Pillole

Errori di colore nelle Colonie? No, prove di stampa

A parte i colori ed i valori, la Milizia cambiò realmente pelle alla terza emissione, quando a stamparla fu l’Istituto Poligrafico dello Stato che nel frattempo era subentrato all’Officina Carte Valori di Torino.

A guastare la festa arrivò il solito zampino del dispettoso diavoletto di turno. L’idea, subito plaudita dal Corriere Filatelico, fu quella di mutare i colori delle cornici dei due valori più alti dell’emissione coloniale della prima Milizia, in distribuzione dal 21 aprile 1927, “festa nazionale del lavoro ed anniversario della fondazione di Roma”.

Seconda emissione coloniale della Milizia, con colori cambiati senza soprastampa
Seconda emissione coloniale della Milizia, con colori cambiati senza soprastampa

Venticinquemila le serie prodotte per ciascuna colonia, precisamente Cirenaica, Eritrea, Tripolitania e Somalia. Questo quantitativo si riferisce ovviamente al valore più elevato, quello da 5 + 2,50 lire, dato che i valori iniziali registrarono una produzione di 100.000 pezzi, mentre quello che occupa la terza produzione, valore quindi da 1,25 lire e sovrapprezzo di 60 centesimi, ebbe una tiratura di 50.000 esemplari.

Fu subito giallo, proprio per via delle cornici realizzate in tinta diversa, avvisaglia di qualcosa di più clamoroso che stava in agguato, dietro l’angolo. “Vari filatelisti avranno notato – a scriverlo fu il solito, attentissimo Corriere Filatelico – che circolano, specie a Venezia ed a Roma, alcune serie di francobolli ‘Milizia’ per le Colonie nelle quali gli ultimi due francobolli, anziché avere i colori delle cornici invertiti rispetto agli stessi valori per la serie del regno, li hanno eguali, e cioé l’1,25 lire la cornice di color verde ed il 5 lire di color turchino scuro. Non si tratta di errori di colore, come potrebbe supporsi, ma di prove di stampa”.

Ancora nessuno se l’è sentita di lanciare i due non emessi nello stratosferico e sempre più affollato firmamento dei dentelli “naturali”. Un destino toccato invece alla seconda Milizia coloniale, arrivata sul mercato priva di soprastampa. Di qui la promozione, quasi un bacio dato dal principe azzurro all’anatroccolo, a francobolli “naturali” d’Italia e la conseguente iperbolica quotazione.

Come se ciò non bastasse cinquanta serie, un foglio intero quindi, della seconda Milizia coloniale, con scritte quindi Cirenaica, Eritrea, Somalia e Tripolitania, ricevettero sperimentalmente la soprastampa grande adoperata per la prima serie, quella del 1927. Per i cataloghi si tratta di saggi. Costosi, si capisce.

A poco, anzi a niente, servirono le giuste osservazioni mosse dal Corriere Filatelico allorché il 4 marzo 1929 il ministero delle Colonie pose in vendita per collezione “quattro nuove serie di francobolli a parziale beneficenza dell’Opera di previdenza M.V.S.N., stampate e soprastampate ad uso dei nostri possedimenti d’Africa. Non sappiamo se le serie erano già pronte allorché uscì il Regio decreto legge del 24 gennaio 1929, numero 99, che istituisce un governo unico della Tripolitania e Cirenaica, decreto che è andato in vigore fin dall’8 febbraio scorso. Ci auguriamo che in avvenire si rinunzi a preparare due distinte serie per ogni emissione commemorativa da distribuirsi in Libia”.

Niente da fare. La giusta osservazione del Corriere Filatelico trovò orecchie da mercante e nel successivo 1930, come niente fosse, negli album dei collezionisti approdò la Milizia numero tre di Cirenaica e di Tripolitania. Con colori delle cornici regolarmente modificati così da “evitare falsificazioni delle soprastampe”, ma da garantire un incasso doppio attraverso il sovrapprezzo di 2 lire. Un po’ meno delle 2,80 lire della Milizia seconda o le 3,60 lire della prima Milizia.

 

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Il Giudizio Universale prima del restauro

Raffigura il Giudizio Universale com’era prima della ripulitura la medaglia, terza della serie, mandata a produrre dai Musei Vaticani col preciso scopo di rendere testimonianza alla Sistina restaurata, “santuario della teologia del corpo umano” sul quale domina la fotografia a colori dell’ultimo giorno dell’umanità, l’istante che blocca il mondo un attimo prima del verdetto.

C'è Cristo Giudice sul diritto della terza medaglia Musei Vaticani
C’è Cristo Giudice sul diritto della terza medaglia Musei Vaticani

Sulla medaglia di Giovanni Contri la “gloria dell’umanità di Cristo” è difatti proposta nella versione censurata. Quella con le “brache”, tanto per intenderci, vere e proprie censure pittoriche applicate dapprima da Daniele da Volterra e poi da altri così da rispettare gli indirizzi scaturiti dal Concilio di Trento. In tutto 40 “mutande”, il dieci per cento quindi delle quattrocento figure che coprono i 180 metri quadrati del Giudizio.

Diciassette di esse, essendo più “moderne” dato che risalgono al Settecento, sono state cancellate nel corso del restauro del secolo.
Tra le “brache” cancellate c’è pure il panneggio che per secoli ha coperto le robuste natiche di Sant’Andrea, da Michelangelo collocato alla sinistra della Madonna. Singolarmente, ma non tanto, il “braghettone” in questione è rimasto sulla medaglia che commemora il restauro.

Una svista? Nient’affatto, assicurano ai Musei Vaticani. Sembra infatti che il conio sia stato predisposto nel 1993 e all’epoca, naturalmente, i lavori di ripulitura erano ancora in corso per cui Giovanni Contri si è trovato a lavorare su immagini del passato.
Per cui se errore c’è stato esso è dovuto unicamente ad una programmazione che nel caso in esame si è palesata un tantinello eccessiva.
Così che alla fine il prodotto proposto finisce col risultare un tantinello vecchiotto, sorpassato anzi.

Un documento di com’era e non di com’è il Giudizio, opera nella quale, come scrisse il Vasari, Michelangelo superò “sé stesso”.
Nessun rilievo invece per quel che riguarda il Giudizio davvero finale del diritto, col gesto di Cristo che sembra voler fermare il mondo attraverso la mano alzata che è un invito alla fiducia e alla attesa della misericordia. E accanto al Cristo, che la pulitura ha reso meno minaccioso, la Madonna.

Duplice anche stavolta, sulla scia quindi di quanto avvnuto nei due anni precedenti, la versione della medaglia Giudizio Universale. Prodotta per l’appunto adoperando 24 grammi d’argento oppure 34 grammi d’oro, mantenendo comunque immutato il diametro di 40 millimetri.

La medaglia Restauro del Giudizio Universale è stata preceduta dai due conii Creazione dell’uomo e Il peccato originale, in un certo qual modo unificati da due vedute pressoché identiche della Cappella Sistina collocate sui rispettivi rovesci.
Tutte e tre le medaglie che i Musei Vaticani hanno venduto rispettivamente a 30.000 lire (battitura in argento) e a 1,3 milioni (coniazione in oro) sono state plasmate da Giovanni Contri, scultore, orafo e incisore al quale si devono anche altre due monete di San Pietro.

I conii monetati sono quelli, da 500 lire, realizzati in ricordo dell’Evangelizzazione dell’America e della lettera enciclica Veritas Splendor. Quest’ultima ha avuto doppia versione: la consueta battitura fior di conio e l’inedita, o quasi per i conii vaticani, produzione fondo specchio.
Per quanto si sa, i dati riguardanti l’assorbimento della medaglia Giudizio Universale sono stati buoni, in linea, perciò, col venduto della prima medaglia, mentre la seconda invece segnò una caduta di interesse e di conseguenza di vendite.

 

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Difficile ma stimolante la prima serie di Toscana

Si può dire che le hanno proprio studiate tutte, questi benedetti toscani, per rendere poco collezionabili i loro primi francobolli! Forse perché erano una cosa per pochi, per l’esattezza riservata a chi spediva in alcuni Paesi esteri e per di più si preoccupava di affrancare.

I francobolli di Toscana del 1851
I francobolli di Toscana del 1851

La prima serie, in tutto cinque valori, fu creata infatti a seguito della Convenzione postale con l’Impero Austro-Ungarico, in vigore dal 1° aprile 1851, che fissava tariffe uniformi tra tutti i paesi aderenti alla Lega italo-austriaca, ovvero Lombardo-Veneto, Parma, Modena, in Toscana e dal 1852 lo Stato Pontificio. E sulla falsariga dell’Austria fu preso, oltre al numero dei valori, anche il modello di vignetta, con il Marzocco che tiene lo stemma e il tassello in basso con il valore.

Niente di speciale, insomma, tanto che non si conosce, se mai vi fu, il bozzettista. Incisi da Giuseppe Niderost, furono stampati dalla Tipografia Granducale di F. Cambiagi & Co. di Firenze in fogli di 240 esemplari (16×15) e distribuiti in blocchi di 80 (16×5). All’insegna del risparmio, come si nota dal sistema di produzione adottato e dall’ammassamento dei valori nel foglio.

La tavola infatti era una sola per tutti i valori, fatta di 240 cliché con il Marzocco recanti un tassello vuoto in basso, in cui venivano di volta in volta inseriti 240 mini-cliché con il valore. E tra i 240 francobolli del foglio le distanze erano minime: circa 1 mm. sia orizzontalmente che verticalmente, da virtuosismo per chi voleva separare i francobolli senza toccarne i bordi! Tanto che sotto la 5ª e la 10ª riga la distanza saliva a “ben” 1,5 mm. per consentire di dividere il foglio in tre parti per la distribuzione senza troppi disastri. Chi vuole collezionare francobolli perfetti deve fare i salti mortali, anche con il portafoglio!

Poi c’era la carta alquanto porosa e ruvida, con una filigrana formata da grandi corone inquadrate da linee, fabbricata dalla Cartiera Cini di San Marcello Pistoiese sotto il controllo di un cancelliere del tribunale, la quale veniva colorata per immersione prima della stampa. Chi vuole vedere dal vero com’era fatta ha i suoi problemi! Perché le corone sono tutte diverse, variando in larghezza da 79 a 92 mm. e in altezza da 39 a 46 mm.; e lasciavano vari spazi bianchi, così che alcuni esemplari del foglio non recano traccia di filigrana.

In più vi è il colore di fondo, che non solo tende a confondere l’immagine e il colore della vignetta, ma è variato anche molto nel tempo: infatti la carta era inizialmente azzurrina, poi divenne azzurro vivo, quindi virò al grigiazzurro e poi al grigio. Senza contare che varie tonalità che vediamo non sono originali ma dovute al fatto che il colore della carta si schiariva con i lavaggi.

