Francobolli da favola…

C’era una volta… Tutte le favole o fiabe degne del nome cominciano con questa classica frase, per cui, per analogia, un articolo che si rispetti, concernente questo fantastico mondo, è costretto a seguire la stessa via.

Conformismo? No. Cominciamo infatti con una piccola contestazione. I soliti cesellatori del pelo nell’uovo, questa volta del mondo letterario, fanno un sottile distinguo tra favola e fiaba. La prima sarebbe un breve racconto, in cui agiscono animali o addirittura cose, ed ha un preciso intento morale esplicitato nella sentenza di chiusura. Indubbiamente di estrazione popolare, in Grecia fa il salto di qualità, entrando nel mondo della letteratura, grazie ad Esopo, ammesso che costui sia effettivamente esistito. A Roma si copia l’idea, naturalmente in latino, e nel resto del mondo nell’arco dei secoli gli altri si accodano fino ad arrivare al grande Trilussa.

 

Il cavallo volante
Il cavallo volante
Shéhérazad
Shéhérazad
Simbad il marinaio
Simbad il marinaio
La lampada di Aladino
La lampada di Aladino
Arun el Rascid
Arun el Rascid
Il tappeto volante
Il tappeto volante
Il pescatore e genio
Il pescatore e genio
Alì Babà
Alì Babà
Il 2° viaggio di Simbad
Il 2° viaggio di Simbad

Anche la fiaba sarebbe sostanzialmente un racconto che sciorina fatti mirabolanti, in cui intervengono esseri dotati di poteri soprannaturali. A complicare la questione ci si mettono i nostri padri romani che con il termine fabula designano ogni sorta di rappresentazione scenica (dalla commedia alla tragedia). Comunque stop a questo discorso, anche perché per i giovani filatelisti, che dovrebbero essere i principali destinatari di queste note, i termini suddetti sono quasi dei sinonimi.

Nonostante tutte le autentiche conquiste della tecnologia, il fascino sottile delle fiabe non si è affatto spento, per cui Amministrazioni postali serie portano alla ribalta francobolli tematici culturalmente accettabili ed i bambini ascoltano ad occhi sgranati i pezzi classici o quelli estemporaneamente messi insieme dai nonni di buona volontà.

Anche in chiave filatelica è possibile fare una scorribanda panoramica e vagamente formativa, con tante scuse per l’ultimo aggettivo che puzza di superbia. Quindi niente piani o lunghe liste di francobolli, ma solo concetti e, in parentesi, qualche riferimento al catalogo Yvert, per i più pigri.

Facciamo un salto indietro nel tempo di circa due millenni. Siamo in India e constatiamo che i suoi abitanti hanno lo zero, la cifra ultima inventata e chiamata dagli indù “sunga” (il vuoto), e si dilettano con numeri enormi che confinano con l’inconcepibile. Nel loro antichissimo poema epico Mahabarata, senza badare a… spese, si parla di 24 x 10 elevato alla quarantesima, Budda ha 600.000 milioni di figli; una leggenda – non andiamo fuori tema – di estrazione popolare, udita sul mercato di Benares, narra che al tempo dei tempi ad una battaglia di scimmie parteciparono 10 elevate alla quarantesima di esse. Molti secoli dopo verrà calcolato che gli esemplari corrispondenti a questo numero avrebbero trovato posto in una sfera cava di diametro uguale al sistema solare sino all’orbita di Nettuno!

 

Il vecchio che fa rifiorire gli alberi tagliati
Il vecchio che fa rifiorire gli alberi tagliati

Ritornando dalle “balle” ai bolli va segnalato che l’India può essere fiera di annoverare, già prima della nascita di Cristo, la più abbondante letteratura fiabesca del mondo antico, popolata di esseri umani o belluini. Per tutti citiamo il Ramayana, che canta le gesta di Rama e della sua Sita (Indonesia 269/74).

Grazie ad un tappeto volante (Ungheria 1785 e Italia, annullo di Milano, Giornata del francobollo 7.12.1985) – dal momento che possiamo permettercelo – spostiamoci nel Medio Oriente, grosso modo a Baghdad (quando tirava altro vento), per ascoltare le meravigliose novelle arabe che Shahrazad offriva giorno per giorno al sultano di Persia Shahriyar. Sarà così possibile rivivere (attraverso l’intera serie ungherese 1780/88) le affascinanti avventure e le vicende prodigiose di personaggi come il marinaio Sinbad, Alì Babà ed il califfo Harun-ar-Rashid, autentico protagonista, il quale – se interessa saperlo – ebbe relazioni con Carlomagno.

