1979 volle che su uno dei due dentelli chiamati a celebrare il sessantesimo anniversario dell’indipendenza nazionale fossero raffigurate le gigantesche statue dei Budda (1049), distrutte all’inizio del 2001 dai taliban.

A dir la verità la straordinariamente lunga sequenza di celebrazioni postali inneggianti alla cospicua minoranza di pashtun del vicino Pakistan che vivono a cavallo della frontiera con l’Afghanistan e che Kabul ha sempre sognato di riprendersi. Senza che i diretti interessati mostrassero concretamente di condividere questo obiettivo. Spartiti pressoché a metà dalla linea di confine tracciata a caso dagli inglesi, i pashtun del Pakistan si sono bene inseriti in questo Paese che, come ricorda Ettore Mo, ha sempre considerato l’Afghanistan come un vassallo.

A lungo etnia dominante, i pashtun, che rappresentano pur sempre il 38 per cento degli afghani, sono attualmente in disgrazia per l’appoggio loro dato ai taliban, “creati dal Pakistan e finanziati dagli Stati Uniti”. “D’altra parte – sottolinea Ettore Mo, inviato speciale sui fronti di guerra del Corriere della Sera – la vittoria è giustamente rivendicata dai tagiki. Sono stati loro a combattere.

Così come a resistere, durante l’occupazione sovietica, è stato il Panshir, dove c’era Massud, tagiko. Certo, si tratta di un territorio praticamente imprendibile. Il Panshir è imprendibile, non si può prendere, basta un bambino con una bomba in mano per fermare una colonna di carri armati, come è stato fatto con i sovietici. Dal fondo valle le colonne dei blindati con la stella rossa si inerpicano verso le sommità dell’Hindukudh, ma ad un certo punto erano costrette a fermarsi sotto il fuoco di sbarramento dei mujaheddin. Quel dannato figlio di puttana di Ahmad Shah Massud! In catene lo volevano portare a Kabul, per impiccarlo sulla pubblica piazza”.

Col loro 25 per cento, i tagiki sono il secondo gruppo etnico afghano e hanno conti aperti con quasi tutti. Esponente tagiko di spicco è Burhannudin Rabbani, nel 1992 nominato capo del governo, con ministro della Difesa Massud, da parte dei Mujaheddin (è ritratto sul $ 10 di Liberia, emissione Summit del Millenio).

A Cronaca Filatelica Ettore Mo ha confidato che la guerra non è stata una guerra tribale, si è svolta “così per ragioni geografiche molto peculiari”. Lo storico inviato del Corriere della Sera mostrava di essere pessimista. “In Afghanistan – dice – non ci sarà mai pace. Quando arrivarono i russi nel 1979, si pensava che la guerra fosse finita. E invece no. Ci sono stati quattro anni di guerra civile, quando i mujaheddin formano un governo legittimamente eletto, poi arrivano i taliban e si ricominciò daccapo”.

Intero postale sovietico usato dalla posta militare numero 089933 di posta militare in funzione in Afghanistan
Intero postale sovietico usato dalla posta militare numero 089933 di posta militare in funzione in Afghanistan

Complessa e per certi aspetti indecifrabile è pure la storia postale di questo Paese che sembra destinato a non conoscere, come ammette Mo, la pace. Già si è detto della lunghissima sequenza, l’unica ad andare avanti per un tempo così ampio che va dal 1951 al 1996, e che di conseguenza forma una collezione nella collezione la quale in quarantacinque anni ha raggiunto il ragguardevole tetto di 46 dentelli ed un foglietto per la giornata del Pakhtunistan (378/9, 392/3, 407/8, 417/8, 532/3, 443/4, 472/3, 489/90, 556/7, F 12, 639/41, 723/5, 769, 815, 846, 875, 897/8, 929, 944, 966, 1003, 1014, 1022A, 1026, 1033, 1051, 1067, 1082, 1102, 1126, 1189, 1240, 1323, 1380, 1414, 1465, 1518).

Del tutto in tema risultano i dentelli esteri, che comunque presentano immagini riferite all’Afghanistan. È questo il caso – ricorda Fabio Bonacina – dei due pezzi, uno dei quali di posta aerea, usciti ad Ankara l’1 settembre 1957 (1326, A38), per salutare la visita di Stato compiuta da re Zahir Shah alla Turchia. E poi c’è, piuttosto fitto, il capitolo dell’invasione sovietica del 1979 che portò tra l’altro al boicottaggio americano, e più in generale occidentale, delle Olimpiadi di Mosca.

Il che finì col creare, in via del tutto involontaria naturalmente, una delle più grandi rarità moderne: il 60+30pf olimpico di Germania, soprannominato Gscheide (dal nome di Kurt Gscheide, ministro delle Poste, e più in particolare della moglie che incollò materialmente il francobollo stampato ma poi non emesso), conosciuto in 23 esemplari.

La condanna via posta alla dominazione russa arrivò infatti da più parti. Innanzitutto dall’Egitto, con l’emissione del 15 luglio 1981 (1145), gravata di un sovrapprezzo destinato agli afghani oppressi, e riproposta il 17 gennaio del successivo 1982 con formato ridotto e l’eliminazione della filigrana (1164). L’immagine, unica, è costituita da un fascio di frecce rosse che penetrano nel Paese reso vassallo da Mosca.

Più numerose le condanne dell’Iran khomeinista. Il 40r (1956) col quale il 25 dicembre 1985 fu ricordato il giorno dell’occupazione afghana. E poi i tagli d’analogo valore del 27 dicembre 1986 (1997, combattenti), 1987 (2045, combattenti afghani e carta del Paese impresso nel colore verde dell’Islam), 1988 (2091, combattente e carta rossa dell’Afghanistan). Ai rifugiati afghani fa esplicito riferimento la prima parte dell’emissione del Pakistan (524/8) per la terza Conferenza islamica.

