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La soprastampa che non c’è

Il 20 centesimi verde. Preparato per le Colonie, il dentello non ricevette la prevista soprastampa
Il 20 centesimi verde. Preparato per le Colonie, il dentello non ricevette la prevista soprastampa

Le bizzarrie dell’irrequieta Regina di maggio hanno una testimonianza anche postale: il Maria José verde. Un francobollo che costa un occhio dalla testa. Cinquanta gli esemplari conosciuti: un foglio intero che, predisposto per le Colonie, chissà perché non ricevette la soprastampa di nessuna delle quattro.
Assai più abbordabili sono invece i tre Nozze reali soprastampati Saggio. che in filigrana presentano un tappeto di stelle.

8.1.1930. Nozze del Principe Umberto con Maria José del Belgio. Disegno di Angelo della Torre, stampa in rotocalco, fogli da 50×4, filigrana corona, dentellatura 14 a blocco, Regi decreti 23.12.1929, numero 2.200; 22.2.1930, numero 114 e 26.1.1931, numero 97, validi per l’affrancatura fino al 31.3.1931. Sovrapprezzo a favore della Croce Rossa Italiana, cui fu ceduta anche una parte della tiratura.
20c, arancio vivo; 50c + 10c bruno; L. 1,25 + 25c, celeste.

17.3.1930. Nozze del Principe Umberto con Maria José del Belgio. Sovrastampa Cirenaica, tiratura 50.000, validità fino al 31.12.1930.
20c verde chiaro; 50c + 10c arancio; L.1,25 è 25c rosa carminio.

17.3.1930. Nozze del Principe Umberto con Maria José del Belgio. Sovrastampa Eritrea, tiratura 50.000, validità fino al 31.12.1930.
20c verde chiaro; 50c + 10c arancio; L.1,25 è 25c rosa carminio.

17.3.1930. Nozze del Principe Umberto con Maria José del Belgio. Sovrastampa Somalia Italiana, tiratura 50.000, validità fino al 31.12.1930.
20c verde chiaro; 50c + 10c arancio; L.1,25 è 25c rosa carminio.

17.3.1930. Nozze del Principe Umberto con Maria José del Belgio. Sovrastampa Tripolitania, tiratura 50.000, validità fino al 31.12.1930.
20c verde chiaro; 50c + 10c arancio; L.1,25 è 25c rosa carminio.

 

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Cinquant’anni dopo il più famoso tra i tanti attentati a Hitler – quello di cui fu protagonista, il 20 luglio 1944, il conte Claus Schenk conte di Stauffenberg – La Germania scoprì la sua resistenza. Una resistenza che una piccolissima parte (l’un per cento) della popolazione cercò di opporre al regime nazista.

E per far memoria di quel 20 luglio di oltre mezzo secolo fa, un caldo mezzogiorno del quinto anno di guerra, Bonn ha mandato a battere 7.45 milioni di tondelli monetati da 10 marchi su ognuno dei quali è mostrata un’aquila incatenata sotto la quale è scolpita a chiare lettere la data 20 luglio 1944.

Si tratta di un disegno semplice, fin troppo forse al di sopra delle parti. In un certo qual modo in contrasto con quanto dichiarò il cancelliere Helmuth Kohl il quale, parlando a Berlino nell’edificio dove per anni ebbe sede lo stato maggiore dell’esercito e dove oggi sorge il monumento alla Resistenza, ha definito il golpe del 20 luglio “il punto culminante” dell’opposizione a Hitler.

Claus Schenk, conte di Stauffenberg, fece scivolare sotto la scrivania di Hitler nel quartier generale di Rastenburg, nella Prussia orientale, una borsa piena di esplosivo.
Dopo aver alzato il detonatore, zoppicando un po’ a seguito di un’impresa bellica che lo aveva devastato, privandolo di un braccio e di un occhio, il conte Stauffenberg si allontanò per raggiungere Berlino dove già si era riunito il governo della Germania post-hitleriana.

L’esplosione fu terribile, con quattro morti, decine di feriti e il bunker semidistrutto. Protetto dal pesante piano di legno del tavolo, Hitler rimase pressoché illeso. Contro gli attentatori, e non solo loro, si scatenò una repressione spietata.

Germania: Cinquantesimo anniversario 20 luglio 1944, D. 10, 15,5 grammi, 32,5 millimetri, tiratura 7.450.000.

