Minipillole

Marcofilia patriottica per ‘restare uniti’

Anche la marcofilia, intesa come annulli speciali, è stata toccata dai venti di guerra che dopo l’11 settembre sono tornati a soffiare sul mondo. L’annullo di Lewiston, usato il 16 settembre, con una colomba che nel becco tiene un ramo d’ulivo, è stato stampigliato su dieci differenti buste ricordo, ognuna delle quali venduta a 1 dollaro, il cui ricavato è andato a favore dei familiari delle vittime delle Torri Gemelle (tra l’altro riprodotte sull’annullo di San Marino del 13 marzo 1986), del Pentagono e dell’aereo misteriosamente caduto a Pittsburg.

“A causa degli eventi dell’11 settembre” l’annullo in origine programmato per il 20 settembre a Biloxi, Mississipi, sede di una riunione navale, ed illustrato con un sottomarino SS-399, è stato rinviato al 29 ottobre.
Altri rinvii riaguardarono anche l’annullo di Camden raffigurante la nave da battaglia New Jersey: anziché in settembre come in origine previsto è stato invece utilizzato il 15 ottobre.

Il giorno 12 dello stesso mese di ottobre a Norfolk è stata fatta memoria della nave Coole, la quale esattamente un anno prima, il 12 ottobre 2000, fu attaccata da terroristi, mentre si trovava nel porto dello Yemen, per fare il pieno di carburante. Nell’attentato persero la vita 17 marinai. All’insegna di ‘Restiamo uniti’, o inviti simili, annulli patriottici sono stati usati il 18 ottobre a Braintree e all’incirca una, tra il 10 e l’11 novembre, due mesi dopo l’attentato di New York, in altrettante località della Confederazione.

 

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Tutti gli usi del Risorgimento

Tra le produzioni postali sfornate dall’Italia Repubblicana, quella che nel 1948 fu chiamata a far memoria del Risorgimento centenario è fra le più interessanti.

Rimasta in servizio piuttosto a lungo, esattamente 668 giorni, durante i quali le tariffe crebbero due volte (l’11 agosto 1948 e il 10 aprile 1949), con i suoi dodici valori (tredici con l’espresso riparatore del 18 settembre) la serie del 3 maggio 1948 è stata adoperata per tutta una serie di affrancature.

Non poche delle quali costituiscono delle miste in quanto, assieme a tagli del Risorgimento, figurano altri dentelli usciti nel frattempo.
Perfino il taglio da 100 lire, un taglio piuttosto elevato, visto che per spedire una lettera bastavano 8 lire, cammin facendo trovò un suo preciso uso tariffario all’inizio inesistente.

 

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Francobolli olimpici? No, di candidatura!

Nell’assegnazione dei Giochi, Sidney ha goduto – ammissione che arrivò dalla stessa Australia – di due voti decisivi di membri africani. Spesa per ognuno: 35.000 dollari travestiti da aiuto allo sport sottosviluppato. Guarda caso quei due voti sono quelli che hanno impedito a Pechino di essere scelta quale città dei Giochi del 2000. Nello sprint durato quattro votazioni Pechino è sempre stata in testa per finire superata da Sidney sul traguardo.

1° votazione (89 votanti): Pechino 32 voti, Sidney 30 voti, Manchester 11, Berlino 9. Eliminata Istambul con 7 voti.
2° votazione (89): Pechino 37, Sidney 30, Manchester 13. Eliminata Berlino con 9 voti.
3° votazione (88): Pechino 40, Sidney 30. Eliminata Manchester con 18 voti.
Ballottaggio (88): Sidney 45, Pechino 43. Decisive si dimostrarono le alleanze. Pechino trovò un amico in Istambul, ma non bastò contro la coalizione Sidney-Berlino-Manchester.

Forzando un po’ la mano la Turchia non esitò a emettere un apposito francobollo da 2.500 lire (2747): il dentello raffigura l’emblema di Istambul 2000. Il valore turco apre la strada ad una nuova tematica: quella dei francobolli-candidatura olimpica. Com’è il caso del pezzo senza indicazione di valore di Brasile, Rio 2004 (2308), oppure del 90 centesimi svizzero del 1998 (1567) per Sion candidata alle Olimpiadi bianche del 2006. Di più, Berna, che a sostegno di Sion Olimpica ha prodotto un numero consistente di interi, aveva pronto un 90 centesimi, al quale aveva affidato il compito di dire il proprio grazie al Comitato Olimpico.

