La città del vaticinio

Stemma della città di Crotone
Stemma della città di Crotone

Apollo era consenziente: la capretta innaffiata d’acqua gelida rabbrividiva con evidenza. Il prosseno ed i pellegrini potevano accedere al tempio. Prima di entrare sacrificarono le offerte, fra cui quella focaccia al miele (peccato non poterla mordere!) che avevano avuto dal sacerdote dietro lauto compenso.

Quindi entrarono fra le sacre pareti ed i preziosi arredi, fino a fermarsi dinnanzi a quella specie di tendaggio che impediva di vedere, ma non di udire. Da lì veniva il sommesso borbottìo d’una voce femminile: quella della profetessa, la Pizia. Ciò che disse, nella serenità di olimpici esametri o nel furore dell’estasi sacra, non è dato sapere. Di certo, gli achei lasciarono il tempio di Apollo a Delfi con un responso, e con lo sprone a partire: la nuova colonia greca, la futura Crotone, era ormai concepita e di lì a poco sarebbe nata.

Le parole della Pizia erano le parole stesse di Apollo, sacre come l’acqua e l’alloro di Delfi. Il santuario era famoso in tutto il mondo e, oltre a vaticinare su fatti personali, influenzava attivamente i destini della civiltà greca, tanto che oggi sembra incredibile il suo grande ascendente su guerre, paci, politica, cultura, filosofia, insomma sull’intera grecità. Quando l’incremento demografico dell’VIII sec. a.C. mise in crisi agricoltura ed economia, le città di minore importanza (meno elastiche ad affrontare la congiuntura) organizzarono i primi episodi della nota emigrazione coloniale greca; ebbene, l’atto iniziale di ogni viaggio consisteva nell’inviare una delegazione dalla Pizia per conoscere la meta da darsi ed il nome del capo della missione (chiamato ecista).

Siracusa, Crotone, Metaponto, Caulonia e molte altre città sono sorte grazie al consiglio di Apollo, la cui innata saggezza trovava corroboranti conforti di attualità nelle voci, informazioni e notizie portate dal continuo e notevole afflusso di pellegrini. È quindi normale che i responsi fossero annacquati di politica, visto che nell’antica Grecia la politica era tutto, e non certo nell’attuale “corruttibile” senso del termine…

Statere di Crotone, effigiante il tripode delfico con i due serpi fra le gambe
Statere di Crotone, effigiante il tripode delfico con i due serpi fra le gambe

Fu così che, un giorno del 709 o del 708 a.C., Kroton fu fondata dall’ecista Myskellos da Rhipe: era la prima colonia anchea in Magna Grecia, eretta su un tratto della costa jonica particolarmente sicuro all’approdo, ed oggi amministrato dalla recentemente costituita provincia di Crotone. È infatti solo da alcuni decenni che, assieme ad altri comuni, anche la nobile e antica Crotone è stata elevata a capoluogo di provincia, ed anche per questo ci occuperemo del suo stemma: uno stemma insolito, quasi inquietante nella sua atipicità, derivato palesemente dai conii della polis magnogreca che ponevano in bell’evidenza il tripode della Pizia, ad eterna memoria di colei che, strumento del dio, aveva voluto che la città esistesse.

Il decreto reale di concessione dell’arma è datato 30.4.1903, giusto 115 anni fa: Crotone fu poi elevata a città con altro decreto del 2.2.1938. Il blasone (vedi disegno) sembra la descrizione delle monete dei discendenti di Myskellos, ma a ben vedere è invece il lato scritto d’un’azzeccata interpretazione araldica del conio, le differenze stanno nel tripode, non sostenuto dalla linea dell’esergo (resa con la faccia d’oro), e nella leggenda QRO, posta nella campagna anziché a lato del tripode, per favorire armonia ed equilibrio.