Poi ci fu anche un cambio di filigrana, che i collezionisti hanno sfruttato per creare una seconda serie, oppure terza o quarta per chi divide anche la prima in base al colore della carta! A partire dal 1857 infatti la carta fu sostituita con un’altra recante in filigrana delle linee verticali ondulate con la dicitura diagonale II E RR POSTE TOSCANE a lettere filettate. La quale non venne più colorata ma solo inumidita prima della stampa, così che ritirandosi fa sì che i francobolli siano un po’ più piccoli dei precedenti. E anche in questo caso se volete vedere dal vero la scritta in filigrana, avete il vostro bel daffare!

Dieci esemplari del quattrino di Toscana: il più grande blocco su lettera (collezione Imperato)
Dieci esemplari del quattrino di Toscana: il più grande blocco su lettera (collezione Imperato)

Poi c’è il casino della monetazione, con una lira toscana divisa in 12 crazie o 20 soldi o 60 quattrini, così che un soldo equivaleva a 5 quattrini, ma provate un po’ a dire quanti soldi ci vogliono per fare una crazia! Persino ricostruire le tariffe e gli usi dell’epoca rappresenta un rompicapo, che anche gli esperti in qualche caso non hanno ancora risolto.

E per finire c’è l’uso, che inizialmente dovette essere minimo. Come spiega l’art. 21 della Notificazione 10 marzo 1851, i nuovi francobolli da 1 e 2 soldi e da 2, 4 e 6 crazie dovevano usarsi per rappresentare le tasse sulle corrispondenze dirette nei Paesi della Lega postale italo-austriaca, avendo l’accortezza di applicare al retro delle raccomandate il francobollo rappresentante la relativa soprattassa, una regoletta imposta da Vienna. Ma solo in questi casi si usavano i francobolli perché, come spiega il successivo art. 23, le tasse postali per ogni altro genere di corrispondenza dovevano pagarsi in contante fino a nuova disposizione; in pratica l’affrancatura veniva indicata con il semplice bollo P.P., come prima.

Il contrordine arrivò l’anno seguente, quando la serie si era arricchita di altri quattro francobolli, creati per favorire l’affrancatura delle corrispondenze dirette nel Regno di Sardegna e in Francia e quella dei giornali. A partire dal 1° novembre 1852 fu vietata l’affrancatura in contanti: chi voleva pagare anticipatamente doveva usare i francobolli. E facendo molta attenzione nello spedire all’estero perché, se l’affrancatura era insufficiente, la lettera era considerata come non affrancata del tutto; per l’interno invece il destinatario pagava solo il mancante.

Come si vede, una serie difficile, riservata a chi assolutamente non ama le cose semplici. E proprio per questo maledettamente stimolante.

 

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Nel ricordo delle nozze reali nodi d’amore e Croce Rossa

Maria José insieme a Umberto II, fece la sua apparizione su francobollo in occasione delle nozze, celebrate l’8 gennaio 1930, “una giornata fredda”. Unico il disegno proposto attaverso i tre dentelli, da 20 centesimi, 50 centesimi (più 10) e 1,25 lire (più 25 centesimi), dovuto ad Angelo della Torre, del quale il regio decreto 144, pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale numero 62 del 15 marzo 1930, fornisce questa descrizione: “la vignetta presenta, su fondo scuro, le effigi, a mezzo busto e di profilo, delle LL.AA.RR. il Principe Ereditario e la Principessa Maria José del Belgio.

In alto, a sinistra di chi guarda, figurano lo stemma della Casa Regnante Belga e a destra lo stemma Sabaudo. Al di sotto dello stemma Belga risultano la data, su due righe, VIII gennaio MCMXXX-VIII e sotto alla data stessa, il Fascio Littorio e l’indicazione del valore. Nella vignetta vi sono due fasce chiare recanti, quella in alto la leggenda Poste Italiane e, quella in basso, un disegno formato da sei nodi d’amore nel valore da 20 centesimi”. Nei restanti valori, spostata nella parte sottostante l’indicazione monetaria, il valore nominale è collocato a sinistra del fascio littorio, mentre il sovrapprezzo è posto a destra.

La serie italiana delle nozze di Umberto II con Maria José e la medesima emissione, con colori cambiati, soprastampata 'Eritrea'
La serie italiana delle nozze di Umberto II con Maria José e la medesima emissione, con colori cambiati, soprastampata ‘Eritrea’

Niente nodi dell’amore, nei due valori da 50 (più 10) centesimi e 1,25 (più 0,25) lire, bensì l’indicazione: Pro Croce Rossa, destinataria del sovrapprezzo. Privi del numero di tavola, in corrispondenza del 41° esemplare, i fogli recano dei piccoli punti di colore, che indicano a quale dei quattro gruppi di cinquanta appartiene il blocco (uno o quattro punti i gruppi di sinistra, due o tre punti i gruppi di destra).

Più ancora che in Italia, la serie fu apprezzata all’estero ed in modo del tutto particolare negli Stati Uniti. Decisamente sperticate le lodi che The Stamp Collector’s Magazine di New York riservò all’emissione, che nella città della mela ebbe un numero ragguardevole di compratori, specialmente fra gli italiani (anche non collezionisti) i quali “hanno voluto procurarsi quei francobolli come nostalgico ricordo della patria lontana”.

Il 17 marzo, quando già il matrimonio era entrato in crisi, arrivarono i dentelli coloniali che differiscono dalla serie del Regno unicamente per il colore. Oltre che, beninteso, per la sovrastampa, rispettivamente: Cirenaica, Eritrea, Somalia Italiana e Tripolitania. Maria Josè non aveva tardato molto a scoprire i lati amari di Umberto, alcuni dei quali erano venuti fuori in luna di miele, da lei immaginata come da ogni ragazza un “periodo di totale intimità (di due persone) estraniate dal mondo. E si era vista invece portare a Courmayeur insieme a una brigata di amici del principe che con loro trascorreva la maggior parte della giornata”.

 

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Il tris dello scultore di Papa Wojtyla

Risale al 1970 e ha il diritto occupato da Paolo VI in preghiera la prima delle medaglie annuali di Enrico Manfrini.
Quattro, di cui tre per Giovanni Paolo II, le medaglie pontificie plasmate dallo scultore milanese con radici a Lugo di Romagna, dove è nato nel 1917.

1970. Cinquantenario del sacerdozio di Paolo VI, anno VIII.
Busto del Papa con zucchetto; Apparizione dei discepoli ad Emmaus.

1986. Incontro interreligioso di preghiera ad Assisi per la pace nel mondo, anno IX.
Giovanni Paolo II con zucchetto; San Francesco tra gli ulivi, con le braccia aperte rivolte verso una lunga processione, che procede alla volta di Assisi.

1991, Centenario dell’enciclica Rerum Novarum, anno XIII.
Giovanni Paolo II con mitria; Stemmi affiancati di Leone XIII e Giovanni Paolo II.

1994. Anno internazionale della famiglia, anno XVI.
Giovanni Paolo II con zucchetto; La Santa Famiglia di Nazareth.

E con questa sono tre – un record per quel che riguarda il Pontificato di Giovanni Paolo II – le medaglie annuali che Enrico Manfrini ha realizzato in nome e per conto di Karol Wojtyla.

Già scultore di fiducia di Paolo VI – per il quale tra l’altro plasmò la medaglia dell’anno ottavo, Cinquantenario dell’ordinazione sacerdotale di Giovanni Battista Montini – Enrico Manfrini ha seguitato a lavorare piuttosto alacremente anche per il Papa successivo. È opera dello scultore di Lugo di Romagna, trapiantato a Milano da una vita, ad esempio la Via Crucis collocata alle pareti del terrazzo-chiostro fatto appositamente costruire da Paolo VI sopra il Palazzo Apostolico. Sua anche la grande Croce collocata a Vilnus, in memoria della visita compiuta da Giovanni Paolo II.

Dello stesso Manfrini sono altresì le due argentee monete nominali da 500 e 1.000 lire, Anno Santo straordinario del 1983 nonché la divisionale Christifideles Laici del 1990. Preceduta a sua volta dalla Familiaris Consortio trattata attraverso sei delle sette monete del 1983.

Anche allora, nel 1983, cioé, Enrico Manfrini rappresentò la famiglia, alla quale fu riservato il tondello da 100 lire. Una famiglia, quella della moneta del 1983, contemporanea, mentre nella medaglia dell’anno sedicesimo di Giovanni Paolo II la stessa famiglia è proposta attraverso un’immagine più tradizionale, “Ho fatto la Sacra Famiglia con la Madonna intenta a lavorare, Gesù ragazzetto, che dà una squadra a San Giuseppe il quale sta lavorando intorno ad una scala. La scala che conduce al Paradiso”.

Nella sua produzione aristica il tema della famiglia è piuttosto ricorrente?
È vero. E dirò che questa medaglia l’ho fatta volentieri proprio per via del tema, la famiglia per l’appunto, che mi è particolarmente gradito.

Sovente la famiglia è altresì proposta sulle placchette augurali che ad ogni Natale manda ad amici e conoscenti.
Certamente. Nelle placchette natalizie tuttavia la famiglia è in sintonia con i festeggiamenti, nel senso che presenta il Bambino Gesù appena nato.

Al pari di altre immagini anche questa che mostra la famiglia di Nazaret è di taglio decisamente tradizionale.
È nel mio stile, nel mio modo di esprimermi.

Le tre medaglie annuali che ha realizzato per Giovanni Paolo II propongono altrettanti ritratti del Papa: padre in questa ed in quella dell’incontro di preghiera di Assisi, pastore in quella per il centenario della Rerum Novarum.
Francamente non ricordo quello che ho fatto in precedenza. Ho la fortuna di non ricordare mai quello che ho fatto così ogni volta mi riesce di fare un qualcosa di diverso.

Oltre che diversa stavolta il ritratto del Papa è rivolto a destra anziché a sinistra.
Dapprima, in verità, il ritratto era rivolto a sinistra. Non è stato trovato molto rassomigliante per cui anziché intervenire con dei ritocchi ho preferito rifarlo, girandolo verso destra.

 

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Gli annerimenti di Sassonia

Il 15 aprile 1945 ciò che restava del grande Reich era stretto in una morsa di ferro. Ad est le armate del primo fronte della Russia Bianca, al comando del maresciallo Zukov, e quelle del primo fronte ucraino, comandato dal maresciallo Konev. Ad ovest le forze alleate, al comando del generale Patton e del feldmaresciallo Montgomery.

Lettera raccomandata doppio porto, 23.5.1945, da Chemnitz per Chemnitz. 1 pfenning e 42 pfenning, con annerimenti di due tipi diversi
Lettera raccomandata doppio porto, 23.5.1945, da Chemnitz per Chemnitz. 1 pfenning e 42 pfenning, con annerimenti di due tipi diversi

Il 16 aprile la morsa iniziò a chiudersi: la grande offensiva sovietica avrebbe in breve portato le truppe russe dalla linea dell’Oder fino alla capitale del Reich, mentre gli alleati invadevano al sud il Baden e la Baviera e a nord la Turingia e la Boemia.
L’ultima regione ad essere occupata, anche a causa della sua configurazione montagnosa, fu la Sassonia. Piccoli centri, ma anche grosse città come Chemnitz e Dresda, erano ancora in mano tedesca nei primi giorni di maggio, quando Berlino capitolava.