 

La gru trasformata in donna
La gru trasformata in donna

Per coloro che avessero dimenticato o non conoscessero i dettagli, rammentiamo la possibilità d’incontrare il cavallo volante, la lampada di Aladino ed altri inebrianti frutti della fantasia creatrice, presumibilmente raccontati, in mezzo al deserto, nelle notti stellate.

Un salto in estremo oriente, più precisamente in Giappone, dove, tra l’eruzione di un vulcano ed una scossa di terremoto, in una delle sue numerosissime isole, comprese tra la fredda Hokkaido e la subtropicale Kyushu, personaggi gentili e facce truculente intessono storie meravigliose.

 

La storia del tagliatore di canne di bambù
La storia del tagliatore di canne di bambù

Indubbiamente sono fiabe poco note nel mondo occidentale, da sempre attaccato ad un razionalismo esasperante, ma non per questo meno attraenti, specie se presentate con francobolli dalle tinte pastello e sfumate, dai toni dolci, come nelle serie “Il vecchio che fa rifiorire gli alberi tagliati” (1095/7), e “Urashima Taro” (1141/3), o altamente poetici come i tre valori de “La gru trasformata in donna” (1101/3) o cromaticamente smaglianti come “Tom Pouce” (1117/9), o sorprendentemente realistici come “Storia del tagliatore di Bambù” (1111/3) e “Momotaro” (Ungheria 1410). Presente anche un topolino, protagonista de “Il paese del topo” (1149/51). Un ispiratore del grande Walt Disney? Forse.

In tempi più vicini ai nostri la favola diventa più puntuale e maggiormente ambientata, senza perdere quegli elementi che hanno a volte del meraviglioso o del soprannaturale e sono capaci di sconvolgere le leggi della natura ed i fatti scontati. Gnomi, giganti, streghe, draghi e maghi (Olanda 877/81) si sprecano, ma quasi sempre con le finalità di consentire il trionfo del bello, del buono, del giusto o di altri nobili sentimenti.

Cenerentola
Cenerentola

A questo punto vorremmo invitare i lettori ad alzare la mano se non hanno mai sentito parlare di “Cappuccetto Rosso”. Crediamo di non sbagliare affermando che nessuna mano è puntata in alto, perché fiabe del genere sono da decenni patrimonio comune dell’umanità e note a grandi e piccini. La loro trama ha fatto sgranare tanti occhioni e battere parecchi cuoricini, fenomeno che puntualmente si rinnova ogni qual volta al fatidico “c’era una volta”, per esempio della maestra (Ungheria 1327), fa seguito il colorito racconto.

Il famoso Cappuccetto è stato filatelicamente ricordato più volte (Olanda 807, Polonia 1682, Monaco 1156, Germania Federale 213/216, Ungheria 1334, Paraguay 1749/55, Italia 1250, Svizzera 1235) ed è in buona compagnia con “Il gatto degli stivali” (Polonia 1677, Monaco 1139, Germania Democratica 1122/7, Paraguay 10 val. 1982, Ungheria 1406), “Cenerentola” (Monaco 1152, Polonia 1683, Germania Federale 352/5, Paraguay 1713/9 e PA 824/5), “Hansel e Gretel” (Germania Federale 241/4, Ungheria 1332). “Biancaneve” (Germania Federale 257/60, Polonia 1685, Ungheria 1404, Paraguay 809/10 e PA 835/6), “La bella addormentata nel bosco” (Monaco 1154, Germania Federale 315/8, Ungheria 1328).

È possibile specializzare studio e collezioni per le seguenti aree geografiche e linguistiche: tedesca (Germania Federale 280/3, 403/6, Germania Democratica 936/41, 1020/5, 1146/51, 1238/43, 1407/12, Liechtenstein 422/4, 447/9 e 466/8); danese (Germania Democratica 1493/8, 1776/8, 2044/9); francese (Monaco 1152/60, Lussemburgo 622/7 e 691/6); russa (Germania Federale 1586/91, Ungheria 1331, 1403, 1676/81); balcanica (Albania 1634/41, Romania 2132/7 e Bulgaria 1241/6).