Un capitolo ancora poco studiato è quello dei servizi di posta militare messi in piedi durante il decennio di occupazione sovietica.

 

_______________________________________________________________________

Varata per il centenario del Risorgimento l’ultima delle grandi serie celebrative

Tra i dentelli postali tricolori il 1948 è l’anno della commemorazione del Risorgimento, l’ultima delle grandi serie celebrative; un’usanza che risale alla conclusione dell’Ottocento. Oltre che per la mancanza, poi rimediata, del contributo di “valore e di sangue dato dal generoso popolo di Napoli”, e l’iniziale cessione in serie completa da parte dell’Ufficio filatelico centrale, l’emissione non entusiasmò affatto.

L'intera serie, applicata sui due lati dell'aerogramma
L’intera serie, applicata sui due lati dell’aerogramma

Alberto Diena, è vero, ne apprezzò l’effetto complessivo, la felice scelta dei colori e l’indovinata ed armoniosa scelta degli avvenimenti illustrati, senza per questo passare sopra ad alcuni difetti fondamentali come appare dal commento affidato a Italia Filatelica, che qui di seguito riproponiamo. “A guardar bene ogni singolo valore (eccezion fatta per il 100 lire) si nota che vi è troppo ‘tritume’ e i particolari dei disegni sono confusi. Manca in quasi tutte le vignette centrali il senso della profondità.

Il professor Corrado Mezzana che si è incaricato di inquadrare le stampe dell’epoca prescelte per la riproduzione, non ha tenuto presente che le qualità non eccellenti della carta e dei colori in uso non avrebbero permesso di ottenere stampe ben nitide, per quanto sia stato usato un retino assai fine. Si aggiunga che le vecchie stampe prescelte, mentre in genere hanno un valore storico-documentario di grande interesse, non costituiscono certo dei capolavori d’arte ed hanno anzi delle pecche dal punto di vista della prospettiva.

Certo che se si fosse potuto far capire in modo più evidente che si intendeva riprodurre delle vecchie incisioni o litografie, quei disegni spesso un po’ rozzi avrebbero dato una caratteristica speciale ai francobolli; ma, avendo voluto evitare la stampa a due colori, si è ricorso invece all’artificio di arrotolare da due angoli le stampe. Un esame un po’ accurato dei francobolli rivela che tanto il Mezzana e più che altro lo speciale reparto del Poligrafico hanno voluto ritoccare in molti punti i disegni per tentare di rendere meno ‘piatte’ le riproduzioni e mettere più in evidenza i primi piani.

L'intera serie, applicata sui due lati dell'aerogramma
L’intera serie, applicata sui due lati dell’aerogramma

Questi ritocchi hanno nel complesso migliorato i disegni, pur non riuscendosi ad ottenere che riproduzioni scadenti che, spezzettate poi dalla grana del retino, ci danno particolari infelici. Vi sono certi profili di combattenti che sembra siano stati disegnati da persone quasi digiune di ogni regola d’arte!

Così che questa serie di francobolli che deve ricordare a noi Italiani le glorie del nostro Risorgimento, lascia alquanto a desiderare ed è un vero peccato. Par quasi vi sia stata una certa trascuratezza da parte di tutti: si è rinunciato a far eseguire disegni appositi; si è rinunciato alla stampa a due colori (forse perché la serie Santa Caterina aveva dato molto da fare al Poligrafico); il tutto forse causato dalla fretta di far apparire la serie in modo che venisse posta in vendita in occasione della ricorrenza dei primi gloriosi eventi del’ 48.

Ora non resta che dolerci di tutto ciò ed esprimere il desiderio che si rinunci al troppo comodo sistema del riprodurre delle riproduzioni e si abbia il tempo di vagliare i bozzetti che gli artisti dovranno preparare per le future emissioni”.

La serie. In tredici francobolli, diventati poi quattordici con l’aggiunta dell’espresso da 35 lire riguardante il “contributo di valore e di sangue dato dal generoso popolo di Napoli”, costituiscono un compendio del Risorgimento.

L. 3. Il generoso popolo di Palermo insorge contro Ferdinando II, restio nel seguire la politica liberale di Pio IX.

L. 4. Popolo e studenti di Padova, in spontanea ribellione, mostrano quanto profondo sia in essi l’amore per la patria comune.

L. 5. Torino, 8 febbraio, Carlo Alberto, tra l’esultanza dei cittadini, promulga riforme e annuncia prossima la pubblicazione dello Statuto fondamentale del Regno.

L. 6. Luciano Manara, giovine ed elegante, guida i milanesi nell’accanito combattimento di Porta Tosa, nel quale il popolo di Milano sfondava, il 22 marzo, il cordone che Radetzky, abbandonato il centro della città, aveva tentato di costruire alla periferia.

L. 8. Daniele Manin, liberato con il Tommaseo dal popolo di Venezia, rinnova, dopo aver cacciato gli Austriaci dalla città, l’antica Repubblica di san Marco, il 22 marzo.

L. 10. Troppo forte ancora per poter essere vinta, l’Austria invia in Italia truppe fresche e Radetzky, con nuovi rinforzi, assalta Vicenza, dove il popolo e le milizie venete e romane ne difendono accanitamente, con eroico coraggio, le mura.

L. 12. 29 Maggio, i volontari toscani, rinforzati da due battaglioni napoletani, mandano a vuoto, con la loro disperata sovrumana resistenza, il piano di Radetzky, tendente a piombare alle spalle dei Piemontesi da Verona e liberare Peschiera dal loro assedio. Il disegno rappresenta l’eroico episodio dell’artigliere Gaspari.