Questo stemma è stato visto disegnato col QRO a fianco del tripode, modo senz’altro più vicino alla realtà numismatica ma in contrasto col decreto di concessione. Infine, i due serpi si notano anch’essi in un bell’esemplare di moneta, ma ai piedi del tripode: posizione facilmente equivocabile, tanto che una sua moderna rielaborazione (usata come marchio di una casa editrice ateniese e forse tratta dal medesimo originale) li ha travisati in due supporti di rinforzo dei piedi stessi.

Stateri di Crotone, con tripodi di altre forme
Stateri di Crotone, con tripodi di altre forme

La figura del tripode è assolutamente inedita in araldica, e lo stemma di Crotone sembra essere il solo ad averla. Speriamo che la futura arma della provincia non si limiti più o meno a copiare quella comunale, ma si richiami ad uno dei tanti eventi che i ventisei secoli di storia crotoniate hanno espresso. In attesa di conoscere questo prossimo stemma, soffermiamoci sulla figura del tripode e torniamo per le strade di Delfi, lungo il fianco del monte Parnaso. Gli antichi dicevano che fu Apollo stesso a fondare un oracolo sul luogo ove due aquile, inviate da Zeus, avevano identificato l’omphalos, il centro della terra.

Gli scavi archeologici (iniziati sistematicamente dai francesi il 10.10.1892, più di 125 anni fa) hanno dimostrato che su quel luogo fu eretto un tempio nella cui zona centrale (detta adyton) si trovava un cippo che simoboleggiava l’omphalos, e vicino al quale era posto il tripode. Oggi a Delfi non rimane più nulla di tutto ciò; quando l’oracolo fu abbandonato, l’adyton venne distrutto con un accanimento particolare, quasi intenzionale. Forse gli ultimi fedeli vollero evitare che i cristiani usassero il sito, forse viceversa; quelle misere pietre, di fatto, sono ormai cieche e mute.

Anche la letteratura, che spesso ama descrivere i luoghi importanti, tace: l’adyton delfico resta uno dei più grandi segreti dell’antichità. Anche l’aspetto del tripode ci lascia dei dubbi, perché solo i profeti e la Pizia potevano vederlo; e gli ex-voto conservati per tutto il santuario, sui quali era riprodotto infinite volte, erano realizzati in metalli troppo preziosi o utili per sperare di giungere almeno agli occhi dei primi viaggiatori “moderni”.

Stateri di Crotone, con tripodi di altre forme
Stateri di Crotone, con tripodi di altre forme

A noi restano le immagini delle monete crotoniate, quelle di alcune pitture vascolari, e i reperti archeologici di un oracolo minore di Apollo in Beozia, vicino al monte Ptoo, poco noto e frequentato dalla povera gente del posto, del quale sembra che solo Erodoto abbia brevemente scritto. Tali reperti rispecchiano il modesto sviluppo della località, ed il tripode in pietra del VII sec. a.C. che è giunto fino a noi ha infatti un aspetto tozzo, squadrato, ben diverso da quello dei conii di Crotone.

Il tripode era il trono alato di Apollo, che a volte ci si faceva trasportare per mari e terre. Somigliava ad uno sgabello da bar con un incavo al posto del cuscino, una coppa entro cui la Pizia si metteva e, poiché restava coi piedi penzoloni, ci si doveva aggrappare reggendosi a degli anelli verticali. L’incavo le evitava cadute durante l’estasi, ma era scomodo: per questo, ogni tanto doveva farsi dare il cambio da una collega. Se ne son dette tante sulle origini, ma in realtà nessuno le conosceva, né sentiva il bisogno di conoscerle.

Su di esso la Pizia diveniva strumento di Apollo, cadendo in estasi e proferendo in forma spesso oscura e incoerente i messaggi divini. E ciò bastava. Prima che ella salisse, ci si accertava della disponibilità di Apollo aspergendo una capra con acqua fredda, i cui sussulti davano via libera: viceversa, veniva tutto rimandato al mese dopo, con gran gioia dei locandieri e scorno di chi veniva da lontano. Nei primi tempi, i responsi si davano solo al compleanno di Apollo (verso fine febbraio); in seguito, visto il grande afflusso di pellegrini, li si diede ogni settimo giorno del mese, escluso l’inverno.

