Per aes et libram

…vale a dire “per mezzo del bronzo e della bilancia”. Era la formula usata nei contratti di compravendita quando Roma ancora non disponeva d’una vera e propria moneta (che farà la sua comparsa verso la fine del IV secolo a.C.) e si serviva nelle transazioni dell’aes signatum (un pane di bronzo contrassegnato da disegni: il ramo secco, l’elefante, il toro, l’aquila ecc), che aveva soppiantato l’aes rude (il bronzo informe), che a sua volta aveva preso il posto del bestiame nelle forme di pagamento.

Aes signatum con impronta di toro (ca 300 a.C.?)
Aes signatum con impronta di toro (ca 300 a.C.?)

Siamo talmente abituati per le nostre diverse esigenze quotidiane ad un uso continuo della moneta da non riuscire, se non con notevole difficoltà, ad immaginare una società che ne sia priva.

Eppure, nelle migliori delle ipotesi, Roma, tanto per fare un esempio, non dispone di una sua moneta vera e propria prima degli ultimi decenni del IV secolo a.C.
In questo stesso periodo la città di Romolo controllava gran parte dell’Italia centrale, dopo aver stipulato un importante trattato di alleanza con la federazione dei Sanniti (354 a.C.), la maggiore potenza militare del tempo, due trattati commerciali con Cartagine, la regina del Mediterraneo, il primo in età regia e il secondo nel 348 a.C., ed un trattato alla pari, un foedus aequum, con un’altra grande città-stato, Neapolis. Certamente relazioni commerciali erano già in corso con le altre città greche della Magna Grecia tra cui la stessa Taranto.

Frammento di aes signatum con impronta di ramo secco (VI secolo a.C.)
Frammento di aes signatum con impronta di ramo secco (VI secolo a.C.)

Eppure, se vogliamo fare un altro esempio, i Fenici, che nel bacino del Mediterraneo sono conosciuti come i commercianti per eccellenza, non hanno moneta se non addirittura dopo la data indicata per Roma, nel corso del III secolo a.C.

È anche vero, si può obiettare, che alcune colonie della Magna Grecia dispongono di moneta fin dalla metà del VI secolo a.C.: Sibari, Metaponto, Crotone, Caulonia, Reggio, Poseidonia e Taranto emettono in quel periodo splendidi stateri in argento con un caratteristico rovescio incuso.

A guardare bene questa produzione numismatica giunta sino a noi ci si accorge, però, come i tre quarti di essa sia formata esclusivamente da valori alti con elevato potere di acquisto non adatti dunque ad un uso quotidiano. Oltretutto è ben evidente come la produzione di questo periodo sia estremamente irregolare con probabili continue interruzioni e con una evidente instabilità nelle tipologie adottate.

Frammento di aes signatum con rappresebtazione di ramo e leggenda ROM(ANOM) (ca 300 a.C.?)
Frammento di aes signatum con rappresebtazione di ramo e leggenda ROM(ANOM) (ca 300 a.C.?)

Sembra giusto concludere che in questi centri della Magna Grecia la produzione monetaria non doveva ancora costituire un interesse primario della comunità.
Queste prime produzioni monetali sono, dunque, probabilmente da giustificare chiamando in causa sia il ruolo fiscale dello Stato, sia la necessità di regolamentare la vita sociale mediante redistribuzione di beni, di soddisfare un bisogno reale della città-stato, bisogno relativo all’acquisizione di materie prime necessarie alla sopravvivenza, scorte alimentari ma anche metalli, armi, ecc., infine, di pagare servizi resi alla città da mercenari.

La moneta sarebbe, in conclusione, nata ben al di fuori dell’ambito economico e solo più tardi, in un successivo grado di sviluppo, sarebbe intervenuta nel processo degli scambi, assumendo quel ruolo di agevolazione degli stessi che le sarebbe stato congeniale.

