Il Banco di Sicilia cent’anni dopo

Quasi a voler confermare la bontà della tesi di Vico sui corsi e ricorsi storici, l’Istituto siciliano nel 1992, a distanza di un secolo dalla sua fondazione, si trovò nuovamente nell’occhio del ciclone, vediamo perché…

Una Fede di Credito del Banco di Sicilia del 1874
Una Fede di Credito del Banco di Sicilia del 1874

Se la magistratura, nell’àmbito dei propri poteri, promuove azioni per la difesa del patrimonio pubblico deteriorato da cosche operanti in territori divenuti “città delle tangenti” o tangentopoli, anche la Banca d’Italia non era da meno nell’àmbito dei propri poteri ispettivi, per la difesa del denaro privato depositato nel sistema bancario nazionale.

È di quel periodo la notizia apparsa sulla stampa, soprattutto siciliana, che, oltre alle ispezioni periodiche ordinarie, l’allora governatore Ciampi ne aveva disposto una a tappeto, condotta da ben nove funzionari, in tutte le filiali del Banco di Sicilia S.p.A., cioé in quell’istituto di credito di diritto pubblico da poco trasformato in società per azioni in virtù della legge n. 218 del 30 luglio 1990 e del decreto legislativo n. 356 del 20 novembre 1990.

Certamente, in una società per azioni (in senso generico e senza alterazioni di vedute nei confronti del banco siciliano) possono entrare – e far da padroni – personaggi che, disponendo di denaro a profusione, acquistano i titoli azionari sino ai limiti previsti dalla legge e, scavalcando questi, con astuzia li fanno acquistare da familiari o prestanomi, creando una sorta di casta privata. Sui motivi che hanno indotto Ciampi ad ordinare un’ispezione accurata nel Banco di Sicilia, è proprio un editoriale isolano che ne parlò con una certa precisione, e vedremo il perché.

Per la cronaca, il Banco di Sicilia è stato istituto di emissione di cartamoneta dal 1874 al 1926, ma già nel 1890 fu sottoposto a commissariamento per gravi violazioni in materia di riserve.

Sino al 1874 il banco emetteva solo fedi di credito, cioé quella carta apossidiaria (dal latino: apoxa = ricevuta) che pur aveva potere di circolante per girata. Ma, con la legge di riforma monetaria n. 1220 del 20 aprile 1874, il Banco entrava nel Consorzio interbancario – prontamente creato dalla citata legge – per l’emissione di cartamoneta consorziale inconvertibile (stampata su carta bianca) nell’ammontare complessivo di un miliardo di lire da fornire alla Banca Nazionale del Regno onde consentire che l’erario estinguesse un prestito contratto all’estero, dopo Roma capitale.

L’art. 8 della legge autorizzava anche le banche consorziate ad emettere propria cartamoneta (carta colorata) ed il Banco di Sicilia emetteva una serie costituita da tagli di L. 50, 200, 500 e 1.000, mentre per il taglio di L. 100 l’emissione continuava la forma della fede di credito.

Caduta, frattanto, l’inconvertibilità dei consorziali per effetto della legge n. 133 del 7 aprile 1881 e sciolto il Consorzio, ai sei istituti d’emissione era esteso il privilegio di stampare propria cartamoneta, con concessione biennale rinnovabile di anno in anno. Il Banco emetteva, quindi, propria cartamoneta convertibile, divenuta successivamente non convertibile per effetto del ripristino del corso forzoso (R.D. 50 del 21 aprile 1884).

1000 Lire emesse dal Banco di Sicilia (diritto)
1000 Lire emesse dal Banco di Sicilia (diritto)

Frattanto, alla direzione del Banco era stato preposto il marchese Emanuele Notarbartolo, personalità di prestigio (assassinato dalla mafia per aver evidenziato gli abusi di alcuni amministratori del banco), il quale diede un impulso espansivo, ridusse le sofferenze del banco in tre anni a meno di centomila lire, aprì sportelli a Roma, a tutto dispetto della Banca Nazionale nel regno che pretendeva l’egemonia.

Purtuttavia un finanziamento alla Walser & C. di Messina, successivamente fallita, aveva fatto perdere al banco L. 1.619.000 circa, per il cui ripiano il Consiglio generale del banco aveva deciso di aprire le porte al credito agrario con l’emissione di titoli ad hoc, previsti dalla legge del 23 gennaio 1887, (pur non provvedendovi perché un progetto di legge, presentato in quello stesso anno, limitava la circolazione entro le norme fissate dal decreto del 1874, cioé nei limiti del terzo del patrimonio).

Nel 1889 il banco si estendeva all’estero per un finanziamento ad un progetto di navigazione nella linea Palermo-Napoli-Londra, con una sottoscrizione siculo-britannica del 6 gennaio 1890. L’intervento del governo fu immediato e con decreto del 6 febbraio successivo furono sciolti i consigli regionali dei due banchi meridionali (il Banco di Napoli aveva avuto altre ispezioni) e nominato commissario d’inchiesta per il Banco di Sicilia l’ex deputato Luigi Nervo, legato al Giolitti.