Dopo l’occupazione sovietica, il servizio postale nel territorio delle Direzioni superiori delle Poste di Chemnitz e Lipsia non venne praticamente interrotto, mentre in quello di Dresda esso venne ripreso il 23 maggio. Poiché l’ordinanza n. 48 del Consiglio di Controllo alleato aveva dichiarato fuori corso tutti i francobolli del Reich, non era disponibile al momento alcun valore postale avente potere d’affrancatura.

Le direzioni postali di cui sopra emanarono quindi disposizioni, in base alle quali, fino all’emissione di nuovi francobolli, potevano essere ancora utilizzati quelli del Reich in corso alla data dell’8 maggio, purché venissero resi irriconoscibili l’effigie di Hitler e gli altri simboli nazionalsocialisti in essi raffigurati, lasciando tuttavia leggibile l’indicazione del valore. Questa operazione doveva essere effettuata dagli uffici postali, prima della vendita dei francobolli al pubblico, oppure dagli stessi utenti, per quei francobolli che si trovavano già in loro mano.

Lettera primo porto, 9.7.1945, da Falkenstein per Schwarzenbach (zona americana)
Lettera primo porto, 9.7.1945, da Falkenstein per Schwarzenbach (zona americana)

Nessuna indicazione veniva fornita sul modo in cui i francobolli in questione dovevano essere resi irriconoscibili, o meglio, con una terminologia subito adottata “anneriti“. Si parla quindi di “annerimenti di Sassonia“, in quanto il loro uso ufficiale fu limitato a questa regione. Uso del tutto sporadico di “annerimenti” venne effettuato tuttavia anche nel territorio della Direzione delle Poste di Berlino e di Halle.

Le forme in cui questi “annerimenti” si possono trovare sono quanto mai disparate. Abbiamo così soprastampe vere e proprie, impronte realizzate con timbri di gomma o semplicemente di sughero, a forma di cerchio, di esagono, di stella, di castello, di rombo, di stemma, di cerchi concentrici, spezzati, con una cifra in mezzo, o anche macchie di inchiostro, tratti di penna, impronte di dita. Di solito in colore nero, ma talvolta anche viola o rosso.

Soltanto dopo la riunificazione delle due Germanie si è fatta e si sta ancora facendo piena luce su queste, ed altre, emissioni. Nella Germania occupata esisteva infatti il divieto legale di commerciare, scambiare o esporre i francobolli del Reich con l’effigie di Hitler o la raffigurazione dei simboli nazionalsocialisti. Tale divieto, mitigato e alla fine rimosso nelle tre zone di occupazione occidentali, rimase sempre valido nella zona sovietica e nella Ddr, dove per decenni venne osteggiato anche qualsiasi tentativo di studio e ogni tipo di ricerca su questi francobolli.

Vaglia postale da 25 a 100 reichsmark, 26.6.1945, da Chemnitz a Lipsia, 4 pfenning, con annerimento ridotto
Vaglia postale da 25 a 100 reichsmark, 26.6.1945, da Chemnitz a Lipsia, 4 pfenning, con annerimento ridotto

In teoria tutti i francobolli del Reich in corso l’8 maggio 1945 avrebbero potuto essere “anneriti”. In realtà si conoscono soltanto i 17 valori della serie “Hindenburg” del 1933/36, i 23 valori della serie “Hitler” del 1941/42 e i 26 valori della serie di servizio del 1934/44. Pochissimi i commemorativi: meno di una decina di valori, fra i quasi cento emessi dal 1942 al 1945.

La Germania di quei giorni era in pratica una società in sfacelo. Oltre 400 milioni di metri cubi di macerie da sgomberare, metà delle abitazioni distrutta, più di 10 milioni di profughi da sfamare, circa 1.000 calorie a disposizione pro capite (contro un fabbisogno normale di 2.200). Tuttavia c’era chi si occupava ancora di francobolli, se non altro con la speranza di un guadagno, immediato o futuro che fosse. Così, non è difficile trovare buste e cartoline postali affrancate a volte anche con serie complete di francobolli “anneriti” (Sammelbriefe, Satzbriefe), oppure annullate, se non addirittura “annerite”, dietro compenso, posteriormente al periodo di validità, da compiacenti ed affamati impiegati postali.

Le prime di minor valore, le seconde chiaramente equiparabili a falsi. Fra le località più note per le loro falsificazioni, possiamo ricordare: Crimmitschau, Eibau, Herrnhut, Loebau, Niederoderwitz e Oberoderwitz. Pertanto, nel campo degli “annerimenti”, l’esame peritale di ogni documento è d’obbligo.

Cartolina postale, 30.7.1945, da Auerbach a Rasdorf, 6 pfenning, con annerimento a forma di casa
Cartolina postale, 30.7.1945, da Auerbach a Rasdorf, 6 pfenning, con annerimento a forma di casa

Molto più pregiati sono i documenti postali realmente viaggiati (Bedarfsbriefe), specialmente se inviati da ditte commerciali, banche, autorità od uffici, affrancati con 3 o 4 pfenning (stampe), 5 o 6 pfenning (cartoline postali), 8 o 16 pfenning (lettere nel distretto), 12 o 24 pfenning (lettere fuori distretto), più 30 pfenning per l’eventuale diritto di raccomandazione. Al massimo, quindi, per un totale di 54 pfenning. I valori in marchi si possono trovare invece su moduli di vaglia, pacchi e contrassegni.

Una particolarità da menzionare è quella rappresentata dall’utilizzo in una data località di francobolli “anneriti” provenienti da località diverse, di solito confinanti. Perciò non sempre il luogo di utilizzo può provare il luogo di approntamento di un francobollo. Giova ricordare infine che molte delle località più grosse hanno “annerito” i loro francobolli in modi differenti, per cui non sempre un tipo di “annerimento” può servire ad identificare la località d’uso.

Gli “annerimenti di Sassonia”, proprio in quanto valori di emergenza, ebbero un periodo di validità molto limitato: dal 12 maggio all’8 agosto 1945 nelle Direzioni postali di Chemnitz e Lipsia, e dal 23 maggio al 20 giugno 1945 nella Direzione postale di Dresda.

 

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Monetazione del Patriarcato di Aquileia (1028-1420)

Tutto ebbe inizio con un privilegio concesso da Corrado II al patriarca Poppone.
La prima indicazione relativa ad una monetazione aquileiese, dopo la caduta dell’Impero Romano, risale al 1028, quando un privilegio di Corrado II concesse a Poppone, patriarca di Aquileia il diritto di emettere moneta sul piede di quella veronese. Tale documento è conosciuto soltanto da copie di epoca posteriore, per cui la sua autenticità è stata messa in dubbio, ma oggi viene in genere considerato attendibile.

Alcune monete dei patriarchi di Aquileia
Alcune monete dei patriarchi di Aquileia

Una moneta aquileiese del patriarca Poppone, infatti, è stata rinvenuta in Polonia. La concessione imperiale, non dette certo il via ad emissioni continuative ed abbondanti, visto che la moneta appena citata risulta ancora l’unico esemplare aquileiese conosciuto per tutta l’epoca compresa fra il 1028 e la metà del XII secolo. La nascita effettiva della monetazione patriarcale, infatti, va collocata in quest’ultimo periodo, quando cominciò lo sfruttamento delle ricchissime miniere d’argento della Carinzia, di cui beneficiarono, attraverso le decime, anche i patriarchi friulani.

All’inizio le monete di Aquileia vennero coniate con caratteristiche del tutto simili a quelle degli esemplari emessi direttamente nelle città minerarie della Carinzia, detti frisacensi o frisacchi dal nome della più importante di queste città, Friesach. In seguito, però, le emissioni aquileiesi cominciarono a distinguersi, dapprima con l’indicazione della città, Aquilegia, e successivamente con il nome del patriarca.

A partire dal patriarca Volchero di Erla (1204-1218), le coniazioni di Aquileia assunsero anche caratteristiche tipologiche e stilistiche nuove, molto più varie e raffinate, che le porteranno ad essere tra le più belle emissioni italiane del Medioevo.

Dal punto di vista economico, fino agli anni ’50-60 del ‘200 le monete patriarcali svolsero funzioni eminentemente finanziarie, come strumento per i pagamenti dello Stato, mentre non assunsero grande importanza commerciale. Con i patriarchi Gregorio di Montelongo (1251-1269) e Raimondo della Torre (1273-1299), però, cominciarono ad essere utilizzate con sempre maggior frequenza anche negli scambi, grazie all’introduzione di nuovi nominali ed a numerose svalutazioni.

Zecca di Aquileia: denaro del patriarca Volchero (1204-1218)
Zecca di Aquileia: denaro del patriarca Volchero (1204-1218)

Divennero in questo modo una delle monetazioni più importanti dell’Italia settentrionale, alla quale soltanto l’occupazione dei territori patriarcali da parte di Venezia, nel 1420, porrà fine. La diffusione delle monete medioevali di Aquileia venne fortemente condizionata dal fatto che tali emissioni appartenevano ad un sistema metrologico di tradizione tedesca. Infatti esemplari patriarcali sono attestati con molta maggior frequenza nei territori al di là delle Alpi che non in Italia.

Le prime emissioni, ad esempio, si diffusero forse più rapidamente in Carinzia ed in Ungheria che non nello stesso Friuli. Soltanto a partire dalla seconda metà del XIII secolo, grazie all’introduzione di nominali di tipo italiano (i piccoli “veronesi”) ed alla svalutazione del denario, la monetazione aquileiese si impose completamente nel mercato locale, divenendo il numerario principale nelle regioni ad est della Livenza. Nel frattempo sviluppò ulteriormente il suo ruolo internazionale, diffondendosi in un’area vastissima comprendente le attuali regioni del Friuli, della Carinzia, della Stiria, della Slovenia e della Croazia.

Stranamente anche dopo la caduta del Patriarcato, nel 1420, i denari aquileiesi continuarono ad essere apprezzati, al punto che numerosi sono gli esemplari degli ultimi patriarchi attestati in ripostigli austriaci, cecoslovacchi e rumeni interrati nel XV o addirittura nel XVI secolo.

 

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C’è anche Marconi nella serie di Vittoria

Almeno per metà, come stirpe, come cultura ed anche come tradizione, gli inglesi hanno sempre considerato Guglielmo Marconi, morto settanta anni fa, uno di loro. Uno di quegli exploit di giovanissimi che hanno caratterizzato il periodo vittoriano, durante il quale l’Inghilterra era diventata la prima potenza del mondo.