Asse della serie fusa di bronzo con i tipi della testa giovanile bifronte di Mercurio
Asse della serie fusa di bronzo con i tipi della testa giovanile bifronte di Mercurio

Una accelerazione per tale processo si determina nel corso del V secolo quando i Greci di Occidente, con un secolo di anticipo rispetto ai Greci della Grecia vera e propria e dell’Asia Minore, emettono monete in bronzo. Evidentemente la decisione di produrre nominali in bronzo va motivata pensando non più al valore intrinseco del nuovo metallo, come per il vecchio argento, bensì al suo valore fiduciario, modificando in un certo senso il rapporto tra utente e moneta.

Certamente il progressivo aumento delle emissioni di frazioni in bronzo, ma anche in argento, è la spia evidente di un sempre più ampio inserimento della moneta nei diversi settori della vita sociale e dunque di una sua sempre più ampia circolazione.
Per l’ambiente italico occorre sottolineare subito che tra le comunità indigene era radicata una forte abitudine all’uso del bronzo sia per la realizzazione di una lunga serie di oggetti di uso quotidiano sia con valore di accumulo di ricchezza.

Per tutto il V secolo a.C. una serie di passi di autori antichi ci ricordano l’uso del metallo a peso in forme non preordinate (aes rude) per il pagamento di multe, preceduto in qualche caso da forme di pagamento in natura.

Asse della serie fusa di bronzo (aes grave) con tipo della testa di Giano
Asse della serie fusa di bronzo (aes grave) con tipo della testa di Giano

Aulo Gellio (XI, 1,2) testimonia come la massima multa fosse inizialmente stabilita in due pecore e trenta buoi e la minima in una pecora, ma poi per evitare che si effettuassero pagamenti mediante capi di valore diverso vennero fissate con apposita legge, la Aeterna Tarpeia, le equivalenze di una pecora a dieci libbre di bronzo e di un bue a cento libbre di bronzo (e quindi di un bue a dieci pecore).

L’introduzione di un rapporto più favorevole tra bue e bronzo, sancito da una diversa legge, la lex Iulia Papiria, promulgata nel 434 a.C., dopo che il precedente sistema di pagamento delle multe aveva provocato il trasferimento di notevoli quantità di bestiame dal privato al pubblico (Cic. Resp., II, 60), sta a significare il progressivo superamento dei pagamenti in natura, un superamento codificato con la Legislazione dei Decemviri, nel 451 a.C., per gli indennizzi relativamente a casi di lesioni personali nei confronti di liberi e schiavi, indennizzi tutti fissati in bronzo (Gaio, Inst., 3,223).

L’articolo 3 della tavola VIII recita così: “Chiunque con la mano o con un bastone rompa un osso ad un’altra persona, sarà condannato a pagare una multa di 300 assi; se la persona colpita è uno schiavo, la multa sarà di 150 assi”, mentre il successivo articolo stabilisce che la multa per l’iniuria è di 25 assi.

Semisse della serie fusa di bronzo cd. della ruota latina con tipi del toro
Semisse della serie fusa di bronzo cd. della ruota latina con tipi del toro

Il termine “asse” non è certamente da riferire al nominale che conosciamo nella monetazione successiva, ma alla quantità di metallo equivalente ad una libbra.
Alle spese per i funerali di M. Agrippa, la plebe contribuì versando un sestante di bronzo da intendere di nuovo come la quantità corrispondente ad un sesto di libbra.

Nel 476 a.C. il console T. Menenio Lanato fu condannato a pagare, e la cosa rappresentò la sua rovina, una multa di duemila libbre di bronzo (Dion. Alic., IX, 27, 3).
Nel 418 a.C. è la volta di M. Postumio a dover sborsare diecimila libbre di bronzo ancora per una multa (Livio, IV, 41, 10).