L. 15. Goito, dalle 15,30 del 30 maggio l’artiglieria piemontese apre il fuoco. Alle 17 l’ala destra della prima linea piemontese formata dalla brigata Cuneo attacca il nemico, subito rinforzata dalle Guardie comandate da Vittorio Emanuele II, allora principe ereditario. In questi combattimenti si distingue, tra gi altri, l’eroico luogotenente Riccardi. Avanzano in seguito i fanti dell’Aosta. Alle ore 19 la linea austriaca è battuta.

L. 20. Il fuoco di libertà, destatosi in Bologna nel 1831, non si spense mai più e, se nel 1843 il tentativo di Savigno doveva essere soffocato, nel 1848 Bologna, per opera dei suoi figli, doveva dimostrare il suo valore sui campi di battaglia e, soprattutto, nel fatto d’armi dell’8 agosto, alla Montagnola, quando in un combattimento accanitissimo e furioso gli austriaci del Welden furono sanguinosamente e furiosamente cacciati.

L. 30. Di strada in strada, di casa in casa, difendendo ogni porta, ogni angolo, ogni sasso delle sue vie insanguinate, Brescia combatte selvaggiamente per dieci lunghi giorni contro il nemico assetato di vendetta e di strage. Impossibile riportare episodi. Tutti i bresciani uomini e donne, vecchi e bambini furono, in quei dieci giorni infuocati, eroi!

L. 50. Alle ore 4 del 30 aprile del 1849, l’esercito francese, giunto in vista di Roma, tentò immediatamente un primo assalto. Venne respinto e la lotta continuò implacabile sino alla caduta della Repubblica Romana che, sino all’ultimo, non aveva voluto credere alla possibilità di una lotta con la Repubblica Francese! Nomi immortali balenano: Dandolo, Mameli, Manara, Bassi, Ciceruacchio! E, su tutti, quello dell’eroe purissimo, primo tra i primi, presente sempre, come a Porta San Pancrazio, là dove più terribile ferveva la lotta. Poi la fantastica ritirata dell’eroe inseguito invano da quattro eserciti!

L. 100. Poco prima della resa di Roma, che aveva difeso con coraggio sovrumano, il poeta soldato Goffredo Mameli, colpito in combattimento si spegneva in un ospedale. All’eroe morente la Repubblica faceva pervenire in segno di riconoscenza e di affetto il brevetto di capitano.

L. 35, espresso. Il combattimento, il 15 maggio 1848 di fronte al teatro San Carlo di Napoli.

 

 

_______________________________________________________________________

 

Un’epica e tragica impresa la costruzione di quel Palazzo

Poteva una Repubblica che porta il nome di un Santo, Marino, non avere il principale ufficio postale dedicato al Fondatore? No, di certo. L’importanza che il Titano ha da sempre riconosciuto alla comunicazione postale è oltretutto sottolineata dalla collocazione dell’ufficio di posta, edificato sul Pianello, dirimpetto quindi al Palazzo Pubblico.

In una pubblicazione del 1842, l’aretino Oreste Brizi, descrivendo la Piazza dei sammarinesi comunemente chiamata Pianello, in una manifesta voglia di pianura, scriveva: “Salendo la Costa si trova a sinistra una piazza quadrilunga chiamata Pianello, la quale non è altro che la coperta di un cisternone grande quanto essa e profondo, con tre aperture per attingervi l’acqua avente nei lati corti due fabbricati che appartengono allo Stato, cioé il quartiere delle Milizie, o magazzino dell’equipaggio e armamento militare, cui è annesso l’Ufficio della distribuzione delle lettere e la torre del pubblico orologio con doppia sfera, e rimpetto a questo il Palazzo del Governo.

Il servizio della posta è disimpegnato da un procaccia che va a prendere e a portare le lettere a Rimini, ogni qualvolta vi giungano e ne partano i corrieri: L’arrivo di lui a San Marino è annunziato dal suono di una campanella, la quale indica il principio della distribuzione delle lettere, che si effettua a mezzo dell’impiegato a ciò preposto”.

Il Palazzetto della Posta sui tre valori maggiori della serie del 1932
Il Palazzetto della Posta sui tre valori maggiori della serie del 1932

In antico il Palazzotto era la piccola Casa del Comune, al cui interno veniva data pubblica lettura delle sentenze e dove risiedeva il Commissario della Legge. L’edificio che ancora adesso fa bella mostra di sé sul Pianello, anche se da tempo adibito a funzioni di rappresentanza, è opera di Gaspare Rastelli. Nel progetto, ridimensionato rispetto a quello iniziale, “il Palazzo assume – si legge sul Popolo Sammarinese – un aspetto di edificio pubblico munito di portici a tutto sesto, ciò che non era in quello di Edoardo Collamarini che arieggiava il tipo di casa privata in istile fiorentino. Furono apportate modifiche e spostamenti nei pieni e nei vuoti, talché l’innesto architettonico delle due individualità artistiche è riuscito perfetto”.

A non filare via lisci furono i lavori. In corso d’opera, ed esattamente il 24 luglio 1929, “la tranquilla vita cittadina veniva funestata da una dolorosa disgrazia che ha suscitato in tutti la più viva e profonda commozione. Alle ore 17 circa, durante i lavori di costruzione del nuovo palazzo delle Poste, per l’improvviso e imprevedibile crollo di uno dei muri della vecchia casa in demolizione, l’assistente governativo Marcello Reffi e gli operai Augusto Bombini, Augusto Volpini, Dino Rondelli, Marino Casali venivano travolti fra le macerie e i rottami, mentre altri operai scampavano miracolosamente al perito, riportando lievi ferite.