Per accedere all’oracolo non si pagava ingresso, ma i pellegrini erano gravati da una tariffa oracolare e dall’onere dei sacrifici, nei quali si comprendeva l’acquisto di una costosa focaccia al miele da sacrificare davanti al tempio, assieme agli animali. Si conoscono alcune di queste tariffe: verso il 420 a.C. gli abitanti di Faselide pagavano 7 dracme e 2 oboli di Egina per un oracolo di interesse pubblico, e un decimo di tale cifra per uno privato. Cinquant’anni dopo, ai meno ricchi abitanti di Sciato si richiedevano rispettivamente 2 dracme, e un terzo di dracma.

Anche i sacrifici avevano un prezzo diverso a seconda della condizione e del prestigio del richiedente; il prezzo più basso era l’equivalente di due giorni di lavoro di un giurato ateniese, che percepiva un guadagno altissimo. Inoltre, i pellegrini dovevano farsi accompagnare da un cittadino di Delfi, detto prosseno, la cui presenza era necessaria per motivi di sicurezza, e per garantire l’applicazione dell’esatta tariffa in base al ceto e alla provenienza; anche il prosseno aveva un suo prezzo, e quanto meno si portava a casa le parti migliori degli animali sacrificati.

Ricostruzione del disegno all'interno di una coppa del cosiddetto "pittore di Codro"
Ricostruzione del disegno all’interno di una coppa del cosiddetto “pittore di Codro”

All’interno del tempio, la Pizia era nascosta da un tramezzo: nessuno poteva vedere né lei, né il tripode. Il profeta assistente le rivolgeva la domanda dei consultanti (una per volta, solo da maschi) e trascriveva in esametri l’oracolo proferito, che spesso abbisognava di ulteriori interpretazioni. La Pizia era una donna di almeno 50 anni, una paesana qualunque, semplice e di buoni costumi, non necessariamente nubile, che Apollo stesso sceglieva conferendole il dono della profezia.

Dapprima la carica era rivestita da una giovinetta ma, poiché durante un saccheggio una di loro fu rapita con tutti i conseguenti effetti, in seguito la si volle meno giovane. Alcuni ritenevano che l’estasi fosse dovuta ad un crepaccio da cui si sprigionava un vapore inebriante, e che il tripode derivasse da una specie di impalcatura a tre gambe innalzata attorno ad esso per evitare di venirvi risucchiati.

Le monete crotoniate sono quindi una testimonianza preziosa di come era (o si riteneva fosse) il tripode delfico. Visitando le raccolte che ne conservano parecchie (si veda il ricco medagliere del Museo Nazionale di Reggio Calabria) si osserva che esso è l’elemento costante di tale monetazione, spesso accompagnato da altre figure, alcune delle quali allusive alla natura apollinea del simbolo: lira, arco, granchio, delfino, edera, schinieri, fenicotteri, serpi. Queste monete sono notevoli, oltre che per il valore artistico, anche come documenti dei rapporti fra Magna Grecia e madrepatria.

Le città d’origine davano infatti alle loro colonie immediata e piena autonomia, e con ciò se ne facevano a volte surclassare. Le necessità contingenti che avevano originato il fenomeno portarono però una conseguenza insperata: con l’autonomia, le colonie divennero volano di scambi commerciali con tutto il Mediterraneo, e l’introduzione dal VII secolo a.C. della moneta come più agile mezzo di scambio fu la conferma dei notevoli progressi economici generali di quel ricco periodo.

Sappiamo che Crotone batté moneta propria, e che ebbe rilevanza tale da mantenere in epoca romana tale privilegio. La sua preminenza economica si accompagnava ad un primato civile: al tempo di Pitagora (VI-V secolo a.C.), che vi risiedette, Crotone divenne culturalmente grande ed importante. Repubblica marinara e potenza bellica, fondò sue colonie; i suoi atleti vinsero alle Olimpiadi, e la sua prevalenza sulla altre poleis fu tale da dar origine al detto ‘l’ultimo crotoniate vale più del primo dei greci’. Si alleò con altre città, distrusse e incorporò Sibari, fu sconfitta da Locri, e nel III secolo a.C. passò sotto Roma ottenendo un proprio senato, il diritto di moneta, ed il potere di emettere decreti in nome del popolo e del senato.