Cappuccetto rosso
Cappuccetto rosso

Nella nostra ideale passerella non possiamo dimenticare grandi scrittori di favole che sono stati giustamente ricordati nei francobolli, per cui rendiamo loro il dovuto onore citandoli in ordine di nascita: Jean de La Fontaine (1621-1695), Accademico di Francia famoso per le sue favole in versi (Francia 397); Francois de Salignac de la Mothe Fénelon (1651-1715), scrittore multiforme (Francia 785); Jean Pierre Claris de Florian (1755-1794), esponente caratteristico del genere “sensibile” (Francia 1021); Ivan Krjlov (1768-1844), cultore del favolello (Unione Sovietica 945/6, 3157 e 3465); Jacob Grimm (1785-1863) ed il fratello Wilhelm Karl Grimm (1786-1859), apprezzati scrittori (Germania Federale 198).

Evitiamo, di proposito, di dare ulteriori ragguagli sui singoli scrittori, veri favoleggiatori con la penna, per non togliere a coloro che si avvicineranno a questo tema la gioia dello studio della loro personalità ed il rapporto con le loro creature.
Chi poi volesse mettere la ciliegina… letteraria ha a disposizione mottetti e filastrocche gustose di sapore fiabesco (Olanda 782/6 e Gran Bretagna 840/5).

Se poi qualcuno si sente di dissacrare certi polpettoni tipo Iliade, Odissea, Orlando Furioso, Gerusalemme Liberata eccetera, che in fondo non sono altro che fiabe per adulti, si accomodi. Per l’intelligenza spumeggiante c’è sempre posto.

Cappuccetto rosso
Cappuccetto rosso

A costo di essere tacciati di sciovinismo vogliamo chiudere con una puntualizzazione. Nel patrimonio della letteratura fiabesca italiana c’è una gemma: “Lo Cunto de li Cunti” (cioé “Il Racconto dei Racconti”). Il ponderoso lavoro, articolato in giornate secondo lo schema del Decamerone, è opera di Giambattista Basile (risale alla metà del ‘600), al quale spetta il grande merito di avere fuso in un crogiuolo i tesori delle favole e delle leggende popolari tramandate secondo la tradizione orale sin dall’epoca pagana.

Il più grande scrittore tedesco di favole, ossia Jacob Grimm, lo tradusse in tedesco ed “attinse” abbondantemente per la sua “produzione”; Burton lo divulgò, traducendolo, nel mondo di lingua inglese; Benedetto Croce tentò di farlo apprezzare al pubblico italiano. Dobbiamo però riconoscere che nel nostro Paese l’opera non è nota come merita, probabilmente perché scritta in napoletano. Un riconoscimento allo scrittore delle 50 fiabe contenute nel “Lo cunto…” sarebbe, a nostro avviso, veramente opportuno. Noi abbiamo lanciato il sasso senza nascondere la mano, lieti se verrà raccolto.

 

ΑΙΣΩΠΟΥ ΜΥΘΟΙ ovvero “Le favole di Esopo”

Anche per coloro i quali confondono Esopo con l’uscita degli ebrei dall’Egitto o, ancor peggio, con qualcosa di vagamente radioattivo, non possono non ricordare, tra le tante, la sua favola de La volpe e l’uva, Certamente la più famosa.

Sì, ad esserne l’autore è proprio lui: Esopo, che – con Saffo ed Anacreonte, Collimaco e Senofonte, l’aoristo ed il duale, alfabeta e gammadelta, anèr andròs e otopòi papapài, la Biblioteca d’Alessandria e l’Anòbasi che si sarebbe dovuta chiamare Catàbasi, Maratona e le Termopili, Eschilo Sofocle Euripide e Tucidide, tutti riuniti in una demenziale filastrocca (Eschilo, Eschilo qui si Sofocle, ma attenzione ché le scale sono Euripide e se cadi Tucidide) – fa parte ormai del nostro immaginario ginnasialgrecoclassico.

