I rinvenimenti di aes signatum

'Aes signatum' a ramo secco e a spina di pesce
‘Aes signatum’ a ramo secco e a spina di pesce

L’inizio della monetazione a Roma è rappresentato dalle emissioni di ‘aes grave’, una moneta fusa librale, per la quale è stata proposta la datazione del 335 a.C. secondo la cronologia tradizionale, o del 269 a.C. secondo la teoria ribassista. Prima Roma e il Lazio avevano conosciuto le fasi del baratto, del bestiame-moneta, dello scambio a peso di metallo rozzo e informe (Aes Rude) ed infine – a partire da un momento fissato dalla tradizione nell’ambito della metà del VI secolo a.C. – sullo scambio di metallo fuso in pezzi di forma quadrangolare, spesso spezzati in frammenti più o meno regolari, muniti di un’impronta e perciò detti ‘signati’.

Con il termine di ‘aes signatum’ si intendono, dunque, pani di rame di forma generalmente quadrangolare che recano un’impronta su una o su entrambe le facce principali.

La tecnica utilizzata per la loro produzione è la fusione in due matrici (staffe, o valve) che caratterizzava i pezzi con ampie sbavature di metallo; secondo le modalità della fusione la loro sezione risulta rettangolare oppure a cuneo. Le impronte che appaiono sulle facce larghe vengono così classificate: 1) ramo secco 2) spina di pesce 3) asta 4) asta e delfino.

Ci occuperemo in questo articolo dei pani con l’impronta del “ramo secco” dei quali si conosce il maggior numero di pezzi, grazie ad una certa quantità di rinvenimenti localizzati in diversi centri soprattutto dell’Italia centro-settentrionale, tranne poche eccezioni, almeno per il momento, in Campania (Castellamare di Stabia, Pontecagnano) e in Sicilia (Bitalemi). Un rapido sguardo alla cartina dà un’idea precisa della distribuzione dei rinvenimenti sia isolati (cerchio) che in ripostiglio (triangolo). Fuori della nostra penisola è segnalato sinora soltanto il ritrovamento di Mazin, in Croazia, avvenuto nel 1896.

Sin dal primo momento della scoperta di rinvenimenti di pani di rame, soprattutto di quelli con l’impronta del ramo secco, momento che corrisponde al fiorire degli studi di preistoria e protostoria, si susseguirono numerosi interventi da parte di archeologi come Pigorini, Chierici, Brizio, i quali, pur non occupandosi di numismatica, posero subito il problema di un probabile valore monetale di tali pani.

'Aes rude' pani di rame informi di diverso peso (da pochi grammi a 4 chili) e dimensioni
‘Aes rude’ pani di rame informi di diverso peso (da pochi grammi a 4 chili) e dimensioni

Garrucci fu il primo numismatico che raccolse il materiale allora conosciuto assieme alle notizie relative e le illustrazioni dei pezzi più significativi; ma chi lo inserì nel contesto della più antica monetazione italica e romana, assegnandolo alla fase precedente l’introduzione della moneta, fu Häberlin che inoltre distinse con chiarezza fra loro i pani con impronte diverse.

L’interesse che l’analisi e lo studio dei rinvenimenti di pani con l’impronta del rame secco riveste per la comprensione storico-sociale ed economica delle fasi precedenti l’uso della moneta vera e propria nel mondo italico è notevole, dal momento che abbraccia diversi problemi: l’inizio della produzione dei pani, il contesto storico; il contesto geografico (origine e diffusione); la loro funzione.

Plinio (Naturalis Historia, XXXIII, 43), attribuisce al re Servio Tullio il principio della produzione di ‘aes’ contrassegnato da un’impronta e chiamato “pecunia”: “signatum est nota pecudum”. Basandosi su una notizia dello storico greco Timeo afferma che i romani, precedentemente, utilizzavano il metallo grezzo “rudi usus Timaeus tradit”.

A prescindere dalla storicità di Servio Tullio, l’affermazione di Plinio fa comprendere che nella Roma del VI secolo a.C. operavano trasformazioni che rendevano necessaria l’introduzione di un nuovo mezzo di valutazione dello scambio attraverso l’uso del bronzo marcato: il bronzo emesso ufficialmente da un’autorità statale, traduzione in metallo di ciò che prima si pagava in capi di bestiame mediante la creazione di un rapporto preciso fra buoi, pecore e bronzo come si deduce da altre fonti storiche (in questo senso è da interpretare il passaggio etimologico pecus>pecunia), indica un ambito economico-culturale basato sulla pastorizia, nel quale il bestiame rappresentava il ‘bene mobile’.

Il mezzo di pagamento in metallo in uso per lo scambio era certamente più agevole: sappiamo che alla metà del V secolo a.C. le leggi Aternia-Tarpeia e Menenia-Sestia ne sancirono l’adozione anche per il pagamento delle multe che prima si solvevano in bestiame.

La cronologia ricostruita sulla base delle fonti viene confermata dal rinvenimento di Bitalemi: il deposito votivo che conteneva il frammento di ‘aes signatum’ (nel Santuario di Demetra Tesmophoros) è stato datato dagli archeologi al 570-540 a.C.