Il Palazzetto della Posta sul valore da 700 lire per l'Europa Cept del 1990
Il Palazzetto della Posta sul valore da 700 lire per l’Europa Cept del 1990

Il Reffi restava ferito ad una mano e a un piede e il Bobini riportava la lussazione di una spalla e ferite e contusioni in varie altre parti del corpo. Più difficile fu il salvataggio degli altri in peggior maniera sepolti sotto le macerie.
Dopo molte fatiche furono estratti dalle macerie, in più parti feriti ma salvi, gli operai Augusto Volpini e Dino Rondelli. Più lunga e difficoltosa ancora fui l’opera accorsa per l’operaio Marino Casali, il quale sottratto dalle mercerie che l’opprimevano dopo più di tre ore di lavoro, avendo riportato varie e gravissime ferite, spirava poco dopo il suo giungere all’Ospedale”.

Con un discorso di Onofrio Fattori, in ciò designato dal Partito fascista, l’edificio venne inaugurato il 5 febbraio 1932. Il giorno prima, 4 febbraio, erano entrati in circolazione cinque dentelli calcografici. Unica, realizzata da Enrico Federici, l’immagine mentre le incisioni sono di H.B. Hill e la stampa, in calcografia, effettuata dalla Bradbury Wilkinson. Abbastanza contenuti i francobolli venduti – 14.920 quelli del valore da 1.25 lire, il più quotato, 12.960 dell’1.75 lire e 13.000 del 2.75 lire -.

4.2.1932: 20c, 50c, L. 1.25, L. 1.75, L. 2.75; 27.5.1933: 25c su L. 2.75, 50c su L. 1.75, 75c su L. 2.75, L. 1.25 su L. 1.75; 12.4.1934: 25c su L. 2.75, 50c su L. 1.75, 75c su 50c, L. 1.25 su 20c; 22.2.1990: L. 700.

 

_______________________________________________________________________

 

E l’Elvezia si sedette

Solo in Svizzera, dove la democrazia è garantita a suon di referendum, può succedere che un cittadino scriva per proporre un determinato taglio di francobollo, e che dopo soli dodici giorni la proposta venga accolta.

Sette esemplari di Elvezia seduta dentellata su lettera diretta ad Haiti
Sette esemplari di Elvezia seduta dentellata su lettera diretta ad Haiti

A prendere carta e penna, l’11 aprile 1874, fu il libraio di Basilea Hintermeister il quale, letto il Foglio ufficiale delle Poste con l’elenco dei nove francobolli Elvezia seduta dal quale mancava il taglio da 15 centesimi, ne chiese l’emissione. Assicurando al tempo stesso che del francobollo in questione se ne potevano vendere almeno mezzo milione l’anno. Immediata la risposta del Consiglio federale il quale, nella seduta del 22 aprile, facendo propria la proposta di Hintermeister, deliberò l’emissione di un francobollo da 15 centesimi. Fu subito successo. Destinato a rendere franche di tassa le raccomandate locali, tra il 1875 e il 1882 il francobollo in questione registrò un venduto medio superiore al milione di pezzi. Hintermeister aveva visto giusto.

L’infornata iniziale dell’Elvezia seduta in distribuzione da ottobre del 1862 con valori da 2, 3, 5, 10, 20, 30, 40 e 60 centesimi e 1 franco, presentava questi impieghi tariffari: stampati interni fino a 15 grammi, 2 c.; stampati fino a 30 grammi con destinazione l’Italia, 3c.; lettere fino a 10 grammi, nel raggio locale, 5c.; lettere fuori raggio, 10c.; raccomandate fino a 10 grammi, 20c.; lettere fino a 10 grammi con destinazione Belgio, Francia e Italia, 30c.; lettere fino a 15 grammi con destinazione la Germania, 40c.; lettere fino a 7,5 grammi con destinazione Spagna e Portogallo, 60c.; lettere con destinazione oltremare, 1 franco.

Nota. 1) Valori in centesimi, salvo indicazione contraria; 2) Quantitativo globale, che raggruppa le singole emissioni
Nota. 1) Valori in centesimi, salvo indicazione contraria; 2) Quantitativo globale, che raggruppa le singole emissioni

Nell’uso pratico alcuni colori, e precisamente quelli dei tagli da 10 e 30 centesimi, vennero ristampati con colori diversi in quanto quelli iniziali non consentivano l’immediata lettura dell’annullo. Nell’occasione, era il 1867, venne aggiunto il taglio da 50 centesimi resosi nel frattempo necessario per il cambio di tariffa con la Gran Bretagna. Impresso in color lilla, frutto della miscelazione del rosso e dell’azzurro, questo pezzo ha dato origine a qualcosa come sei tonalità diverse: lilla porpora, lilla porpora carico, rosso lilla, lilla, lilla chiaro e lilla bluastro. E questo nonostante la sua produzione, nei quindici anni in cui rimase in servizio, non abbia superato quota 8 milioni di esemplari stampati.

L’entrata in vigore, nel successivo 1868, di convenzioni postali con gli Stati germanici portò alla produzione di un taglio da 25 centesimi. Negli anni immediatamente successivi altri tagli andarono ad aggiungersi alla seconda emissione Elvezia seduta, fino al 1871 stampata dalla Zecca federale di Berna e dal principio del 1874 da una stamperia appositamente messa in piedi da A. Escher, già direttore della Zecca, assieme ad altri imprenditori.

L’obbligatorietà, a partire dal 1878, di affrancare i pacchi, incrementò la vendita di francobolli di un buon 30 per cento. Il che, visti i costi legati alla stampa in rilievo, finì con l’indurre le Poste a mettere in cantiere una nuova definitiva, a stampa tipografica, con cifra sormontata dalla croce elvetica, tenuta a battesimo l’1 aprile 1882. Fu così che le rotative tornarono a sfornare un nuovo insieme di Elvezia seduta: la terza emissione, che presenta la caratteristica carta più sottile della precedente impastata assieme a fili di seta rossi e azzurri, Nove, complessivamente, i tagli che formano la serie, i quali presentano i seguenti valori: 2c, 5c, 10c, 15c, 20c, 40c, 50c e 1 franco.