Niente da fare, neppure per Klagenfurt 2006, che prevedeva una sorta di triangolazione olimpica: l’austriaca Klagenfurt, le italiane Cortina d’Ampezzo e Tarvisio, le slovene Kraniska Gora, Lubiana e Planica. Ed è proprio a sostegno di queste tre località che le Poste slovene hanno dedicato atrettante cartoline porto-pagato con immagini al retro e nell’impronta di valore raffiguranti il salto dal trampolino, l’hockey su ghiaccio e lo slalom. Il tutto marchiato con l’emblema dei mancati Giochi di Klagenfurt 2006, che comprendeva anche il tricolore italiano.

 

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Comuni esemplari d’Italia per cartoline e bollettini pacchi

Cartolina postale d'Italia emessa il 29 ottobre 1878
Cartolina postale d’Italia emessa il 29 ottobre 1878

Come per l’ufficio di Tunisi anche a Susa e La Goletta, furono in uso comuni esemplari d’Italia. Per La Goletta cito la cartolina con l’effigie di Vittorio Emanuele II, di formato grande, emessa il 29 ottobre 1878. È diretta a Drebkau, in Germania, il 18 dicembre 1880, con un’affrancatura supplementare di un 5 centesimi soprastampato “Estero” annullato col numerale a sbarre. Infatti si usava l’annullatore a sbarre sulle cartoline postali solo quando vi era un’affrancatura supplementare.

Sempre spedita da La Goletta, presento un’altra cartolina, anch’essa da 10 centesimi, con l’effigie di Umberto in ovale, emessa il 5 ottobre 1893. È spedita a Savona il 10 febbraio 1897, a venti giorni dalla chiusura dell’ufficio, ed è annullata col bollo tondo riquadrato, l’ultimo in uso nell’ufficio.

Cartolina postale d'Italia, con l'effigie di Umberto I in ovale, spedita da La Goletta a Savona
Cartolina postale d’Italia, con l’effigie di Umberto I in ovale, spedita da La Goletta a Savona

Passando ai bollettini pacchi, per Susa vi è questo esemplare da 75 centesimi, con un’affrancatura supplementare di cinque esemplari del 5 centesimi di Umberto con soprastampa “Estero”. Si riferisce ad un cestino di datteri spedito a Cremona.
Questo tipo di bollettino, dell’emissione 1888/89 reca il talloncino dentellato del tipo tipografico “Pacco postale-Susa Tunisia”. Sul tipo di bollettino pacchi dell’emissione successiva del 1890 ho invece riscontrato il talloncino, sempre dentellato, ma con sopra impresso a mano il lineare a stampatello “Susa Tunisia”.

 

 

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Per il Santo scalpellino un intero soltanto

Il bustone da 5 lire del 1894 col Palazzo Pubblico
Il bustone da 5 lire del 1894 col Palazzo Pubblico

Generose in fatto di dentelli, le Poste del Titano non hanno finora ancora dedicato un intero al Santo Fondatore. Così, se si vuol trovare qualche traccia di San Marino bisogna andarla a cercare nel bustone di 5 lire, uscito il 21 ottobre 1894 per l’inaugurazione del Palazzo del Governo. La stessa immagine, anche se in formato più piccolo, il che non facilita certo l’individuazione del Santo, è presente sulla cartolina uscita per la stessa circostanza il 30 settembre 1894. Nonché sulle due cartoline, entrambe da 700 lire, in distribuzione dal 17 ottobre del 1994, a ricordo in questo caso del centenario del Palazzo del Governo.

Palazzo che è presente – ma qui per risalire al Santo fondatore bisogna armarsi di tantissima fantasia – nelle impronte di valore della cartolina da 20 lire del 1962, riproposta tre anni dopo, nel 1965, con valore da 30 lire. Nel seguente 1966 la cartolina venne stampata con una nuova impaginazione, mantenendo il valore di 30 lire e di 30+30 lire (1967), seguito poi dal taglio da 40 lire (1967) e da 40+40 lire (1968).

 

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Milionari con la lotteria

Da sempre le lotterie hanno fatto sognare. Anche quando il montepremi non era così ricco come lo è oggi, e per invitare la gente a comprare i biglietti non c’era la televisione e si ricorreva di conseguenza anche al sostegno dei modesti, ma pur efficaci in termini di resa, annulli. Quasi tutti meccanici. Tra questi, in fatto di rarità, spiccano senz’altro quelli riferiti a La Lotteria di Tripoli vi farà milionari usati dal 22 maggio al 18 giugno 1941 dagli uffici di Genova corrispondenze, Milano arrivi e distribuzione, Milano Centro corrispondenza e pacchi, Napoli distribuzione, Trieste corrispondenza pacchi e Venezia ferrovia.

