Luci e ombre della premonetazione

Dopo la battaglia di Fort Adigrat (4 maggio 1896) gli abissini risarcirono in parte gli italiani con blocchetti o pani rettangolari di sale che da tempo immemorabile in Etiopia svolgeva la funzione di moneta. Così la guarnigione del forte, da settimane costretta a mangiare tutto insipido, poté finalmente condire la minestra con… le monete di sale (chiamate dagli indigeni “Amolié”, “Ghialà”, “Abrolia”, “Himedou”, “Gamur”).

Il sale è stato un mezzo di pagamento non solo in Africa (in Liberia e in Guinea con 300 blocchetti di sale si poteva comprare uno schiavo), ma anche in altri Paesi. Marco Polo per esempio racconta nel suo “Milione” come nel Tibet, provincia di Gaindu, si usasse il sale come moneta. L’ultimo capitolo di un interessante e documentato volume: “Luci e ombre della premonetazione” di Vincenzo Fusco (Nuova Edizioni Trelingue, Taverne – Lugano, 1992), con il testo italiano affiancato dalla traduzione in tedesco, è dedicato proprio a “Le vie del sale”.

Come il sale molti altri beni e prodotti nel corso dei secoli hanno sostituito la moneta: così l’acquavite, gli animali, le arachidi, la birra, il cacao, la canfora, le conchiglie, il cotone, i datteri, i denti di cane, cinghiale ed elefante, le mandorle, il mogano, l’oppio, le pelli, le penne e le piume, le perle, i pesci, i piatti di porcellana, il riso, i sassi, la seta, gli spiedi, gli stivali, lo stoccafisso, gli strumenti di lavoro, le stuoie, il tabacco, i tamburi, le tartarughe, il tè pressato, la tela, lo zucchero, e la lista non finisce qui.

Il fatto è che, prima di inventare la moneta, gli uomini, assillati dal bisogno di trovare una comune misura di valore, ricorsero come mezzo di pagamento ai beni più diversi, animali e non, comuni o rari, vili o preziosi, naturali o prodotti dall’uomo. Molti di questi beni-moneta svolgevano anche una funzione di ornamento per cui chi li possedeva li portava addosso, diventando una specie di banca itinerante dei propri risparmi (si veda il capitolo “La moneta parure”).

Conchiglie Cauri di una specie di molluschi dell'Oceano Indiano utilizzate come monete
Conchiglie Cauri di una specie di molluschi dell’Oceano Indiano utilizzate come monete

Ancora oggi presso molte tribù primitive, rimaste ferme ad uno stadio inferiore della civiltà, si continua a ricorrere a queste forme premonetali fondate sull’economia del baratto al quale l’autore dedica il primo capitolo, ricostruendone la storia in 5 fasi.
Contrariamente alla moneta però questi suoi sostituti naturali non avevano affatto quella finalità di lucro o di profitto che sono invece caratteristiche costanti delle monete presso i popoli civilizzati.

Ai tempi di Omero si contava in buoi (un uomo ne valeva 100, una donna 4: i tempi della parità tra i due sessi erano ancora molto lontani); a Ceylon si contava in elefanti, nell’isola di Yap, nell’Oceano Pacifico, in sassi; nelle Ebridi in penne, in Messico, subito dopo la conquista spagnola, per pagare grosse somme di denaro si usavano cesti pieni di semi di cacao. Assiri, giapponesi, egiziani, africani ricorrevano alle perle di vetro, d’ambra e di corallo; in alcune parti della Cina e del Tibet e in Siberia circolavano come moneta tavolette di tè pressato. Nelle isole Palau c’era addirittura una moneta per gli uomini ed una per le donne.

Insomma, tutto è servito per sostituire la moneta, non ancora nata, come mezzo di scambio. Ogni popolo ha cercato di arrangiarsi come meglio poteva, sfruttando la propria fantasia e le risorse della propria terra.

Barrette di filo d'ottone dette "mitako" usate dagli indigeni del Bacino del Congo
Barrette di filo d’ottone dette “mitako” usate dagli indigeni del Bacino del Congo

Una delle monete naturali più famose, usata largamente e a lungo non solo in Asia e in Africa ma anche in Europa, è la conchiglia. Famosi fra tutte le conchiglie-moneta sono i Cauri diventati una vera e propria moneta internazionale, ed il Wampum. I Cauri per millenni, fino alle soglie del XIX secolo , hanno abbracciato metà della circonferenza della terra, dalla Polinesia alla Mauritania: con i Cauri si pagavano le derrate alimentari in Africa e Asia, le imposte nel Dahomey, la dogana in Ghana. Il Wampum dai diversi colori (ad ogni colore corrispondeva un diverso valore) fece furore in Canada dove continuò a circolare come moneta fino a tutto il 1825.