Tutti francobolli abbastanza comuni, anche perché al momento del loro pensionamento, avvenuto il primo aprile 1882, le scorte erano abbastanza consistenti, tanto da indurre le Poste a mettere in vendita le rimanenze della serie sulla quale, così da impedire di scambiarli con i nuovi definitivi, venne stampigliato un timbrino con la scritta Ausser Kurs. Da soli i collezionisti, che poterono attingere dalle scorte dall’1 ottobre 1883 al 30 giugno 1887, non riuscirono ad azzerare l’invenduto. Per farlo le Poste, prima ed unica volta nella loro storia, appesero il cartello “saldi” molto graditi dai commercianti tedeschi i quali, invogliati dallo sconto del 10 per cento, comprarono a man bassa.

_______________________________________________________________________

 

Soprastampe a mano per i provvisori dell’Est

Dal 24 giugno 1948 la nuova moneta avente corso legale nella zona di occupazione sovietica fu il marco (Ostmark) della Deutsche Notenbank, la Banca d’emissione tedesco-orientale. Ma nessun francobollo in questa nuova moneta era al momento disponibile. Ancora una volta non si trovò quindi soluzione migliore che fare ricorso alle scorte esistenti dei valori in pfenning della serie Lavoratori che, una volta rivalutati per mezzo della soprastampa, sarebbero stati venduti nella nuova moneta.

Alla soprastampa si doveva provvedere mediante l’unico mezzo sufficientemente omogeneo posseduto da tutti gli uffici postali tedeschi fin dagli ultimi anni del secolo precedente: il timbro manuale che veniva normalmente utilizzato da ogni ufficio come timbro di controllo nei servizi a pagamento, quali vaglia postali e conti correnti, il quale portava, quasi sempre in caratteri gotici, il nome della località e il numero del distretto postale corrispondente. Il colore normalmente usato fu il nero; esistono però anche soprastampe in varie tonalità di violetto, oltreché in lilla, blu, rosso e verde.

Soprastampa a mano, 24 e 50 pfenning Fiera di Hannover, e 8 pfenning. Cifre, con soprastampa di Haiinichen
Soprastampa a mano, 24 e 50 pfenning Fiera di Hannover, e 8 pfenning. Cifre, con soprastampa di Haiinichen

I distretti (Bezirke) delle diverse Direzioni superiori delle Poste (Opd) coinvolte in questo massiccio lavoro di soprastampa sono complessivamente 10:

Bezirk 3: Opd Berlin (settore sovietico), con 57 uffici principali, succursali e agenzie.
Bezirk 14: Opd Dresden (Sassonia orientale e Slesia), con 128 uffici, succursali e agenzie.
Bezirk 16: Opd Erfurt (Turingia), con 186 uffici, succursali e agenzie.
Bezirk 20: Opd Halle (Sassonia-Anhalt), con 184 uffici, succursali e agenzie.
Bezirk 27: Opd Leipzig (Sassonia occidentale), con 112 uffici, succursali e agenzie.

Bezirk 29: Opd Magdeburg (poi confluito nel 20), con 57 uffici, succursali e agenzie.
Bezirk 36: Opd Potsdam (Brandeburgo), con 177 uffici, succursali e agenzie.
Bezirk 37: Opd Schwerin (Meclenburgo), con 104 uffici, succursali e agenzie.
Bezirk 38: Opd Stettin (resti della Pomeriania), con 16 uffici, succursali e agenzie.
Bezirk 41: Opd Chemnitz (poi confluito nel 27), con 113 uffici, succursali e agenzie.

In totale, quindi, oltre 1130 differenti tipi base di soprastampa, che, per quanto riguarda i 17 francobolli della sola serie Lavoratori, avrebbero originato all’incirca qualcosa come 20.000 francobolli diversi. Anche considerando che essa non venne apposta da tutti gli uffici su tutti i valori, si ha comunque un’idea abbastanza evidente di quanto sia vasto l’impegno cui si deve accingere il collezionista specializzato nelle soprastampe dei distretti.

Malgrado le disposizioni prevedessero in modo inequivocabile la soprastampa dei soli valori in pfenning della serie Lavoratori (2, 6, 8, 10, 12, 15, 16, 20, 24, 25, 30, 40, 50, 60 – 2 tipi – 80 e 84 pfenning), molti uffici postali soprastamparono anche i valori in marchi (tipo “colomba della pace” da 1, 2, 3, 5 marchi), nonché tutti i valori della serie Cifre (tranne quelli da 3, 4 e 42 pfenning), e addirittura i commemorativi della Fiera di Lipsia (50 e 84 pfenning), di von Stephan (24 e 75 pfenning) e della Fiera di Hannover (24 e 50 pfenning).

L’amministrazione postale della zona sovietica, e successivamente della Repubblica Democratica, non diede mai riconoscimento ufficiale ai valori soprastampati della serie Cifre, a quelli in marchi e ai commemorativi. Tali francobolli sono stati comunque utilizzati regolarmente, alcuni anche in quantità rilevanti, e molti sono apparsi sul mercato in tempi successivi, soprattutto su frammenti di bollettini per pacchi, venduti ufficialmente dalla stessa amministrazione postale. Il che dovrebbe far cadere ogni dubbio sull’ufficialità della loro emissione.

Soprastampa a mano, 84 pfenning Fiera di Lipsia
Soprastampa a mano, 84 pfenning Fiera di Lipsia

Probabilmente la causa dell’errata interpretazione delle disposizioni ufficiali è da ricercare nele carenti istruzioni fornite al personale avventizio che era stato necessario assumere, terminato l’orario di lavoro del 23 giugno, per approntare nella serata e durante la notte i primi quantitativi di francobolli necessari da porre in vendita alla riapertura degli uffici, il mattino del giorno 24. Le disposizioni stabilivano anche che il lavoro manuale di soprastampa dei francobolli doveva terminare inderogabilmente il 2 luglio 1948; dopo tale termine i timbri di distretto non dovevano in alcun caso essere utilizzati per le soprastampe manuali. Abbiamo pertanto un periodo di vendita al pubblico di soli 9 giorni ed un periodo di validità di 17 giorni.