Dunque fin dal primo secolo della Repubblica romana, i tributi, le multe e gli indennizzi sono determinati secondo l’unità di metallo pesato.
Già nel 509 a.C. il console P. Valerio Publicola aveva fatto innalzare davanti al tempio di Saturno, sede dell’erario, una bilancia con la quale pesare il metallo (Varr. LL, V, 36, 183).

La libbra e l’uso della pesatura del bronzo ricevono conferma anche da vari elementi linguistici tra cui la formula giuridica “per aes et libram“, per mezzo del bronzo e della bilancia, formula usata nei contratti di compra-vendita tra cittadini romani.
Servio Tullio, il sesto re di Roma, è indicato dalla tradizione letteraria come primus signavit aes mentre nello stesso passo di Plinio (N H, XXXIII, 13, 43) è confermato come in precedenza a Roma si usasse il bronzo informe: antea rudi usos Romae Timaeus tradit.

Litra (o mezza litra) coniata in bronzo con tipi della testa elmata di Minerva
Litra (o mezza litra) coniata in bronzo con tipi della testa elmata di Minerva

La conferma dell’assegnazione all’età di Servio Tullio dei lingotti di bronzo, meglio di rame ferroso, con l’impronta del ramo secco è stata confermata dal ritrovamento di un frammento di lingotto recante questa impronta in un deposito del santuario di Demetra Thesmophoros, a Bitalemi in Sicilia, in un contesto archeologico sicuramente databile al 570-540 a.C.

Non sembra invece confermabile l’attribuzione di questo tipo di lingotto alla Zecca di Roma a causa dei risultati dell’analisi della distribuzione e circolazione dei lingotti stessi che appaiono ampiamente diffusi in tutta Italia, dal Friuli alla Sicilia in contesti databili tra il VI e il IV a.C. Sembra più corretto ipotizzare che la sede per la fabbricazione di questi lingotti sia da ricercare in Etruria mentre la loro diffusione soprattutto in Emilia-Romagna dimostrerebbe l’incidenza che ebbe il commercio celtico a partire dalla metà del VI secolo a.C.

Altre tipologie presenti su questi lingotti sono note dai ritrovamenti ma la maggior parte devono essere riferite a momenti cronologici coevi rispetto alla moneta vera e propria. Uno di questi lingotti presenta il tipo dell’elefante, animale che sappiamo sconosciuto ai Romani fino alla venuta in Italia di Pirro (275 a.C.).

Didramma coniato in argento con tipi della testa elmata di Marte e la protome equina
Didramma coniato in argento con tipi della testa elmata di Marte e la protome equina

Alla fine del V secolo a.C. per le mutate esigenze militari, venne istituito lo stipendium cioé il soldo per chi era trattenuto in armi, e il tributum, una sorta di imposta diretta valutata secondo il census, il patrimonio, pur con la concorrenza di altri fattori.
Alla fine del IV secolo è datato il passaggio dalla unità pesata a quella monetata, con l’emissione di alcune serie fuse in bronzo (aes grave) e coniate di argento e di bronzo, di peso definito.

La serie fusa avrà l’unità, o asse, di peso corrispondente alla libbra ed una suddivisione interna di tipo duodecimale: l’asse corrisponde ad una libbra o a dodici once; il semisse a mezzo asse o sei once; il triente a un quarto di asse o tre once; il quadrante ad un terzo di asse o quattro once; il sestante a un sesto di asse o sei once; l’oncia ad un dodicesimo di asse.

La serie più nota, ed inizialmente creduta la più antica, è quella con la prora di nave e le teste di divinità del mondo italico-romano, ma recentemente gli studiosi hanno indicato in una serie caratterizzata da una ruota la prima serie emessa nel 312 a.C. in connessione con la costruzione della via Appia.
La monetazione coniata di argento e di bronzo viene prodotta sul modello greco utilizzando sistemi ponderali e tipologie di ambiente greco ma con leggenda “ROMANO” (per ROMANOM = dei Romani) cambiata successivamente in ROMA.

Per aes et libram

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