Il prezzo della guerra

Bozzolo è una cittadina situata in provincia di Mantova di origini molto antiche: già colonia agricola annessa alla Badia benedettina di S. Maria della Gironda, abbiamo sue notizie fin dal 1100.

Attorno all’etimologia del nome si sono fatte diverse ipotesi: la tradizione vuole che derivi dall’allevamento locale dei bachi da seta, e infatti lo stemma del Comune presenta una pianta di gelso circondata dalla leggenda “viret et virebit” (“è fiorente, vigorosa, e lo sarà”). Alcuni sostengono che il nome derivi da Bozza, un piccolo affluente del fiume Oglio, altri ancora che sia stato il nome del conte Buoso d’Este a determinare quello del paese lombardo.

Lo scudo d'argento del 1628 per Piacenza di Odoardo Farnese imitato da Scipione Gonzaga a Bozzolo
Lo scudo d’argento del 1628 per Piacenza di Odoardo Farnese imitato da Scipione Gonzaga a Bozzolo

Certo è invece che questo feudo fu molto ambito dai vari signori locali che, con un’alternanza vertiginosa, si contesero il dominio del ricco territorio. Ai numismatici interessa principalmente la Zecca di Bozzolo nel 1593 quando Giulio Cesare Gonzaga, esponente di un ramo minore della nobilissima famiglia e già feudatario di Pomponesco, diventò Signore della città.

Numerose e interessanti per i bei ritratti – un’originale galleria iconografica – sono le monete uscite dalla zecca bozzolese, che si chiuse definitivamente alla morte di Scipione Gonzaga, nel 1670. È proprio una moneta di Scipione, dall’insolito valore di 63 soldi, battuto in mistura, l’oggetto di questa “Caccia al tesoro”.

Per comprendere le vicissitudini di questa moneta, battuta verosimilmente tra il 1636 e il 1639, bisogna spostarsi ad un altro territorio, non molto lontano, il Ducato di Parma e Piacenza governato, in quegli anni, da Odoardo Farnese. Erano anni molto difficili per l’Italia in generale e in particolare per il Nord (era infatti aperta la questione spinosa della successione al ducato di Mantova e di Casale Monferrato, seguita al decesso di Vincenzo Gonzaga (1627) che non aveva lasciato figli).

Tra i complicati avvenimenti che si susseguirono, vanno ricordate la calata delle truppe imperiali e la devastazione dei luoghi sui quali imperversava la guerra, così magistralmente raccontate dal Manzoni nei “Promessi sposi”.
Durante quegli anni difficili e dolorosi, caratterizzati da carestie e miseria, non era facile trovare chi battesse “buona moneta”.

E chi si “ostinava” ancora, come Odoardo Farnese, a produrre monete ad alto titolo di metallo nobile, correva il rischio di veder imitate o contraffatte le proprie monete, oltre che di vederle sparire dagli scambi perché fuse, esportate o sostituite con monete in mistura.

Il 13 agosto 1639 venne pubblicata una grida del ducato di Parma e Piacenza nella quale si denunciava come dalla zecca del “Signor Prencipe di Bozzolo” fosse uscita una “moneta grossa con lega d’argento, la quale da una parte ha l’effigie d’esso Signor Prencipe e dall’altra quella di Sant’Eusperio Martire, quale per esser in tutto somigliante all’effigie di Sant’Antonio Martire Protettore di Piacenza, improntata negli scudi d’argento della detta città”; la quale, si legge ancora nella grida, “può dar occasione a molti di far errore e di ricevere la detta moneta di Bozzolo per il Scudo d’argento” (Ireneo Affò, “La Zecca e Moneta Parmigiana”, Parma, 1788, Pagg. 272, 273).

Questa grida la dice lunga sulla critica situazione economica che si era venuta a creare a Bozzolo proprio in quegli anni travagliati: anche se Scipione Gonzaga era alleato degli imperiali, il suo piccolo principato non sfuggì alla terribile carestia, alla peste, alla crisi economica provocate dalla guerra. Inoltre, i bozzolesi, dopo il sacco di Mantova del 1630, dovettero pagare alle truppe “alleate”, per poter aver salva la città, oltre 20.000 talleri (una cifra enorme per l’epoca), con l’obbligo per di più di provvedere al vettovagliamento dei Lanzichenecchi i quali, a dispetto di ciò, non si fecero remora di operare ogni sorta di saccheggi e di violenze.

Così si spiega perché la zecca di Bozzolo, che fino al 1636 aveva prodotto monete di ottima qualità oltre che di pregevolissima fattura, fu costretta a ricorrere all’emissione di monete di scarso decoro e di scadente valore intrinseco.

