Lo sapevate che…

…è tutta sulle monete la storia di Roma.
Se è vero che Roma, tra i grandi Stati del Mediterraneo, fu l’ultima ad adottare la moneta, che compare solo negli ultimi decenni del IV secolo a.C., è altrettanto vero che seppe recuperare il ritardo con una monetazione eccezionale per varietà, per i metalli impiegati, per continuità: dal 335 a.C. al 476 d.C. sulle monete della Repubblica susseguitesi per 3 secoli e poi per altri 5 secoli attraverso le monete di 215 tra imperatori, loro familiari ed usurpatori si può leggere, meglio che su qualsiasi testo, la straordinaria avventura della più grande potenza che il mondo abbia mai conosciuto.

Dalla monetazione di Roma antica a quella non meno superba e preziosa dei Romani Pontefici che si snoda per 12 secoli, dal 772 ad oggi, attraverso 39 zecche e 40 Sedi Vacanti: una galleria affascinante di monete d’oro, d’argento, di mistura e di rame, di ritratti e di rappresentazioni che offrono dal vivo uno spaccato straordinario di vita religiosa e civile della Roma papale. Una monetazione che continua ancora oggi, dal 1929, con la Città del Vaticano.

Infine la monetazione del Regno dal 1870 e poi quella della Repubblica dal 1946.
Una lunga, svariata e splendida serie di monete che non trova rivali che nelle serie greche antiche e nelle romane dell’antico Impero.

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… esistono anche i denari di …Venere? Si tratta di marche o gettoni tedeschi da conteggio che recano l’immagine della dea tutta nuda con in mano una mela, simbolo della tentazione.

Questi gettoni venivano chiamati anche “Leg-Pfennige“, denari da poggiare, dato che venivano messi o poggiati sulla tavola da conteggi. Un altro tipo di queste marche per conti, in uso nella metà del secolo XVI, riproduceva un “maestro di conti” impegnato davanti ad una tavola di conteggi e sul retro tutte le lettere dell’alfabeto.

Essendo molto pratici e utili per far imparare agli scolari l’alfabeto, questi gettoni vennero chiamati “Denari di scuola”.

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…il vescovo de Paperonis si chiamava Paperonus de Paperonis ed è vissuto nel XIII secolo. Il vescovo (nella foto, l’affresco conservato nel palazzo episcopale di Spoleto) senza saperlo ha dato il proprio nome al personaggio disneyano al quale anche la Zecca di Roma ha dedicato una medaglia con su il primo, mitico cent.

Il vero Paperonis – più tardi il nome del casato venne mutato in Paparoni – aveva come emblema uno scudo azzurro con due papere bianche e discendeva da Angelo di Paperone, aderente alla Compagnia dell’Annunziata di Sarteana.

La genealogia dei Paperoni vede poi nel 1600 un Domenico di Martino Paperoni, il sacerdote Zaccaria, che nel 1664 fu investito del beneficio di San Giovanni Evangelista. Un altro ecclesiastico, don Francesco Paperoni, nel 1763 era rettore del “Benefizio di S. Giobbe” annesso alla Basilica di San Lorenzo in Sarteana.

La stirpe dei Paperoni si estinse nella seconda metà del XIX secolo, con la morte di Luigi di Martino: la sua unica figlia, Matilde, andò sposa al fiorentino Antonio Balocchi e morì nel 1833 senza aver avuto figli.

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…il primo sigillo pontificale in piombo, il primo della storia che si conosca, appartiene a Papa Adeodato I (615-618)? Il sigillo presenta l’effigie del Buon Pastore con le sue pecorelle tra l’Alfa e l’Omega, simboli di Cristo principio e fine di tutto.

Sembra che proprio a partire da questo Pontefice, 68° della serie, sia invalso l’uso di suggellare i documenti pontifici con questi “piombi” tondi a guisa di moneta o medaglia, alla latina “bulla”, per cui i documenti furono chiamati “bolle”.

Adeodato è passato alla storia anche come un “santone”, godendo della fama di guaritore: bastava che egli accostasse le sue labbra alle piaghe degli appestati per farli guarire. Eppure il povero Adeodato oggi non appare più nel Calendario universale della Chiesa….

 

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Masaniello
Masaniello

…A Napoli nel XVII secolo chi falsificava le monete era passibile della pena capitale? Le condanne venivano eseguite nella storica Piazza del Mercato dove erano stati giustiziati Corradino di Svevia e Masaniello.

