Peccatori numismatici denunciati in Paradiso!

Filippo IV: Gros tournois d'argento di Mude (piccola città delle Fiandre)
Filippo IV: Gros tournois d’argento di Mude (piccola città delle Fiandre)

Nel XIX canto della terza cantica della “Divina Commedia”, l’Alighieri si scaglia contro Filippo IV il Bello, re di Francia e Urosio il Minutino, re di Rascia, rei di peccati ‘monetari’…
Nell’ultima parte del XIX canto del Paradiso Dante Alighieri si scaglia contro i cattivi governanti degli stati europei e tra le colpe che attribuisce loro vi sono alcuni peccati per così dire di carattere numismatico.

vv. 118-120:
“Lì si vedrà il duol che sovra Senna induce, falseggiando la moneta quel che morrà di colpo di cotenna”.

vv. 140-141
“…….e quel di Rascia che male ha visto il conio di Vinegia”.

Nel primo caso Dante si riferisce a Filippo IV il Bello che regnò in Francia dal 1285 sino al 1314 quando morì in un incidente di caccia, trascinato in una rovinosa caduta dal cavallo contro il quale si era lanciato un cinghiale. A causa delle ingenti spese di guerra contro gli inglesi e la successiva rivolta delle Fiandre, si trovò a dover reperire ingenti somme di denaro.

Da un lato ricorse ad un irrigidimento fiscale a carico del clero francese ed alla soppressione dell’ordine dei Templari per incamerarne le enormi ricchezze; dall’altro svalutò ripetutamente e pesantemente la moneta riducendone il contenuto di metallo nobile. Il primo tipo di intervento lo portò allo scontro con il pontefice Bonifacio VIII che si concluse con il noto episodio dello schiaffo di Anagni, il secondo con il suo stesso popolo.

Filippo IV: Gros tournois à l'O long (1290-1303)
Filippo IV: Gros tournois à l’O long (1290-1303)

Tale fu il danno provocato dalle manovre monetarie che la tradizione popolare gli affibbiò il soprannome di “re falsificatore” (Arthur Engel e Raymond Serrure, Traité de numismatique du moyen age, 1891-1905, ristampa anastatica di Forni editore del 1972).
Dopo cinque anni di regno ordinò la prima alterazione della moneta. Ma fu nel 1295 che, consigliato da un suo zecchiere, mise in atto una vera e propria speculazione a danno dei sudditi.

Iniziò coll’acquistare grandi quantità di metalli preziosi, poi vietò a chiunque non avesse una rendita di almeno 600 lire di possedere vasellame d’oro e d’argento. Pena gravi sanzioni se ne doveva consegnare entro otto giorni un terzo ed il rimanente doveva restare a disposizione. Col metallo requisito fu iniziata l’emissione di una moneta sempre più scadente che provocò un continuo rialzo dei prezzi. Ad arrivare al 1302 il contenuto fu ridotto per sette volte.

Nel 1303 sembrò che il re volesse ritornare ad una buona moneta. Fu solo un attimo, perché il peggioramento riprese immediatamente per altri tre anni. Infine, poiché da ogni parte si alzavano lamentele, Filippo si decise a porre ordine nella circolazione del suo stato. Furono battuti dei “reali d’oro” e dei grossi d’argento del valore di quelli emessi sotto il suo predecessore, San Luigi.

Si trovarono così in circolazione due tipi di monete, una buona ed una cattiva e fu ordinato che il nuovo soldo valesse tre dei vecchi. Il disordine era durato undici anni e la sua brusca soppressione creò il caos. La riduzione della qualità del circolante aveva determinato un continuo aumento dei prezzi e appena fu emessa la nuova moneta i proprietari pretesero che gli affitti ed i debiti contratti con la vecchia fossero pagati con la nuova. In pratica i prezzi triplicarono. Si scatenò immediatamente una sommossa popolare, fu saccheggiata la casa di uno zecchiere ed il re stesso fu assediato. La rivolta fu soffocata ma si regolamentò per legge il pagamento dei vecchi contratti.

Nel 1311 Filippo il Bello riprese le sue pratiche nefaste e nel 1313 l’irritazione contro lui ed i suoi consiglieri salì a livelli pericolosi per cui tornò ad emettere buona moneta, ma si ripeté anche la storia di cinque anni prima. Fortunatamente nel 1314 il re morì ed il suo successore portò ordine nella politica monetaria.

I "Matapan" contraffatti dal re di Rascia. Si conoscono moltissime varietà di conio e leggende
I “Matapan” contraffatti dal re di Rascia. Si conoscono moltissime varietà di conio e leggende

L’altro scandalo a cui Dante accenna con i versi 140 e 141 interessò più da vicino l’economia italiana.

