I “carcioffi” di Garibaldi

Grande merito, mi affretto a dire per non essere tacciato di parlar male di Garibaldi, perché senza dubbio un grand’uomo è stato, ricco di meriti, di coraggio, di personalità, di quello che, con un termine anche abusato, si ama definire carisma. Ma anche un carattere difficile, spigoloso, che lo portava ad esplosioni inopportune, ad atteggiamenti contrastanti, a sdegnosi silenzi.

Come ci racconta questa lettera scritta da Caprera il 18 marzo 1861 e indirizzata a un certo signor Lombardi, suo fornitore di piante e grazioso omaggiante di un cestino di “carcioffi” che dovevano essere di una squisitezza eccezionale, tale da meritare l’iniziale maiuscola.

La lettera non è affrancata e quindi essendo il porto a carico del destinatario – come ancora era concesso in quell’anno senza differenza di tassazione – reca la normale annotazione dei venti centesimi da esigere.

Scritta il 18 marzo, dicevo, il giorno successivo a quella domenica 17, proclamazione ufficiale del Regno d’Italia, che aveva visto in festa le popolazioni di tutte le regioni liberate o annesse, in cui anche a Roma le signore passeggiavano sotto il naso delle guardie papaline con corpetti di seta rossa sui quali spiccava a mo’ di pettorale, una croce d’argento, chiaro ma non perseguibile riferimento allo scudo sabaudo, e in cui a Padova il tricolore veniva issato sulla più alta torre campanaria.

In quella domenica 17 marzo la Gazzetta Ufficiale esce per la prima volta con l’aggiunta “del Regno d’Italia” e reca il decreto con il quale Vittorio Emanuele ha assunto il titolo di Re d’Italia.

Infatti – e la nota mi sembra opportuna e storicamente importante – la data che segna politicamente il cambio istituzionale è il 14 marzo, quando il Parlamento Italiano (si noti: Italiano!) riunito in seduta solenne, con il governo al gran completo, con le tribune gremite di personalità e dei personaggi della Torino bene e con gran folla in piazza, approva all’unanimità (per la verità due deputati avevano, per errore, deposto nell’urna la pallina nera, ma subito si erano ravveduti e scusati) l’articolo unico all’ordine del giorno: “Sua Maestà Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di Re d’Italia”.

Garibaldi non è venuto pur avendone pieno diritto dopo aver accettato in marzo la carica di deputato che, conferitagli a Napoli in seguito alle elezioni del 27 gennaio, aveva in un primo momento sdegnosamente rifiutato. È a Caprera, intento a piantare “viti e arbusti”, offeso e indignato per il trattamento riservato ai suoi volontari che non solo non sono stati che in piccola parte inseriti nell’organico dell’esercito regio, ma ai quali, e la cosa gli risulta inaccettabile, sono stati preferiti militari di carriera del disciolto esercito borbonico.

Giuseppe Garibaldi ritratto sulla copertina della Domenica del Corriere del 7 luglio 1907
Giuseppe Garibaldi ritratto sulla copertina della Domenica del Corriere del 7 luglio 1907

Pur assente, la sua ombra aleggia sul Parlamento, e quando Angelo Brofferio lo citerà come colui che per primo, a Teano, ha proclamato Vittorio Emanuele Re d’Italia, un certo disagio serpeggia nell’assemblea che ascolta la secca puntualizzazione di Cavour: “Il Governo ha spedito un esercito in Crimea, ha proclamato i diritti dell’Italia al Congresso di Parigi, ha concluso i trattati del 1859. Alla politica adottata dal governo l’Italia deve la propria salvezza”.

Cavour ha vinto e la notizia della resa di Messina scatena l’applauso.

Ma nell’esilio di Caprera Garibaldi non ha perdonato. Ancora convalescente di un attacco di artrite, il 18 aprile nella seduta del Parlamento si scaglierà violentemente contro Cavour al quale non può perdonare la cessione della “sua” Nizza alla Francia.
Che c’entrano – si chiederà il mio lettore – queste notizie, peraltro risapute con la filatelia?
Rispondo con una domanda: ma non abbiamo sempre sostenuto che la filatelia è sovente testimonianza di un momento storico magari secondario, ma mai trascurabile? E quale testimone avrei potuto trovare più importante di Giuseppe Garibaldi?

Il testo della lettera pubblicata nell’articolo. Così il 18 marzo 1861 Giuseppe Garibaldi scriveva da Caprera al Signor Vincenzo Lombardi in Sassari. Il giorno prima Torino aveva assistito in tripudio alla proclamazione del Regno d’Italia.

Caro Lombardi, ho ricevuto le quattro vostre lettere sal 2 al 16 del corrente mese con le piante viti, ed arbusti, che mi inviaste e che ho piantato nel modo che mi avete indicato. Gradite intanto i miei sinceri ringraziamenti per la premura che vi siete dato per le medesime, come pure per il cestino di Carcioffi che mi avete anche spedito, e giuntomi in buon essere. 

Contraccambiate i saluti miei al vostro fratello e credetemi sempre Vostro. G. Garibaldi

I carcioffi di Garibaldi

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