Non sorprende, perciò, se in uno dei quattro valori che “raccontano” la vita di una regina, Vittoria, e al tempo stesso evocano i fasti di un’epoca, quella vittoriana appunto, fa capolino Guglielmo Marconi. Il quale, con il telegrafo senza fili, nel 1899 collegò Wimereux, presso Boulogne (Francia), e South Foreland, in Inghilterra (un analogo esperimento, qualche mese dopo, mise in contatto, nonostante la curvatura della terra, S. Caterina, nell’isola di Wight, e Capo Lizard, in Cornovaglia).

Per le menti più semplici – ma non per l’anziana Vittoria, che per Marconi ebbe sempre una speciale ammirazione – l’invenzione marconiana rasentava la fantascienza. E nel marzo di quello stesso 1899 si vide quanto fosse utile, per esempio, in caso di naufragio. Col telegrafo fu infatti possibile coordinare i soccorsi ai naufraghi di un piroscafo e di un battello faro che erano entrati in collisione nelle nebbie della Manica.

A Londra per ottenere quegli aiuti economici che non era riuscito ad avere in Italia, Marconi c’era andato tre anni prima, accompagnato, dalla madre, Anne Jameson, che riuscì a metterlo in contatto con William Preece, ingegnere capo del Post Office.

Valore conclusivo, il 34p della serie dedicata all’epoca di Vittoria costituisce una sorta di compendio dello splendore vittoriano. Rappresentato e riassunto dalla vecchia regina, eternata per la posterità nella foto ufficiale scattata in occasione del sessantesimo compleanno, la quale guarda con compiacimento al suo lungo regno di gloria e di potenza.

Oltre al telegrafo marconiano e alle insegne del Diamond Jubilee, il Giubileo di diamante, il francobollo mostra un giovane strillone che tiene in mano la copia di un quotidiano ancora fresco d’inchiostro annunciante la liberazione di Mafeking. Temporaneamente persa, assieme a Ladysmith, durante la sanguinosa guerra boera, che vide soccombere per tre volte gli inglesi, Mafeking fu alla fine riconquistata il 17 maggio 1900. Il sapore della vittoria, dopo l’inaspettata ed imprevedibile débâcle, fu tale che i festeggiamenti londinesi finirono con l’introdurre nella lingua inglese un nuovo verbo. To maffick, che sta per l’appunto a significare festeggiamenti stravaganti.

La serie vittoriana dell’8 settembre 1987 è aperta dal 18p tutto odorante di romanticismo. Romantico è, tanto per incominciare, il ritratto della giovane regina eseguito da Franz Winterhalter. Al pari, romantica, ed eroica, è la barca con la quale Grace Darling, di tre anni più anziana della sovrana, aiutata dal padre, guardiano del faro di Northumberland, non esitò a vogare verso il tempestoso mare aperto per portare soccorso a cinque naufraghi della nave Forfarshire.

Pure il cervo del tondo collocato sulla sinistra inferiore evoca la svolta romantica impressa da Vittoria, la quale si dimostrò estremamente attenta e premurosa nei confronti degli animali. Al centro campeggia invece il Palazzo di Cristallo, costruito in ghisa e in vetro ad Hyde Park, in Londra, quale sede, nel 1851, della prima esposizione mondiale visitata da 6 milioni di persone. Per l’Inghilterra vittoriana fu il primo di una lunga teoria di trionfi.

Col 22 p entra in scena il marito Alberto, sotto la cui influenza Vittoria adottò quella che è reputata la pietra miliare della monarchia costituzionale britannica: la neutralità politica della corona. Di notevole rilevanza furono anche gli interventi della regina in favore dell’emancipazione sociale e professionale, delle donne. Resa possibile attraverso un fiorire di scrittrici, tipo Charlotte ed Emyle Brontë (Gran Bretagna 937, 939), George Eliot – Mary Ann Evans (Gran Bretagna 938), oppure di donne impegnate nel sociale.

Com’è il caso di Florence Nightingale, Elizabeth Garret Anderson e Sophia Jex-Blake. Figura di spicco in questo universo popolato di donne d’avanguardia è Isabella Beeton, direttrice di giornale e donna di casa. Non ancora ventenne pubblicò il libro Household Management, Gestione della casa, il cui frontespizio è riprodotto sul francobollo, nel quale figura pure la possente nave Great Eastern, progettata e realizzata da Isambard Kingdom Brunel.

Varata nel 1858 e con una stazza di 18.918 tonnellate, la nave a vapore con corazza in acciaio non ebbe il successo sperato. Dovettero comunque passare quarant’anni prima che scendesse in mare una nave con stazza superiore alla Great Eastern, che fu utilizzata successivamente per posare il primo cavo transatlantico tra Europa ed America.

Sconsolata ed indossante gli abiti del lutto stretto, la “vedova di Windsor”, come venne soprannominata la regina dopo la morte del marito Alberto, è ritratta sul 31p. Alla sua sinistra c’è l’Albert Memorial di Kensington Gardens, costruito in perfetto stile gotico-vittoriano, il ritratto del primo ministro Benjamin Disraeli e una mano che depone una scheda nell’urna. Palese richiamo al Ballot Act, che nel 1872 impose la votazione segreta sia per il Parlamento che per le autonomie locali.

 

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Dentro la notizia il “caso Wallemberg”

Da Mosca, reazioni non ce ne furono. L’imbarazzo era comunque evidente. Mai e poi mai il Cremlino si sarebbe aspettato di veder così clamorosamente riproposto il “caso” Wallemberg. Intorno al quale, e da lungo tempo, l’Unione Sovietica aveva fatto scendere un impenetrabile e interessato velo di segretezza. Che Stoccolma, ancor prima di varare il 3.10 corone in distribuzione dal 10 agosto 1987, ha cercato in tutti i modi, ma con scarsi risultati, di dipanare.

Primo segretario presso la legazione svedese di Budapest, tra il luglio del 1944 e il gennaio 1945 Raoul Wallemberg riuscì a salvare dalla deportazione 10mila ebrei ungheresi, concedendo loro salvacondotti e passaporti svedesi.

La sua opera altamente umanitaria rimase però incompleta. Il diplomatico, infatti, scomparve. Fu visto l’ultima volta il 17 gennaio del 1945 mentre veniva prelevato da alcuni agenti sovietici, convinti che fosse una spia americana, per essere condotto da Budapest, appena liberata dall’esercito sovietico, a Debrecen, sede del quartier generale del maresciallo Rodion Malinovski. Aveva 32 anni.

Spiegazioni sulla sua scomparsa sono state ripetutamente chieste a Mosca sia dalla Svezia che dagli Stati Uniti, di cui Wallemberg era stato nominato cittadino onorario. Nel 1947 il ministro degli Esteri sovietico negava la sua presenza in Unione Sovietica. Dieci anni più tardi, però, Andrei Gromyko comunicava a Stoccolma che Wallemberg era morto per un attacco cardiaco nel carcere della Lubianka nel 1947.

Se Mosca taceva sul caso, senza preoccuparsi troppo delle informazioni che periodicamente giungevano in Occidente attraverso i canali della dissidenza russa, le quali segnalavano la presenza di Wallemberg in qualche carcere o in qualche ospedale psichiatrico del Paese, a parlare era Budapest. Alla vigilia dell’uscita del Kr. 3.10 di Svezia che lo ritrae assieme a degli ebrei da lui salvati, il quotidiano Magyar Hirlap ha pubblicato il primo resoconto dettagliato della sua scomparsa.

La pubblicazione dell’articolo era messa in relazione con la lettera della sorella del diplomatico, Nina, letta al recente congresso mondiale ebraico di Budapest, nella quale si sollevava nuovamente l’ipotesi che in realtà Raoul Wallemberg poteva essere ancora vivo e prigioniero in Urss.

Il giornale di Budapest, città dove una strada porta il nome di Wallemberg e un monumento ne perpetua il ricordo, attribuiva al generale Viktor Abakumov, capo dello Smersh (la polizia segreta militare sovietica) dal 1942 al 1946, la responsabilità dell’arresto del diplomatico. Citando il promemoria inviato nel 1957 dal Cremlino al governo svedese, il Magyar Hirlap ascriveva ad anonimi funzionari dei servizi di sicurezza sovietici l’opera di occultamento della morte di Wallemberg compiuta negli anni successivi.

“Il nome di Wallemberg – secondo il giornale – è un importante simbolo della grandezza umana, la sua immagine è quella di un cavaliere che si erge contro l’onda nera della distruzione, che simboleggia la superiorità dell’onestà nei confronti dell’ideologia”.

Con Raoul Wallemberg, il libretto svedese “Al servizio dell’umanità” rende omaggio ad altre due figure di spicco. Al conte Folke Bernadotte e a Dag Hammarskjöld. Entrambi svedesi, entrambi vittime del loro impegno a favore della fratellanza e della comprensione umana. Il primo ucciso nel 1948 a Gerusalemme, durante la mediazione intrapresa in Palestina, il secondo segretario generale delle Nazioni Unite dal 1953, morto il 17 settembre 1961, allorché l’aereo che lo portava nel Katanga precipitò in circostanze rimaste misteriose.

 

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I 5 centesimi 1908 del Canonica

Nel 1902 la Società Italiana per l’arte pubblica, interpretando i desideri di Vittorio Emanuele III, la cui passione numismatica era ben nota, bandì un concorso per modelli di conii della nuova monetazione ufficiale. Il premio fu vinto a pari merito dagli scultori Boninsegna e Trentacoste.
Concorso, vincitori e modelli caddero nell’oblio nonostante che Federico Johnson, proprietario dello Stabilimento Johnson di Milano, avesse coniato a dimensione reale i progetti del Boninsegna. Queste prove, nonostante fossero state apprezzate dal Re, non ebbero seguito.

Nel 1905 fu creata una Commissione tecnico-artistica monetaria che diede l’incarico di approntare i modelli per la nuova monetazione a quattro noti scultori italiani: Bistolfi, Boninsegna, Canonica e Calandra; lo Stabilimento Johnson ebbe l’incarico di eseguire le prove di detti modelli, tra i quali vennero scelti i tipi della nuova monetazione. Con Regi Decreti, fra il 1908 e il 1910, fu autorizzata la coniazione delle nuove monete. Tra queste ci furono i 5 centesimi, coniati in seguito al Regio Decreto del 29 ottobre 1908 che approvava i modelli dello scultore Pietro Canonica. I 5 centesimni del Canonica furono battuti con le date 1908, 1909, 1912, 1913, 1915 e 1918.

5 centesimi 1908
D/ VITTORIO ⋅ EMANUELE ⋅ III ⋅ RE ⋅ D’ITALIA, busto con testa nuda e in divisa militare a sinistra.
R/ L’Italia su prora a sinistra con ramo di lauro; in alto valore, data; sulla prora R in rilievo; sulla fiancata in piccolo P. CANONICA M ⋅ // L. ⋅ Giorgi ⋅ I ⋅ //.
Rame (R 950, S 40, Z 10), g. 5, mm. 25, contorno liscio, Zecca Roma (marchio R in rilievo), tiratura 824.390 pezzi.
Autore P. Canonica, incisore L. Giorgi.
Riferimenti: Pagani 892, Corpus 37.