Le esecuzioni erano precedute da un lugubre corteo: soldati, sbirri e Bianchi della Misericordia scortavano il condannato che doveva percorrere a piedi i quartieri più popolosi. Lo stendardo della Vicaria apriva la “processione”, scortato da un trombettiere che ogni tanto, dando uno squillo di tromba, gridava: “Questa giustizia la manda la Gran Corte Criminale.

Quest’uomo si impicca per avere scientemente fabbricato e speso monete false di questo Regno. Che sia d’esempio per tutti”.

 

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…Doblone o dublone o duplone fu il nome dato in Italia alla moneta spagnola del valore di 2 doble cioé di 4 escudos d’oro e poi a tutte le monete auree coniate in Italia di ugual valore.

Dobla, doppia, fu una moneta spagnola del valore di 2 escudos coniata sotto i re cattolici. In particolare doblenga o duplo fu chiamata la moneta coniata dai primi re d’Aragona, già conti di Barcellona, nel XII secolo. La dobla prende varie denominazioni a seconda delle impronte come dobla a la caveza, dobla de la banda, dobla de Rimira, dobla castellana. Anche in Portogallo si ebbe la dobra multipla dello scudo d’oro.

Ricordo la dobra de la banda, la dobra gentil, la dobra mourisca, la dobra per terra. Dobrao o doblone fu chiamato sempre in Portogallo e in Brasile una moneta d’oro del valore di 25.000 e 20.000 reis (Reali). Dopo il 1722 questa moneta, detta anche crociato, venne battuta al valore di 12,800 reis. Il dobrao si divideva in 5 lisbonine e portava il motto IN HOC SIGNO VINCES.

L’excellente di Isabella e Ferdinando V (1476-1516) coniati in Spagna dopo la conquista di Granada e anche a Napoli erano dei ducati. Tuttavia per estensione il nome di doblone comprende anche i multipli da 2 excellente (doppia) e da 4 excellente (quadrupla).
Nella foto, la dobla a la cabeza di Piero re di Castiglia e Leon (1350-1369), detta di Siviglia.

 

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…Papa Paolo II (1464-1471), il veneziano Pietro Barbo, fu il primo vero “collezionista” tra i romani pontefici?

Più di qualsiasi altro Papa del Rinascimento aveva sete di opere d’arte e fu anche negli acquisti il principale concorrente del suo contemporaneo Lorenzo il Magnifico. Da cardinale il Barbo fece edificare a sue spese Palazzo Venezia trasformandolo in un museo di antichità classiche e bizantine, considerato allora il più bello d’Italia.

Ben sette medaglie di Paolo II ricordano questo palazzo, nelle cui fondamenta il Papa fece porre altre medaglie con la dicitura “PETRVS BARBVS VENETVS CARDINALIS SANCTI ANNO CHRISTI MCCCCLV HAS AEDES CONDIDT”.

La sua collezione, venduta poi da Sisto IV ed acquistata dal cardinale Giuliano de’ Medici (il futuro Clemente VII) e passata quindi con le sue proprietà a Firenze, era ricchissima di oggetti bizantini in oro e avorio, specialmente di rari dittici di consoli orientali, di gemme preziose e argenti.

Negli inventari sono elencati tra l’altro 47 bronzi, 400 cammei e intagli pagani e cristiani, 25 mosaici o altari portatili, icone e dipinti religiosi. Una predilezione speciale il Papa aveva per la medaglistica. Ed infatti tra i pontefici del XVI secolo è quello che ci ha lasciato il maggior numero di medaglie autentiche (una medaglia lo ricorda quando era ancora cardinale).

Sempre Paolo II è stato il primo Papa ad essere effigiato dal vivo. Splendida la sua collezione di medaglie che vantava tra l’altro molti esemplari di Pisanello, che Paolo II aveva portato via sotto il naso di Lorenzo il Magnifico mentre l’artista giaceva sul letto di morte.

La tradizione popolare vuole che il Papa sia stato strangolato dai demoni che desideravano i suoi gioielli e anche il Platina scrive che il Papa morì di apoplessia causata dal gran peso delle pietre preziose che ornavano la sua tiara d’oro massiccio, del valore di ben 140.000 ducati.