“quel di Rascia” è Urosio il Minutino, re della Rascia dal 1276 al 1321. Tale stato venne creato da un condottiero serbo all’inizio del XIII secolo e comprendeva la Croazia oltre ad una parte della Serbia e della Dalmazia. In seguito il pontefice Onorio III aveva elevato la casata al rango reale ed il primo a fregiarsi del titolo di re fu Stefano I che aveva ottenuto la benevolenza papale lasciando la chiesa ortodossa per la cattolica. Un importante riconoscimento all’importanza politica di quel regno venne anche da Venezia il cui doge Enrico Dandolo diede in moglie al re di Rascia la propria nipote.

Bologna, costume di cambiatore e stemma dell'Arte del cambio
Bologna, costume di cambiatore e stemma dell’Arte del cambio

Le prime emissioni monetarie di quello stato furono monete scodellate di rame imitanti i trachea bizantini. Inizialmente giunse a tal punto che su di essi era impresso il nome di imperatori bizantini del secolo precedente e solo in un secondo tempo fu sostituito da quello dei re serbi (Philiph Grierson, Monnaies du moyen age, Office du livre, Fribourg 1976).

Le monete d’argento imitarono invece i grossi veneziani (chiamati anche ducati d’argento o grossi matapani) con la differenza che San Marco era sostituito da Santo Stefano ed il doge dal re serbo. Originiaramente il peso e la lega corrisposero a quelli del ducato veneziano, ma ben presto la cupidigia spinse i governanti della Rascia a ridurre sempre più il contenuto di fino delle loro monete. Così esse passarono da imitazioni a vere e proprie contraffazioni truffaldine in quanto erano spacciate allo stesso valore dei grossi veneti.

Nel 1282 erano diffuse a Venezia e le autorità cittadine le fecero saggiare per controllarne il contenuto di fino. Probabilmente esso non risultò soddisfacente, o semplicemente non si volle che una moneta estera facesse concorrenza alla propria, per cui fu ordinato a tutti i banchieri e bottegai di Rialto di far distruggere gli esemplari che giungessero in loro possesso (Nicolò Papadopoli, Le monete di Venezia descritte ed illustrate, Venezia 1893).

Moneta scodellata di rame imitante i trachea bizantini battuta dal re della Rascia Radoslav (1228-1233)
Moneta scodellata di rame imitante i trachea bizantini battuta dal re della Rascia Radoslav (1228-1233)

Tale disposizione doveva essere applicata in tutte le città dei domini veneziani eccetto che a Ragusa e in Dalmazia. Evidentemente i mercati dalmati avevano dei legami commerciali troppo stretti con il regno di Rascia per rifiutare la sua moneta. Nel 1291 fu rinnovato l’ordine di distruzione, segno evidente che tale moneta continuava a giungere a Venezia.

Dopo tre anni il problema non era ancora risolto e si decise di tentarne non più la distruzione che doveva risultare di danno economico per i sudditi della Serenissima, ma di farla esportare fuori dello stato. Perciò fu ordinato che circolassero ancora per 15 giorni alla valutazione di 28 piccioli e scaduto quel termine di doverla consegnare in zecca.

Poiché il grosso matapane valeva 32 piccioli, la perdita per chi deteneva tale moneta era superiore al 12% e ciò avrebbe stimolato la sua esportazione in altri stati in cui erano ancora accettate alla precedente valutazione. Probabilmente il risultato fu raggiunto perché i denari di Rascia si diffusero in altri del Veneto, nel Friuli, in Lombardia, in Romagna, nelle Marche ed in Toscana. È noto che nel 1300 Alberto della Scala fu costretto a tentare una manovra simile a Verona.

Bologna si trovò invasa da quelle monete nel 1305 ed il governo cittadino dovette intervenire per riportare ordine (Gian Battista Salvioni, Il valore della lira bolognese dalle sue origini alla metà del XVII secolo, serie di saggi pubblicati tra il 1902 ed il 1925 in “Atti e memorie della reale deputazione di storia patria per le Romagne”; in seguito ne è stata effettuata una ristampa dalla casa editrice Bottega d’Erasmo, Torino 1961).

Mi sembra interessante esaminare gli eventi accaduti nella città emiliana come emergono dagli atti ufficiali del governo che analizzò il problema nel tentativo di trovarvi una soluzione.

Per la nota legge economica di Gresham, secondo cui la moneta cattiva scaccia quella buona, l’invasione dei denari di Rascia aveva provocato la sparizione dei vecchi bolognini che venivano esportati in cambio delle nuove monete. I primi a porre il problema alle autorità furono i rappresentanti dell’Arte dei Mercanti appoggiate da quelle di diversi artigiani. Infatti quando acquistavano merci il loro denaro non era accettato nelle città dove il “problema dei denari di Rascia” era già passato.