Infatti il 10 luglio 1948 i provvisori soprastampati a mano persero ogni validità.
A seguito della procedura di allestimento alquanto primitiva e artigianale esiste un gran numero di varietà in questa emissione. Citiamo, fra l’altro, soprastampe capovolte, doppie, spostate, smosse, evanescenti, a cavallo di due esemplari, e poi coppie con e senza soprastampa, coppie con soprastampa di uffici diversi, coppie con soprastampe di colori diversi dello stesso ufficio.

L’amministrazione delle Poste non aveva inoltre tenuto conto dell’interesse che era sorto attorno a questi francobolli provvisori. Abbiamo già visto come il periodo storico non fosse dei più floridi. È pertanto comprensibile che, in un clima in cui ognuno cercava di arrangiarsi per vivere alla meno peggio, ogni occasione venisse sfruttata per trarne un qualche vantaggio personale. Fu così che, dal 2 luglio 1948, terminato il periodo ufficiale di produzione dei nuovi valori soprastampati, la gente si accorse che alcuni di essi, soprastampati in minore quantità, erano rari e ricercati dai collezionisti.

Le falsificazioni furono quindi assai numerose, in particolare quelle dei francobolli Cifre e quelle dei commemorativi. Si valuta che, per alcuni valori, la percentuale dei falsi in circolazione arrivi al 70%, forse anche al 90%. Inoltre, finito il periodo ufficiale di produzione, tali soprastampe furono apposte ancora in gran copia, abusivamente, da impiegati postali compiacenti, a titolo di favore o dietro compenso.

I cataloghi specializzati elencano, per ogni distretto, gli uffici delle località che maggiormente sono state oggetto di soprastampe false o illegali. Comunque se si vuole evitare di mettere in collezione esemplari falsi o postumi, non si può prescindere dal sottoporre a perizia questi francobolli, siano essi nuovi, usati o su busta.

 

_______________________________________________________________________

 

C’è, a Washington, un’enorme lastra di granito sulla quale sono incisi, in triste e dolorosa successione, qualcosa come 49.933 nomi. Sono i tanti William, Douglas, Charles, Mark, David morti in Vietnam. La guerra che tradotta in cifre significa 153.300 feriti, 2.480 dispersi, 150 milioni di dollari sperperati. E anche 4 milioni di tonnellate di bombe (il doppio di quelle che gli stessi americani usarono nella guerra 1941-45 ed in quella di Corea messe insieme), 18 milioni di galloni di defolianti e sostanze chimiche varie, distruzione di metà della terra fertile di un intero Paese, l’incenerimento di foreste ed una quantità enorme di vittime: un milione e settecentomila più tre milioni e duecentomila feriti.

Colonia francese nel 1887, ripartito in due nel 1954 (al nord del 17° parallelo Ho Chi Minh, al sud Ngo Din Diem, feroce anticomunista appoggiato dagli americani), il Vietnam tornò ad essere uno il 30 aprile 1975 allorché l’ambasciatore americano Martin lasciò precipitosamente Saigon, ora Città Ho Chi Minh, a bordo di un elicottero della Settima flotta.

Usciti con le ossa rotte dalla “trappola vietnamita”, gli Stati Uniti non hanno certo dimenticato quella “sporca guerra”. Nell’emissione del 1994, anzi, trasformata in duplice moneta argentea da un dollaro. Un conio per i prigionieri di guerra ed un altro conio con su la lastra di granito che fa memoria dei morti.

Realizzata a quattro mani da Edgar Z. Steever IV e da Tom Nielsen, la moneta ha per immagine principale un’aquila incatenata. Un modo significativo per far riflettere su un argomento, quello dei prigionieri in Vietnam, mai del tutto chiarito e che di tanto in tanto viene a galla. Ancora adesso non si sa esattamente quanti sono stati, e che fine hanno fatto, i prigionieri americani trattenuti dai vietnamiti.

John Mercanti, un veterano in fatto di monete statunitensi, e il debuttante Thomas D. Rogers sono invece gli autori del dollaro d’argento Memoria del Vietnam. Sul quale figura una porzione della sequenza dei 49.933 nomi di americani incisi. E per la cui conservazione è stata coniata questa moneta attraverso la cui vendita collezionistica i promotori, all’emissione, contavano di incassare 5 milioni di dollari.

Identica la cifra che la Zecca di Washington pensò di poter devolvere, a vendita conclusa, ai comitati che operavano in favore dei prigionieri di guerra e delle donne militari, anch’esse celebrate attraverso un conio argenteo da un dollaro col dritto firmato da James Ferrel, uno scultore piuttosto attivo. Sue sono difatti le monete di Panama, Papua e Nuova Guinea, Filippine ed Egitto nonché a partire dal 1991, di Stati Uniti. Il dollaro Monte Rushmore, i cinque dollari Cristoforo Colombo, il dollaro Guerra di Corea e il mezzo dollaro Dichiarazione dei diritti umano.

Stati Uniti, Prigionieri di guerra, $ 1, Ag. 900, 26.73 grammi, 38.10 millimetri;
Memorial Vietnam, $ 1, Ag. 900, 26.73 grammi, 38.10 millimetri;
Donne militari, $1, Ag. 900, 26.73 grammi, 38.10 millimetri.

 

_______________________________________________________________________

 

Che confusione nei 20c imperiali!