 

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… venne coniata una medaglia per ricordare la partecipazione dell’incrociatore “Montecuccoli” alla vittoriosa battaglia di Pantelleria del 14 giugno 1942? In quell’occasione quattro piroscafi, un incrociatore e un cacciatorpediniere inglesi furono affondati dalla squadra navale dell’ammiraglio Da Zara, mentre colò a picco un solo cacciatorpediniere italiano. La medaglia dal nastro azzurro reca al dritto l’immagine per tre quarti, corazzata e paludata, del famoso condottiero e scrittore militare di cui l’incrociatore italiano portava il nome. Attorno è impresso il motto “CENTUM OCULI”, rielaborato per l’occasione con una X sovrapposta alla O di OCULI, per cui la leggenda molto poco elegantemente si legge “CENTUM X CULI”. De gustibus…

 

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…il favoloso popolo degli Inca non ebbe mai moneta? Nonostante possedessero ricchissime monete d’oro e d’argento e sapessero lavorare in modo mirabile questi metalli (nella foto un artistico pendente d’oro), per gli Inca il principio monetario era rappresentato esclusivamente dal baratto. Ma anche se non conoscevano “quella grande comodità dell’uomo che è il denato, per mezzo del quale si semplifica un simbolo dell’esistenza” (Madge Jenison), non per questo sfuggivano al pagamento delle tasse.

Queste venivano infatti pagate con prestazioni obbligatorie di lavoro (“mita”) verso lo Stato. In pratica gli evasori… erano i scansafatiche e i pigri. Ma lo scotto da pagare in questo caso era alto: dato che chi si sottraeva al lavoro frodava direttamente lo Stato, prima veniva punito con un biasimo pubblico, poi persistendo veniva lapidato, infine lo si liquidava decapitandolo.

Sembra che gli evasori si contassero sulla punta delle dita tra gli Inca. Circa l’oro questo affluiva nella capitale Cuzco ad una media annua di 7 milioni di once. Quando gli Spagnoli catturarono il Signore Inca Atahualpa e per liberarlo chiesero un riscatto in oro e argento, gli Inca riempirono una stanza, lunga 25 piedi e larga 15 “fino al livello di una linea bianca che un uomo d’alta statura non poteva raggiungere”, d’oro e d’argento per 1.326.539 pesos d’oro puro e 51.610 marchi d’argento.

 

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Francesco III d'Este
Francesco III d’Este

… esiste una monetina d’argento del Ducato di Modena del valore di lire 0,2,6 (tariffa del 1807) chiamata capellina? Il nome deriva dall’immagine del duca che portava lunghissimi capelli che cadevano giù sulle spalle, tali da far invidia al più incallito capellone di epoche recenti.

A testimoniare come il fenomeno della capigliatura alla capellona non sia affatto nato oggi ma abbia origini antiche e come i nostri figli avevano meno torto di quanto i genitori ed… i barbieri pensavano normalmente.

Sempre a Modena un’altra moneta di Francesco III (1737-1780) del valore di soldi 6 e denari 8, coniata nel 1750, alla bontà di once 1½ per libbra, si chiamò sempre per le stesse ragioni capellone. Per fare una lira di Modena occorrevano ben tre capelloni. Quando naturalmente la lira valeva ancora.

 

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… tra le molte monete tedesche battute dopo la pace di Westfalia del 1648, che creò nuovi piccoli e piccolissimi Stati, esistono dei veri “mostri” in fatto di abbreviazione delle leggende? Causa di non poche difficoltà a chi vuole interpretare le scritte, costretto a consultare antichi documenti del tempo.

Federico Lodovico di Breslavia (1683-1732) batté tutti: riuscì a riportare sulla leggenda circolare delle sue monete ben 45 iniziali di nomi e titoli che, se scritti per esteso, raggiungerebbero un’ampiezza di 327 lettere! Sulle sue monete ogni principe ostentava con pompa tipicamente barocca oltre ai suoi numerosi nomi anche tutti i suoi titoli.

E più piccoli erano conti e baroni, più i titoli in compenso erano lunghi. Il conte Enrico I di Reuss fece imprimere sulle monete le lettere HDEILRGVHVPHZGCGSVL, ossia “Heinrich der Erste, jüngere Linie Reuss, Graf und Herr von Plauen, Herr zu Greiz, Cranichfeld. Gera, Schleiz und Lobenstein” (Enrico I ramo cadetto di Reuss, conte e signore di Plauen, Signore di Greiz, Cranichfeld, Schleiz e Lobenstein). Non contento, nei suoi atti Enrico aggiunse ancora “Römish Kaiserlicher Majestät Rath, General-Wachtmeister und Obrister”

 

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… sulle vecchie monete di rame da 1 cent degli Stati Uniti battute dal 1859 al 1909 la testa d’indiano che vi è rappresentata al diritto con tanto di casco di piume non è affatto quella di un autentico pellerossa ma di una ragazza bianca, una pura anglosassone di Philadelphia e precisamente miss Sarah Longrace, figlia dell’incisore capo dei quella zecca, James B. Longrace? Miracoli del trasformismo… in numismatica! E così gli indiani ancora una volta furono contenti e gabbati… dai visi pallidi.

