Le monete di Sciacca

La ricerca si presenta questa volta abbastanza particolare, dal momento che non ci consente di fornire le indicazioni iconografiche e le leggende delle monete oggetto della nostra “caccia” e forse può risultare più adatta ad un conoscitore di paleografia e diplomatica che a un numismatico.

Veduta di Sciacca con sullo sfondo la torre del castello di Luna
Veduta di Sciacca con sullo sfondo la torre del castello di Luna

Sappiamo bene però che un appassionato di monete è anche e comunque un amante della storia e di tutte le discipline che concorrono alla conoscenza e alla decodificazione dei fatti del passato, è avvezzo ad occuparsi di documenti oscuri e di manoscritti segnati dal tempo per poter collocare una moneta nel giusto ambito, per ricostruire una corretta datazione. Il nostro problema sta infatti tutto nella scoperta (o nella corretta lettura) di alcuni documenti riguardanti le zecche siciliane di Messina, Palermo e Catania.

Premesso questo, non deve stupire il fatto che ci si debba occupare principalmente di monete coniate a Sciacca durante gli ultimi anni del regno di Federico il Semplice (1355-1377).
Gli anni in cui salì al trono, appena tredicenne, Federico di Aragona, furono tremendamente difficili e travagliati per la popolazione siciliana: una lotta civile fra signori e la debolezza della monarchia provocarono l’intervento dei napoletani, che da tempo ambivano al controllo dell’isola.

Nel 1356, dopo alterne vicende, il re Lodovico e la regina Giovanna I d’Angiò di Napoli entrarono a Messina senza che il re riuscisse a controllare la situazione e, soprattutto, senza che fosse in grado di imporre la propria autorità sulle famiglie già da tempo in lotta tra loro, a questo punto ancora più assetate di potere personale, pronte a passare da uno schieramento all’altro senza un barlume di lealtà verso la figura del sovrano.

Lo stemma di Sciacca
Lo stemma di Sciacca

Il re Federico è spesso indicato come “terzo” ma non va confuso con il suo antenato omonimo (Federico III, 1296-1337), in realtà molto più autorevole, capace di mantenere l’indipendenza dell’isola e di esercitare il suo potere. L’appellativo “Semplice” gli venne dato appunto per sottolineare la debolezza del giovane sovrano, l’incapacità di controllare lo strapotere della feudalità che in quegli anni governava con una tirannide e un’arroganza indicibili.

La tracotanza dei signori, in realtà incontrastata dalla fiacca e disorientata monarchia, ben presto portò ad una totale inosservanza delle leggi e delle istituzioni ufficiali; da un documento del 1375 si legge una diffida di Federico il Semplice al conte Guglielmo Peralta, signore di Sciacca, nella quale, peraltro senza troppa energia, gli intimava di cessare la coniazione di moneta abusiva. Evidentemente già da tempo l’anarchia dilagante, la possibilità da parte dei signorotti locali di procurare forti introiti alle proprie casse, la volontà di dimostrare in tutti i modi il loro effettivo potere avevano già da tempo favorito il fenomeno della coniazione di monete in zecche private.

Inoltre l’occupazione, da parte dei Napoletani, di Messina aveva procurato la chiusura di questa zecca, fino a quel momento l’unica del regno; vennero dunque aperte, per continuare a soddisfare i bisogni della circolazione, le Zecche di Palermo e di Catania con l’unico effetto di provovare ancora più confusione.

Messina, pierreale d'argento di Federico il Semplice
Messina, pierreale d’argento di Federico il Semplice

La storia delle zecche di queste città testimonia come la qualità delle loro produzioni monetarie fosse tanto scadente da poter essere tranquillamente confusa con le monete coniate dalle zecche private: la Zecca di Palermo, attivissima durante le dominazioni araba e normanna, al tempo degli Aragonesi (dal secolo XIII) ebbe una produzione molto limitata e saltuaria, non ancora ben documentata; la Zecca di Catania addirittura non funzionava più dal VI secolo.

Il conte Guglielmo Peralta dei Caltabellotta aveva stabilito a Sciacca, una popolosa località della Sicilia meridionale, importante come scalo di navi provenienti dall’Africa, una signoria di fatto fin dal 1355, basata sulla forza delle armi e sulla sua sicumera.