Esopo, dunque dicevamo. Lo schiavo frigio deforme e balbuziente vissuto nel VI secolo avanti Cristo. Vissuto almeno sino a quando i cittadini di Delfi, ritenutisi offesi da una sua favola, non ebbero la bella pensata di gettarlo giù da una rupe. Cosa di cui ebbero a pentirsi amaramente allorché gli dei provvidero a punire la città con una terribile carestia. Ma a parte questo, di lui non sappiamo molto di più.

Del resto lo stesso Massimo Planude (un dotto bizantino vissuto nel XIV secolo) comincia la sua biografia del favolista greco con queste parole: “Non sappiamo nulla di certo sulla nascita di Omero e di Esopo”. Che è già tutto un programma.
Ed anche noi, per quanto cerchiamo di scavare nei nostri ricordi ginnasiali, non ricordiamo molto di più del fatto che in lui si concretizzò e prese forma quello che era stato sino ad allora il patrimonio favolistico greco. Non molto diversamente, insomma, di quanto era accaduto per l’Iliade e l’Odissea con Omero.

Un patrimonio favolistico tramandato per secoli oralmente e poi giunto per iscritto sino a noi in un’elaborazione per lo più fatta in età ellenistica. La stessa morale esplicativa, del resto aggiunta in coda ad ogni favoletta, è di età posteriore a quella in cui Esopo visse.
Comunque sia, Esopo ebbe un tal successo di critica e di pubblico – per dirla in termini cinematografici – che a lui si rifecero molti favolisti d’ogni epoca e Paese: da Fedro (I secolo a.C.), che volse in latino molte delle sue favole, al più vicino La Fontaine (XVII secolo), tanto per stare a quelli di maggior fama.

Delle circa 500 favole di cui si compone il “corpus” esopico, le Poste di Grecia ne hanno scelte otto tra le più famose, che qui riportiamo a mo’ di commento dei rispettivi francobolli. Dalla celeberrima La volpe e l’uva a quella, quanto mai attuale, dell’Asino vestito della pelle del leone e la volpe, la cui morale così suona: ci sono degli ignoranti che, grazie alle loro festose apparenze sembrerebbero persone importanti, se la smania di parlare non li tradisse.

La volpe e l’uva

Una volpe affamata vide dei grappoli d’uva che pendevano da un pergolato e tentò d’afferrarli. Ma non ci riuscì “Robaccia acerba!” disse allora fra sé e sé; e se ne andò.

Così, anche fra gli uomini, c’è chi, non riuscendo, per capacità, a raggiungere il suo intento, ne dà la colpa alle circostanze.

 

Borea e il Sole

Borea e il Sole, che contendevano per stabilire chi dei due fosse il più forte, s’accordarono di considerare vincitore colui che riuscisse a togliere di dosso i vestiti a un viandante. Cominciò Borea, che prese a soffiar forte; l’uomo si serrava addosso i vestiti; e quello sopra con maggior violenza. Allora il viandante, sempre più tormentato dal freddo, aggiunse a quel che aveva addosso un altro mantello; e Borea, esausto, cedette il suo uomo al Sole. Questi d’apprima prese a splendere moderatamente; poi, quando l’uomo ebbe deposto il mantello supplementare, sprigionò vampate sempre più forti, finché quello, non potendo più resistere al calore, si spogliò nudo e andò a fare il bagno nel fiume che scorreva lì presso.

La favola mostra che la persuasione è spesso più efficace della violenza.

 

Il cervo alla fonte e il leone

Spinto dalla sete, un cervo se ne andò ad una fonte; bevve, e poi rimase ad osservare la sua immagine riflessa nell’acqua. Delle corna, di cui ammirava la grandezza e il ricco disegno, si sentiva tutto orgoglioso, ma delle gambe non era soddisfatto, perché gli parevano scarne e fragili. Mentre ancora stava riflettendo, ecco un leone che si mette ad inseguirlo. Il cervo si dà alla fuga e riesce per un bel pezzo a tenerlo a distanza, perché la forza dei cervi risiede nelle gambe, come quella dei leoni nel cuore.
Finché il piano gli si stese dinanzi spoglio di alberi, egli trovò dunque scampo nella sua maggiore velocità; ma quando giunse in una plaga boscosa, accadde che gli si impigliarono le corna nei rami, non poté più correre, e fu preso. Allora, mentre stava per morire, disse a sé stesso: “Me disgraziato! quelle gambe che dovevano tradirmi mi offrivano la salvezza, e mi toccò invece morire proprio per colpa di quello in cui riponevo tutta la mia fiducia”.