Spessissimo ci si imbatte in pezzi falsi del 5 centesimi 1908.
Falsi che forse vengono acquistati con una certa superficialità per il prezzo abbastanza basso. Interrogati i collezionisti “buggerati” dicono di aver effettuato i loro acquisti in “mercatini” e di aver pagato dai 30 ai 60 euo.
Il territorio più saturo di questi falsi è la Valtellina, dove alcuni “trafficoni” disinvoltamente, fatto rifornimento al mercatino di Milano, hanno ceduto per buoni questi pezzi a collezionisti che in assoluta buona fede li hanno poi usati per scambi. Risultato: se si dovesse fare un censimento sarebbero più numerosi i falsi che non gli autentici.

Solitamente la conservazione è splendida ed il colore normalmente scuro viene a volte scurito artificialmente per far sembrare che queste monete abbiano circolato.
Ne sono state spacciate veramente tante e viene da sorridere a pensare che questi falsi hanno un particolare molto evidente che li rende diversi dalle monete originali; la R di Roma sulla prora della nave ed i nomi degli artisti appaiono in incuso mentre sugli autentici 5 centesimi 1908 la R di Roma ed i nomi sono sempre in rilievo.

I falsari (è proprio vero che il diavolo insegna a fare le pentole ma non i coperchi) non si sono accorti che la R in incuso insieme alle date e ai nomi è sì una caratteristica comune e costante di tutti i 5 centesimi battuti dal 1909 al 1918 ma non dei 5 centesimi 1908 i quali – e solo loro – hanno invece la R e i nomi in rilievo: infatti i 5 centesimi 1908, a differenza delle altre annate, sono l’unica moneta ad avere tutte le lettere in rilievo.

Altre diversità si notano nel disegno della cifra 5 del valore e dell’8 della data, che nella moneta originale ha la parte superiore più piccola, nei capelli e nei nastri al vento, nel ramo di lauro e nelle due navi all’orizzonte; in particolare nella moneta falsa mancano sulle navi gli alberi di sostegno delle vele.

Meno frequente è un’altra falsificazione appartenente alla stessa famiglia; anch’essa con un particolare che la differenzia dall’originale: il 5 centesimi del 1913 “senza punto dopo la D di D’ITALIA”. Com’è noto dei 5 centesimi 1913 esistono esemplari (i più rari della serie) che presentano un punto dopo la D (D’⋅ITALIA) ed esemplari senza questo punto (Pagani nn 895 e 895a, Corpus 383). La contraffazione dei 5 centesimi 1913 senza punto si riconosce facilmente per la cifra 3 della data che appare rotonda mentre nella moneta originale è dritta come nella cifra 7.

Altre differenze si notano nella cifra 5 del valore (il disegno è nettamente diverso), nel ramoscello di ulivo (in più parti interrotto), nelle due navi all’orizzonte, nell’orlo più stretto.
Circa la tiratura non è possibile precisare quella che si riferisce a questa particolare variante, dovuta all’ostruzione del puntino; quella che riguarda l’intera emissione del 1913 fu di 1.964.066 pezzi.

 

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Sempre più ricco il Museo di Treviri

Alcuni esemplari tra gli aurei recuperati
Alcuni esemplari tra gli aurei recuperati

Si è ulteriormente arricchita la serie di monete, tutte visibili, del quinto (per estensione) gabinetto numismatico tedesco; col ritrovamento del 9 settembre 1994, di un tesoro di ben 2528 aurei, le monete antiche a disposizione di visitatori e studiosi passano a oltre 130.000 alle quali si devono aggiungere altre 45.000 tra medioevali e moderne. La collezione è così composta: monete celtiche dell’area di Treviri; monete della zecca romana di Treviri da Diocleziano a Valentiniano III; monete merovingiche e monete e medaglie degli arcivescovi di Treviri fino al 1794.

Fin dal giugno 1993, durante gli scavi per la costruzione di un garage sotterraneo di un ospedale, il Reinische Landesmuseum di Treviri stava conducendo rilievi topografici nell’area; durante i primi scavi sono venuti alla luce resti di tubature, marciapiedi e pavimenti con mosaici. Alcuni ricercatori privati vennero autorizzati dalle autorità del museo a setacciare la terra scavata dagli operai e in poco tempo si giunse al recupero di un considerevole numero di monete, in maggioranza aurei, che, secondo la legge del Reinland-Pfalz (n. 19a del 1986, sulla tutela dei beni archeologici), appartengono comunque alla comunità del Land.

Tra le bellezze del museo di Treviri c'è questo eccezionale pezzo da 10 aurei di Costanzo I
Tra le bellezze del museo di Treviri c’è questo eccezionale pezzo da 10 aurei di Costanzo I

Il 9 settembre infine sono venuti alla luce i resti di un contenitore bronzeo ancora con centinaia di aurei trattenuti sul fondo da secolari incrostazioni. La scoperta ha così permesso di ricostruire il tesoro originale e di studiarne la composizione. Costituito da 2528 aurei, il tesoro comprende monete di ben 27 imperatori, da Nerone a Settimio Severo. La maggioranza delle monete non è di buona conservazione, ma va rivelata una particolarità: dopo essere stato sepolto intorno al 166 d.C., il tesoro è stato dissotterrato circa trent’anni dopo e in quest’occasione sono stati aggiunti alcuni esemplari fior di conio di aurei di Clodio Albino, Didio Giuliano, Didia Clara e Settimio Severo.

Tra gli esemplari ritrovati nel settembre 1993 c'era anche questo aureo emesso da Adriano in onore di Traiano e Plotina, suoi genitori adottivi
Tra gli esemplari ritrovati nel settembre 1993 c’era anche questo aureo emesso da Adriano in onore di Traiano e Plotina, suoi genitori adottivi

In quegli anni Clodio Albino venne proclamato imperatore dalle legioni della Gallia e della Britannia dovendo affrontare quindi Settimio Severo, sostenuto dalle fedeli legioni della Pannonia; poco dopo il 196 Augusta Treverorum venne cinta d’assedio e con ogni probabilità fu proprio in quest’occasione che il tesoro venne definitivamente sepolto. Clodio Albino, sconfitto a Lungdunum nel 197, si tolse la vita.

Sempre al museo di Treviri è visibile un altro tesoretto venuto alla luce il 27 novembre 1989; si tratta di 1942 denari, contenuti in un’anforetta di bronzo che fungeva probabilmente da “cassa” per la paga dei legionari, di stanza nei pressi di Kastell Niederbiber. Il più antico di questi denari è di Antonio Pio, mentre il più recente risale a Massimino Trace.

 

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L’eterna giovinezza delle regine inglesi

Tre ritratti, per di più distribuiti in un arco di quarant’anni, sono da considerare tanti oppure pochi? Impossibile, dati alla mano, fornire una risposta sicura, univoca.

Elisabetta II in versione Machin ed in versione Maklouf
Elisabetta II in versione Machin ed in versione Maklouf

Vittoria, che governò fino alla veneranda età di 82 anni, si dimostrò piuttosto restia a mutare l’effigie monetata e, per quel che se ne sa, fece fuoco e fiamme perché, in barba allo scorrere degli anni, seguitasse a circolare l’immagine del 1839: un ritratto quasi adolescenziale della mitica sovrana. La quale solo nel 1887, con l’intermezzo del conio del 1847 onorante l’anno decimo di regno, accettò che le monete la mostrassero più matura. Col capo velato e incoronato, nella identica posizione perciò del quarto ritratto monetato. Quello che in moneta contrassegnò gli ultimi otto anni di regno di Vittoria, e cioé quelli che vanno dal 1893 al 1901.

Anche Elisabetta, al pari di qualsiasi altro inglese, ha dimostrato di avere la tradizione nel sangue. Dipendesse da lei andrebbe avanti per anni e anni a fare le cose sempre nello stesso modo. Anche per lei, tuttavia, di tanto in tanto si è presentata la necessità di cambiar ritratto monetato. In quarant’anni di regno lo ha fatto tre volte.

Splendido quello iniziale, riproposto in seguito sulle 5 sterline del Giubileo, opera di May Gillick. Sul finire degli anni Sessanta sostituito con quello realizzato, apportando in realtà ben poche modifiche perché all’epoca non ce n’era bisogno, da Arnold Machin. La vera e propria “plastica facciale” risale invece al 1985, nell’approssimarsi quindi del sessantesimo compleanno. Nel ritratto preparato dall’incisore Raphael Maklouf ed approvato dalla stessa regina, Elisabetta appare con un’acconciatura di capelli completamente diversa ma, soprattutto, con i caratteri somatici maggiormente aderenti alla realtà dell’epoca del varo, anche se il ritratto era stato approntato ancor prima. Tra il 1983 ed il successivo 1984.

Nel profilo abitualmente inciso su moneta la regina ha un orecchio a forma di perla, un appariscente collier con medaglione e, sulla testa, la “pesante” corona di rappresentanza con la quale va ad inaugurare solennemente ogni anno, all’inizio di novembre, le sessioni parlamentari a Westminster.

A differenza della leggendaria Vittoria, Elisabetta guarda a destra. Nel pieno rispetto quindi della consuetudine che va avanti da quasi tre secoli. In base alla quale il re di turno guarda verso il lato opposto a quello cui era rivolto il suo predecessore.

Scorrendo i profili dei sovrani venuti dopo Vittoria c’é, è vero, una contraddizione. Ma è solo apparente e facilmente spiegabile, I due re Giorgio, quello contraddistinto con il numero cinque e che fu un gran filatelista, e quello che nella cronologia occupa il numero sei, guardano entrambi a sinistra. Il fatto è che fra i due sovrani c’era stato il regno meteora di Edoardo VIII prima di ricevere in pompa magna la corona che passò così automaticamente a Giorgio VI, volto a sinistra, e da questi ad Elisabetta la quale da quarant’anni osserva l’orizzonte volta a destra.

Come Edoardo VII, mentre Vittoria, Giorgio V e Giorgio VI sono volti a sinistra.

 

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La prima apparizione risale al 1929

Sovente raffigurata sulle monete del Vaticano, mai Maria di Nazareth aveva avuto un’emissione tutta per sé. A volere l’omaggio monetario alla Madonna è stato Karol Woytila, fortemente legato al culto mariano. Tanto da inserire nello stemma la “M” iniziale di Maria e il motto “Totus tuus”.

L'Immacolata e la Regina Pacis modellate da Mistruzzi per le monete di San Pietro del 1929
L’Immacolata e la Regina Pacis modellate da Mistruzzi per le monete di San Pietro del 1929

La prima apparizione sulle monete vaticane della Madonna coincide con la serie numero uno, battuta nel 1929, e poi riproposta con la sola modifica del millesimo fino al 1937. Due le monete della Madonna, raffigurata da quel grande medaglista che fu Mistruzzi nelle vesti di Immacolata e di Regina della Pace. Di entrambe Mistruzzi propose diversi modelli. Particolarmente ben riuscito il 10 lire con uno scorcio della Regina Pacis, dall’apposita commissione pontificia bocciata probabilmente per far posto alla statua intera, venerata in Santa Maria Maggiore, a Roma.