L’ingiunzione di Federico il Semplice di interrompere una attività, che gestiva indisturbato da tempo e che gli dava ricchezza e prestigio, restò quindi lettera morta.
Quali fossero le posizioni di potere del re e del conte di Peralta lo si evince da un altro documento, da cui risulta che il conte aveva senza alcuna remora esposto le sue ragioni: era già stato ordinato un ingente quantitativo d’argento al quale si doveva pur dare destinazione! Il re a sua volta “tollerava” l’attività della zecca fino al suo “beneplacitu”, eufemismo per indicare che Federico si ritirava in buon ordine, lasciando la totale gestione della faccenda al suo “sottoposto”.

Lo stemma di casa Aragona
Lo stemma di casa Aragona

Da un documento del 1380 si legge che le monete in questione, con ogni probabilità denari, venivano considerate illegali a Palermo; per questo si ordinava ai banchieri il “taglio” di questi pezzi, ossia la loro distruzione. Nello stesso documento si trovano altre indicazioni che permettono, anche se in maniera limitata, di acquisire importanti informazioni sulla natura di queste monete: in una frase si accenna a monete di conio diverso da quello ufficiale, mentre non si fa riferimento al metallo e al peso che, pare logico pensare, dovevano essere uguali alle monete in corso. Non si tratterebbe quindi di una banale falsificazione, operazione che in fondo, dati i tempi di assoluta anarchia e di confusione, non era probabilmente necessaria.

La domanda che a questo punto sorge spontanea è: come erano questi “diversis cuneis”, che potrebbero permetterci di “ritrovare” le nostre monete di Sciacca?
Nonostante l’ordine di distruzione a cui abbiamo accennato, non sembra verosimile che proprio tutte le monete di Sciacca siano state distrutte: molto probabilmente ora sono confuse con altre coniazioni assegnate alle zecche di Catania, Messina o Palermo.

Le monete battute da Federico il Semplice a Messina: in argento pierreali, mezzi pierreali, quarti di pierreale e, in rame, denari di due tipi diversi
Le monete battute da Federico il Semplice a Messina: in argento pierreali, mezzi pierreali, quarti di pierreale e, in rame, denari di due tipi diversi

Meritoria risulterebbe la ricerca di chi riuscisse a trovare, ammesso che sia ancora possibile, nei documenti dell’epoca la descrizione di tutti i tipi per i quali venivano battute le monete delle zecche ufficiali, la cui attività è più logico fosse documentata e controllata. Per “differenza” tutte le altre monete potranno verosimilmente venire attribuite alla produzione di Sciacca, fino ad oggi ritenuta perduta.

Lo Spahr – R. Spahr, “Le monete siciliane dagli Aragonesi ai Borboni (1282-1836)” – parla di denari che presentano al D/ il busto coronato del re, variato in due tipi per la grandezza, visto di prospetto entro circolo di perline, circondato dal nome + FRIDERICUS DEI; mentre al rovescio domina una croce che può tagliare o no la leggenda caricata da un cerchio centrale con nei 4 angoli diverse lettere e 3 puntini a triangolo, una rosetta o un cerchietto, il tutto in cerchio di perline; intorno, GRA/REX/SICI/LIE. Nei denari di Messina c’è invece la testa del Re volta a sinistra o un’aquila coronata mentre su quelli per Catania, dominati al rovescio da un elefante (emblema della città), c’è lo stemma aragonese.

Sono generalmente attrobuite alla Zecca di Palermo e Sciacca i denari con il busto coronato di prospetto e la croce
Sono generalmente attrobuite alla Zecca di Palermo e Sciacca i denari con il busto coronato di prospetto e la croce

Queste monetine pesano grammi 0,50/0,81 e misurano mm. 15/17 di diametro. Ma lo stesso Spahr sottolinea come questa attribuzione non è supportata da alcun elemento certo, tanto è vero che le stesse monetine con il busto di prospetto sono catalogate indifferentemente sia sotto la Zecca di Palermo che sotto quella di Sciacca.

Un’altra piccola precisazione: in base al carteggio che riguarda espressamente Sciacca, si è pensato che solo in questa città vi fosse una zecca non ufficiale. Negli stessi documenti c’è una preziosa indicazione, non suffragata da prove, ma che comunque disegnerebbe una situazione decisamente verosimile: il re accenna, quasi a titolo di scuse verso il Peralta, alla possibilità che altri possano seguire il suo esempio nella coniazione di monete presso zecche non ufficiali. Non sappiamo però se questa sia stata solo una supposizione o, come sembra più probabile, la constatazione di un dato di fatto. Questo porterebbe alla conclusione che molte di più dovrebbero essere le monete da ritrovare se rintracciassimo i relativi documenti.

Le monete di Sciacca

Link intermo  tuttovideo.stream