 

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… il vecchio famoso Diogene, il filosofo greco che viveva in una botte e andava in giro con una lanterna gridando ai quattro venti che “cercava l’uomo”, fu anche un falsario di monete?

Passato alla storia come un saggio, difensore intransigente della virtù e della semplicità più austera (rifiutava perfino la ciotola, dato che questa poteva essere sostituita dal cavo delle mani), chiamato dagli ateniesi “il Socrate impazzito” o il “cane” (da dove derivò poi il termine “cinismo”), Diogene sembra che avesse in realtà una doppia vita.

Se è vero che come banchiere e figlio di un banchiere pubblico aveva insieme al padre battuto moneta falsa e per questo era stato esiliato a Sinope. Verità, leggenda? Una cosa è certa: lo stesso Diogene si vantò pubblicamente, con un provocatorio “cinismo” che faceva a pugni con la sua filosofia, di essere stato complice del padre.

È proprio vero che l’abito non fa il monaco…

 

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… esistono i “Nudi” di Modena, di Bozzolo e di Savoia?
Furono infatti soprannominate così dal popolino altrettante monete che nelle loro impronte sfoggiavano dei nudi. Anche se non si trattava affatto di forme femminili più o meno provocanti.

Il “Nudo di Modena”, ossia una lira da 16 soldi in argento venne battuto nel 1611 da Cesare d’Este, VI Duca (1597-1628); presenta al rovescio un bel putto tutto nudo come mamma e Dio lo hanno creato, intento a piegare la cima di una palma. Dice la leggenda: “PRESSA RESIURGIT” (piegata si risolleva), chiaro auspicio affinché Casa d’Este, privata di Ferrara, la capitale del Ducato, fagocitata dalla Chiesa, potesse risorgere più potente di prima.

Il “Nudo di Bozzolo” – un sestino in mistura – venne invece battuto da Scipione Gonzaga (1613-1630): il nome questa volta deriva addirittura (colmo dell’ironia) da un santo, il Battista, ritratto al rovescio, com’è tradizione, seminudo.

Infine una Tariffa di Parma del 1623, citata dallo Zanetti, parla del “Nudo di Savoia con e senza stella”. Quale poi sia questo nudo resta un mistero. Infatti tutte le monete dei Conti e Duchi di Savoia appaiono castigatissime con Santi incappucciati o corazzati dalla punta dei capelli a quella dei piedi.

 

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… è strano ma vero!
Così dice il titolo, ed in effetti più che strana, la notizia, pubblicata su un noto settimanale a proposito di certe singolari monete romane a forma di coscia di cinghiale, appare stupefacente… per le balle che spara!

Dice la notizia “… che a Nimes, capitale della Gallia Narbonese, venivano coniate monete di bronzo che avevano la forma dei quarti posteriori di un suino, con tanto di zampa: il loro valore era esattamente quello di un prosciutto e con esse non si poteva comprare nient’altro che prosciutti”. Ci mancava solo che si fosse aggiunto “di Parma” o della “pregiata ditta Rovagnati” e il quadro delirante sarebbe stato completo.

In realtà questi strani “piedi di cinghiale”, di cui riproduciamo il disegno per la curiosità dei lettori, pur venendo catalogati sotto la monetazione coloniale di Augusto (furono battuti tra il 27 e il 29 a.C. a Nemausus nella Gallia Narbonensis) non sono nemmeno vere e proprie monete. Partendo dal fatto che quasi tutti questi pezzi, coniati su un pezzo di metallo ritagliato a forma di zampa d’animale (in un primo tempo si era pensato ad un cervo) furono ritrovati nel 1739 nella fontana sacra di Nimes, gli studiosi (L de la Saussaye, Lagoy, ecc.) ritengono queste “monete” ex voto di cacciatori, ossia offerte propiziatorie alla divinità della fontana.

Non per nulla molte monete galliche di Nimes recano la testa della linfa e il cinghiale. Un’altra tesi, ultima in ordine di tempo (S. Robieux), vede nella parte terminale dei pezzi più antichi lo zoccolo di bue e nei più recenti quello di cinghiale. In origine l’offerta avrebbe ricalcato quella della zampa di bue del rituale funebre egizio, usanza importata dai legionari provenienti dall’Egitto.

In un secondo tempo sarebbe stata sotituita dalla zampa di cinghiale che era l’emblema nazionale dei Celti. Da questo ad affermare che … “con quelle monete a forma di prosciutto, che valevano un prosciutto, si poteva comprare solo del prosciutto” ci passa un bel cavolo di differenza. Se non è fantanumismatica poco ci manca. È con queste fandonie che si erudisce il …popolo bue (tanto per restare in argomento).

