Per un cinghiale perse Vittoria

Federico II, com’è noto, era un appassionato cacciatore. Un giorno questa passione gli costò la distruzione di Vittoria, città da lui stesso fondata cinque mesi prima in contrapposizione a Parma.

Federico II in costume da crociato in una miniatura contempotanea
Federico II in costume da crociato in una miniatura contempotanea

A testimoniare in concreto, al di là dei libri e delle cronache, che Vittoria è esistita, è stata costruita e distrutta appena 5 mesi dopo, ci sono solo le monete: i Vittorini d’argento, che appunto dal nome di questa specie di città fantasma presero il nome. Città fantasma e monete fantasma, almeno per lungo tempo. Perché per anni questi Vittorini, assai simili ai denari imperiali di Milano, furono attribuiti non a Vittoria ma a Roma o a Milano o a Noceto, battuti nel primo caso in ricordo dell’incoronazione di Federico II a imperatore nella Città Eterna.

Ma allora perché mai Federico non vi avrebbe impresso il nome di Roma? Nel secondo caso non si capisce perché mai questi Vittorini sarebbero stati dedicati a San Vittore, come appare nella leggenda del rovescio, dato che San Vittore non è certo il patrono di Milano. Infine, se battuti a Noceto, sarebbero da assegnare non a Federico II ma al grande Federico Barbarossa, il nonno che a Noceto fece trasportare la Zecca milanese dopo la distruzione della città nel 1162.

Ma tra nonno e nipote c’è un bel salto d’anni, più di trenta. Lo stesso salto che si tocca con mano sulle monete dei due Federico: salto di stile, di fattura, di qualità. Le monete del nonno sono scodellate, rozze, scorrette nelle leggende e nelle lettere; quelle del nipote più curate e regolari, poco o niente scodellate.

No, questi Vittorini sono stati battuti proprio a Vittoria e da Federico II imperatore nel 1247-48, ormai la critica non ha dubbi. Come avevano già intuito e detto giustamente il Sambon, Vincenzo Promis, i compilatori del Corpus, gli Gnecchi. Il condizionale adoperato dal Rolla, dal Ciferri, dai Bazzi Santoni “…avrebbe coniato a Vittoria…” non ha più ragione d’essere. Altre testimonianze sulle coniazioni di queste eccezionali monete si trovano nelle antiche cronache, dal Salimbene al Giustiniani, al Della Torre. E poi ancora accennano a questi Vittorini il Klotz, il Lopez, il Gioppi di Turcken, il Vesco, il Muoni, il Morbio, il Khoene, lo Schweitzer, il Troubetzkoy. Anche se molti presero fischi per fiaschi, ma chi si sente innocente scagli pure la prima pietra.

Dunque, Federico II nel giugno del 1247 si trova a Torino pronto a valicare le Alpi e a marciare su Lione, dove intende obbligare il Papa ad assolverlo dalla scomunica. La seconda inflittagli da Gregorio IX. Ma improvvisamente dovette cambiare programma. Gli giunse infatti notizia che Parma si era ribellata, uccidendo il podestà e i funzionari imperiali, scacciando i ghibellini. Federico II è fuori di sé dalla rabbia. Non fa in tempo a domare una città che un’altra si rivolta e si unisce ai suoi nemici. Veramente l’Italia comunale appare come un’Idra dalle sette teste. Decapitarne una o due non basta.

I Vittorini d'argento battuti a Vittoria da Federico II
I Vittorini d’argento battuti a Vittoria da Federico II

Federico giura vendetta. Distruggerà Parma dalle fondamenta a monito dei futuri traditori e ribelli. E lascia a metà l’impresa di Lione per arrivare a marce forzate col suo esercito in Emilia, sotto le mura della città che viene cinta d’assedio. Il suo esercito è composto da tedeschi, italiani e saraceni. Per intimorire i nemici Federico non esita a far decapitare in campo aperto, davanti alle mura di Parma, cinque cittadini che erano caduti nelle sue mani. Ma i parmensi ben consapevoli di cosa li avrebbe attesi in caso di resa rifiutano di arrendersi e resistono per 5 lunghi mesi. Finché…

A giocare un brutto scherzo a Federico è l’amore per la caccia. Una mattina, il 18 febbraio 1248, Federico va a cacciare lungo le boscose rive del Po e fa strage di cinghiali e cerbiatti. È contento, come sempre quando va a caccia. Quei boschi gli ricordano la Germania, di cui è stato proclamato Re a soli due anni, in seguito alla improvvisa, prematura morte del padre, Enrico.

Due anni dopo, nel 1198, Federico era stato incoronato a Palermo anche re di Sicilia; nel 1215 ad Aquisgrana re dei romani; il 22 dicembre 1220 imperatore a Roma. Colto, amante delle lettere e delle arti, coraggioso, instancabile, Federico era stato educato in Sicilia in quel crogiuolo di razze e culture che allora era la corte palermitana. Sposato per tre volte e per tre volte vedovo, ebbe almeno 10 figli, a quanto si sa, tra cui lo sfortunato Corradino, l’ultimo discendente degli Hohenstaufen, ed Enzo, il prediletto, morto prigioniero dei bolognesi nel 1272.