Alle targhette delle lotterie, riproponendo la catalogazione delle obliterazioni meccaniche d’Italia e Paesi Italiani dei fratelli Floriano e Fiorenzo Ornaghi, è dedicato un intero capitolo del catalogo Lotterie Italiane, di Liberato Cacace e Luigi Zampighi (Liberato Cacace Editore, via Petrarca 12, 10126 Torino).
Giustamente Cacace, in questa sua catalogazione, non si è voluto limitare ai biglietti delle lotterie ma ha preso in considerazione tutto ciò che è legato allo specifico argomento. Di qui, sotto la voce Varie, le targhette postali. Un capitolo questo, che avvalendosi della catalogazione dei fratelli Ornaghi, si presenta ben specializzato.

1935/44 La Lotteria di Merano vi farà milionari
1936/42 Lotteria automobilistica di Tripoli
1936/38 Merano lotteria dei milioni un biglietto L. 12
1936/41 Lotteria di Merano oggi stesso acquistate un biglietto
1937/42 La Lotteria di Tripoli vi farà milionari
1938/42 Lotteria automobilistica di Tripoli
1938/43 La lotteria E42 vi farà milionari
1940/41 La lotteria Esposizione di Roma vi farà milionari

1941 La Lotteria di Tripoli vi farà milionari
1946 La lotteria della solidarietà nazionale vi farà milionari
1946/47 La lotteria Italia vi farà milionari
1947 La lotteria Solidarietà nazionale vi farà milionari. Acquistate un biglietto
1947/48 Ritorna la lotteria di Merano diventerete milionari!
1948 Lotteria Italia acquistate un biglietto potrete diventare milionari
1951 Lotteria Italia Agnano 11 marzo
1994 Una barca di soldi lotteria Barcolana

 

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La prima è del 1900

Col nuovo secolo – era il 2 luglio del 1900 – nella terra di Guglielmo Tell arrivano i dentelli postali commemorativi. In numero di tre, valori da 5 centesimi verde, 10 centesimi rosso e 25 centesimi azzurro, le carte valori postali celebrano i venticinque anni dell’Unione postale universale. Messa in cantiere in tutta fretta, e si vede, la serie presenta un’unica illustrazione dovuta ad Eugène Grasset, di Losanna, mentre l’incisione è dovuta al bulino del parigino Frédéric Florian. L’immagine ruota attorno a una figura di donna con grande chioma, avvolta in un peplo con svolazzi, testa alata rivolta a destra, mentre alla sua sinistra figura un palo della luce con fili ed isolatori.

Il 25 centesimi emesso per il Giubileo dell'Unione postale universale
Il 25 centesimi emesso per il Giubileo dell’Unione postale universale

Oltre che per la qualità della stampa e anche dell’illustrazione, all’epoca fatte oggetto di motivate critiche, la serie è ricordata per l’infinita gamma di più o meno significative varianti. I guai cominciano infatti molto presto e precisamente al momento della perforazione, in quanto la distanza tra francobollo e francobollo risultò essere di 2,2 millimetri sul lato orizzontale e di 2,4 millimetri su quello verticale. Cosa questa che costrinse a modificare la macchina perforatrice, così da ottenere una dentellatura 11¾ x11½.

Per ovviare a questo inconveniente vennero predisposte delle nuove tavole nelle quali i francobolli vennero posizionati alla distanza di 2,6 x 2,7 millimetri, così da permettere la perforazione a blocco con passo 11¾. Risolto il problema della perforazione, venne affrontato quello degli abbondanti difetti, allestendo di conseguenza delle nuove tavole da stampa. È conosciuta per l’incisione fine e per la preziosità dell’esemplare conclusivo: quello da 25 centesimi azzurrò che registrò una produzione di appena 3.850 esemplari, nessuno dei quali oltretutto riuscì ad approdare allo sportello della posta. Venne infatti dato in regalia a vari notabili.

 

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Una medaglia per “L’Asino” indomito

Nel 1891 vedeva la luce a Roma il giornale anticlericale l’ “Asino”, diretto da Vittorio Podrecca con la collaborazione di Gabriele Galantara e Giuseppe Scalarini. Non ci pare che a tutt’oggi il centenario sia stato rievocato da alcuno, e dire che per le indomite battaglie che esso condusse per trentacinque anni avrebbe meritato un qualche ricordo.

Vittorio Podrecca (Cividale del Friuli, 1883 – Ginevra, 1959) riscosse fama internazionale con il suo teatro di marionette, ma aveva compiuto i primi passi nella letteratura per l’infanzia e nelle illustrazioni dei suoi racconti. Gabriele Galantara (Montelupone, in provincia di Macerata, 1865 – Roma, 1937) noto come caricaturista con lo pseudonimo di “Rata Langa”, fu disegnatore arguto e mordace. Le feroci vignette contro il regime fascista provocarono nel 1926 la chiusura del giornale e l’arresto del Galantara.