 

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… con tutti i francobolli che Colombo è riuscito a collezionare, non meraviglia se qua e là i bozzettisti siano incorsi in errori più o meno grossolani. Il più macroscopico di questi errori resta quello di Saint Kitts, sul quale Colombo scruta l’orizzonte col cannocchiale.

Colombo scruta la terra col cannocchiale (Saint Kitts). Colombo, naturalmente, non poteva usare il cannocchiale, giacché l’invenzione, ad opera di Galileo Galilei, è del 1609. Oltre un secolo dopo, quindi, di quel fatidico 1492.

La Regina Isabella dà in pegno i suoi gioielli (Honduras, Stati Uniti). Nelle versioni popolari si racconta che Isabella, per ottenere da Luis de Santangel, tesoriere della casa d’Aragona e nello stesso tempo ricevitore generale delle imposte, ma anche uomo d’affari in proprio, il prestito del denaro necessario a finanziare l’impresa, offrì a garanzia i suoi gioielli.

A Santo Domingo, davanti al palazzo del Viceré costruito per Colombo anche se l’Ammiraglio non fece in tempo ad abitarvi, c’è una grande statua di Isabella con in mano lo scrigno dei gioielli e con l’altra nel gesto di prendere dallo scrigno una collana. Si tratta, naturalmente, di fatto romanzato. Per finanziare l’impresa, tra l’altro non eccessivamente costosa, bastarono Luis de Santangel e i suoi soci (compreso il genovese Ferdinando Pinello).

Colombo e M.A. Pinzon avvistano le coste dell’Honduras (Honduras). L’interpretazione fornita dall’Yvert et Tellier è storicamente errata. L’Honduras venne infatti scoperto nel 1502, nove anni dopo la morte di M.A. Pinzon, comunque, non potevano essere insieme nel momento dell’avvistamento del Nuovo Mondo, in quanto M.A. Pinzon comandava la Pinta e Colombo la Santa Maria.
Secondo Domenico Canzoneri, il padre fella filatelia tematica italiana, il francobollo raffigurerebbe M.A. Pinzon e Rodrigo de Triana, il marinaio della Pinta che alle due del mattino del 12 ottobre avvistò la terra. Il francobollo, pertanto, non si riferisce all’avvistamento dell’Honduras ma alla scoperta dell’America.

Colombo prende possesso della costa venezuelana (Venezuela). Durante il terzo viaggio Colombo entrò nel golfo di Paria, che si apre alla grande foce dell’Orinoco, sulla costa del Venezuela. I promontori e le baie che Colombo osservò da bordo della nave appartevano alla terraferma. Abituato com’era all’orgia di isole in mezzo alle quali da sei anni non faceva che vagare, pensò si trattasse di isole. Per via degli approdi difficili e per le condizioni di salute che tendevano a peggiorare, Colombo non scese a terra. Fece sbarcare gruppi di marinai, essenzialmente per rifornirsi d’acqua.

 

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… per Wally il Re perse il trono e tre monete. C’è Edoardo VIII sul mancato conio che finì col cambiare il corso della storia della Gran Bretagna. Fossero usciti questi spiccioli con valori previsti da sei pence, uno scellino e mezza corona, difficilmente Elisabetta sarebbe diventata Regina.

Edoardo VIII così come sarebbe apparso in moneta...
Edoardo VIII così come sarebbe apparso in moneta…

Successe invece che Edoardo più che alle ragioni dinastiche preferì dare retta al cuore. All’amore che lo legava a Wally Simpson. L’innamoramento tra i due, racconta la leggenda, “scoppiò” una sera d’inverno del 1930. “Il riscaldamento centrale, tanto raro in Gran Bretagna e tanto diffuso da voi negli Stati Uniti, vi mancherà sicuramente”, avrebbe detto il futuro Edoardo VIII, tanto per rompere il ghiaccio, alla bella Wally Simpson.

Subito l’invaghimento di Edoardo si dimostrò un impossibile amore in quanto la Simpson aveva il torto di aver già mandato in fumo due matrimoni. Una pluridivorziata non poteva certo diventare la moglie del Re d’Inghilterra il quale, oltretutto, è anche a capo della Chiesa anglicana.

Di qui il gran rifiuto di Edoardo VIII. “Mi è impossibile – disse il Re mancato – sopportare il grave peso delle responsabilità connesse alla mia carica senza l’aiuto e l’appoggio della donna che amo”. Abdicò e sposò l’amata Wally Simpson, la quale in realtà si chiamava Bassie Warfield.

