Monete di platino all’attacco

Napoleone III, il Piccolo: fece battere anche lui dei 20 franchi in platino nel 1858
Napoleone III, il Piccolo: fece battere anche lui dei 20 franchi in platino nel 1858

È dall’inizio dell’Ottocento che con questo prezioso ma non rarissimo metallo si fanno monete. Pur essendosi rivelato poco adatto a quest’utilizzazione, proprio alla fine del secolo scorso ha avuto la sua massima diffusione.

Torna il platino. Ogni tanto salta fuori qualche moneta in questo prezioso metallo, ma questa volta si tratta di un’offensiva in piena regola. Il momento è buono: l’oro è sempre ai massimi, il mercato degli investimenti è sempre in alto mare e non si vedono ancore di salvezza, il momento politico ed economico interno ed internazionale è delicato e grave. E allora via all’operazione investimento in platino. Se non altro è relativamente nuovo e poi il nome, chi sa perché, piace. Evoca chi sa quali profonde suggestioni di tesori e di ricchezze da nababbo, roba del tempo che fu, di re e pontifici-re, di glorie e allori.

Eppure il platino per battere monete non va affatto bene. Troppo alto il punto di fusione (1770 gradi!) e troppo scarsa la dilatazione; in pratica occorrono attrezzature speciali per battere monete (e medaglie). E poi il colore è troppo simile all’argento; può trarre in inganno. E sa Dio se di occasioni per peccare in numismatica non ce ne siano fin troppe. Tuttavia, ripeto, monete e medaglie vennero coniate in platino, ma perché meravigliarsi? Che cosa non è servito agli uomini per coniare moneta? Tutto o quasi. Si farebbe prima ad andare per esclusione…

Il platino è piuttosto recente. Venne infatti scoperto nel 1750 dallo spagnolo Anton Ulloa nelle sabbie aurifere della Nuova Grenada e trovò la sua prima applicazione monetaria in Spagna nel 1801, quando Carlo IV fece battere a Madrid e a Papayan un’Onza da 8 Escudos del peso di 27 grammi circa. Che moneta, gente! Queste onze in platino puro esistono anche di Carlo per Madrid con la data del 1810, mentre altre recano l’effigie del successore di Carlo, Ferdinando, e la data del 1821.

2.000 e 1.000 franchi in platino emesse a Monaco da Ranieri III
2.000 e 1.000 franchi in platino emesse a Monaco da Ranieri III

Sarebbero state battute in Messico: il condizionale è d’obbligo dato che esistono più che fondati sospetti sulla loro autenticità. Anche se sembra che siano falsificazioni di zecca. Insomma sarebbero stati gli zecchieri, quei birbanti, a prendere i conii delle monete d’oro e a battere le Onze in platino per creare appunto una “rarità”. E ci sono riusciti.

Poi fu la volta delle coniazioni russe. E a ragione, dato che in Russia esistevano ed esistono ricche miniere di platino, soprattutto in Siberia. Con il platino estratto da queste miniere Nicola I fece coniare una splendida medaglia nel 1815 per celebrare il suo ingresso trionfale a Parigi dopo la caduta di Napoleone. E poiché l’appetito viene mangiando, Nicola I passò poi alle monete in platino: dal 1829 al 1845 fece infatti battere dei pezzi da 12 rubli (grammi 41,50!), da 6 e da 3 rubli (in proporzione).

Queste monete, che pesano tre volte di più delle monete dello stesso valore in oro, sono oggi assai ricercate e raggiungono prezzi elevatissimi in asta, soprattutto, manco a dirlo, negli Stati Uniti. Ad un’asta Stacks di New York, nel 1969, comparve il trio – 12, 6 e 3 rubli – già appartenente al granduca Michele Romanoff: il pezzo da 12 rubli era stimato da solo qualcosa come 3.250 dollari!

Oggi, ieri, invece, queste monete di platino non attecchirono, non incontrarono il favore del pubblico, tanto che alla fine lo zar decise di ritirarle dalla circolazione. Cose che capitano. Pensate, se si potesse avere il senno di poi! Seguì la Francia di Napoleone III, il Piccolo (in contrapposizione a Napoleone il Grande): l’imperatore francese coniò anche lui le sue belle monete in platino da 20 franchi con la data 1858.

I 12 e il 3 rubli in platino battuti a Pietroburgo da Nicola I
I 12 e il 3 rubli in platino battuti a Pietroburgo da Nicola I

Ma il più bello deve ancora venire. Quando nel 1850-70 il platino non era ancora impiegato massicciamente nell’industria, come avviene ora, ed era quindi tutt’altro che raro, molti falsari, sfruttando l’alto valore specifico, lo utilizzarono per battere dei marenghi contraffatti. Poi, per nascondere la malefatta, indorarono le due facce e amen. Questi marenghi sono oggi di grande rarità, anche se si tratta di falsi. Persa l’originaria doratura, almeno in parte, rivelano la loro reale essenza grazie al loro colore biancastro: inoltre rispetto ai marenghi originali d’oro sono più sottili (per compensare il peso in più).