1929. Pio XI, modelli di Mistruzzi, incisioni di Motti, tiratura 10.000.
L. 1, Immacolata.
L.10, Regina Pacis.
La serie, con la sola modifica del millesimo, è stata prodotta fino al 1937 con le seguenti tirature: 1930: L. 1, 80.000, L. 10, 50.000; 1931: L. 1, 80.000, L. 10, 50.000; 1932: L. 1, 80.000, L. 10, 50.000; 1933: L. 1, 80.000, L. 10, 50.000; 1934: L. 1, 80.000, L. 10, 60.000; 1935: L. 1, 40.000, L. 10, 50.000; 1936: L. 1, 40.000, L. 10, 40.000; 1937: L. 1, 100.000, L. 10, 40.000.

L'Arcangelo Gabriele annuncia a Maria la prossima divina maternità sulle 20 lire di Nicola Morelli del 1983
L’Arcangelo Gabriele annuncia a Maria la prossima divina maternità sulle 20 lire di Nicola Morelli del 1983

1939. Pio XII, modelli di Mistruzzi, incisioni di Motti, tiratura 10.000.
L. 1, Immacolata.
L. 10, Regina Pacis.
La serie, con la sola modifica del millesimo, è stata prodotta fino al 1941 con le seguenti tirature: 1940: L. 1, 70.000, L. 10, 10.000; 1941: L. 1, 284.000. L. 10, 4.000.

1983. Giovanni Paolo II, Laborem excersens, modelli di Nicola Morelli.
L. 20, L’Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele a Maria.

1985. Giovanni Paolo II, Bimillenario della Madonna, modelli di Giovanni Canevari.
L. 500, Maria, Cristo Crocifisso e Giovanni Paolo II.

 

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Galileo in pensione ma era già a riposo

Il 15 novembre 1993 andarono fuori corso le 2.000 lire di Galileo Galilei – Evangelista Torricelli e con esse, in silenzio, se ne andò un altro pezzo dei reperti che Carlo Azeglio Ciampi aveva lasciato in Banca d’Italia allorché dall’allora centenario Istituto di emissione si era trasferito a Palazzo Chigi, presidente del Consiglio dei Ministri.
Ufficializzata attraverso la Gazzetta Ufficiale che nel numero 173 ospitò l’apposito decreto compilato e firmato dal direttore generale Mario Draghi, direttore generale del Tesoro, il pensionamento fu fissato per il 15 novembre 1993.

Dopo tale data la raffinata banconota poté “essere presentata per il rimborso soltanto presso le filiali della Banca d’Italia”.

Soprannominata “tipo 1973”, in quanto in tale anno Ugo La Malfa, ministro del Tesoro, ne definì le caratteristiche mentre il debutto avvenne nel dicembre 1975, in filigrana la banconota scarsamente gradita per via del poco pratico taglio porta il ritratto di Evangelista Torricelli. E questo nonostante la banconota prenda il nome da Galileo Galilei, il quale domina tuttavia attraverso tutte le figurazioni del biglietto di banca. A cominciare dallo stupendo ritratto fissato su tela da Justus Sustermans, pittore della corte dei Medici, il cui originale sta agli uffizi di Firenze.

Sulla destra, assieme al Duomo la Torre che non pende più. Merito dei lingotti di piombo sistemati alla base del monumento i quali sono riusciti ad ottenere l’effetto sperato: non solo la torre si è raddrizzata , ma il suo movimento di caduta si è addirittura temporaneamente fermato. Un risultato questo che ha fatto andare in brodo di giuggiole Michele Jamiolkowski, presidente del Comitato dei “saggi” che era già pronto ad intervenire con un nuovo carico di pezzi.

Dallo stesso Duomo pisano, cuore del Campo dei Miracoli, certamente la più bella piazza del mondo, fu altresì ripresa la lampada, detta di Galileo, impressa in color grigio e collocata nella parte superiore sinistra. L’insieme figurativo, che comprende naturalmente il contrassegno di Stato dominato dal Leone di San Marco, venne realizzato in modo da dare una impressione cromatica generale che nella metà sinistra del biglietto tende al verde mentre sulla metà destra punta all’arancione.

Più semplice e a ben vedere stilisticamente squilibrato risulta invece il verso della banconota. E questo essenzialmente per via di un paesaggio di Arcetri con, in primo piano, l’osservatorio astronomico della località, che mal concorda con l’antico telescopio sul quale è avvolto un nastrino decorativo con motivo a rombi. È comunque dal raffronto del paesaggio con la raffinata mappa dei due emisferi celesti con i segni zodiacali che lo squilibrio risalta maggiormente. Peccato, anche perché il recto risulta perfetto e tale poteva essere pure il verso. Le premesse, d’altra parte, c’erano tutte. Come dimostra l’emisfero-zodiaco del XVII secolo tratto da un’incisione inglese.

Intonato nettamente al blu grigiastro nella zona occupata dalla mappa celeste e la parte restante al giallo caldo e grigio verdino, il verso della banconota pronta a farsi da parte venne bulinato da Cerichelli mentre il recto fu opera di L. Lazzarini, l’ideatore (che in gergo si chiama “inventore”) e di Trento Cionini, l’incisore vero e proprio.

 

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Le 5 lire del 1911

Originale
Originale

Le cinque lire del 1911 vennero coniate in 60.000 esemplari per commemorare il 50° anniversario del Regno d’Italia.
Autore dei modelli è Domenico Trentacoste, incisore Luigi Giorgi.
Al dritto presenta la testa di Vittorio Emanuele III rivolta a sinistra; al rovescio una figura allegorica dell’Italia marinara con sullo sfondo una nave a vapore.
Bella moneta e con una buona quotazione, è inevitabile che attiri l’interesse dei falsari, i quali da molti anni si cimentano per imitarla il meglio possibile.

Falso
Falso

Imitazioni che comunque non hanno mai creato seri problemi ai numismatici professionisti mentre hanno mietuto molte vittime tra i principianti e tra tutti coloro che sperano sempre negli “affari” che possono trovare su una bancarella di un mercatino o magari proposti da commercianti improvvisati.
Ecco qui di seguito le differenze riscontrate, rispetto ad un pezzo originale, in un falso che appare molto frequentemente.

Colore del metallo: più chiaro.
Diametro: uguale.
Spessore: uguale sul bordo ma superiore al centro.
Bordo: più sottile.
Contorno: è questa la differenza più appariscente che denuncia il falso: i FERT sono scritti in carattere normale e non con lettere ornate, i nodi di Savoia sono ben fatti, ma le rosette sono appena accennate e mancano del circolino centrale.
Disegno del dritto: mancano molti particolari dei capelli e la basetta è inesistente, tutti i rilievi sono più piatti.
Disegno del rovescio: ben imitato, ma meno in rilievo ed alcuni particolari di sfondo quali le onde del mare ed i fiori delle ghirlande sono quasi assenti.
Firma dell’incisore: molto incerta, alcune lettere sono appena abbozzate.
Data: uguale.
Valore: ben imitato.
Segno di Zecca: La R ha pochissimo rilievo ed il punto che la segue è quasi inesistente.

 

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Il tallero per l’Eritrea del 1918

Falso
Falso

Col Regio Decreto 31 maggio 1918 e su modelli dell’incisore Attilio Motti vennero coniati Talleri per gli scambi commerciali interni della Colonia Eritrea.
La coniazione era libera e si effettuava, anche su richiesta di privati, in argento 835 millesimi, g. 28,07 di peso e 40 millimetri di diametro.

Originale
Originale

Le previsioni erano di coniarne in grandissima quantità, invece questa moneta ebbe poco successo, poiché agli Eritrei era molto più gradito il Tallero di Maria Teresa.
Per questo motivo ne venne sospesa la coniazione dopo soli 510.000 pezzi e successivamente in seguito all’accordo con l’Austria del 1935, si iniziò a coniare Talleri di Maria Teresa quasi del tutto simili agli Austriaci.

Il falso che esaminiamo è molto frequente, piuttosto ben realizzato ed ha mietuto molte vittime fra i collezionisti principianti.
Ecco le differenze riscontrate rispetto ad un esemplare originale:

Colore del metallo: leggermente verdognolo.
Diametro: uguale.
Spessore: uguale.
Bordo o margine: più arrotondato.
Contorno: I FERT ed i fregi hanno meno rilievo e presentano schiacciature.
Disegno del diritto: ben eseguito ma meno nitido, l’aspetto è di gonfio.
Disegno del rovescio: uguale.
Firma dell’incisore: manca (ma anche in molti esemplari originali la firma è assente per un difetto di coniazione).
Data: uguale.
Peso: molto scarso, g. 26,25.

 

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Le 5 lire del 1873

Le prime tre in basso sono originali. le altre sono false
Le prime tre in basso sono originali. le altre sono false

La moneta da 5 lire del 1873 coniata nella Zecca di Roma in 16.540 esemplari in argento 900 millesimi, diametro 37 milimetri e del peso di 25 grammi appartiene alla numerosa e perciò conosciutissima serie che conta decine di milioni di esemplari battuti tra il 1861 ed il 1878. Anche i privati, fornendo l’argento necessario, potevano far coniare queste monete.

Monete comuni, quindi. Ma di alcuni anni e di alcune zecche sono rimasti in circolazione pochi o addirittura rari esemplari, che suscitano l’interesse dei falsari, i quali si prodigano a imitarli sempre meglio.
Attenzione, però: negli ultimi tempi sono stati messi in commercio numerosissimi falsi di scudi degli anni più comuni.
Queste “monete” vengono spacciate con molta facilità, anche se originali, costano infatti poche decine di euro.

Originale
Originale

Queste le differenze riscontrate, rispetto ad un pezzo originale, in 2 false 5 lire 1873, zecca di Roma e zecca di Milano.
Entrambe sembrano fatte dalla stessa mano anche se il pezzo con segno di zecca Milano ha il disegno del rovescio un po’ più nitido.
Rispetto alla moneta originale si riscontrano le seguenti differenze:

Colore del metallo: Più scuro.
Diametro: Uguale.
Spessore: ¾ dell’originale.
Bordo: Più sottile sia al diritto che al rovescio.
Contorno: Le lettere dei FERT sono poco profonde e mancano di molti particolari. I nodi di Savoia sono grossolanamente incisi e più grandi. Le rosette sono poco profonde ed il cerchietto centrale appena si intravede.