Edoardo VIII
Edoardo VIII

Fattosi da parte Edoardo VIII, che per un breve spazio di tempo sedette sul trono pur non avendo ancora ricevuto la corona, alla guida del reame arrivò il balbuziente fratello Giorgio, sesto della serie, a sua volta padre di Elisabetta. La quale, proprio perché non predestinata al trono, se ne venne tranquillamente al mondo il 24 aprile 1924, in casa dei nonni materni, i conti di Strathmore, nel quartiere londinese di West End, in Bruton Street.

H.P., iniziali di Humphrey Paget, è la sigla incisa alla base del collo del ritratto volto a sinistra e perciò in netta contrapposizione con la consuetudine del “lato alternato”, subito ripristinata da Giorgio VI. Questa consuetudine, che risaliva al diciassettesimo secolo, prevedeva che il Re in carica guardasse verso il lato opposto a quello cui era rivolto il suo predecessore.

Unico il diritto, a variare sono i rovesci araldici, opera questi di Kruger Gray, ispirati nell’ordine a sei anelli di Sant’Edoardo intrecciati, al leone seduto sulla corona con spada e scettro nelle mani con ai lati due emblemi scozzesi, lo stemma a stendardo con monogramma E.S. coronato ripetuto due volte.

Rimasti sconosciuti per anni e anni allorché, cogliendo tutti di sorpresa, vennero proposti all’incanto, con stima di 50/60.000 sterline, i tre reperti non riuscirono a suscitare le sperate simpatie. L’offerta maggiore fu infatti di 37.500 sterline e, le mancate monete del Re che rinunciò al trono per amore, non riuscirono a cambiare di proprietà.

 

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 … esistono in numismatica le “marchette”? Sono gettoni che si usavano nelle case di piacere, detti volgarmente anche casini o bordelli, prima che la legge Merlin li facesse chiudere. Questi gettoni, come le spintriae dell’antica Roma, servivano ai clienti per usufruire di una certa prestazione a tempo fisso e poi, alla fine, per saldare il conto, scambiandoli alla cassa con moneta sonante. C’è chi, chiusi i casini, fece incetta di questi gettoni e altre curiosità del genere, rivendendoli poi a collezionisti amanti di curiosità e realizzando lauti guadagni. Fino alla fine del secolo scorso non era raro trovare questi gettoni presso i vari mercatini di molte città italiane in vendita a prezzi diversi (nella foto una targa d’epoca con le tariffe orarie).

 

 

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… nella famosa lettera ai posteri, Francesco Petrarca così confessa: “Sopra ogni altro piacquemi lo studio delle antichità”. Altri passi di lettere agli amici ci confermano che fra le res antiquariae egli prediligeva sommamente lo studio delle monete antiche. Il Petrarca si può considerare un antesignano della scienza numismatica.

‘Spesso in Roma io mi vidi venire innanzi un lavoratore di vigna con in mano un’antica gemma o una moneta d’argento o d’oro che fresco fresco mostrava il solco della mazza o dell’aratro, affinché la comperassi e vedessi il modo di riconoscere le scolpite effigie de’ prischi eroi’.

È naturale pensare che il grand’uomo non potesse resistere a quella vista e che quando gli capitavano quelle fortunate occasioni mettesse senza esitare mano alla borsa. Fu così, si pensa, che riuscì a mettere insieme la sua collezione di monete imperiali romane, trascurando a quanto pare le monete di bronzo oggi molto ambite. Questa collezione non potè finire meglio che nelle mani di un re.

Nel dicembre del 1354 infatti passando l’imperatore Carlo IV per Mantova e desiderando vivamente di incontrare il Petrarca, questi, nonostante il rigidissimo inverno, vi si recò e colse l’occasione per offrire in dono al regale personaggio alcune monete d’oro e d’argento che gli erano carissime accompagnandole col voto che questi si adoperasse ad imitare le gesta dei grandi Cesari di cui portavano l’impronta. L’imperatore compiaciuto di un simile dono lo ricambiò più tardi mandandogliene a sua volta una.

Quali monete componessero il gruzzolo non si sa e forse non si saprà mai eccetto di un aureo di Augusto di straordinaria conservazione menzionato in una delle lettere Ad Familiares.
Per quante e quali mani sia passata nel corso dei secoli quella collezione tanto preziosa e dove si trovi attualmente è solo dominio della fantasia e appartiene a quello che potremmo forse definire l’immaginario collezionistico.