Era tanto apprezzato da venire imitato e contraffatto. Per non perdere tempo in lunghi conteggi, il Wampun ed i Cauri s’infiltravano, una volta forato il guscio, in cordicelle che venivano misurate e valutate in base alla loro lunghezza. Alcune di queste “collane” come il Diwarra – il denaro sacro della Melanesia – venivano arrotolate a forma di anelli, facendo pensare per la similitudine con le diffusissime monete-anello ad una forma di tesaurizzazione. Numerose anche le monete-conchiglia usate in Africa – come ricorda il Fusco – dalle “Musanga” alle “Kindo”.

Cintura costruita con gusci di conchiglie bianche e rosse (Wampun)
Cintura costruita con gusci di conchiglie bianche e rosse (Wampun)

Se queste forme premonetali non avevano alcun rapporto con il profitto e il lucro, avevano però già in sé il senso del risparmio e dell’investimento. Come testimoniano gli abitanti della Melanesia che, essendo del tutto autosufficienti, non avevano alcun bisogno di avere una moneta. E invece erano assillati dall’idea della tesaurizzazione di stuoie finemente intrecciate, che appendevano dentro le loro capanne. Dal numero delle stuoie si misurava la loro ricchezza e il loro grado sociale.

E che dire degli abitanti dell’isola di Yap in Micronesia? Qui le stuoie erano sostituite da dischi di aragonite forati in centro, che gli uomini si procuravano affrontando lunghi e pericolosi viaggi via mare (oltre 600 km). Mentre i dischi più piccoli venivano spesi, quelli grandi (da 3 metri di diametro a oltre) venivano ammucchiati davanti alle capanne: più i dischi erano grossi e pesanti, più alta era la piramide, più i proprietari erano considerati capitalisti e maggiore era il loro credito.

Le varie forme premonetali, per molto tempo trascurate e considerate forme quasi ai margini della numismatica e ora invece giustamente riconsiderate in tutta la loro importanza (come testimonia anche il congresso tenutosi a Milano nel 1992 per il centenario della Società italiana di numismatica dal tema “Moneta e non moneta”) sono oggetto di un’attenta e acuta analisi da parte dell’autore nelle 154 pagine del volume.

Pezzetti di ferro legati insieme con fibre vegetali intrecciate ed usati come moneta presso la popolazione seminomade dei Fang del Gabon
Pezzetti di ferro legati insieme con fibre vegetali intrecciate ed usati come moneta presso la popolazione seminomade dei Fang del Gabon

Ma perché “Luce e ombre”? Perché – spiega l’autore – non sempre, come avviene per il periodo neolitico, ci si trova di fronte a beni ed oggetti che furono usati effettivamente come mezzi di scambio: tipico esempio le asce di pietra. Dubbi che in realtà a mio parere (ma più di tutti vale quello di un grande esperto qual è Clark) non hanno ragione di essere. Anche questi strumenti, al pari delle monete-armi (oltre 230 versioni), delle punte di freccia o lancia in pietra e in bronzo, e delle monete-utensili servirono a far le veci della moneta e non furono solo oggetto di baratto.

L’autore si interroga su come facessero i nostri antenati, in assenza della moneta, a regolare i loro rapporti di scambio, compresa la forma più antica, quella del baratto. Una procedura – sottolinea – che si “presenta alla nostra immaginazione con contorni quanto mai sfumati”.

Ma proprio perché non si poteva andare avanti con il baratto tra una merce e l’altra (spesso invece di stringersi le mani acquirente e venditore si prendevano a bastonate) è nata e si è affermata la moneta. In quanto al baratto non dimentichiamoci che nella nostra civilissima Europa del XX secolo, durante e subito dopo l’ultimo conflitto mondiale (e ancora oggi nell’ex URSS) si è ricorsi proprio al baratto come mezzo di scambio.

Bellissime le foto a colori che riproducono materiali rari conservati in musei etnografici di tutto il mondo e originale il vocabolarietto finale con le terminologie indigene dei vari sostituti della moneta.

Luci e ombre della premonetazione

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