La Banca d’Italia nacque così

Il 10 agosto 1893, data che segna la nascita ufficiale del’Istituto di emissione, rimane riferimento ben preciso nella nostra storia nazionale. Ma l’iter della formazione e dell’evoluzione del nuovo ente inizia molto prima e, attraversando più di 70 anni, si conclude nel 1936 con la trasformazione in istituto di diritto pubblico.

La legge n. 449 pubblicata il 10 agosto 1893 sulla Gazzetta Ufficiale
La legge n. 449 pubblicata il 10 agosto 1893 sulla Gazzetta Ufficiale

Ricordare il centenario della Banca d’Italia, sia pure con una memoria sintetica come questa, rientra tra gli atti dovuti, atto di rispetto – e, oseremo dire, d’affetto – da parte di chi, come il collezionista di cartamoneta si sente in confidenza con quella data istituzione ed ama circondarsi dei suoi fascinosi prodotti, le vecchie banconote, che, per trovarsi ormai fuori corso, stimolano non più l’avidità con cui si guarda a segni monetari, bensì la meditata attenzione che sanno sprigionare amore di cultura economica, sensibilità estetica, interessi precisi rivolti a determinati aspetti di storia patria.

Sul filo di quest’ultima prospettiva, ci piace comprendere la fondazione della Banca d’Italia fra gli eventi espressivi dell’Unità nazionale, anche se tardiva di oltre trent’anni rispetto all’unificazione politica e primieramente imperfetta, essendo occorsi al suo totale compimento altrettanti anni e più. Ma il carattere dell’unitarierà, seppur sottratto per buon tempo a concreta esplicitazione, le era connaturale, derivato ereditario di istinti remoti appartenuti ai suoi predecessori e in particolare alla sua diretta genitrice Banca Nazionale, nonché di progetti cullati nell’animo di personaggi votati all’unità italiana, primo fra tutti il Cavour.

Originata negli anni quaranta del XIX secolo dall’unione della prima banca di emissione italiana, la Banca di Genova, con quella di Torino, la Banca Nazionale non aveva mancato di assumere iniziative per conseguire la promozione a unica banca centrale. Seguendo i passi di espansione territoriale del regno, fra il ’60 e il ’67 aveva assorbito tre istituti locali, di Parma, di Bologna e di Venezia, la cui attività di emissione era stata tanto modesta da potersene trovare oggi non più che tracce bibliografiche.

Un’altra Banca Nazionale, invece, la Toscana, anch’essa risultata dalla fusione di sei banche provinciali di quella regione, giovane ma bene organizzata, costituiva uno scoglio insormontabile alla realizzazione del suo disegno monopolistico. Intese pacifiche per la loro fusione, iniziate nel ’65 e più volte ripetute, non sortirono mai effetti positivi. Ancora più difficile si mostrarono i tentativi di fusione con i Banchi meridionali: la solidità da questi raggiunta in secoli di tradizione, la distanza culturale, oltre che fisica, dalla banca piemontese, la diversità istituzionale fondata sulla loro natura di enti pubblici, ne ostacolavano l’accorpamento.

La costituzione del Consorzio fra i sei istituti di emissione, nel ’74, durante il periodo del corso forzoso, avrebbe potuto favorirne la comunione duratura con la prevalenza, nell’ambito del gruppo, della Banca Nazionale, di gran lunga la più importante. Ma la diffusione raggiunta in quegli anni dalla cartamoneta, anche nei piccoli tagli solitamente coperti dal metallo, tendeva ad esaltare la funzione della emissione e non mancò di tener vive le mire autonomiste dei partecipanti al Consorzio ai quali arrideva, insieme a quella dell’utile economico specifico, l’aspettativa di facili e ingenti sviluppi degli affari; sicché allo scioglimento del Consorzio, nel 1881, in forza della confermata facoltà di emissione contenuta nella legge n. 133, ciascuna banca riprese la propria strada con accresciuto spirito concorrenziale.