Falso - Roma 1873
Falso – Roma 1873

Disegno del diritto: Capelli, barba e baffi mancano di molti particolari. La guancia è più gonfia. Il lobo dell’orecchio ha scarsissimo rilievo.
Disegno del rovescio: In generale dà un’impressione di gonfio. Le pietre che ornano la corona sono appena accennate, la corona che nell’originale si chiude, come se la vedessimo dal basso, rimane aperta. Il nastro che lega i due rami ha pochissimo rilievo; mancano così i particolari più bassi del disegno.
Firma dell’incisore: Quasi illeggibile.
Data: Cifre più spesse.
Valore: Poco rilievo.
Segno di zecca: Bene imitato.

Falso - Milano 1873
Falso – Milano 1873

Sono fotografati i contorni di sei pezzi da 5 lire sui quali si possono notare le differenze dei FERT e delle rosette: i primi tre contorni sono di monete false, gli altri di monete originali.
Il primo contorno è decisamente fatto male, ma il secondo ed il terzo che appartengono rispettivamente ai pezzi del 1873 Roma e 1873 Milano sono stati eseguiti egregiamente. Attenzione, quindi: consultate sempre un professionista prima di effettuare acquisti di queste monete.

 

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Le 20 lire 1927 A. VI “Littore”

Col Regio Decreto n. 1148 del 23 giugno 1927 si autorizzava la coniazione e l’emissione di monete d’argento da lire 20 per un valore nominale di 700 milioni. Lo stesso Decreto riordinava la circolazione metallica ed indicava il termine del corso legale delle vecchie monete d’argento entro il 30 settembre 1927, stabilendo inoltre di usare queste ultime per coniare le nuove da lire 20 e proibendo a chiunque di incettare e detenere le monete d’argento messe fuori corso.

Falso
Falso

Autore del modello delle nuove monete da lire 20 fu Romagnoli mentre l’incisione fu curata da Motti, incisore capo della Zecca.

Queste le caratteristiche tecniche: metallo, argento 800 millesimi; peso, grammi 15; diametro, mm. 35,5.
Furono coniate con i seguenti millesimi: 1927 A. V (solo 100 esemplari), 1927 A. VI (3.118.000 esemplari) e 1928 A. VI (2.486.898 esemplari). Negli anni 1929, 1930, 1931, 1933, 1934 furono fatte emissioni speciali per collezionisti numismatici con una tiratura di soli 50 pezzi per anno.

Originale
Originale

Il falso che qui esaminiamo ha la data del 1927 A. VI ed è quello che appare più frequentemente. Trattandosi di moneta abbastanza comune, allarma poco.
Ecco qui di seguito le differenze riscontrate rispetto ad un esemplare originale.

Colore del metallo: più scuro, l’ossidazione è quasi nera, nell’originale invece ha toni gialli.
Diametro: di poco superiore: mm. 35,65.
Spessore: di poco più sottile.
Bordo: la rigatura è buona ma più fitta, una riga in ogni 22.
Contorno: i globetti sono ben eseguiti ma sul bordo si nota una piccola cresta zigrinata.
Disegno del dritto: ben eseguito, non vi sono particolari diversità, ma il campo è leggermente ondulato.
Disegno del rovescio: anche qui non vi sono particolari diversità.
Firma dell’incisore: lettere più grandi.
Data: uguale.
Valore: la L di lire e il 20 hanno più spessore.
Segno di Zecca: anche qui maggiore spessore.
Peso: scarso = gr. 14,95.

 

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Quel parallelo è come un muro

Influenzata fin da sempre dalla civiltà cinese, la Corea ebbe per primo sovrano un certo Silla, che nel 668 dopo Cristo si autoproclamò re. Ma fu nel 918 che, dopo aver conquistato il trono, Ko-ryo (da cui il nome Corea) unificò il Paese. Sotto la dinastia Li, la Corea fu conquistata dal Giappone (1592), mentre nel 1637 passò sotto la sovranità cinese. Per oltre quattro secoli la Corea è stata pomo della discordia fra Cina e Giappone.

La moderna Corea fu tenuta a battesimo a Il Cairo allorché, era il 1943, una dichiarazione anglo-americana impegnò i due paesi a restituire l’indipendenza alla penisola. Due anni dopo, a Potsdam, l’Unione Sovietica si associò agli anglo-americani. Ad una condizione, però. A disarmare i soldati giapponesi avrebbe provveduto l’esercito sovietico (al nord del trentottesimo parallelo) e quello statunitense (al sud).

Le due superpotenze, in tal modo, imposero la spartizione del Paese che dura ancor oggi. Un tentativo di unificazione, effettuato sotto l’egida delle Nazioni Unite, fallì in quanto la Corea del Nord si rifiutò di indire nel suo territorio libere elezioni.

Tre anni più tardi, il 25 giugno 1950, le truppe nordcoreane oltrepassarono il trentottesimo parallelo al fine di ottenere “l’unificazione” con la forza delle armi. La guerra, durante la quale vennero sperimentate le nuove armi prodotte dopo la fine della guerra mondiale (come era accaduto in Spagna, prima del secondo conflitto mondiale), si concluse nel 1953 con l’armistizio di Pat-Mun-jom.

I giganteschi impianti sportivi costruiti a Seul per le Olimpiadi del 1988
I giganteschi impianti sportivi costruiti a Seul per le Olimpiadi del 1988

La spaccatura in due del Paese trova ampio riscontro nei francobolli. Graziosi, rassicuranti, tesi a raccontare le tradizioni e ad amplificare i momenti internazionali quelli di Seul, sullo speculativo con rari eguali quelli recenti di Pyong Yang, la capitale della Corea del Nord. Per lo più prodotti a Parigi, e da qui commercializzati dall’agenzia che ha sede appena oltre la famosa rue Drouot, la strada dei francobolli, i numerosi francobolli nordcoreani, con edizioni fogliettate in tutte le salse, cercano di infilarsi, con scarsi risultati, nei filoni tematici più in voga.

Troppo spesso dimenticando la realtà del Paese. Che, anche dal punto di vista delle cartevalori postali, resta in tal modo sconosciuto. Chiuso e misterioso.

Capitale: Seul (8.900.000 abitanti)
Superficie: 98.434 Kmq (poco meno dell’Italia settentrionale)
Popolazione: 38.800.000 abitanti
Densità: 313 abitanti/Kmq (Italia: 186)
Lingua: coreano
Moneta: won
Uffici postali: 1.800
Dipendenti postali: 21.773
Collezionisti: 300.000/1.000.000
Circoli filatelici federati: 100 (40 dei quali iscritti alla Ksda)
Riviste filateliche: 1
Cataloghi: 2

 

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Uno stemma di troppo

Un omaggio, per una guerra mai combattuta, che fece fare salti di gioia ai monarchici. La festa, originata da due francobolli con i quali il 25 ottobre 1951 la Corea del Sud rese omaggio all’esercito italiano (in verità l’Italia, con le insegne della Croce Rossa, si era limitata a mandare personale e attrezzature bastanti per la costruzione di un modesto ospedale da campo), durò poco. Preso atto della gaffe commessa, Seul provvide a rifare i due francobolli. Il rimedio si rivelò ben presto peggiore del male.

Lo stemma sabaudo riprodotto sulla serie coreana del 1951 scatenò un putiferio in Italia. La serie dell'anno successivo, in basso, pur riveduta e corretta, non cancellò, come si vede, il macroscopico errore delle Poste coreane
Lo stemma sabaudo riprodotto sulla serie coreana del 1951 scatenò un putiferio in Italia. La serie dell’anno successivo, in basso, pur riveduta e corretta, non cancellò, come si vede, il macroscopico errore delle Poste coreane

La curiosa e singolare storia di questi francobolli, che quasi settanta anni fa scatenò festa da una parte e vivaci polemiche dall’altra, merita d’essere raccontata. Cominciando dal principio. Ossia dalla decisione delle Poste coreane di rendere omaggio ai Paesi che, su richiesta delle Nazioni Unite, avevano mandato soldati a combattere, a fianco dei sudcoreani, contro la Corea del Nord che il 25 giugno 1950 aveva deciso di “liberare” con le armi la porzione sud del Paese.

Uscirono così, in due infornate (la prima porta la data del 15 settembre, mentre la seconda è datata 25 ottobre 1951), la bellezza di quarantadue francobolli (due per ciascuno dei ventun paesi guerreggianti), ad unico nominale di 500 won. Identica anche l’impostazione grafica. Fondo verde e azzurro alternato, a sinistra bandiera del Paese che partecipava ai combattimenti, a destra vessillo della Corea del Sud. Al centro la newyorchese statua della libertà (i valori stampati in verde), l’emblema dell’Onu con colombe in volo (i tagli impressi in azzurro). Nella parte superiore questa dicitura: “The countries partecipating in the Korean war”, ovvero “I paesi partecipanti alla guerra di Corea”.

E qui comincia, per quel che riguarda i due pezzi “italiani”, il primo di un lungo rosario di errori. Dal 10 ottobre 1951 (se ne tornarono a casa il 10 gennaio 1955) a Seul c’era unicamente un manipolo di uomini della Croce Rossa italiana ed un ospedale militare. Di soldati nostrani neppure l’ombra. Anche perché a quel tempo l’Italia era fuori dalle Nazioni Unite. Più macroscopico l’errore del vessillo. Che sui due francobolli è ancora savoiardo, con tanto di stemma sabaudo coronato.

Allorché i francobolli giunsero in Italia, si scatenò un putiferio. I monarchici gridarono al “miracolo”; democristiani ed altri gruppi politici presentarono infuocate interpellanze al governo; le sinistre, presa la palla al balzo, accusarono De Gasperi di “partecipare alla guerra coreana senza che la nazione ne fosse informata…”.

L’eco della generalizzata levata di scudi giunse fino a Seul. Dove, per calmare le acque, i francobolli vennero ritirati dalla circolazione con l’impegno di rimpiazzarli.
Cosi fu. Il 10 febbraio del successivo 1952 cominciò la vendita del nuovo, duplice omaggio dentellato ai “soldati italiani”. Nuovo il ricordo, vecchi gli errori. A parte la puntuale ripetizione delle due precedenti gaffe (soldati italiani e appartenenza all’Onu), a parte il millesimo 1951 scritto su francobolli del 1952, il corretto vessillo tricolore non era affatto quello repubblicano.

La corona sabauda, è vero, era stata tolta, ma nel campo bianco Seul aveva lasciato lo stemma dei Savoia. Ingrandito, per giunta. I coreani, evidentemente, ignoravano (o mancavano di opportuna documentazione) che l’Italia, a seguito del referendum del 2 giugno 1946, era diventata repubblica!

Forse, per non complicare ulteriormente le cose, l’edizione solo nelle intenzioni “riveduta e corretta” dei due francobolli-lenzuolo dall’incerta perforazione fu lasciata tale e quale. Sbagliata, appunto. Sia nella prima, sia nella seconda versione.

 

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Con lui la numismatica divenne una scienza

Porre l’accento esclusivamente sul connotato collezionistico è alquanto riduttivo; ben più ricco e complesso è il profilo di Vincenzo Bellini, erudito e cultore delle patrie memorie, di cui a giusta ragione viene nominato custode, docente entusiasta “de antiquis monumentis”, generoso donatore delle proprie raccolte antiquarie e naturali e della propria biblioteca, studioso dal carattere modesto, ma di grande vivacità intellettuale.