La sua corte fastosissima sembrava più quella di un sultano che non quella di un principe cristiano. Federico, infatti, estremamente raffinato, amava molto gli usi orientali, si circondava di un vero e proprio harem, vestiva spesso all’uso orientale. E per questo aveva ai suoi ordini numerose milizie saracene. Che il sultano Malik al Malik, suo amico, gli cedeva in cambio di grosse somme di denaro.

Dunque Federico quella fatale mattina del 18 febbraio 1248 decise di andare a caccia. E lasciò con la sua scorta Vittoria, la città da lui fatta costruire proprio davanti a Parma e che avrebbe dovuto sostituire Parma una volta conquistata e distrutta quest’ultima. Vittoria chiamò Federico la sua nuova città, in segno augurale, e Vittorini chiamò le monete che vi fece battere per pagare i suoi uomini. Mentre il Salimbene dice che il nome derivò da San Vittore, a cui Federico aveva consacrato la cattedrale.

Federico II ed i suoi falconi da caccia
Federico II ed i suoi falconi da caccia

Federico va a caccia spensierato. Ne approfittano i parmensi per fare una sortita fuori delle mura, e con successo. Sorprendono infatti l’esercito dell’imperatore, fanno strage di svevi e saraceni, saccheggiano l’accampamento e la stessa tenda di Federico (sembra che il bottino in vasellame ed altri oggetti d’oro e d’argento sia stato immenso). In mano dei parmensi cadono perfino la stessa corona e il sigillo imperiale. Non contenti i parmensi danno fuoco a Vittoria che, costruita in legno arde come un fiammifero. Quando Federico torna a sera trova tutto devastato e fumante.

Non gli resta che togliere l’assedio e ordinare la ritirata. Qualcuno come il Klotz afferma che Federico durante l’assedio di Parma coniò monete in cuoio. Ma sbaglia, confondendo forse un altro episodio che ebbe sempre Federico come protagonista: la battitura di monete di cuoio non sotto le mura di Parma ma sotto quelle di Faenza. Anche queste, comunque, non pervenuteci e molto ma molto ipotetiche.

Sotto le mura di Parma Federico fece invece battere sonanti monete d’argento, appunto dei Vittorini o Denari imperiali molto simili a quelli già battuti a Milano. Al dritto il nome di Federico e il suo titolo di imperatore dei Romani; al rovescio, in centro, le lettere I PR T disposte a croce attorno a un globetto in contorno perlinato e attorno: “S. VICTORIA” o “VICTORI”. Il diametro è di mm 11/18,5, il peso di grammi 0,67/0,90. Gli esemplari sono del tutto identici alla descrizione che ne fa un testimone oculare dell’assedio, il Salimbene, che scappò da Parma qualche giorno prima dell’arrivo dell’esercito imperiale assistendo dal di fuori alle varie fasi dell’assedio e alla distruzione di Vittoria.

Monete eccezionali questi Vittorini. Prima di tutto sono monete castrensi, battute cioé in un accampamento fortificato, non di necessità od ossidionali come erroneamente sostiene qualcuno, ma per dar maggiore risalto e pubblicità alla fondazione della nuova città di cui portavano il nome e quindi a maggior scorno e dileggio di Parma. Monete infine che costituiscono l’unica concreta testimonianza storica dell’esistenza sia pure effimera di Vittoria, una città nata dal nulla nello spazio di un mattino e finita nel nulla nello spazio di un altro mattino.

Questa volta veramente la numismatica fa da notaio alla storia. Eppure ci volle il Koehne, nel 1845, per attribuire giustamente queste monetine d’argento a Vittoria, facendo giustizia di errori, favole e ipotesi infondate. Come le antiche cronache (vedi il Crusio, il Budello, l’Angeli) riportano, confondendo storia e leggenda, realtà e favola, Parma con Faenza, monete d’argento con monete di cuoio. Ci vollero quindi ben sei secoli prima di vedere questi Vittorini restituiti alla città ed alla zecca dove furono veramente coniati.

L'Imperatore svevo come appare in una preziosa miniatura medievale
L’Imperatore svevo come appare in una preziosa miniatura medievale

D’altra parte lo stesso Federico II è un sovrano leggendario. Il mito, gli insulti, l’esaltazione, i giudizi più diversi e contrastanti che ne accompagnarono la breve vita perdurarono nei secoli anche dopo la morte. Chi lo vide come un precursore del Rinascimento, chi invece lo accusò con la sua opera di aver fatto da freno alla nuova era. Jacob Burckhardt, il grande storico dell’Ottocento, lo giudica il “primo uomo moderno assiso su un trono”; Friedrich Nietzsche lo definisce “il primo europeo di mio gusto”.

La fondazione e la legislazione del Regno di Sicilia sono ora considerate come l’inizio del moderno stato laico, ora come il primo modello dello stato totalitario e dittatoriale. Una cosa è certa: il “Sultano battezzato” – come molti lo chiamavano per il suo eccessivo amore per l’Oriente – era un grande cacciatore. Benché abbia passato un terzo della sua esistenza a cavallo e la metà di questo terzo a caccia, trovò anche il tempo di scrivere un’opera intitolata “De arte venandi cum avibus” un trattato di caccia col falcone in cui si dimostra uno dei più esperti dell’arte venatoria. Quella passione che gli doveva costare a Parma una sconfitta cocente e la perdita, per sempre, della sua Vittoria.

Più fortunati di lui, noi ci consoliamo con i Vittorini.

Per un cinghiale perse Vittoria

Link intermo  tuttovideo.stream