Col passare nel tempo, nel suo territorio venne costituito il cosiddetto Marchesato di Crotone, poche migliaia di km² organizzate in un’unità feudale fin dal termine del periodo svevo, ed ufficializzata nel 1390. Fino al 1444 appartenne alla potente famiglia Ruffo, poi al ribelle barone spagnolo Antonio Centelles, che nel 1465 fu sconfitto nel sangue da re Ferrante I di Aragona; da allora il Marchesato scompare come entità politica e viene frazionato in un numero variabile di feudi inferiori. Il suo nome però sopravvisse, assieme alle caratteristiche socioeconomiche basate sul latifondo e sulle conseguenti organizzazioni sociali (agricoltori, braccianti, ecc.).

Stemma della famiglia Ruffo.
Stemma della famiglia Ruffo.

Merita dare un cenno sulla nobilissima famiglia Ruffo. Di origini molto antiche, forse longobarde o addirittura romane (Rufa gens), era già potente in Calabria alla venuta dei Normanni. Feudataria di gran parte della regione, compresa Crotone, ottenne il Vicereame di Calabria dai re svevi e angioini. Diede numerosi cardinali alla Chiesa, e fece parte di parecchi ed importanti Ordini cavallereschi (Toson d’oro, Malta, ecc.). Si estese in moltissimi rami, alcuni dei quali sparsi in Napoli, Lombardia, Genova (ove prese il cognome Lomellini) e Provenza. Una loro attuale rappresentante, Donna Paola Ruffo di Calabria, è insignita dal 2.7.1959 del titolo di Principessa di Liegi, avendo sposato il fratello del re del Belgio.

Il loro stemma, semplice come tutti gli stemmi più antichi, è ‘troncato cuneato d’argento e di nero’. Un ramo della famiglia aggiunge tre conchiglie di rosso in capo.

Non possiamo concludere senza accennare ai due serpi uscenti dalla coppa del tripode dello stemma crotoniate, per spiegarceli rifacciamo un altro viaggetto nella mitologia. Nei racconti più antichi si affermava che a Delfi un tempo viveva una coppia di draghi, chiamati Delfine e Tifone, la prima era un’antica divinità locale, il secondo, detto anche Pitone, era figlio di Giunone, che lo aveva generato da sola durante una delle sue tante litigate con Giove, e poi affidato in custodia a Delfine.

Erano entrambi nemici di Apollo, e quando questi, appena nato, andò a prendere possesso di Delfi, li affrontò con le sue frecce. Da questo punto i racconti divergono: vi è chi vuole che a morire fossero entrambi i serpi, e chi solo uno dei due. Fatto sta che i loro nomi sono rimasti a designare il sito (Delfi, da Delfine) e la sua principale occupante (la Pizia, da Pitone), e la loro storia è rimasta sia nelle monete che nello stemma.

La mitologia greca è una fonte affascinante ed ineusarabile, tanto che ci dà lo spunto per trovare un altro tripode effigiato su moneta. Si dice che Ercole venne un giorno a Delfi a chiedere un responso, e poiché egli si era appena macchiato di omicidio, la Pizia glielo rifiutò come sempre faceva con qualunque assassino. La cosa non piacque all’illustre richiedente il quale, come suo solito, andò su tutte le furie e, prima di ragionare, afferrò il sacro tripode e se lo portò via.

In seguito si ridusse a più miti consigli, ma nel frattempo il danno l’aveva fatto, e la leggenda era giunta alle orecchie degli uomini. A Tebe si vede che la cosa piacque tanto che (caso forse unico nella numismatica) quel furto fu coniato, ed alcune monete raffigurano Ercole mentre fugge col suo bottino. Un tripode. Figura inedita in araldica.

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