Di queste falsificazioni in platino non andarono esenti anche i marenghi di Vittorio Emanuele II; infatti ogni tanto ne salta fuori qualche esemplare. Così i prestigiosi pezzi in oro battuti da Isabella II di Spagna da 100 e 40 Reales, 10 e 4 escudos battuti a Madrid, Sevilla, Barcellona, sono stati riconiati e contraffatti in platino, trasformato poi in oro giallo grazie ad un bel bagno aurifero!

Venendo ai nostri tempi, ricordiamo le monete in platino coniate da Ranieri di Monaco in occasione del suo XXV anniversario di Regno (dicembre 1975): tra le molte monete celebrative emesse ci furono anche dei pezzi in platino da 2.000 e 1.000 franchi (997 millesimi, quindi platino quasi puro). Emessi rispettivamente in 10.000 esemplari per valore, venivano venduti allora (nel 1975) per 320.000 e 160.000 lire. Altre monete in platino sono state coniate in Russia, non quella degli zar ma dei soviet. Roba da matti!

Quanta strada ha percorso l’Unione Sovietica! Prima, agli inizi della rivoluzione, il denaro, metallico o cartaceo, venne bandito come simbolo di capitalismo e sfruttamento. Via lo sterco del diavolo. Il quale cacciato dalla porta rientrò ben presto dalla finestra.

Impossibile, comunisti o no, fare a meno della moneta. Quindi l’URSS si mise addirittura a fare concorrenza ai Paesi più capitalistici e reazionari battendo anch’essa, per fare quattrini alle spalle dei collezionisti, monete d’oro e d’argento celebrative.

150 rubli in platino per le Olimpiadi di Mosca 1980
150 rubli in platino per le Olimpiadi di Mosca 1980

E tra queste, le monete per le Olimpiadi di Mosca del 1980. Una vera alluvione in tutti i metalli: oro, argento e platino. Le emissioni partirono dal 1978 con un pezzo da 150 rubli in versione fior di conio e fondo specchio (40.000 pezzi per ogni versione), peso grammi 15,55, diametro mm 28,6. E alla faccia di Ranieri, la bontà risultò superiore ai franchi di Monaco: 999 millesimi. Tra il 1978 e il 1980 seguirono altre 4 monete in platino celebrative dei giochi olimpici di Mosca, sempre del valore di 150 rubli e con le stesse caratteristiche, cambiavano solo le impronte.

Anche l’isola di Man ha lanciato i suoi Nobel in platino. Vecchio, glorioso nome questo, che rievoca le più belle e preziose monete inglesi d’oro (i Nobel con re Edoardo armato di spada e scudo inquartato di Francia e Inghilterra su una nave, al rovescio la croce fiorita con corone e leoncini nei bracci). Senza offesa per la discendente di Edoardo, Elisabetta II, è il caso di dire (e spiegheremo poi il perché) dalle stelle alle stalle.

Dunque l’isola di Man, che da tempo invade il mercato numismatico con monete-lingotto, ossia con monete d’oro e d’argento a tamburo battente e a scopo di tesaurizzazione (tra le sue “trovate” le “nuove” sterline d’oro), ha anche escogitato per batter cassa i Nobel di Platino. Con al dritto, manco a dirlo, l’effigie della longeva sovrana inglese che, beata lei, invecchia al rallentatore, almeno sulle monete: è sempre la stessa di quando salì al trono, eppure ne sono passati di anni!

All’uscita di queste monete, a presentare in Italia i Nobel in platino fu nientedimeno che un giornalista illustre, l’allora corrispondente della RAI da Londra Sandro Paternostro in una sede altrettanto prestigiosa e autorevole, TG L’UNA, la popolare trasmissione che ogni domenica accompagnava i nostri pranzi e consolava i palati di eventuali carenze gastronomiche. Dunque Paternostro nel rifare la storia del platino consigliava (questo il succo del servizio) i risparmiatori a investire i loro risparmi e il loro denaro in queste monete. Il platino è raro, è prezioso, è scarso, il suo consumo e il suo prezzo sono in continuo aumento. E quindi cosa volete di più? Tutti ad acquistare i Nobel di Man in platino.

150 rubli in platino per le Olimpiadi di Mosca 1980
150 rubli in platino per le Olimpiadi di Mosca 1980

Ecco, questa trovata non mi era andata molto giù. Non mi sono sembrate la RAI e la TV la sede più adatta per fare pubblicità a monete di uno Stato straniero, peggio ancora a monete lingotto. Non solo non mi sembrava corretto ed “etico” fare pubblicità ad una forma di investimento o tesaurizzazione fine a sé stessa che equivale in parole povere all’esportazione di capitali all’estero, e in un momento che era così critico per la nostra economia che richiedeva semmai investimenti produttivi, ma non condividevo nemmeno il consiglio numismatico o economico: acquistate i Nobel se volete fare un affare! Ma è proprio vero?