L’ispezione – pur mantenuta segreta – aveva accertato che le strutture bancarie italiane erano in una situazione di grave crisi; la gestione Nervo fu sciolta il 18 febbraio 1891 e vi subentrò Giulio Benso, duca della Verdura, nominato direttore generale del Banco di Sicilia.

Ma il 30 giugno 1892 Giolitti ordinava una seconda inchiesta e si accertava che, tra l’aprile del 1891 ed il mese di agosto 1892, il Banco di Sicilia aveva compiuto operazioni aventi carattere di vere e proprie speculazioni in Borsa.
Tornarono, quindi, alla ribalta voci secondo le quali il Notarbartolo sarebbe stato riproposto per la direzione generale, ma il suo assassinio, consumato il 1° febbraio 1892 in treno nella tratta Termini Imerese-Palermo (di ritorno dalla sua tenuta di Mendolilla), indusse il govermo a sostituire il duca della Verdura con il duca di Craco, Fortunato Vergara.

1000 Lire emesse dal Banco di Sicilia (rovescio)
1000 Lire emesse dal Banco di Sicilia (rovescio)

I motivi dell’omicidio Notarbartolo sono ben esposti da Pietro Gerbore (in: “Commendatori e deputati”. MI 1954, pag. 268 e segg.): “In quegli anni primo mafioso di Palermo era don Raffaele Palizzolo, membro influente dei consigli comunale e provinciale e del banco, proveniente dal partito ‘regionista’ (autonomista), che la sinistra aveva raccattato e portato a galla con tanta altra schiuma. Si sapeva che egli era manutengolo del famoso brigante Leone, specializzato nei sequestri di persona, dai quali traeva sin quattrocentomila lire all’anno.

Di Leone il Palizzolo si serviva nelle elezioni; in cambio egli nascondeva e vettovagliava i briganti. Non poteva tuttavia dirsi che egli fosse un capomafia; bensì il protettore politico di più d’una cosca, che conduceva alle urne, tutelava di fronte alle autorità e guidava nelle azioni, senza precisamente comandare o dare mandati, ma esplicando la sua influenza in gradazioni infinite tra il far nascere i delitti e il non impedirli.

Nel 1882 Notarbartolo fu vittima di un sequestro di persona, le cui circostanze autorizzavano a supporre che Palizzolo non fosse estraneo all’impresa… (per le elezioni del 1892, n.d.a.) Palizzolo aveva posto la sua candidatura contro un Giolittiano. Per lui la necessità di essere eletto e godere delle immunità parlamentari era impellente, perché proprio in quei giorni, in un fondo da lui tenuto in affitto a Mezzo Monreale, era stato ucciso un giovane, tal Miceli, il quale aveva osato difendere gli interessi della propria moglie.

Due mafiosi del luogo, uno dei quali castaldo di Palizzolo e l’altro suo cliente, erano stati colti coi fucili caldi. La vedova accusava Palizzolo. Ma per essere eletto occorrevano quattrini. Il giorno prima delle elezioni, il cassiere del Banco di Sicilia vide arrivare un mandato di pagamento per lire ottomila e seicento, utile di una delle solite operazioni su titoli. Il mandato era intestato a Palizzolo, ma il nome di Palizzolo era stato depennato, e scrittovi Anfossi. Il cassiere esitò, pensò di rimandare il mandato, ma rifletté che, pagandolo, egli acquisiva al suo archivio una prova preziosa. Poi, sùbito, egli corse ad avvertire Notarbartolo, che gran parte degli impiegati considerava come suo capo morale”.

Il 1° febbraio 1892, come detto, al Notarbartolo fu chiusa la bocca per sempre: il processo a carico dei presunti mandanti e dei killers si risolse, dopo diversi anni, con l’assoluzione di tutti.
Chiusa la parentesi Notarbartolo fra lo sdegno nazionale, il Banco continuava ad essere retto dal duca della Verdura.

500 lire del Banco di Sicilia
500 lire del Banco di Sicilia

Nel 1893, la Legge n. 449 del 10 agosto di riforma monetaria riduceva a tre gli istituti di emittenza: la Banca d’Italia (nata dalla fusione dei due istituti fiorentini), il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia.
Il Duca della Verdura chiese al governo l’aumento del patrimonio del banco per consentire una maggiore circolazione cartamonetaria, ma al rifiuto, il Duca della Verdura si dimetteva.

Finalmente con il R.D. 30 luglio 1894 furono autorizzate emissioni di nuova tipologia di cartamoneta, che, datata dal 27 aprile 1897 al 23 maggio 1921 e stampata a Roma nell’officina carte valori A. Staderini, ha le impronte del decreto ministeriale 30 luglio 1894: tagli di L. 25, 50, 100, 500 e 1.000.