La moneta presa in esame, a tutt’oggi “dispersa”, anche se sappiamo che faceva parte della collezione Nuvolari, aveva un diametro di 42-43 mm. e un peso di gr. 26, come era per le monete “grosse” piacentine (cioé gli scudi) ricordate nella grida. Il metallo, l’argento per le monete di Piacenza, non poteva essere che la mistura per i pezzi imitati a Bozzolo. Si potrebbe anche azzardare l’ipotesi, verosimile dati i tempi di critica congiuntura, che la percentuale nobile presente nella lega fosse tra le più basse.

Molto simile al ritratto di Odoardo Farnese doveva essere quello di Scipione: presentava il collare alto alla spagnola e il busto corazzato, anche se appariva a tutto busto e non a mezzo busto come nella moneta del Farnese. La figura recava, diversamente dalla moneta imitata, una spada nella destra e lo scudo nella sinistra, oltre al nome di Scipione Gonzaga.

La grida mette soprattutto in guardia il pubblico relativamente al rovescio, che doveva quindi essere in tutto simile a quello piacentino: il Santo in piedi con la bandiera nella destra, col nome, Eusperio, nella leggenda (personaggio peraltro mai presente nella monetazione di Bozzolo); all’esergo, S. LXIII.

Si è ipotizzato (Paolo Bobbo, “Identikit per una moneta”, in “Bollettino Numismatico”, Anno VIII, n. 2, aprile 1971) che le lettere L X all’esergo, invece di indicare un così strano valore , rappresentassero le iniziali dell’incisore e zecchiere piacentino Luca Xell, del quale gli scudi farnesi riportano il monogramma fino al 1630.

La supposizione, per quanto verosimile e accattivante, attende ancora una conferma. Il CNI dà notizia di questa moneta al n. 111 del vol. IV, pag. 65, e nella descrizione del dritto fa riferimento al numero precedente, il 110, definito come “prova” di un tipo molto simile al rijksdaalder.
Questa moneta, nata nei Paesi Bassi nel 1579, fu più volte imitata e contraffatta dal momento che era l’espressione di una società ricca e molto affidabile.

Del rijksdaalder la nostra moneta ha la doppia perlinatura, interna ed esterna, oltre che l’iconografia del ritratto del principe, visto di profilo e a tutto busto, con spada appoggiata sulla spalla.

Il fatto che ancora una volta ci si trovi a dover fare i conti, anche se come ipotesi, con un’imitazione (o il progetto di questa, dal momento che si fa riferimento a una “prova”), non fa che avvalorare i nostri discorsi circa la difficile crisi del principato di Bozzolo, la frequente prassi di imitare monete di buona qualità, garantite da un’autorità degna di credito.

Inoltre l’assemblare in modo così confuso elementi che contraddistinguono vari tipi di monete testimonia come da questi anni in poi la zecca bozzolese non fosse più in grado di eguagliare le belle emissioni del passato.

Ancora due parole sulla probabile data di coniazione della moneta. Si è più volte osservato che è solo dal 1636 che la zecca cambiò completamente il suo comportamento trasformando un’attività fino ad allora degna di lode e di credito, in una fraudolenta e grossolana: è quindi da ritenere che l’imitazione dello scudo di Piacenza non si collochi, cronologicamente, prima di questa data. È logico poi pensare che non sia stata battuta dopo il 1639, anno in cui la grida di Piacenza mette in guardia la popolazione dall’esistenza di questa imitazione.

 

Chi l’ha vista?

Bozzolo
Giulio Cesare Gonzaga
(1613-1670)
Da 63 SOLDI.
Dritto: SCIP. D. G. DVX. SAB. S. R. I. ET. BOZ. ET. C. DA / SOL 63.
Busto di Scipione Gonzaga a destra con spada e stemma.
Rovescio: SANCTVS. EX/VPERIVS. DA.
All’esergo, S. L XIII
Santo in piedi volto a sinistra con bandiera.
Mistura, mm. 42/43, g. 26.
Bignotti “Le Zecche dei rami minori gonzagheschi”, n. 18.
Bobbio, “Identikit per una moneta”, Bollettino di numismatica, aprile 1971.
Corpus Nummorum Italicorum, vol. IV, n. 111.
Guidetti “La Zecca di Bozzolo, Pomponesco e S. Martino Arg.”, n. 58.
Ravegnani Morosini, “Signorie e Principati: monete italiane con ritratto” n. 28.
Bobbio, Bollettino di Numismatica, aprile 1971.

Il prezzo della guerra

Link intermo  tuttovideo.stream