 

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… durante l’assedio di Gaeta del 1860, che doveva segnare la fine del Regno borbonico delle due Sicilie, molti soldati di Francesco II furono decorati al valore non con medaglie ma con nastrini di stoffa colorati, confezionati con le sue stesse mani dalla regina Maria Sofia? L’ultimo re di casa Borbone, incalzato da garibaldini e piemontesi, si era rifugiato nella “imprendibile” fortezza di Gaeta, deciso a resistere ad oltranza a briganti (vedi Garibaldi) e agli usurpatori (i Savoia).

Per risollevare il morale dei suoi soldati Francesco II non risparmiò elargizioni, premi e promozioni. Ma per le ricompense al valore si pose subito un grosso problema: infatti a Gaeta mancavano le medaglie necessarie e nessuno era in grado di fabbricarne delle nuove. A risolvere il problema ci pensò l’estroversa Maria Sofia, passata alla storia per il suo coraggio come “l’eroina di Gaeta”: la regina ebbe l’idea di sostituire le medaglie con nastrini colorati di stoffa. Alla fine dell’assedio non c’era un soldato che non ostentasse sul petto il “nastro della regina”. Sarebbe interessante ritrovare e illustrare qualcuno di questi “nastrini al valore”.

Nella foto, la fortezza di Gaeta come appare in una splendida medaglia (55 mm. di diametro) incisa dal Catenacci a Napoli per ricordare il soggiorno di Pio IX a Gaeta. La leggenda dice infatti: “L’Armata napolitana a memoria dell’esule Pio in Gaeta sacrava al suo amato Re”. La medaglia, che al dritto riproduce le immagini accostate del Papa e di Ferdinando II, venne coniata in oro (2 soli esemplari) e in argento e fusa in rame e in bronzo dorato.

 

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… anche lo stoccafisso, alias baccalà, è stato immortalato nel grande zoo della numismatica? A fargli da padrino è stato addirittura un duca, uno dei tanti piccoli principi che nel XVII secolo pullulavano in Germania. Enrico Giulio di Brunswick-Luneburg, dotato (questo è certo) di fervida fantasia, era convinto che i suoi sudditi fossero troppo pigri, lavorassero poco e pagassero di conseguenza poche tasse.

Fece allora battere nel 1612 una monetina in cui i sudditi venivano messi alla berlina con l’obiettivo di stimolarli a rendere di più. Al dritto la moneta reca uno stoccafisso mentre sta per essere battuto a dovere con un martello e intorno si legge in latino “NON BONVS NISI CONTVSVS” (non buono se non battuto). Chissà se quel baccalà non sia da annoverare tra i motivi che più tardi portarono gli eredi del duca a far fagotto davanti alla rivoluzione popolare. Quando i baccalà sono indigesti chi si salva?

 

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… presso i Maya, la millenaria e per molti aspetti ancora enigmatica civiltà precolombiana, i semi di cacao svolgevano la funzione di moneta, erano “il vero oro del Paese”? Un coniglio valeva 10 semi di cacao, una zucca ne valeva quattro, uno schiavo cento (la stessa quantità di cacao necessaria a riempire 26 tazze di cioccolato). Le prostitute concedevano i loro corpi in cambio di un prezzo che si aggirava sugli 8-10 semi di cacao.

E come il denaro, anche i semi di cacao venivano falsificati. Molti riuscivano a sollevare abilmente la spessa pellicola che rivestiva il seme togliendone l’interno e sostituendolo con sabbia e terra: questi semi falsi venivano poi mescolati con quelli buoni così come i denari suberati dell’antica Roma venivano coniati insieme a quelli buoni.

C’era però un modo per smascherare la truffa: bastava esercitare una certa pressione su ciascun seme per vedere se era solido, allo stesso modo di come in altre parti del mondo si batteva una moneta d’argento o la si incideva sull’orlo con i denti (con grande gioia dei dentisti) per vedere se a questo metallo era stato mescolato del piombo. La falsificazione dei semi di cacao era uno dei reati più frequenti e più puniti dai tribunali Maya.

 

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… esiste una “moneta” chiamata il “Bresichello”? Il nome denuncia subito la provenienza, almeno per chi è di Romagna o ama questa terra generosa e ospitale: Brisighella, arrampicata sui primi contrafforti dell’Appennino romagnolo-toscano, nota per la sua via rialzata degli asini, unica al mondo, la cugina di Gigliolé, le sue feste medievali, il suo paesaggio e il suo verde che le hanno meritato l’appellativo di “Fiesole della Romagna”.

Chi visitava la “Torre dell’Orologio” costruita come baluardo nel 1290, dove si trova il minimuseo “La Signora del tempo” si vedeva offrire per 2.000 o 6.000 lire la “moneta” il Bresichello in argento o in oro. Dice proprio così: “La moneta di Brisighella” il cartellino che accompagnava il Bresichello. Mentre a parlare di argento e d’oro, in un lapsus subito dopo corretto, è la signorina che siede alla cassa.