Intorno ai 20 centesimi imperiali battuti dal 1936 al 1943 c’è una gran confusione. Basti dire che il Pagani, che pure è un testo fondamentale per le monete decimali italiane, e del regno, riporta come contorno solo quello liscio, mentre è vero proprio il contrario: il contorno base è rigato. Ancora nel catalogo Bobba e Cermentini è riportato solo il 20 centesimi 1939 XVII in acmonital e con contorno rigato. Il Simonetti riporta sempre e solo il contorno rigato, per cui stando a questo testo esisterebbe anche il 20 centesimi anno XVII antimagnetico e rigato. Il catalogo Gigante parla di contorno liscio o rigato, specificando però per la lega antimagnetica del 1939 XVII che il contorno è liscio.

Non c’è quindi molta chiarezza in materia. In effetti nessun catalogo riporta in modo specifico i 20 centesimi imperiali del 1939 anno XVII con il contorno rigato e in lega antimagnetica.

Del 20 centesimi del tipo imperiale vengono citate con la data 1939 e l’anno XVII tre varianti: 1) anno XVII contorno rigato e magnetici (acmonital); 2) anno XVII, magnetici ma contorno liscio (leggermente aumentati di diametro: 22,5 invece di 21,8); 3) anno XVII ma antimagnetici (nichelio) e contorno liscio, mm. 22,5.

Va notato come i pezzi in acmonital, oltre ad essere di peso leggermente più leggero, si presentano rispetto ai 20 centesimi in nichelio più opachi e di colore decisamente più chiaro, mentre i rilievi sono più attenuati e questo a causa della durezza della lega di acciaio impiegata per ragioni di economia a partire dalla fine del 1938 in sostituzione della precedente lega in nichelio (che serviva per fini bellici). In pratica si diminuì progressivamente la presenza del nichelio nelle monete fino a farlo scomparire del tutto.

E poiché i vari tondelli forniti dalla Cogne di Aosta furono mescolati insieme si ebbero per gli anni 1939 e 1940 20 centesimi ora in acmonital (magnetici) e ora in nichelio (antimagnetici). Ipotizzando l’esistenza di un 20 centesimi del 1939 anno XVII, con contorno rigato e antimagnetico, questa sarebbe stando ai cataloghi esistenti, una nuova variante, sempre che sia veramente antimagnetica.

Infatti, dato il progressivo ridursi del quantitativo di nichelio nei tondelli, è spesso molto difficile accertare se esista o meno un effettivo magnetismo. Per esserne certi occorrerebbe il ricorso ad un magnete, non costa molto e si può trovare in qualsiasi cartoleria. Comunque, è convinzione diffusa che tutti i 20 centesimi 1936-1943 nelle due diverse leghe sono stati coniati con il contorno rigato, mentre il contorno liscio è un’eccezione. Lo dimostra tra l’altro il fatto che le tre prove esistenti di queste monete, datate 1936 anno XIV, 1938 e 1939 anno XVII, la prima in nichelio e le altre due in acmonital, recano tutte il contorno rigato.

Ma restano le anomalie riscontrate come documentano le foto. Come si spiegano? Si spiegano solo con l’impiego di un nuovo conio sie per il dritto che per il rovescio. Ma possibile che finora queste differenze non siano state mai riscontrate?

 

_______________________________________________________________________

 

Anche dopo l’unificazione lire e grana circolavano insieme

Per togliere dalla circolazione tutta la massa circolante di monete nel Regno delle due Sicilie occorse molto tempo, più del previsto. Anche se molte zecche degli ex stati italiani furono lasciate aperte e attive, per coniare tutte le monete occorrenti del nuovo Regno Italiano si dovette ricorrere perfino all’ausilio di zecche straniere come quelle di Strasburgo e Birmingham.

C’era infatti da unificare e riordinare l’intero sistema monetario italiano, ritirando l’ingente quantitativo di monete già battute e circolanti negli ex Stati. Alle quali si devono aggiungere gli oltre 480.000 pezzi da 10 tornesi in rame battuti a Roma da Francesco II nel 1861 ma datati 1859 e introdotti clandestinamente nelle Province Napoletane per finanziare la guerriglia contro gli usurpatori Savoia e sostenere la causa della restaurazione borbonica.

 

Monete che insieme a quelle autentiche coniate a Napoli continuarono a circolare ancora per diversi anni accanto alle nuove monete italiane. Fu nel luglio 1862 con decreto numero 703 che si ordinò il ritiro dalla circolazione delle sole monete di rame di conio napoletano in circolazione nelle province meridionali (per un valore di oltre 36 milioni), ritiro che con successivo decreto numero 834 del 21 settembre 1862 venne prorogato al 1° novembre.

Ma al 18 novembre su 36 milioni di monete ne erano state ritirate appena 2 milioni. Per cui con decreto numero 1776 dell’8 maggio 1864 venne ulteriormente prorogato il termine per il ritiro delle monete borboniche. Il quotidiano di Napoli “Nazionale” il 10 gennaio 1862 lamentava che “il garbuglio nel cambio della moneta è tanto che si è dovuti tornare al computo in moneta napolitana”. Va tra l’altro ricordato come i napoletani non vedessero di buon occhio le nuove monete da 5 centesimi pesanti appena grammi 5 mentre le grosse monete da 10 tornesi o 5 grana raggiungevano il peso di gr. 31,185!

Si aggiunga che i venditori al minuto rifiutavano le nuove monete di bronzo italiane, rimettendoci l’aggio. Il giornale “Indipendente” del 25 settembre 1862 scrive che “continuano a scarseggiare nel commercio le nuove monete di bronzo. In quasi tutti i mercati e presso molti negozianti viene ricusata la moneta da 5 centesimi con l’effigie di Vittorio Emanuele. La mancanza di centesimi non permette di aggiustare le frazioni e di fare il conto delle spese…”.