Con la successiva legge di riforma monetaria (D.M. 19 maggio 1926) alla sola Banca d’Italia era accentrata la concessione d’emittenza, per cui le due banche meridionali cessavano di emettere cartamoneta.

La stessa legge dichiarava il Banco di Sicilia Istituto di credito di diritto pubblico con facoltà di emettere vaglia cambiari, quale ex istituto d’emittenza.

Con un salto pindarico, arriviamo ai giorni nostri, cioé al 1960, anno in cui il presidente del Banco, Carlo Bazan, rimase travolto dalle vicissitudini del tempo. Scrive Silvio Ori (in “Banchieri e bancarottieri”, Milano 1976, pag. 146): “Sono in molti a contendersi la sedia che fu dello sfortunatissimo Carlo Bazan, un presidente che conobbe l’onta delle manette e i rigori dell’Ucciardone, poltrona sulla quale, da Roma, fu spedito d’urgenza a sedersi, nel 1966, mentre il suo predecessore se ne andava tra i carabinieri, Ciro De Martino, un oscuro funzionario della Banca d’Italia tirato giù letteralmente dal letto per occuparsi dell’affare.

I candidati anche in questo caso furono subito (e restano) molti, ma sul filo del traguardo arriva un gruppo selezionatissimo…”.

Passano decenni ed il Banco di Sicilia, trasformato in S.p.A., è di nuovo nel vortice delle critiche; ma, stavolta è un editoriale bancario: il Bankomatt, che nel suo numero 11 dell’aprile 1992 (allegato a “Valori e Finanza”) in un articolo di fondo, dal titolo ‘Sfascisti e bari’, denuncia: “… il Banco rimane terra di conquista da parte di almeno due categorie di soggetti al confronto dei quali i ladroni di Alì Babà erano educande. Ci riferiamo ai numerosi attori esterni, sfascisti di mestiere di cui si compone la classe politica isolana (e di cui la generalità dei partiti va spesso fiera), intrisi di quella subcultura maneggiona e di quella arroganza del potere che stanno soffocando la Sicilia.

Il titolo dell'articolo sull'ispezione promossa da Bankitalia apparso sul "Giornale di Sicilia" del 20 marzo 1993
Il titolo dell’articolo sull’ispezione promossa da Bankitalia apparso sul “Giornale di Sicilia” del 20 marzo 1993

Protagonisti di una classe politica di basso rango… E a questo punto entra in scena anche la seconda categoria di razziatori, quella interna, aziendale DOC, quella dei bari del Banco che, per darsi un tono, verniciano l’interesse privato con l’ideologia sicilianista; che intralciano il buon esito di qualunque negoziato sindacale confidando nel tanto peggio, tanto meglio. Ai bari – che ormai si annidano ovunque – semplici impiegati, dirigenti o amministratori – non interessa alcun reale cambiamento o rilancio dell’Azienda perché ciò significherebbe assumersi, una volta tanto, responsabilità, far delle scelte e, quindi, uscire allo scoperto”.

Successivamente, in un editoriale del “Giornale di Sicilia” del 23 marzo 1993 sono stati evidenziati, a cura di un gruppo di lavoro di un partito politico, “quelli che sono stati definiti i limiti del sistema bancario in Sicilia, quali l’elevato costo del personale in alcuni istituti dovuto… a un elevatissimo numero di dirigenti, un rapporto sfavorevole fra impieghi, un basso livello di patrimonializzazione degli ex istituti di diritto pubblico (Banco di Sicilia e Sicilcassa)”.

Tale dichiarazione segue, di poco, un altro editoriale sullo stesso quotidiano che, in data 20 marzo 1993, ha scritto: “La Banca d’Italia sta effettuando, da circa tre mesi, una ispezione al Banco di Sicilia. Lo ha reso noto il Governatore, Carlo Azeglio Ciampi, nel corso dell’audizione davanti alla Commissione Antimafia. All’inizio – ha precisato Ciampi – si trattava di accertamenti particolari, ma, da circa un mese, l’ispezione è stata estesa a tutto l’istituto… I problemi che il Banco si trova ad affrontare non sono nuovi.

Saremmo in presenza di un aumento delle sofferenze, i crediti cioé non onorati dai clienti, incremento dovuto anche alla particolare fase recessiva che il Paese e la Sicilia, in particolare, stanno affrontando. Il fenomeno in questi giorni sta interessando i conti economici di tutte le maggiori banche… In pratica il Banco è fortemente sottocapitalizzato e ciò incide pesantemente sui conti economici”.

Richiamare alla nostra mente le ispezioni come sopra riferite di cent’anni addietro, ci rimandano alla nota teoria vichiana sui corsi e ricorsi storici.

Il Banco di Sicilia cent’anni dopo

Link intermo  tuttovideo.stream