In realtà si tratta di un gettone (o medaglietta) di fantasia, coniato in metallo bianco e dorato da due ceramisti di Brisighella, un souvenir ad uso e consumo dei turisti, che potrebbe essere ancor più gradito se realizzato con maggior cura (l’attuale conio lascia molto a desiderare, è proprio bruttino).

Al dritto c’è lo stemma di Brisighella, un bel caprone rampante con sotto il nome della cittadina, e al rovescio un soldato appoggiato ad una lunga asta. OMNIS TIBI SERVIET dice la leggenda. Ed è da questa figura che prende nome il gettone: Brisighelli erano infatti chiamati dai veneziani, spiega un opuscolo allegato, i soldati al seguito della famiglia Naldi di Brisighella, truppe di fanteria armate di lunghe lance.

I Brisighelli si distinsero tra l’altro per il loro coraggio nella lunga notte che oppose Venezia alle truppe della Lega di Cambrais (1510). Secondo alcuni critici d’arte proprio ai Brisighelli si sarebbe ispirato Giorgione nel celebre quadro “La Tempesta” conservato all’Accademia di Venezia.

Che volete di più? Solo un consiglio: meglio togliere dal cartellino la definizione “moneta”, è una questione di serietà. Chi sa se prima o dopo a qualche bello spirito non salti in mente di annoverare anche Brisighella tra le zecche italiane. Già qualcuno (un catalogo d’asta) ci ha messo Castelgabbiano per via del gettone da 50 centesimi del 1893. D’accordo che uno specchietto per le allodole può sempre servire, ma oggi le allodole sono diventate sempre più rare. E in ogni caso è meglio perdere un’allodola che rimetterci la faccia.

 

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Scellini dei vari re: da Enrico VIII ad Elisabetta II
Scellini dei vari re: da Enrico VIII ad Elisabetta II

… raramente misteriosi i nomi delle monete presentano sovente origini incerte. Dei modi di dire, quasi dei nomignoli che talvolta il tempo ha contribuito a far diventare nomi propri, e che nomi. Sinonimi, talvolta, di moneta. Com’è il caso della sterlina che nel 1816 rimpiazzò la sovrana e che deve con ogni probabilità il proprio nome a eastern, in quanto a coniarla per primi furono zecchieri tedeschi o olandesi, provenienti quindi dall’Est. Eastern, appunto, in inglese.

D’origine sassone risulta invece essere il nome scellino, moneta popolarissima in tutto il Regno Unito e nei suoi possedimenti al punto di diventare in più caso simbolo. Tanto per dirne una: se un giovane accettava lo scellino che gli veniva offerto da un ufficiale palesava pubblicamente la sua intenzione di arruolarsi nelle fila dell’esercito.

La lunga teoria di questa specifica moneta si apre col testoon, o scellino di Enrico VII, il padre di questa moneta sulla quale è inciso, in forme piuttosto appariscenti, il profilo del monarca. Il suo testone, per l’appunto, che nel 2004 ha festeggiato i 500 anni dato che il capostipite è millesimato 1504.

Attento alle correnti artistiche che caratterizzavano l’Europa dell’epoca, il re inglese non volle essere da meno e, sulla scia di quanto stavano facendo i signori del Continente, curò in modo particolare le proprie monete. Impreziosendo la sterlina con una non trascurabile aggiunta d’oro e varando contestualmente il “testoon”. Moneta più da ostentazione che da circolazione, dominata dal raffinato ritratto del sovrano.

Con l’ottavo re Enrico lo scellino cominciò a circolare con una certa qual frequenza diventando popolare in un battibaleno. Anche perché non essendo prodotto in metallo prezioso, come invece avveniva e ancora adesso avviene per la sterlina, nessuno era invogliato a mettere da parte, a tesaurizzare “Bob”.

Così dal principio del secolo, venne soprannominato lo scellino che con la riforma decimale cominciata nel 1968 ed entrata definitivamente in vigore il 15 febbraio 1971, ha perso la denominazione fatta propria da qualcosa come venti monarchi, ed è diventato spicciolo da 5 pence avendo per immagine, a partire dal conio di 50 anni fa, nel 1968 dunque, un cardo.

Emblema della Scozia, terra natale della Regina Madre, ridotto di dimensioni e di peso nel 1990 allorché l’ex scellino, ora 5 pence, passò da 5,65 grammi a 3,25 grammi con un diametro di 18 millimetri tondi, meno 5,59 millimetri rispetto alle precedenti edizioni.

 

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Lo sapevate che…

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