Il ripostiglio di San Genesio

Alcune delle monete del tesoro di San Genesio
Alcune delle monete del tesoro di San Genesio

Il tesoro di San Genesio fu scoperto casualmente nel febbraio del 1949 durante i lavori agricoli ai margini dell’abitato, in provincia di Pavia.
Alcuni braccianti rinvennero in un recipiente di terracotta, che era stato collocato a circa un metro e mezzo di profondità nel terreno, una grande quantità di monete d’argento.
Come spesso avviene, gli scopritori si spartirono il ritrovato e una parte, probabilmente molto consistente, andò dispersa e non fu più recuperata.

Dopo alcuni mesi, vennero individuate e recuperate dalla Soprintendenza alle Antichità della Lombardia 495 monete, di cui 494 d’argento e una d’oro. È possibile ritenere che questo nucleo costituisca la parte principale di quanto venne in origine rinvenuto. La consistenza attuale, di 540 monete, è frutto di recuperi avvenuti in due fasi.

La scoperta riveste un eccezionale interesse numismatico, non solamente per la consistenza numismatica, ma anche per la composizione organica del tesoro e per l’ubicazione geografica del luogo di rinvenimento.
Il ripostiglio di San Genesio costituisce pertanto uno dei più importanti tesori di monete d’argento della fine dell’impero romano che siano mai stati scoperti.

Composizione del tesoro. Le monete recuperate del tesoro di San Genesio sono 540.
L’unica moneta d’oro è un solido coniato a Costantinopoli a nome di Costanzo II (323-361 d.C.), databile, in base alla leggenda del rovescio, al 352 d.C.
Le 539 monete d’argento sono di tre specie:
– multipli da sei silique (8),
– miliarensi (90),
– silique (441).

Le autorità emittenti e le zecche. Le autorità emittenti presenti sono, in ordine cronologico: Costanzo II (323-361 d.C.) con sei esemplari, Costante I (333-350 d.C.) con uno, Valentiniano I (364-375 d.C.) con nove, Valente (364-378 d.C.) con 95, Graziano (367-383 d.C.) con 256, Valentiniano II (375-392 d.C.) con 118, Teodosio I (379-395 d.C.) con 49 e Arcadio (383-408 d.C.) con uno.

Tra le zecche prevalgono nettamente quelle occidentali, soprattutto Treviri e Aquileia su quelle orientali; compaiono infatti Treviri con 269 monete, Aquileia con 134, Siscia con 59, Lugdunum ed Antiochia con 21 ciascuna. Costantinopoli con 11, Roma con 10, Tessalonica con 9 e Sirmio con 3.

Da ciò risulta che nella Valle Padana, intorno al 383 d.C. circolavano essenzialmente monete d’argento prodotte nelle officine di Treviri nelle Gallie e di Aquileia in Italia, integrata la prima con la produzione di Lungdunum e la seconda con quella di Siscia.
La prevalenza numerica delle emissioni di Treviri deriva dal fatto che qui Graziano aveva fissato la sede del proprio quartier generale e della maggior parte degli istituti governativi, dopo aver affidato l’Oriente a Teodosio.

Significativo, secondo Ulrich Bansa, a cui si deve la prima pubblicazione del materiale, che nel ripostiglio di San Genesio sia trascurabile dal punto di vista numerico la presenza delle emissioni argentee delle zecche d’Oriente, (la ragione va ricercata nella reale distanza dei centri di emissione dal luogo del nascondimento). Il particolare sottolinea la progressiva divergenza che si andava instaurando tra i due sistemi monetari, quello orientale basato sulla moneta d’oro e quello occidentale, carente di proprie fonti auree, costretto ad usare le monete d’argento.

Inquadramento cronologico. L’inquadramento cronologico del tesoro di San Genesio è possibile grazie ad una serie di elementi che ci consentono di circoscrivere il periodo del suo nascondimento tra il 383 e il 387 d.C.

Il 383 d.C. per la presenza di una siliqua di Arcadio coniata nella zecca di Aquileia, dopo il conferimento del titolo di Augusto al figlio di Teodosio il 16 gennaio di quell’anno e il 387 d.C., per l’assenza di tipi coniati nelle Gallie e in Italia al nome di Magno Massimo e del figlio Flavio Vittore, cui si dovette nel 387-388 d.C. l’offensiva contro l’unità dell’Impero, e per l’assenza di monete coniate a Milano, dove le coniazioni in argento iniziarono nel 387 d.C., proprio con Magno Massimo e con Flavio Vittore.

Secondo Ulrich Bansa il tesoro sarebbe stato nascosto dopo il 383 e prima del 387, verosimilmente tra il 383 e il 384 d.C. Difficile sarebbe determinare la causa che ne provocò l’occultamento.

Ipotesi interpretativa del tesoro. Secondo Ulrich Bansa il tesoro costituiva il numerario raccolto in una cassa statale, apprestata per le esigenze amministrative delle truppe e dei servizi governativi, che si trovavano dislocati nella regione ad Oriente del fiume Ticino.

Secondo l’Autore sarebbe verosimile che alcune unità mobili fossero destinate a presidio della zona a nord dell’attuale Pavia, con il fine di respingere il primo attacco, qualora si fosse presentata una improvvisa emergenza, minacciosa per la città di Mediolanum, divenuta nel 365 con Valentiniano I la sede del governo della Pars Occidentis, ospitando da allora in poi gli Imperatori e la loro corte.

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