Giuseppe Scalarini (Mantova, 1873-1948) collaborò con i suoi disegni, oltre che a “L’Asino”, ai periodici “Merlin Cocai” e a “L’Avanti!”. Nel 1911, per celebrare i vent’anni di pubblicazione, “L’Asino” coniò per gli amici una medaglia, che riproduceva nel dritto e nel rovescio le caricature che “Rata Langa” aveva dedicato nel tempo all’invadenza in Italia del potere clericale, che con la complicità del capitale borghese tentava di mettere il morso a quell’asino, scalciante e ribelle, che era divenuto il giornale anticlericale.

Erano i tempi in cui la cosiddetta “questione romana” accendeva ancora gli animi, nonostante lo Stato italiano e i pontefici Leone XIII e Pio X tentassero di stemperare la tensione. D’altronde, le impennate de “L’Asino” erano allegramente ricambiate dall’altra sponda del Tevere con le invettive e le parodie della stampa clericale, come “Il Mulo” e “Il Bastone”.

 

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L’arte nella moneta

IL MONUMENTO. Di dimensioni imponenti, venne fatto innalzare a Parigi da Napoleone I per celebrare le glorie e le vittorie della sua grande, invincibile Armata. I lavori iniziarono nel 1806 sulla collina dell’Etoile dove non esisteva allora alcun fabbricato e durarono fino al 1836 quando l’Arco di Trionfo venne inaugurato. Largo 45 metri e alto 50, l’opera fa parte della prospettiva architettonica degli Champs-Elyséès e del Palazzo del Louvre ed è famoso in tutto il mondo. Dal 1928 una fiaccola arde perennemente al centro dell’Arco in ricordo dei soldati di tutte le guerre caduti sui campi di battaglia. È uno dei monumenti più famosi di Parigi e insieme uno dei simboli culturali/artistici della Francia.

LA MONETA. Coniata nel 1993 dalla Zecca di Parigi in franchi francesi e in ecu in oro e platino (500 franchi – 70 ecu) e in argento (100 franchi – 15 ecu) la moneta fa parte di una serie di 12 monete dedicate ai monumenti e alle opere d’arte più famose dei Paesi della CEE. Particolarmente raffinata l’incisione opaca, che si stacca su un fondo lucido “levigato a specchio”. L’autenticità e l’origine sono garantite da un certificato individuale numerato e da due punzoni, la cornucopia (firma del direttore della Zecca di Parigi) e il delfino, marchio dell’incisore generale. Al rovescio la moneta presenta il valore circondato da stelle; in alto e in basso, REPUBLIQUE FRANCAISE.

 

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La soprastampa che non c’è
Il 20 centesimi verde. Preparato per le Colonie, il dentello non ricevette la prevista soprastampa
Il 20 centesimi verde. Preparato per le Colonie, il dentello non ricevette la prevista soprastampa

Le bizzarrie dell’irrequieta Regina di maggio hanno una testimonianza anche postale: il Maria José verde. Un francobollo che costa un occhio dalla testa. Cinquanta gli esemplari conosciuti: un foglio intero che, predisposto per le Colonie, chissà perché non ricevette la soprastampa di nessuna delle quattro.
Assai più abbordabili sono invece i tre Nozze reali soprastampati Saggio. che in filigrana presentano un tappeto di stelle.

8.1.1930. Nozze del Principe Umberto con Maria José del Belgio. Disegno di Angelo della Torre, stampa in rotocalco, fogli da 50×4, filigrana corona, dentellatura 14 a blocco, Regi decreti 23.12.1929, numero 2.200; 22.2.1930, numero 114 e 26.1.1931, numero 97, validi per l’affrancatura fino al 31.3.1931. Sovrapprezzo a favore della Croce Rossa Italiana, cui fu ceduta anche una parte della tiratura.
20c, arancio vivo; 50c + 10c bruno; L. 1,25 + 25c, celeste.

17.3.1930. Nozze del Principe Umberto con Maria José del Belgio. Sovrastampa Cirenaica, tiratura 50.000, validità fino al 31.12.1930.
20c verde chiaro; 50c + 10c arancio; L.1,25 è 25c rosa carminio.

17.3.1930. Nozze del Principe Umberto con Maria José del Belgio. Sovrastampa Eritrea, tiratura 50.000, validità fino al 31.12.1930.
20c verde chiaro; 50c + 10c arancio; L.1,25 è 25c rosa carminio.

17.3.1930. Nozze del Principe Umberto con Maria José del Belgio. Sovrastampa Somalia Italiana, tiratura 50.000, validità fino al 31.12.1930.
20c verde chiaro; 50c + 10c arancio; L.1,25 è 25c rosa carminio.

17.3.1930. Nozze del Principe Umberto con Maria José del Belgio. Sovrastampa Tripolitania, tiratura 50.000, validità fino al 31.12.1930.
20c verde chiaro; 50c + 10c arancio; L.1,25 è 25c rosa carminio.