Grosso d'argento o Matapan battuto dal XLIII Doge Iacopo Tiepolo (1229-1249)
Grosso d’argento o Matapan battuto dal XLIII Doge Iacopo Tiepolo (1229-1249)

È curioso notare che tra coloro che avevano sollevato il problema era assente l’Arte dei Cambiatori (con questo nome si indicavano i banchieri) che avrebbero dovuto essere i primi a rendersi conto di ciò che stava accadendo al mercato monetario. Ho il sospetto che non avessero la coscienza pulita, infatti proprio tra loro si trovarono i principali responsabili della speculazione.

Le Arti proposero al Consiglio del Popolo di Bologna, che era il parlamento del Comune e quindi la massima autorità sovrana, di permettere la circolazione dei denari di Rascia per altri due mesi ad un prezzo ridotto di 19 denari bolognesi e poi di bandirli tutti dal territorio bolognese. Il Consiglio si riunì l’8 giugno 1305 per prendere una decisione. Fu approvata con 250 voti favorevoli e 50 contrari una risoluzione ancor più radicale di quella avanzata dalle Arti. I vecchi e buoni denari di Rascia avrebbero mantenuto il loro solito valore di 20 denari bolognesi, ma quelli più recenti di peso e lega calanti, oppure falsi, erano vietati da subito.

Il bolognino grosso emesso per la prima volta nel 1234
Il bolognino grosso emesso per la prima volta nel 1234

Tutti i cambiatori, mercanti ed orefici che avessero trovato uno di questi ultimi avrebbero dovuto distruggerlo (e quindi ridurlo al puro valore metallico) pena una multa di 10 bolognini grossi ogni moneta. La decisione del Consiglio era decisamente più onesta della proposta delle Arti. Ma in questo modo il costo della manovra ricadeva interamente sul popolo bolognese, anziché essere esportato in altre città. Infatti se agli speculatori fosse stato lasciato un tempo sufficiente avrebbero fatto incetta della cattiva moneta pagandola meno del suo valore ufficiale ma sempre di più di quello a cui sarebbe scesa allo scadere del termine fissato.

Il danno per il popolo bolognese sarebbe stato relativamente piccolo, gli speculatori avrebbero ulteriormente guadagnato e il problema scaricato altrove, Questa soluzione, che era stata furbescamente adottata da altre città come Venezia, era ovviamente un atto disonesto da parte del governo, ma non sempre in politica l’onestà sembra pagare.

In effetti la situazione divenne molto tesa e pochi sembravano disposti a perdere una parte consistente delle loro ricchezze in conseguenza del guadagno di alcuni speculatori.
Il 9 luglio 1305 il Consiglio fu costretto a riesaminare il problema e fu deciso caparbiamente di mantenere la risoluzione presa un mese prima. Tuttavia si prese atto che vi sarebbe stata una brusca riduzione del circolante con gravi problemi per i commerci e fu stabilito di far coniare rapidamente una gran quantità di moneta bolognese.

Masse d'oro di Filippo IV il Bello (1285-1314). La moneta, introdotta nel 1296, prende il nome del grande scettro tenuto in mano dal re seduto in trono
Masse d’oro di Filippo IV il Bello (1285-1314). La moneta, introdotta nel 1296, prende il nome del grande scettro tenuto in mano dal re seduto in trono

Nello stesso tempo si cercò di calmare il popolo furente con la punizione esemplare dei colpevoli. Si diede arbitrio al podestà di indagare con ogni mezzo e con i poteri più ampi per individuarli e punirli. In questo senso si andò forse un po’ oltre i limiti della legalità concedendo di procedere non solo per probationes (cioé per prove, come in ogni giusto processo), ma anche per famam, per indicia et presuntiones, in pratica erano sufficienti indizi, presunzioni o addirittura voci correnti per trascinare qualcuno sul banco degli accusati. Diverse persone vi finirono e le procedure furono veramente rapide: dopo due settimane erano già state raccolte le ultime testimonianze ed il processo si avviava alla conclusione (che differenza dai nostri tempi!).

Ma a questo punto il consiglio del popolo fece inaspettatamente marcia indietro. A quanto pare si temevano tumulti per le insolite e gravi procedure che infamavano boni et honorati uomini per cui si propose di attuare una specie di sanatoria per la pace del popolo (desistat ab omni processu… ut amorem et unio semper crescat in populo).
Qualcosa in questa storia ricorda la “tangentopoli” di pochi decenni fa. La risoluzione riuscì a passare, ma non tutti furono soddisfatti ed i partecipanti al Consiglio del 23 luglio 1305, radunato per quella occasione, non furono mai tanto numerosi, così come i voti contrari.

I due esempi di cattiva o meglio disonesta politica monetaria che abbiamo esaminato, e che furono contemporanei a Dante (1265-1321), non poterono sfuggire a quello straordinario affresco dell’umanità e del suo tempo che è la Divina Commedia.

Peccatori numismatici denunciati in Paradiso

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