Il platino si trova sui monti Urali, il maggior distretto platinifero del mondo; nel territorio di Perm; in Canada; in California; in Brasile. Giacimenti esistono anche in Abissinia (ma noi, quando apparve l’impero sui colli fatali di Roma, non ce ne accorgemmo come non ci accorgemmo dell’oro nero in Libia) e nel Transvaal. Il 90% della produzione proviene dal lavaggio della sabbia alluvionale. Numerose le applicazioni; in oreficeria (40%), nell’industria chimica (25%), in quella elettrica (15%); è un ottimo catalizzatore, viene anche impiegato – udite!, udite! – nell’industria automobilistica più sofisticata; in lega con l’oro si usa in odontoiatria.

Quindi è vero che il platino viene massicciamente usato con gli scopi più diversi e che il suo impiego nell’industria e nel campo scientifico è in continuo aumento; ma non è affatto vero che sia raro in natura, che anzi sia più raro dell’oro. Questa è una balla. Da una cartina che pubblichiamo a parte a proposito di quel pazzo, ma pazzo metallo biondo che è l’oro, si ricava che questa croce e delizia dell’umanità dovrebbe esaurirsi nelle sue riserve naturali disponibili nel volgere di pochi anni; mentre per il platino il tempo è quintuplicato, ne occorrerà ancora di tempo: quasi mezzo secolo, campa cavallo.

Naturalmente si parla delle risorse attualmente di nostra conoscenza e sfruttate; si prescinde per esempio dalle risorse che si trovano in fondo al mare o magari sospese nelle galassie. Stiamo alle cose concrete.

Dritto della sterlina d'oro dell'Isola di Man
Dritto della sterlina d’oro dell’Isola di Man

Ma anche ammesso che il platino sia raro, conveniva acquistare i Nobel di Man? Ogni Nobel costava all’emissione, bontà sua, 690.000 lire per 31,5 grammi. Almeno questo era il prezzo praticato a Milano. Va premesso a questo punto che si trattava non di una moneta numismatica, non di una moneta artistica, ma solo di una moneta lingotto: tanto cioé vale quanto è il suo contenuto di platino. Il valore, ovvio, s’incrementerà solo aumentando il prezzo del platino.

Ma bisogna tener conto che al costo del platino andavano aggiunte – ed erano sberle – i costi dovuti alla battitura e alla lavorazione delle monete, all’incisione dei conii, al compenso dovuto ad artisti e zecchieri, al guadagno dovuto (ma che scherziamo?) ai governanti di Man e alle loro regie casse e, infine, al guadagno che doveva ricavarci chi s’incaricava di esportare queste monete estere per venderle in Italia. Ah, dimenticavo: calcolate pure le spese di pubblicità; incidono anche quelle e come!

Si aggiunga che da quando ho l’età della ragione numismatica ho sempre sentito ripetere – mi sembra, giustamente – che prima di acquistare una moneta, sia pure a titolo d’investimento, bisogna guardare a chi la emette. È degno di fiducia, è autorevole, è serio? Certo, i giudizi su Man e la sua Zecca possono anche essere opinabili. Ma, suvvia, la fiducia è una cosa seria, almeno quella, anche se lo slogan è stato rovinato dalla pubblicità. Mettete in conto anche questa considerazione che non è affatto secondaria.

Rovescio della sterlina d'oro dell'Isola di Man
Rovescio della sterlina d’oro dell’Isola di Man

A questo punto vi domando e mi domando: ma perché allora, se proprio si vuole acquistare del platino a scaramanzia di crisi e tempi difficili, per fregare il fisco e lo Stato (ma non è bello questo, lasciatemelo dire), perché allora non acquistare i lingottini di platino? Almeno si eviteranno un sacco di spese in più a beneficio di chi, state tranquilli, è molto ma molto più ricco di noi e gioca solo sulla nostra pelle di poveri, inflazionatissimi fanalini di coda d’Europa. Si dirà: ma il commercio dei lingottini è proibito.

Già, rispondo, come le monete di Man in metallo prezioso. Per le quali però si trova poi la scappatoia: un permesso di importazione non si nega mai a nessuno nel Paese delle bustarelle per eccellenza. E lo stesso avviene per i lingottini. Che si fanno passare magari per uso scientifico o odontoiatrico o industriale e così via. L’Italia si sa è il paese dove fatta la legge si trova sempre l’inganno. Ma almeno questa volta occhio a non farci ingannare dagli altri. Anche se, purtroppo, da che è mondo e mondo sono i poveri a farsi la guerra fra loro mentre i ricchi se ne fregano e dall’alto dei loro mucchi di platino ci gettano qualche briciola di Nobel. Tanto per tenerci buoni e darci l’illusione di partecipare alla loro ricchezza.

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