 

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Cinquant’anni dopo il più famoso tra i tanti attentati a Hitler – quello di cui fu protagonista, il 20 luglio 1944, il conte Claus Schenk conte di Stauffenberg – La Germania scoprì la sua resistenza. Una resistenza che una piccolissima parte (l’un per cento) della popolazione cercò di opporre al regime nazista.

E per far memoria di quel 20 luglio di oltre mezzo secolo fa, un caldo mezzogiorno del quinto anno di guerra, Bonn ha mandato a battere 7.45 milioni di tondelli monetati da 10 marchi su ognuno dei quali è mostrata un’aquila incatenata sotto la quale è scolpita a chiare lettere la data 20 luglio 1944.

Si tratta di un disegno semplice, fin troppo forse al di sopra delle parti. In un certo qual modo in contrasto con quanto dichiarò il cancelliere Helmuth Kohl il quale, parlando a Berlino nell’edificio dove per anni ebbe sede lo stato maggiore dell’esercito e dove oggi sorge il monumento alla Resistenza, ha definito il golpe del 20 luglio “il punto culminante” dell’opposizione a Hitler.

Claus Schenk, conte di Stauffenberg, fece scivolare sotto la scrivania di Hitler nel quartier generale di Rastenburg, nella Prussia orientale, una borsa piena di esplosivo.
Dopo aver alzato il detonatore, zoppicando un po’ a seguito di un’impresa bellica che lo aveva devastato, privandolo di un braccio e di un occhio, il conte Stauffenberg si allontanò per raggiungere Berlino dove già si era riunito il governo della Germania post-hitleriana.

L’esplosione fu terribile, con quattro morti, decine di feriti e il bunker semidistrutto. Protetto dal pesante piano di legno del tavolo, Hitler rimase pressoché illeso. Contro gli attentatori, e non solo loro, si scatenò una repressione spietata.

Germania: Cinquantesimo anniversario 20 luglio 1944, D. 10, 15,5 grammi, 32,5 millimetri, tiratura 7.450.000.

 

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Testi da leggere col cuore.

Vicenda davvero appassionante quella dei manoscritti ritrovati a Qumràn, Mar Morto.
Una “bomba teologica”, ha azzardato qualcuno. Certo è che dal paesaggio desolato, aspro, dove si aprono le grotte che per secoli hanno custodito il segreto di Qumràn, si sono andate accumulando molte, inquietanti domande sull’origine del cristianesimo, sui suoi rapporti con l’ebraismo, sulla stessa storicità della figura di Gesù di Nazareth.

Eppure, come spesso accade, la storia inizia in sordina, nella primavera del 1947. Con un pastore giordano alla ricerca di una capra sulle alture rocciose che sovrastano il Mar Morto. Tira sassi, forse per gioco o forse per stanare l’animale. Finisce col colpire una giara colma di rotoli. I manoscritti del Mar Morto presentati, in selezione, nel Salone Sistino della Biblioteca vaticana.

Tra i documenti esposti primeggiava il rotolo di Tehillim (Salmi), con parti di 41 salmi biblici e l’aggiunta di salmi “inediti”. Trovato nella grotta 11 accanto a Qumràn, questo è uno dei testi più lunghi fra quelli reperiti e fu ricopiato fra l’anno 0 e il 50 dopo Cristo.

Accanto ai rotoli ancora adesso avvolti in un alone di mistero, alcune monete. Un pugno di shekalim e mezzi shekalim rinvenuti nel 1955 dentro tre vasi di ceramica. Testimonianza dell’obbligo per i nuovi membri della setta di consegnare i propri beni, oppure documentazione dell’usanza di porre delle monete sotto la soglia di una nuova casa? Interrogativo senza risposta, almeno per ora.

La risposta riguarda semmai la possibilità offerta dalle monete di datare Qumràn al primo-secondo secolo prima di Cristo. Le più antiche di queste monete provengono difatti da Tiro e comprendono tra l’altro il tetadracma di Antioco VII Sidete e di Demetrio II Nicatore (136-35 e 127-26 prima di Cristo). La maggior parte delle 561 monete d’argento rinvenute è costituita da shekalim e mezzi shekalim del 126-125 prima di Cristo usati nel Tempio per la tassa del censimento ed altri tributi.

 

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La Zecca di Padova e le monete

Di Padova, l’antica Patavium, non si conoscono monete anteriori al XIII secolo, anche se l’Imperatore Enrico III fin dal 1049 aveva concesso al Vescovo Bernardo il diritto di batter moneta.

Padova: Carrarino di Jacopo II da Carrara, V signore (1345-1350)
Padova: Carrarino di Jacopo II da Carrara, V signore (1345-1350)

Le prime monete – denari piccoli scodellati – appartengono alla Repubblica (1271-1328), seguite dai grossi aquilini dei vicari imperiali di Federico d’Austria, re dei Romani, Ulrico di Valdsee e Engelmaro di Villanders (1320-1328).