Ripostiglio di Castelfranco Emilia: barra rettangolare in alto con il segno del ramo secco su ambedue le facce
Ripostiglio di Castelfranco Emilia: barra rettangolare in alto con il segno del ramo secco su ambedue le facce

Ciò significa che alla metà del VI secolo l’ “aes signatum” con il ramo secco già esisteva. Inoltre, l’analisi dei rinvenimenti ha reso possibile ipotesi di cronologia relativa fra i vari tipi di ‘aes signatum’ e i gruppi con il ramo secco: i pani con il ramo e quelli senza si trovano associati in diversi ripostigli, per cui dovrebbero essere contemporanei; pani con il ramo non sono stati rinvenuti insieme a pani con ‘spina di pesce’, ‘delfini’ e ‘asta’ né insieme a ‘aes grave’ per cui si avrebbe tale successione cronologica: pani senza impronte e con l’impronta del ramo secco, pani con le altre impronte.

Per quanto riguarda l’origine e la diffusione dei pani con il ramo è chiaro, dalla cartina, che i rinvenimenti si concentrano nell’Emilia e nell’Etruria meridionale; il Lazio gioca un ruolo minore, in contrasto con la notizia di Plinio sull’iniziativa di Servio Tullio.

Sulla base delle analisi del metallo non si può parlare di produzione romana ma rimane problematico identificare il centro, o i centri, di produzione: l’Emilia è la zona più interessata e i pani potrebbero essersi diffusi da qui verso l’area venetica (Gorizia) e l’Etruria meridionale, comportando in quest’ultima zona la nascita di officine locali di imitazione riconoscibili per le differenze nel tipo di rame (Panvini).

È stata avanzata una diversa teoria: i pani sarebbero stati prodotti nell’Etruria meridionale, fra Tarquinia, Cerveteri e Volsinii, e da queste officine originarie si sarebbero diffusi verso il settentrione, con la colonizzazione etrusca verificatasi alla metà, circa, del VI secolo verso quella direzione, e verso il meridione grazie ai movimenti commerciali dell’Etruria (Colonna).

Il dibattito sulla funzione di questi pani si è svolto intorno al quesito se essi costituissero oppure no un mezzo di scambio premonetale. Pani di rame da fondere? Strumenti di ricchezza tesaurizzati? Pani con un carattere monetale conferito loro dall’impronta?

È certo che essi venivano scambiati a peso, come indicano i frammenti rinvenuti e sembra molto probabile che l’impronta fosse il segno dell’officina di fusione più che una garanzia del peso, considerata l’impossibilità di stabilire un rapporto regolare tra i diversi pesi.
I nostri pani potrebbero dunque essere ‘beni’ usati per lo scambio con altre merci o per acquistare altri beni a fianco di altri mezzi di natura diversa: certamente potevano essere tesaurizzati per il loro valore intrinseco e non si può, infine, escludere che potessero anche essere utilizzati per la lavorazione in fonderie.

 

Tutti i pani col ‘ramo secco’

Ecco la consistenza dei ritrovamenti dei pani con l’impronta del ‘ramo secco’ (i triangoli indicano i ripostigli, i cerchi i rinvenimenti isolati):

La cartina dei rinvenimenti così come è stata disegnata da Franco Panvini Rosati nel 1988
La cartina dei rinvenimenti così come è stata disegnata da Franco Panvini Rosati nel 1988

Gorizia (1867): 2 pezzi.
Quingento, Parma (1871): 8 pezzi.
Campeggine, Reggio Emilia (1877): 7 pezzi + un frammento.
San Paolo d’Enza, Reggio Emilia (circa 1864): 1 pezzo + 6 frammenti privi di segno.
San Paolo d’Enza, Reggio Emilia (1871): 3 pezzi + 4 senza segno.
Marzabotto, Bologna (1889): 1 pezzo, fra i più pesanti (2.900 gr.).

Levizzano, Castelvetro (circa 1874): 1 frammento con il ramo.
Mantova (circa 1887): 1 pezzo.
Forcello, località di Mantova (1981): 1 frammento con il ramo .
Castelfranco Emilia (1987): 34 pezzi + 65 senza impronte.
Fiesole (circa 1880): 1 pezzo, ma in origine si trattava di un ripostiglio composto da 70 pezzi.

Monte Falterona, Stia (1873): stipe votiva con pezzi di aes rude e ‘pani con il ramo’ di quantità non precisata.
Chianciano: 2 frammenti.
Fabbro, Orvieto (circa 1880): 1 pezzo.
Vitorchiano, Viterbo (circa 1880): 2 pezzi.
Cerveteri (circa 1880): 1 pezzo + 1 frammento con tracce di ramo.
Vulci, Ponte della Badia (1828): 1 frammento con ramo.

Ardea, Roma (circa 1880): 1 pezzo.
Castelnuovo di Porto, Roma (1905): 2 pezzi + 2 frammenti con ramo.
Via Tiberina, Roma (1941): frammento con ramo in una stipe votiva.
Lago Fucino, San Benedetto dei Marsi (1905): 1 pezzo.
Pontecagnano (sequestro del 1904): frammento con rame.
Castellamare di Stabia (circa 1900): 1 pezzo.
Bitalemi, Gela (1965): 1 frammento con ramo in deposito votivo.
Mazin, Croazia (1896): ‘alcuni’ pezzi in deposito votivo.

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