Il tracollo del rublo

Il 1° giugno 1993 il cambio dollaro/rublo superò la fatidica quota 1.000. L’iperinflazione raggiunse il 20% al mese. Le cause della corsa all’annullamento del rublo.

Erano i primi anni ’60 quando Nikita Krusciov, il capo del governo dell’Unione Sovietica e primo segretario del Partito comunista, destituito il 14 ottobre 1964, stabilì d’autorità che occorrevano 90 centesimi di dollaro per comprare un rublo.
In una situazione di libero mercato un provvedimento del genere non sarebbe durato a lungo. Infatti dove predomina la concorrenza il cambio tende a stabilizzarsi in relazione al potere d’acquisto delle valute.

Così, ad esempio, se un certo paniere di beni si vendeva in Francia per 10 franchi e in Italia per 3.000 lire, il cambio, malgrado i provvedimenti governativi, tenderà a raggiungere il livello di 300 lire per franco.
Il rublo però, al contrario del dollaro, del franco, della lira e delle altre valute occidentali, non era moneta convertibile.

Non poteva cioé essere cambiato senza ostacoli sul mercato interno e su quelli internazionali e importazioni ed esportazioni erano soggette alla preventiva autorizzazione delle autorità centrali.
Questo cambio non rifletteva quindi i poteri d’acquisto relativi delle due valute e, come sempre accade in questi casi, si sviluppò un mercato abusivo sul quale le autorità non erano in grado di intervenire.

È noto che i turisti che si recavano in Russia cambiavano presso le banche di stato al tasso stabilito da Krusciov la quantità minima stabilita dalla legge di dollari, marchi o sterline e il resto veniva cambiato al mercato nero, allora già florido come oggi, dove per molti anni un dollaro valeva circa quattro rubli.

Si diceva che il popolo sovietico fosse avido di banconote dei Paesi capitalisti perché poteva utilizzarle presso i magazzini riservati agli stranieri dove, pagando in monete occidentali, era disponibile in quantità abbondante merce di qualità migliore. Il cambio ufficiale del rublo fu più volte modificato e

 

sempre in aumento, tanto che nei periodi in cui in Occidente la valuta americana perdeva valore raggiunse i 2 dollari.

Questo cambio irrealistico è rimasto in vigore fino alla perestroika di Gorbaciov. Poi con la presidenza Eltsin tutto è cambiato: la Russia si è orientata verso la proprietà privata dei mezzi di produzione anche se il processo stentò ancora a decollare.
In questa prospettiva uno dei primi provvedimenti è stato la creazione di un mercato ufficiale delle valute, avvenuta nel 1992, provvedimento indispensabile per giungere alla piena convertibilità del rublo. Il 1° giugno 1993 rimarrà una data storica per i mercati valutari: per la prima volta il rublo russo ha superato la barriera dei 1.000 rubli per dollaro, raggiungendo quota 1.024, mentre sul mercato nero la moneta americana veniva cambiata a 1.100.

Molti ritennero verosimile che, se non intervenivano cambiamenti nella gestione dell’economia, fra non molto si sarebbero raggiunti i 3.000 rubli per dollaro.
L’iperinflazione della moneta russa, che in quel periodo viaggiava al 20 per cento alla settimana, si è da tempo riflessa sulla monetazione; così, ad esempio, fino al 1986 il pezzo da 5 rubli conteneva 16,67 grammi d’argento al titolo di 900 millesimi; dall’anno successivo fu battuto in rame-nichel e dal 1991 la Repubblica russa ne ha notevolmente ridotto il peso.

Un fenomeno identico si è verificato nella cartamoneta. L’ultima serie della Banca di Stato dell’Unione Sovietica emessa nel 1961, comprendeva i valori da 1, 2, 5, 10, 25, 50 e 100 rubli.
La Banca di Stato Russa, nata il 22 novembre 1991, ha stampato biglietti di valore progressivamente maggiore: 200, 500, poi 1.000 e 5.000 rubli, e poco dopo circolava il taglio da 10.000.

Quello che accadde in Russia e negli altri paesi del’ex Unione Sovietica fu la pagina più recente di una lunga storia cominciata addirittura con la prima cartamoneta, quella cinese emessa a partire dall’XI secolo che a metà del Trecento aveva praticamente perso ogni valore.

L’inizio della corsa all’annullamento del rublo può farsi risalire all’autunno 1991 contemporaneamente all’indipendenza di Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Moldavia, Georgia e Ucraina e la conseguente frammentazione dell’apparato produttivo. Il fenomeno si accentuò con la liberizzazione dei prezzi avvenuta tra il 2 gennaio e l’8 marzo 1992.

Un altro importante presupposto di inflazione fu la drammatica situazione finanziaria delle imprese di stato che rimanevano in vita, continuando a produrre in modo inefficiente, solo grazie alle crescenti iniezioni di contante da parte della banca centrale. Come sempre avviene in questi casi, sulla moneta si scontrano rigore economico ed esigenze politiche.

Fino allora queste ultime prevalsero: per frenare l’inflazione occorrevano tagli nella spesa pubblica e negli interventi sociali che riducono il consenso, merce rara allora per i governanti russi.

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