Come si vede le monete napoletane continuarono a circolare liberamente e ad essere spese insieme alla lira fino a tutto il 1864 e anche oltre.

 

_______________________________________________________________________

 

Informazioni in tempo (quasi) reale grazie ai palloni volanti dei milanesi

Inchiodati sulle mura spagnole dalla determinazione dei milanesi decisi a mandarli via a tutti i costi, gli austriaci, resi impotenti dalla sollevazione popolare del 18-22 marzo 1848, finirono col prendersela con i palloni volanti. Meravigliati “veggendo l’aera superar le lor linee d’assedio”, i Croati, accampati sui bastioni – come ricorda Carlo Cattaneo, uno dei protagonisti dell’insurrezione – traevano “vanamente ai palloni de’ colpi di fucile”. Con risultati scarsi, se non nulli. Praticamente tutti o quasi i palloni volanti riuscirono ad oltrepassare lo sbarramento e a portare informazioni, quasi in diretta, alle popolazioni del contado e delle città vicine.

Proclama a stampa lanciato durante le Cinque giornate di Milano
Proclama a stampa lanciato durante le Cinque giornate di Milano

A farsi promotore dell’iniziativa, assolutamente senza precedenti, fu Antonio Stoppani, divenuto successivamente prete ed oggi ricordato come geologo e naturalista il quale, ancora seminarista, tradusse in pratica le nozioni di fisica fino ad allora espresse. Chierico evidentemente fantasioso e dalla vitalità travolgente, il giovane studente di teologia riuscì a coinvolgere i compagni “in una delle avventure più strambe, eccitanti e avventurose che potessero inventarsi”.

Nel Seminario Maggiore di Porta Orientale, attualmente Corso Venezia 11, Stoppani cominciò a costruire febbrilmente palloni volanti con i quali gli insorti milanesi furono in grado di comunicare con l’esterno. Volantini manoscritti, oppure stampati per lo più presso la tipografia di Vincenzo Guglielmini mandati un po’ ovunque sulle ali degli aerostati, che di fatto segnano la nascita della posta aerea italiana.

In uno di questi volantini, diretto al popolo di campagna, vi si legge: “Si raccomanda alla popolazione di campagna di stare armata vigorosamente a guardia della strada postale veneta, di barricarle e di romperle, se occorre, per impedire il trasporto di artiglierie di grosso calibro e di casse di munizioni che fossero per giungere in sussidio delle truppe austriache“.

In un altro, diretto questo “ai parroci e a tutte le autorità comunali” è scritto: “Il nemico è in fuga da Milano. Diviso in due colonne, si dirige per Bergamo e Lodi. Si provveda quindi con ogni mezzo alla propria difesa ed alla pronta distruzione dei resti di queste orde feroci“, Firmato: Il Presidente del Comitato di guerra, Pompeo Litta.

Ancora. “Recenti notizie pervenute col mezzo del pallone aerostatico del 22 marzo alle ore 10 antimeridiane. Il Palazzo del Genio ha ceduto, cento sessanta soldati e tre ufficiali sono i nemici che si costituiscono prigionieri e cedettero armi e munizioni. I cittadini sono padroni dell’interno della Città sino al Castello.
Le Porte e i Bastioni sono in potere degli Austriaci, ma si fanno degli sforzi per impadronirsene. Radeschi (così nel testo, n.d.a.) ha fatte delle proposte, ma non furono accettate. La Caserma S. Francesco, il Comando militare e la casa Radeschi sono in potere dei Cittadini.

Volantino Italia libera, manoscritto, trasportato con palloncino aerostatico
Volantino Italia libera, manoscritto, trasportato con palloncino aerostatico

Bergano è insorta, il Comando del Figlio dell’ex viceré ha ceduto le armi; Pavia ha chiuso il nemico nel Castello; sulle vie di Gallarate e Busto i contadini hanno disarmato le truppe, impedito il taglio del ponte di Boffalora e presi sei cannoni.
N.B. Bergamo è ora in piena libertà“.

Altro volantino ed altro frammento di cronaca trasformato in storia. “A tutte le città e a tutti i comuni del Lombardo Veneto: Milano vincitrice in due giorni e tuttavia quasi inerme, è ancora circondata da un ammasso di soldatesche avvilite, ma pur sempre formidabili. Noi gettiamo dalle mura questo foglio per chiamare tutte le città e tutti i comuni ad armarsi immantinente in guardia civica facendo capo alle parrocchie, come si fa a Milano e ordinandosi in compagnie di cinquanta uomini che si eleggeranno ciascuna un comandante e provveditore per accorrere ovunque la necessità della difesa impone. Aiuto e Vittoria. W l’Italia. W Pio IX“.

Di questi ed altri messaggi dal cortile del seminario milanese ne partirono a decine e si sparsero nelle campagne fuori città, fino in Brianza e nel Comasco. Ne arrivarono perfino ai confini della Lombardia, fino al Piemonte e nel Canton Ticino. L’iniziativa di Antonio Stoppani, Cesare Maggioni ed altri futuri preti trovò subito imitatori in altri milanesi. I più convinti e attivi si dimostrarono due bottegai della Corsia dei Servi, ora Corso Vittorio Emanuele, che rispondono ai nomi di Teresa De Grandi Avignone, cartolaia, e Antonio Maria Dunat, profumiere, il quale utimo si dimostrò particolarmente intraprendente dando vita a un servizio pubblico di corrispondenza aerostatica.

Mentre un certo numero di questi reperti, palpitante testimonianza della sete di libertà dei milanesi, è conservato in collezioni pubbliche e private, non è sopravissuto alcun aerostato. L’ultimo, quello che si trovava al Castello Sforzesco, fu infatti ridotto in cenere dalle bombe dell’agosto 1943.

 

_______________________________________________________________________

<PRECEDENTE

Pillole 2

Link intermo  tuttovideo.stream