Con Ubertino da Carrara nel 1338 inizia la monetazione carrarese che dura sino al 1405, quando Padova cade nelle mani di Venezia. Una signoria quella dei Carrara iniziata con Jacopo I nel 1318, contrassegnata da una spaventosa catena di delitti tra i membri della stessa famiglia per la conquista del potere.

Battono monete a Padova, oltre ad Ubertino, Jacopo II (1340-1350) Iacopino (1350-1355), Francesco I (1355-1388) e Francesco II (1390-1405). Notevoli i ducati d’oro di Francesco I con il tipico emblema dei Carrara, il carro. I Carrara danno il loro nome anche a due monete: i carrarini da 2 soldi ed i carraresi da 4 soldi.

Esistono anche monete battute da Gian Galeazzo Visconti, signore di Milano e dal 1388 al 1390 anche di Padova, con la leggenda “D MLI PADVE”: ma sarebbero state battute a Milano e non a Padova come i bagattini battuti da Venezia per il suo nuovo dominio a partire dal 1405.

 

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Ancora adesso c’è chi si domanda, senza ottenere una risposta certa, se Frederick B. Featherstonhaugh e William J. Still sono da collocare fra i visionari oppure fra i precursori.

Quello che è certo è che mentre i ricercatori di mezzo mondo si davano da fare intorno ad una nuova energia motrice, il petrolio, Featherstonhaugh e Still indirizzarono i loro interessi scientifici sull’energia elettrica. Amanti di questa energia pulita – non a caso l’abitazione di Frederick B. Featherstonhaugh fu tra le prime ad essere illuminata elettricamente – i due scienziati realizzarono la prima vettura elettrica. Era il 1893, centoventicinque anni fa. Qualche tempo prima William J. Still aveva messo a punto una batteria e un motore elettrici.

Elegante oltre misura – capote apribile, pneumatici tutti della stessa grandezza e lanterne naturalmente elettriche – l’automobile elettrica di oltre cent’anni fa presentava anche un altro vantaggio nient’affatto trascurabile. Era silenziosa, e quel che più conta, l’automobile elettrica rispettava in massimo grado l’ambiente evitando qualsiasi inquinamento da petrolio.

Un secolo dopo l’automobile elettrica di Frederick B. Featherstonhaugh e William J. Still tornò alla ribalta per merito della Zecca canadese che la propose, su modello di John Mardon, sull’aureo da 100 dollari circondato quasi ad aureola da altre autovetture. Più precisamente la Duryea, la Panhard Levassor, la Benz Victoria e la Simmonds.

Canada: $ 100, Au, 7.775 gr., 27 mm.

 

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Guerrieri d’oro

Non fu per niente tranquilla la vita di Hakon Hakonsson, sovrano di Norvegia nella prima metà del mille e duecento. Aveva appena diciotto mesi quando, nel cuore dell’inverno 1205/6 alcuni Birkebeiner, ovvero soldati con le gambe coperte da corteccia di betulla, lo prelevarono da Oslo e lo portarono in un luogo sicuro, nei pressi di Lillehammer.

Oltre che essere perpetuato nello stemma di Lillehammer, la sola città del mondo ad essersi scelta come simbolo uno sciatore, il drammatico evento ha dato lo spunto a Knud Bergslien per dipingere una delle sue migliori tele. La scena – due Birkebeiner, uno dei quali tiene tra lo scudo il principe Hakonsson – è stata trasferita su moneta d’oro. Il tondello da 1.500 corone è il secondo della serie onorante i Giochi bianchi di Lillehammer disputati nel 1994.

Per le Olimpiadi invernali di Lillehammer, Oslo ha prodotto due aurei e sei pezzature argentee con nominali, in quest’ultimo caso, da 50 e 100 corone.

 

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Per la Zecca di Udine vedi alla voce Aquileia…

Udine, l’antica Utina, Utinum, capitale del primo ducato istituito dai Longobardi, quello del Friuli, eretto in Marca ai primi del IX secolo, un secolo dopo entrò a far parte dei possedimenti dei patriarchi d’Aquileia.

La cui Zecca non ebbe nei secoli XII e XIII una sede fissa: ora ad Udine, ora ad Aquileia e talora anche a Gemona e Cividale, anche se a Udine sembra che più tardi sia stata definitivamente stabilita.

In ogni caso le monete battute dai patriarchi ad Udine e nelle altre due città non si distinguono da quelle coniate ad Aquileia, alla cui Zecca sono tutte attribuite. Udine venne poi ceduta a Venezia nel 1420.