 

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Testi da leggere col cuore.

Vicenda davvero appassionante quella dei manoscritti ritrovati a Qumràn, Mar Morto.
Una “bomba teologica”, ha azzardato qualcuno. Certo è che dal paesaggio desolato, aspro, dove si aprono le grotte che per secoli hanno custodito il segreto di Qumràn, si sono andate accumulando molte, inquietanti domande sull’origine del cristianesimo, sui suoi rapporti con l’ebraismo, sulla stessa storicità della figura di Gesù di Nazareth.

Eppure, come spesso accade, la storia inizia in sordina, nella primavera del 1947. Con un pastore giordano alla ricerca di una capra sulle alture rocciose che sovrastano il Mar Morto. Tira sassi, forse per gioco o forse per stanare l’animale. Finisce col colpire una giara colma di rotoli. I manoscritti del Mar Morto presentati, in selezione, nel Salone Sistino della Biblioteca vaticana.

Tra i documenti esposti primeggiava il rotolo di Tehillim (Salmi), con parti di 41 salmi biblici e l’aggiunta di salmi “inediti”. Trovato nella grotta 11 accanto a Qumràn, questo è uno dei testi più lunghi fra quelli reperiti e fu ricopiato fra l’anno 0 e il 50 dopo Cristo.

Accanto ai rotoli ancora adesso avvolti in un alone di mistero, alcune monete. Un pugno di shekalim e mezzi shekalim rinvenuti nel 1955 dentro tre vasi di ceramica. Testimonianza dell’obbligo per i nuovi membri della setta di consegnare i propri beni, oppure documentazione dell’usanza di porre delle monete sotto la soglia di una nuova casa? Interrogativo senza risposta, almeno per ora.

La risposta riguarda semmai la possibilità offerta dalle monete di datare Qumràn al primo-secondo secolo prima di Cristo. Le più antiche di queste monete provengono difatti da Tiro e comprendono tra l’altro il tetadracma di Antioco VII Sidete e di Demetrio II Nicatore (136-35 e 127-26 prima di Cristo). La maggior parte delle 561 monete d’argento rinvenute è costituita da shekalim e mezzi shekalim del 126-125 prima di Cristo usati nel Tempio per la tassa del censimento ed altri tributi.

 

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La Zecca di Padova e le monete

Di Padova, l’antica Patavium, non si conoscono monete anteriori al XIII secolo, anche se l’Imperatore Enrico III fin dal 1049 aveva concesso al Vescovo Bernardo il diritto di batter moneta.

Padova: Carrarino di Jacopo II da Carrara, V signore (1345-1350)
Padova: Carrarino di Jacopo II da Carrara, V signore (1345-1350)

Le prime monete – denari piccoli scodellati – appartengono alla Repubblica (1271-1328), seguite dai grossi aquilini dei vicari imperiali di Federico d’Austria, re dei Romani, Ulrico di Valdsee e Engelmaro di Villanders (1320-1328).

Con Ubertino da Carrara nel 1338 inizia la monetazione carrarese che dura sino al 1405, quando Padova cade nelle mani di Venezia. Una signoria quella dei Carrara iniziata con Jacopo I nel 1318, contrassegnata da una spaventosa catena di delitti tra i membri della stessa famiglia per la conquista del potere.

Battono monete a Padova, oltre ad Ubertino, Jacopo II (1340-1350) Iacopino (1350-1355), Francesco I (1355-1388) e Francesco II (1390-1405). Notevoli i ducati d’oro di Francesco I con il tipico emblema dei Carrara, il carro. I Carrara danno il loro nome anche a due monete: i carrarini da 2 soldi ed i carraresi da 4 soldi.

Esistono anche monete battute da Gian Galeazzo Visconti, signore di Milano e dal 1388 al 1390 anche di Padova, con la leggenda “D MLI PADVE”: ma sarebbero state battute a Milano e non a Padova come i bagattini battuti da Venezia per il suo nuovo dominio a partire dal 1405.

 

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Ancora adesso c’è chi si domanda, senza ottenere una risposta certa, se Frederick B. Featherstonhaugh e William J. Still sono da collocare fra i visionari oppure fra i precursori.