Il Bellini occupa un posto di rilievo nella cultura emiliana del Settecento, segnata dalle teorie del modenese L.A. Muratori tese alla conoscenza della realtà storica contemporanea, mediante la ricostruzione del suo completo percorso formativo.
Animato dal fervore innovativo di questa impostazione metodologica, che aveva dato l’avvio allo studio delle testimonianze dei “secoli di mezzo”, lo studioso ferrarese volge le proprie energie alla riscoperta ed alla rivalutazione della monetazione medievale e moderna.

Parallelamente alla intensa ed ininterrotta attività collezionistica, il Bellini sostiene un importante ruolo di studio e di divulgazione in campo numismatico, impostati su criteri di notevole rigore scientifico e modernità.

È del 1754 la dissertazione “Dell’antica lira ferrarese di Marchesini”, nella quale si ricostruisce la storia dell’unità di valore in uso a Ferrara e dei suoi mutamenti, mediante una ricca documentazione di contratti, bandi e grida.

L’opera non risponde solo ad un interesse storico-collezionistico ma anche all’esigenza reale degli utenti di riconoscere emissioni di periodo precedente rimaste in circolazione; divenendo così strumento operativo per il commercio ferrarese.

Nelle quattro “Dissertationes de Monetis Italiae Meedi Aevi”, stampate tra 1755 e 1759 vengono pubblicate più di 800 monete inedite di zecche italiane, ciascuna con la propria illustrazione e secondo un sistema di catalogazione sistematica che, seppure con i limiti derivati dall’epoca di edizione, precorre l’impostazione del Corpus Nummorum Italicorum.

Nel trattato “Delle monete di Ferrara” del 1761, si manifesta l’interesse storico dell’autore, che delinea le vicende della città in periodo estense e pontificio trascrivendo fonti manoscritte e documenti diversi, in vari casi altrimenti perduti, ed illustrando parallelamente il succedersi delle emissioni monetarie.

Grazie al carattere di sintesi storica è questa la più famosa delle opere del Bellini; tutt’ora stimata valida dallo studioso della materia, è stata ristampata nel 1977 dall’Editore Forni.
Le opere a stampa rivelano i presupposti intellettuali che conducono il collezionista alla ricerca ed alla raccolta dei pezzi; appare chiara la concezione della moneta come documento, posta a commento di avvenimenti di storia locale, citata come fonte di storia economica, interpretata e commentata alla luce di una attenta lettura delle fonti archivistiche.

Ma è nel medagliere di Schifanoia che si trova la testimonianza più viva del paziente e tenace impegno del numismatico, che credendo nel valore storico di ciascuna moneta, indipendentemente dalla valenza artistica e dalla preziosità del metallo, raccoglieva anche piccoli nominali in rame o mistura e pezzi argentei in mediocre stato di conservazione.

Questi esemplari non appariscenti ma rari, sopravvissuti ai saccheggi dell’inizio del secolo, ancora oggi costituiscono un serbatoio di notizie di notevole interesse per lo studioso della disciplina numismatica che, seguendo le moderne tecniche di indagine, voglia ricostruire il quadro globale della produzione e la portata delle emissioni delle zecche italiane.

 

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I 1200 anni della Pieve di Buja

Il 4 agosto del 792 il re dei Franchi e Longobardi, Carlo Magno da Regensburg concesse al Patriarca di Aquileia Paolino II l’immunità feudale su tutti i possessi – territori, ville e chiese – appartenenti alla chiesa aquileiese. Tra i beni veniva espressamente menzionata anche Buja con la sua pieve, che così per la prima volta entrava nella storia scritta.

Nel 1942 per i 1150 anni della storica Pieve di San Lorenzo di Buja (in provincia di Udine) non solo venne pubblicato un bel volume “Buja e il suo duomo, origini e vicende”, ma il Comune affidò allo scultore medaglista bujese Guerrino Mattia Monassi l’incarico di modellare una medaglia commemorativa dello storico avvenimento.
Una medaglia dalla gestazione travagliata dati i difficili momenti che attraversava il paese.

Infatti la fusione della medaglia venne sospesa alla Zecca di Roma perché mancava il metallo: la guerra infuriava e il bronzo doveva servire a fabbricare armi.
Si rimediò con uno stratagemma ricorrendo ad un vecchio candelabro spezzato. Con i chilogrammi di bronzo così recuperatisi si riuscirono a fondere 10 esemplari della medaglia.

Sempre alla stessa medaglia e alla commemorazione dell’evento storico che lo celebrava è legato un altro gustoso aneddoto. Per le celebrazioni a Buja, il 18 ottobre, non poteva mancare il tradizionale pranzo ufficiale al quale erano stati invitati 35 commensali. Ma dove trovare la carne necessaria, allora rigorosamente controllata e tesserata? Il parroco Mons. Chitussi non si perse d’animo e fece macellare clandestinamente un vitello, soddisfacendo gli invitati, compresi i gerarchi fascisti. Che furono ben contenti di chiudere tutti e due gli occhi.

Nel 1992 la medaglia, con il patrocinio del Comune di Buja e del Circolo culturale Laurenziano, è stata riedita per celebrare il 1200° anniversario della Pieve. Fedelmente riprodotta nelle impronte e nelle leggende (unica eccezione la variazione della data, 1992), la medaglia è stata coniata dallo stabilimento Pagani di Milano nel diametro di cm 2,8 per il bronzo e nel diametro (identico a quello del 1942) cm 7,5 per l’argento e l’oro a cura dell’incisore Pierino Monassi.

Al dritto la medaglia presenta una torre merlata che spunta da una folta vegetazione ed evoca il castello medievale di Buja, che un tempo si ergeva al centro del paese. La torre appare cinta da una catena che rievoca una suggestiva leggenda, secondo la quale il castello nei giorni di festa veniva orlato lungo tutto il perimetro da una lunga catena d’oro in segno di potenza e ricchezza.

In alto si legge il motto “CINCTA FLORET” (incatenata fiorisce). A significare come il territorio bujese fiorisca di una sua particolare bellezza, isolato com’è dalle grandi arterie del traffico e, nello stesso tempo, l’intraprendenza e la laboriosità dei bujesi in ogni campo della vita sociale. Al rovescio fa capolino sullo sfondo, a destra, il bue araldico dello stemma di Buja reggente il vessillo della Gastaldia; al centro viene riprodotto il documento carolingio del 792 con tanto di sigillo dipendente.

Sulla pergamena srotolata si legge “KAROLVS IMPERATOR PAVLINO PATRIARCHAE DCCXCII PLEBEM BUIAE D(ono) D(at)” Ossia “Carlo Imperatore a Paolino Patriarca di Aquileia la Pieve di Buja dà in dono”.

 

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La più grande del mondo: i 200 Mohurs di Shah Jahan.

Ritrovarla non dovrebbe poi essere tanto difficile date le sue eccezionali dimensioni: la moneta scomparsa misura infatti ben 13 centimetri di diametro, come un piattino per il servizio da té. In più pesa 2 chili e 850 grammi, tutti d’oro zecchino. Non è quindi una moneta che possa passare inosservata o possa perdersi facilmente per strada.

Eppure quella da 200 Mohurs di Shah Jahan battuta a Nuova Delhi, in India, nel 1654 è la moneta più grande del mondo, entrata a pieno diritto nel Guinnes dei primati ma svanita nel nulla, inghiottita nei recessi del misterioso Oriente, da quando nel 1820 venne vista per l’ultima volta a Patnach. Magra consolazione che al British Museum di Londra si conservi un calco in gesso dell’originale. Non c’è dubbio che ritrovarla equivarrebbe ad essere baciati in fronte dalla fortuna: il valore intrinseco dei 200 Mohurs corrisponde oggi a quasi 100.000 euro; quello numismatico è incalcolabile.

Ma chi era questo Shah Jahan? Il più grande degli imperatori Moghul dell’India, la dinastia turco-mongola fondata nel 1526 da Baber discendente da Gengis Kan e da Timur (Tamerlano). Shah Jahan, che regnò dal 1627 al 1658, fu veramente grande e non solo per aver fatto coniare la più grande moneta del mondo di tutti i tempi ma anche per le sue imprese: portò dentro le frontiere del suo impero tutta l’India settentrionale e il Deccan.

Sotto di lui l’impero dei Moghul toccò l’apogeo della potenza politica. Ma Shah Jahan fece anche di più, dando un grande impulso all’arte mussulmana in India: fu lui a far realizzare alcune delle più belle e famose costruzioni del Paese, come lo splendido palazzo Tag Mahall di Agra, destinato ad essere il mausoleo della moglie Mumtaz Mahall (l’edificazione durò oltre vent’anni); o come l’altrettanto famosa Moschea delle perle ad Agra.

Sempre a Shah Jahan si deve il prezioso trono del Pavone che oggi si trova a Teheran e sul quale si sono seduti per l’incoronazione in Persia gli Scià (re dei re), titolo portato dagli imperatori Moghul. E tuttavia il grande, potente e splendido Shah Jahan morirà in prigione deposto dal figlio Awrangzeb nel 1657.

Le ricchezze accumulate dai Moghul erano proverbiali. Molto ricca anche la loro monetazione prodotta in 6 zecche: inizia con Zahir Ud Din Mohammad Babar nel 932-937 (1526-1530) e termina nel 1253 (1837) attraverso 22 imperatori. Dalle prime piccole monete d’oro da 1/4 e 1/8 di Ashrafi si passa alla superba serie dei Mohurs composta da ben 17 valori (200, 100, 50, 25, 20, 12, 10, 5, 4, 2, 1, 1/2, 1/4, 1/6, 1/8, 1/16, 1/32).

I Mohurs durano per quasi tre secoli alternando alla forma tonda quella quadrata, presentando sia al dritto che al rovescio leggende in persiano, più simili ad arabeschi e ricami che a diciture. Manca qualsiasi immagine in ossequio alle disposizioni del Corano, salvo una sola eccezione: due tipi da 1 Mohur dell’imperatore Nur Ud Din Jahangar (1014-1037/1605-1628) recano l’immagine dello scià seduto alla turca.

Allo stesso imperatore si deve una originale serie di Mohurs contrassegnati dai 12 segni dello zodiaco, mentre su altri Mohurs di Jala Ud Din Akbar compaiono al dritto ora un pavone ora le divinità indù Rama e Siva. Monete eleganti, raffinate, di grande suggestione.

In questa cornice di sfarzo ben s’inquadra la coniazione in un solo esemplare dei 200 Mohurs, vera e propria moneta di ostentazione per testimoniare a tutto il mondo, quando la moneta era ancora uno strumento privilegiato di propaganda e di prestigio, la ricchezza, lo splendore e la potenza del Gran Moghul.

 

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