 

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L’arte nella moneta

IL QUADRO. Il ritratto di Monna Lisa, moglie del notabile fiorentino Francesco del Giocondo – l’opera più famosa di Leonardo da Vinci, una delle più rappresentative del Rinascimento e delle più universalmente note della pittura – fu realizzata tra il 1503 e il 1506. Migliaia di visitatori di tutto il mondo ogni anno sostano in ammirazione davanti a Monna Lisa, ritratta davanti ad un verde paesaggio attraversato da corsi d’acqua, e al suo enigmatico sorriso. Fu Francesco I ad acquistare il quadro, oggi il più famoso del Louvre, alcuni anni dopo la morte di Leonardo. Ha il valore d’immagine-simbolo della pittura di tutti i tempi.

LA MONETA. Coniata nel 1993 dalla Zecca di Parigi in oro e in argento massiccio del valore facciale di 500 e 100 franchi, la moneta fa parte di una serie di 6 monete celebrative del bicentenario del Museo del Louvre (1793-1993). L’incisione opaca spicca su un fondo lucido. L’autenticità e l’origine sono garantite da un certificato individuale numerato e da due punzoni, la cornucopia (firma del direttore della Zecca di Parigi) e il delfino, marchio dell’incisore generale. Al rovescio la moneta presenta la facciata del grande museo che raccoglie migliaia di opere d’arte e in primo piano il padiglione d’esposizione costruito ai giorni nostri.

 

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L’arte nella moneta

IL QUADRO. “La libertà guida il popolo nella lotta contro l’oppressione”: questo il significato del famoso olio su tela (260 x 325), noto anche come “28 luglio 1830”, del pittore Eugène Delacroix, che volle così ricordare la giornata del 28 luglio 1930 ed i moti rivoluzionari che portarono al potere in Francia Luigi Filippo. Questi acquistò l’opera nel 1831 per 3.000 franchi, destinandola all’allora Museo Reale del Lussemburgo, nel 1831.

Ma dopo pochi mesi venne ritirata e non più esposta nel timore che la scena, giudicata da molti troppo cruda e sovversiva, potesse ispirare nuovi sentimenti di rivolta. Fu Napoleone III a riesumarla e farla collocare nel 1855 in una posizione di grande rilievo all’Esposizione Universale di Parigi. Da allora è diventata il simbolo della Francia rivoluzionaria.

LA MONETA. Coniata nel 1993 dalla Zecca di Parigi in oro e in argento massiccio del valore facciale di 500 e 100 franchi, la moneta fa parte di una serie di 6 monete celebrative del bicentenario del Museo del Louvre (1793-1993). L’incisione opaca spicca sul fondo lucido. L’autenticità e l’origine sono garantite da un certificato individuale numerato e da due punzoni, la cornucopia (firma del direttore della Zecca di Parigi) e il delfino, marchio dell’incisore generale. Al rovescio la moneta presenta la facciata del grande museo che raccoglie migliaia di opere d’arte e in primo piano il grande padiglione d’esposizione costruito ai giorni nostri.

 

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Oro e argento viennese in ricordo della Zecca austriaca attiva da otto secoli.

Con valore da 1.000 scellini il conio bimetallico – cerchio in oro e anello in argento – è stato prodotto in 50.000 esemplari con illustrazioni che costituiscono una sapiente fusione tra passato e presente. Il passato, d’oro, è concentrato nel cerchio centrale, nel cuore della moneta. Sulla quale sono raffigurati l’aquila, tra i primi emblemi di Vienna, e un cavaliere incoronato, forse Leopoldo V duca d’Austria.

Il Wiener pfenning, il penny viennese, ossia una delle primissime monete prodotte dalla Zecca austriaca aperta nel 1914 da Leopoldo V col preciso scopo di trasformare in conii monetati l’argento, all’incirca 11,7 chilogrammi, del riscatto pagato dal re d’Inghilterra Riccardo Cuor di leone fatto prigioniero sulla via del ritorno della terza Crociata. Durante la quale il sovrano inglese strappò e offese i vessilli del duca austriaco anch’egli impegnato nella liberazione del Santo Sepolcro. Ovviamente alla prima occasione Leopoldo V rese pan per focaccia.

Fece arrestare Riccardo Cuor di Leone appena questi mise piede nel ducato austriaco e in tutta velocità lo consegnò a Enrico VI, che con il re inglese aveva un’antica ruggine.

In sintonia con la celebrazione la figurazione che occupa l’intero anello argenteo è ispirata al presente e propone alcune delle principali operazioni di coniatura.
Dall’incisione alla fusione, dalla colata al rotolamento, dalla pulitura dello stampo alla coniazione vera e propria. Una successione figurativa chiara e semplice, didattica anzi e perciò utilissima per far vedere a tutti come nasce una moneta.