Quello che è certo è che mentre i ricercatori di mezzo mondo si davano da fare intorno ad una nuova energia motrice, il petrolio, Featherstonhaugh e Still indirizzarono i loro interessi scientifici sull’energia elettrica. Amanti di questa energia pulita – non a caso l’abitazione di Frederick B. Featherstonhaugh fu tra le prime ad essere illuminata elettricamente – i due scienziati realizzarono la prima vettura elettrica. Era il 1893, centoventicinque anni fa. Qualche tempo prima William J. Still aveva messo a punto una batteria e un motore elettrici.

Elegante oltre misura – capote apribile, pneumatici tutti della stessa grandezza e lanterne naturalmente elettriche – l’automobile elettrica di oltre cent’anni fa presentava anche un altro vantaggio nient’affatto trascurabile. Era silenziosa, e quel che più conta, l’automobile elettrica rispettava in massimo grado l’ambiente evitando qualsiasi inquinamento da petrolio.

Un secolo dopo l’automobile elettrica di Frederick B. Featherstonhaugh e William J. Still tornò alla ribalta per merito della Zecca canadese che la propose, su modello di John Mardon, sull’aureo da 100 dollari circondato quasi ad aureola da altre autovetture. Più precisamente la Duryea, la Panhard Levassor, la Benz Victoria e la Simmonds.

Canada: $ 100, Au, 7.775 gr., 27 mm.

 

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Guerrieri d’oro

Non fu per niente tranquilla la vita di Hakon Hakonsson, sovrano di Norvegia nella prima metà del mille e duecento. Aveva appena diciotto mesi quando, nel cuore dell’inverno 1205/6 alcuni Birkebeiner, ovvero soldati con le gambe coperte da corteccia di betulla, lo prelevarono da Oslo e lo portarono in un luogo sicuro, nei pressi di Lillehammer.

Oltre che essere perpetuato nello stemma di Lillehammer, la sola città del mondo ad essersi scelta come simbolo uno sciatore, il drammatico evento ha dato lo spunto a Knud Bergslien per dipingere una delle sue migliori tele. La scena – due Birkebeiner, uno dei quali tiene tra lo scudo il principe Hakonsson – è stata trasferita su moneta d’oro. Il tondello da 1.500 corone è il secondo della serie onorante i Giochi bianchi di Lillehammer disputati nel 1994.

Per le Olimpiadi invernali di Lillehammer, Oslo ha prodotto due aurei e sei pezzature argentee con nominali, in quest’ultimo caso, da 50 e 100 corone.

 

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Per la Zecca di Udine vedi alla voce Aquileia…

Udine, l’antica Utina, Utinum, capitale del primo ducato istituito dai Longobardi, quello del Friuli, eretto in Marca ai primi del IX secolo, un secolo dopo entrò a far parte dei possedimenti dei patriarchi d’Aquileia.

La cui Zecca non ebbe nei secoli XII e XIII una sede fissa: ora ad Udine, ora ad Aquileia e talora anche a Gemona e Cividale, anche se a Udine sembra che più tardi sia stata definitivamente stabilita.

In ogni caso le monete battute dai patriarchi ad Udine e nelle altre due città non si distinguono da quelle coniate ad Aquileia, alla cui Zecca sono tutte attribuite. Udine venne poi ceduta a Venezia nel 1420.

 

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L’arte nella moneta

IL QUADRO. Il ritratto di Monna Lisa, moglie del notabile fiorentino Francesco del Giocondo – l’opera più famosa di Leonardo da Vinci, una delle più rappresentative del Rinascimento e delle più universalmente note della pittura – fu realizzata tra il 1503 e il 1506. Migliaia di visitatori di tutto il mondo ogni anno sostano in ammirazione davanti a Monna Lisa, ritratta davanti ad un verde paesaggio attraversato da corsi d’acqua, e al suo enigmatico sorriso. Fu Francesco I ad acquistare il quadro, oggi il più famoso del Louvre, alcuni anni dopo la morte di Leonardo. Ha il valore d’immagine-simbolo della pittura di tutti i tempi.