Le 50 lire del 1896: fu la prima banconota emessa dalla Banca d'Italia
Le 50 lire del 1896: fu la prima banconota emessa dalla Banca d’Italia

Fu una specie di guerra e, come la guerra comporta il superamento di principi etici normalmente ritenuti inderogabili, dalla competività sfrenata discese larga inadempienza della disciplina di emissione. Il momento si prestava agli abusi. La struttura industriale in formazione reclamava capitali e questi potevano essere resi disponibili attraverso la creazione di cartamoneta. I limiti imposti dalla legge del ’74 (confermati nell’81) furono travalicati disinvoltamente.

Nella corsa ai finanziamenti si crearono pericolose immobilizzazioni, sorsero difficoltà di recupero dei crediti, crisi di liquidità. Esplose infine uno scandalo rimasto legato, per utilità storiografica, al nome della Banca Romana, ma che coinvolse notoriamente tutti gli Istituti.

Questa volta il Governo non poté dilazionare un provvedimento che risolvesse di forza i problemi esasperati dallo spirito regionalistico primo sostenitore della pluralità dell’emissione; però lo risolse fino ad un certo punto: infatti, se venivano vinte le resistenze opposte dalle due banche toscane e più facilmente quelle della Banca Romana caduta ormai in disgrazia e avviata alla liquidazione, era fatta salva ancora una volta la sopravvivenza, per un periodo predeterminato, dei Banchi meridionali in veste di istituti di emissione.

Insieme a questa che valutiamo anomalia piuttosto vistosa nell’impianto di una istituzione destinata a svolgere una funzione pubblica tanto peculiare ed essenziale, un’altra crediamo di ravvisarne nel fatto che essa nasceva come società di capitali privati; ne divenivano automaticamente soci gli azionisti delle tre banche fuse. Un fatto inevitabile, se vogliamo, aderente ai principi liberalistici dominanti all’epoca, riguardoso dei diritti degli stessi azionisti, e che in definitiva non andò sprecato, perché quella società rappresentò allora e per diversi anni la più grossa concentrazione azionaria privata italiana (minima la partecipazione straniera), riuscendo a costruire un punto di aggregazione di interessi nascenti in zone diverse del Paese.

Palazzo Kock, sede a Roma, della Banca d'Italia
Palazzo Kock, sede a Roma, della Banca d’Italia

Vi si trovarono partecipi della stessa linea unitaria i più grossi nomi dell’imprenditoria bancaria italiana. Questo giovò sicuramente all’affermazione dell’Istituto e di riflesso contribuì a debellare l’accesa rivalità dimostrata in passato dai Banchi meridionali sollecitando in essi forme di crescente collaborazione.

Nel 1926, allorché ai Banchi di Napoli e Sicilia veniva revocata la facoltà di emissione, secondo i piani del ’93, e la Banca d’Italia assumeva le funzioni di vera banca centrale, l’ultimo e più grande passo di significato unitario era compiuto. Una rifinitura verrà data nel ’36, con l’estromissione dei privati dalla società, la partecipazione riservata ad enti di pubblico interesse, la sua trasformazione in istituto di diritto pubblico.

Dal 1865, anno in cui per la prima volta nel progetto di fusione fra la Banca Nazionale e la Banca Nazionale Toscana era stato abbozzato il nome di “Banca d’Italia”, al 1936, anno del definitivo assetto del nostro unico istituto di emissione, regolatore della circolazione monetaria nel Paese, organo di vigilanza su tutto il sistema bancario, supporto di politica economica dello Stato, corrono oltre 70 anni.

Intorno alla metà dei quali cade la data del 10 agosto 1893 che segna la nascita ufficiale della Banca d’Italia: una data che può essere ritenuta di poco conto nel novero degli avvenimenti che hanno concorso al suo perfezionamento occupando lunghi decenni, ma che rimane riferimento storico preciso nella cronologia del prestigio nazionale.

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