Tenuto a battesimo al ministero delle Finanze, nell’antico palazzo cittadino del Principe Eugenio di Savoia, dal 1753 al 1839 trasformato in sede della Zecca viennese, il conio aureo-argenteo da 1.000 scellini è completato dalle scritte: 1194-1994 Zecca di Vienna.

Austria, 800 anni della Zecca di Vienna, S. 1.000, Au 13 grammi, Ag 24 grammi per un totale di 37 grammi, diametro 40 millimetri, tiratura 5.000 esemplari proof.

 

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Metta una croce qui

C’è una croce diversa, accanto alla scritta La Posta, dal principio del 1998 azienda di diritto pubblico. Quella croce, che ha preso il posto di quella precedente con sigla PTT e che appare anche sul dentello da 90 centesimi realizzato a quattro mani da Kurt Walti e Adrian Frutiger, ha un significato ben preciso: indica che si tratta di un’azienda di proprietà della Confederazione. Oltre che sul francobollo, La Poste, Die Post, La Posta, la stessa identica scritta-insegna (in un’unica lingua, a seconda dei Cantoni) è stampigliata sui furgoni, sulle autopostali e sulle cassette d’impostazione.

Dal 1° gennaio 1998 i servizi elvetici hanno assunto una nuova struttura e denominazione
Dal 1° gennaio 1998 i servizi elvetici hanno assunto una nuova struttura e denominazione

Le poste hanno voluto tuttavia caratterizzare la loro nuova struttura lanciando, il 10 marzo 1998, una nuova Definitiva. Un inno alla Svizzera dei mille paesaggi e, al tempo stesso, una personale in formato postale del pittore Frédéric Schnyder di Zurigo. Il quale nel giro di un anno, tra il 1989 e il 1990, realizzò 106 dipinti, oli su tela delle dimensioni di 30 x 21 centimetri, parte di proprietà dell’artista e parte in possesso di musei e di privati. Da questi ne sono stati per ora prelevati sei, ai quali La Posta di Berna ha attribuito nominali da 10c, 20c, 50c, 70c, 90c e 110 c.

Come sempre accade, anche stavolta questa ventata di innovazioni non è stata accolta con eguale consenso. I più scettici si sono palesati i filatelisti organizzati, costretti oltretutto a ridimensionare il proprio mensile, il Giornale filatelico svizzero, che non manca di criticare La Posta. “I nuovi francobolli – si legge nell’editoriale di febbraio di quell’anno – non vengono più accolti così favorevolmente dal pubblico, perché di nuovo non viene proposto ancora niente. Di nuovo aumenta la tendenza a emettere maggiormente cartoline illustrate”.

 

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La prima volta nel ’62 a Verona

Strano ma vero. Per portare l’immagine di San Marino su un annullo della Repubblica c’è voluto un divieto italiano e, al tempo stesso, l’intraprendenza di alcuni veronesi. Il divieto, neppure a farlo apposta, riguardava appunto l’impiego di annulli speciali da parte di Poste Italiane, per cui, i dirigenti dell’Associazione filatelica scaligera (Renzo Bernardelli, Eraldo Pollice e Carlo alberto Cappelletti), non volendo far passare sotto silenzio marcofilo il convegno filatelico del 1962, già allora importante, bussarono con tutta la loro determinazione alle Poste della Repubblica di San Marino, trovando pronto ascolto.

Di qui l’annullo, di gran formato e di ottima fattura, realizzato da Claudio Bonacini, sul quale figurano il ritratto di San Marino con martello e scalpello, e quello, sorridente, del vescovo Zeno con pastorale e pesce: patrono del Titano il primo, di Verona il secondo. In quel 1962 la città scaligera festeggiava il sedicesimo centenario della consacrazione episcopale.
1962: Omaggio ai Santi Patroni Marino e Zeno, Convegno filatelico di Verona A.F.S. Verona.

1974: 15-16.6, Convegno filatelico numismatico. Dovettero passare altri dodici anni perché San Marino diventasse annullo postale. Usato in ricordo del primo convegno filatelico e numismatico, ospitato nel Palazzo dei Congressi, l’annullo propone un particolare del dipinto probabilmente eseguito da Bartolomeo Gennari, che qualcuno continua a dire di mano di Giovanni Barbieri, il Guercino.

1975: 7.6, Convegno filatelico numismatico. San Marino di Bartolomeo Gennari.
1975: 8.6, Assemblea Anasfen. Dimostrando ben poca fantasia, anche l’annullo per la quarta assemblea dell’Associazione nazionale stampa filatelica e numismatica riproduce il Santo preso da Bartolomeo Gennari.
1997: 21.3, Europa, San Marino ammansisce l’orso.
2000: 14.11, 17 secoli di Libertà. San Marino, olio su tavola di Scuola Toscana, in passato attribuito al Ghirlandaio.

 

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