LA MONETA. Coniata nel 1993 dalla Zecca di Parigi in oro e in argento massiccio del valore facciale di 500 e 100 franchi, la moneta fa parte di una serie di 6 monete celebrative del bicentenario del Museo del Louvre (1793-1993). L’incisione opaca spicca su un fondo lucido. L’autenticità e l’origine sono garantite da un certificato individuale numerato e da due punzoni, la cornucopia (firma del direttore della Zecca di Parigi) e il delfino, marchio dell’incisore generale. Al rovescio la moneta presenta la facciata del grande museo che raccoglie migliaia di opere d’arte e in primo piano il padiglione d’esposizione costruito ai giorni nostri.

 

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L’arte nella moneta

IL QUADRO. “La libertà guida il popolo nella lotta contro l’oppressione”: questo il significato del famoso olio su tela (260 x 325), noto anche come “28 luglio 1830”, del pittore Eugène Delacroix, che volle così ricordare la giornata del 28 luglio 1930 ed i moti rivoluzionari che portarono al potere in Francia Luigi Filippo. Questi acquistò l’opera nel 1831 per 3.000 franchi, destinandola all’allora Museo Reale del Lussemburgo, nel 1831.

Ma dopo pochi mesi venne ritirata e non più esposta nel timore che la scena, giudicata da molti troppo cruda e sovversiva, potesse ispirare nuovi sentimenti di rivolta. Fu Napoleone III a riesumarla e farla collocare nel 1855 in una posizione di grande rilievo all’Esposizione Universale di Parigi. Da allora è diventata il simbolo della Francia rivoluzionaria.

LA MONETA. Coniata nel 1993 dalla Zecca di Parigi in oro e in argento massiccio del valore facciale di 500 e 100 franchi, la moneta fa parte di una serie di 6 monete celebrative del bicentenario del Museo del Louvre (1793-1993). L’incisione opaca spicca sul fondo lucido. L’autenticità e l’origine sono garantite da un certificato individuale numerato e da due punzoni, la cornucopia (firma del direttore della Zecca di Parigi) e il delfino, marchio dell’incisore generale. Al rovescio la moneta presenta la facciata del grande museo che raccoglie migliaia di opere d’arte e in primo piano il grande padiglione d’esposizione costruito ai giorni nostri.

 

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Oro e argento viennese in ricordo della Zecca austriaca attiva da otto secoli.

Con valore da 1.000 scellini il conio bimetallico – cerchio in oro e anello in argento – è stato prodotto in 50.000 esemplari con illustrazioni che costituiscono una sapiente fusione tra passato e presente. Il passato, d’oro, è concentrato nel cerchio centrale, nel cuore della moneta. Sulla quale sono raffigurati l’aquila, tra i primi emblemi di Vienna, e un cavaliere incoronato, forse Leopoldo V duca d’Austria.

Il Wiener pfenning, il penny viennese, ossia una delle primissime monete prodotte dalla Zecca austriaca aperta nel 1914 da Leopoldo V col preciso scopo di trasformare in conii monetati l’argento, all’incirca 11,7 chilogrammi, del riscatto pagato dal re d’Inghilterra Riccardo Cuor di leone fatto prigioniero sulla via del ritorno della terza Crociata. Durante la quale il sovrano inglese strappò e offese i vessilli del duca austriaco anch’egli impegnato nella liberazione del Santo Sepolcro. Ovviamente alla prima occasione Leopoldo V rese pan per focaccia.

Fece arrestare Riccardo Cuor di Leone appena questi mise piede nel ducato austriaco e in tutta velocità lo consegnò a Enrico VI, che con il re inglese aveva un’antica ruggine.

In sintonia con la celebrazione la figurazione che occupa l’intero anello argenteo è ispirata al presente e propone alcune delle principali operazioni di coniatura.
Dall’incisione alla fusione, dalla colata al rotolamento, dalla pulitura dello stampo alla coniazione vera e propria. Una successione figurativa chiara e semplice, didattica anzi e perciò utilissima per far vedere a tutti come nasce una moneta.

Tenuto a battesimo al ministero delle Finanze, nell’antico palazzo cittadino del Principe Eugenio di Savoia, dal 1753 al 1839 trasformato in sede della Zecca viennese, il conio aureo-argenteo da 1.000 scellini è completato dalle scritte: 1194-1994 Zecca di Vienna.

Austria, 800 anni della Zecca di Vienna, S. 1.000, Au 13 grammi, Ag 24 grammi per un totale di 37 grammi, diametro 40 millimetri, tiratura 5.000 esemplari proof.

 

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