Occhio al grossetto scempio

È una moneta anepigrafe: risale a Clemente XI (1700-1721), ma fu ribattuta, cinquant’anni dopo, sotto Benedetto XIV.

Chi prende in mano e vede per la prima volta un grossetto scempio pensa subito ad un difetto di conio o all’apposizione di una contromarca nella parte centrale della moneta. La monetina, una specie di muraiola, è anepigrafe: al posto delle leggende sia al dritto che al rovescio c’è solo una ghirlanda. Al dritto reca lo stemma papale che, da quel poco che si riesce a decifrare, appare di Clemente XI (1700-1721) mentre al rovescio c’è San Giorgio a cavallo nell’atto di trafiggere il drago. Impronta che fa attribuire subito la nostra moneta alla Zecca di Ferrara. Sia lo stemma che il Santo appaiono “deturpati”, quasi qualcuno avesse voluto cancellarli, e contenuti in un cerchietto in rilievo rispetto al resto della moneta.

A prima vista viene da pensare ad una moneta più antica, anteriore a Clemente XI, e che questi abbia voluto sovrapporre le sue insegne a quelle di un suo predecessore. Ma come si spiega allora il San Giorgio “contromarcato”?
Logicamente si potrebbe anche pensare che quel termine “Scempio”, che qualifica il grossetto ferrarese, gli sia stato attribuito in un secondo tempo proprio per evidenziare la deturpazione delle impronte. Ma sarebbero sia questa sia la precedente (una moneta anteriore a Clemente XI) delle conclusioni sbagliate.
La spiegazione del mistero si trova nel volume del Bellini “Delle monete di Ferrara” del 1761:

“(…) le monete, che si stamparono in quest’anno (1709) furono piastre, e da venti mila scudi di grossetti scempi, e doppj. (…) Il grossetto scempio porta nel diritto scolpita l’Arme del Pontefice, e nel di sotto il n. 13. valore assegnato a detta moneta, avendo essa a correre per tredici quattrini de’ nostri. Nel rovescio comparisce S. Giorgio a cavallo, ed al piede 1709. Le stesse immagini osservansi pure nel grossetto doppio a riserva ch’egli è notato del num. 26., vale a dire ventisei quattrini, o sieno baiocchi quattro e denari quattro. Questi grossetti furono poscia richiamati alla Zecca nell’anno MDCCLVI., e marcati d’una ghirlanda nel contorno; e nello stesso tempo uscì proclama nel dì 30 settembre, che in avvenire il grossetto scempio così contraddistinto dovesse spendersi per due baiocchi e mezzo, ed il doppio per baiocchi cinque”.

Il grossetto scempio ribattuto: sia al dritto che al rovescio si intravedono le tracce delle legende. La foto è fortemente ingrandita
Il grossetto scempio ribattuto: sia al dritto che al rovescio si intravedono le tracce delle legende. La foto è fortemente ingrandita

Il Bellini parla di “grossetti scempi e doppj” già nel 1709, prima quindi che queste monete fossero ribattute. Cade quindi l’ipotesi del significato di “scempio” come “deturpato”, “guasto”. In realtà “scempio” in italiano non vuole dire soltanto “distruzione, deturpazione”, ma significa anche “semplice, non doppio” dall’italianizzazione del latino “simplus”.

Risolto l’enigma dal punto di vista filologico, vediamo perché queste monete furono ribattute e variate di valore.
La ragione sta nell’insostenibile confusione monetaria e carenza di moneta spicciola che da tempo affliggeva le Legazioni, soprattutto Ferrara e Ravenna. Questa situazione in parte era anche voluta; infatti le Legazioni, tendenzialmente separatiste, cercavano di proteggere le loro esportazioni, “svalutando” la moneta pontificia, coniando monete a basso valore intrinseco (la cosiddetta “moneta longa”) e facendo sparire dalla circolazione i pezzi buoni pontifici.

Con la conseguenza che si introduceva nello Stato Pontificio una grande quantità di moneta estera logora e svalutata. Per far fronte a ciò, già nell’agosto del 1717 si vietò l’ulteriore coniazione delle muraiole e delle monete da quattrini ventisei e tredici, ovvero i grossetti doppi e scempi.

Sempre per mettere ordine alle monete delle Legazioni, il 30 settembre 1756, sotto Benedetto XIV, uscì l’editto citato dal Bellini che decretava l’aumento di valore dei grossetti portando quelli scempi da quattrini 13 a 15 e quelli doppi da quattrini 26 a 30. Il segno che doveva contraddistinguere il cambiamento, ovvero l’aumento di valore, era la ribattitura di una ghirlanda che doveva cancellare i vecchi valori e legende sulle monete. L’editto, precisamente diceva:

“Per occorrere all’estrema indigenza, in cui ritrovasi questa città, e suo Ducato di moneta minuta d’argento (…) avendo Noi fatto fare l’assaggio dell’intrinseco valore di detti grossetti scempj, e doppj, battuti in questa città negli anni 1709., e 1711., & anco de’ grossetti vecchj ducali, e ritrovatolo maggiore di quello, che abbino i se le monete estere, che pur troppo si spendano in questa Legazione a ragione di quattrini quindici, e di quattrini trenta (…) non potendosi presentemente trovare altro espediente, ci siamo determinati di dare al grossetto scempio, che valeva quattrini tredici moneta corta, il valore di due altri quattrini di più, & al doppio, che valeva quattrini ventisei moneta corta, il valore di quattro quattrini di più; onde dalla pubblicazione del presente editto, tutti li grossetti di sopra accennati, che si troveranno contraddistinti con un contorno intrecciato a forma di cordone, avranno a valutarsi, come sopra (…)”.

Le nostre monetine furono quindi battute da Clemente XI (e sotto questo Pontefice vengono classificate dal Corpus, dal Serafini, dal Muntoni) ma furono poi ribattute mezzo secolo dopo sotto Benedetto XIV. Una ribattitura singolare dato che il nuovo punzone conteneva solo una ghirlanda lungo il bordo per cancellare le legende ed il valore, mentre appariva vuoto al centro: questo spiega la deturpazione dello stemma e del San Giorgio, del loro “schiacciamento” nella ribattitura dei conii e della loro anomala posizione in rilievo rispetto al resto.

Va fatto notare come né il Serafini né il Martinore né il Corpus e nemmeno l’ultima opera sulla monetazione ferrarese pontificia del ‘700 della Balbi De Caro-Londei forniscano lumi per spiegare questi strani grossetti scempi e la loro duplice e tormentata gestazione. Solo il Muntoni fa eccezione, dando una breve spiegazione nelle note. Ma per far luce sul vero significato dell’aggettivo scempio occorre risalire ancora oggi al Bellini e alla sua opera sulla moneta di Ferrara, benché ormai vecchia di oltre due secoli e mezzo. Nel “Vocabolario della moneta” dei Martinori si cercherebbe invano la spiegazione di “Scempio”.

Occhio al grossetto scempio

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