Così, molte volte, tra i pericoli, la salvezza ci viene da amici che parevano sospetti, mentre altri in cui avevamo piena fiducia ci tradiscono.

 

Zeus e il serpente

Quando Zeus si sposò, tutti gli animali, ciascuno secondo le proprie possibilità, gli offersero doni. Anche il serpente salì strisciando fino a lui con una rosa in bocca; ma Zeus, vedendolo, esclamò: “Da tutti gli altri animali, i doni io li gradisco; ma dalla tua bocca non li prendo proprio”.

La favola mostra che le cortesie dei malvagi devono farci paura.

 

Il corvo e la volpe

Un corvo aveva rubato un pezzo di carne ed era andato a posarsi su un albero. Lo vide la volpe e le venne voglia di quella carne. Si fermò ai suoi piedi e cominciò a far grandi lodi del suo corpo perfetto e della sua bellezza, dicendo che nessuno era più adatto di lui ad essere il re degli uccelli, e che lo sarebbe diventato senz’altro, se avesse avuto la voce. Il corvo, allora, volendo mostrare che neanche la voce gli mancava, si mise a gracchiare con tutte le sue forze, e lasciò cadere la carne. La volpe si precipitò ad afferrarla, soggiungendo: “Se poi, caro il mio corvo, tu avessi anche il cervello, non ti mancherebbe proprio altro, per diventaare re”.

Ecco una favola adatta per un uomo stolto.

 

Il taglialegna ed Ermes

A un taglialegna cadde l’accetta nel fiume presso cui stava lavorando. Non sapendo che fare, si mise a piangere, seduto sulla sponda. Ermes, saputa la ragione del suo pianto, si impietosì; fece un tuffo nel fiume e portò su un’accetta d’oro, chiedendogli se era quella che aveva perduto. L’uomo rispose di no, ed Ermes, tuffatosi di nuovo, ne portò su una d’argento; e poiché l’uomo dichiarava che non era nemmeno quella, si tuffò una terza volta e gli portò fuori la sua. Allora il taglialegna disse che si trattava veramente di quella che aveva perduta, ed Ermes, soddisfatto della sua onestà, gliele diede tutte e tre.

Il boscaiolo, ritornato tra gli amici, raccontò loro l’accaduto, e uno di essi pensò di poterne ricavare un uguale profitto. Andò al fiume, gettò a bella posta la sua accetta nell’acqua e poi si sedette lì a piangere. Anche a lui apparve Ermes e, informatosi del motivo del suo pianto, si tuffò e portò su a lui pure un’accetta d’oro chiedendogli se era quella che aveva perduto: “Ma sì, certo che è quella!”, rispose l’altro, esultante. Il Dio, indignato di tanta sfacciataggine, non solo si tenne l’accetta d’oro, ma non gli riportò nemmeno la sua.

La favola mostra che la divinità è tanto propizia agli onesti quanto ostile ai disonesti.

 

L’asino vestito della pelle del leone e la volpe

Un asino si mise addosso la pelle di un leone e andava attorno seminando il terrore fra tutte le bestie. Vide una volpe e volle provarsi a far paura anche a lei. Ma quella, che per caso aveva già sentito la sua voce un’altra volta, gli disse: “Sta’ pur sicuro che, se non ti avessi mai sentito ragliare, avresti fatto paura anche a me”.

Così ci sono degli ignoranti che, grazie alle loro fastose apparenze, sembrerebbero persone importanti, se la mania di parlare non li tradisse.

 

La tartaruga e la lepre.

Una tartaruga e una lepre continuavano a far discussioni sulla loro velocità. Finalmente, fissarono un giorno e un punto di partenza e presero il via. La lepre, data la sua naturale velocità, non si preoccupò della cosa: si buttò giù sul ciglio della strada e si addormentò. La tartaruga, invece, consapevole della sua lentezza, non cessò di correre, e così, passando avanti alla lepre che dormiva, raggiunse il premio della vittoria.

La favola mostra che spesso con l’applicazione si ottiene più che con i doni naturali non coltivati.

Francobolli da favola

Link intermo  tuttovideo.stream