E Vittorio Amedeo II sbarcò in Sicilia

Storia della tentata piemontesizzazione dell’isola e del suo fallimento. Una storia che comincia col Trattato di Utrecht del 1713 e che vede i razionali e freddi piemontesi da un lato ed i fantasiosi e bollenti siciliani dall’altro in conflitto su tutto: dalla pulizia delle strade alla “gabella sul coito”, dal diritto d’asilo alle “regalie”, dal divieto di portare armi in pubblico all’esenzione dai dazi per il clero ed i nobili, dal modo di vestirsi a quello di battere moneta…

Vittorio Amedeo II Re di Savoia
Vittorio Amedeo II Re di Savoia

Già un secolo prima dell’impresa dei Mille e di una unità nazionale realizzata troppo in fretta e soprattutto male, la Sicilia conobbe come soffiava il vento del Nord e fu anche allora un disastro. Appena cinque anni, ma furono sufficienti per scavare un profondo fossato tra i siciliani e i piemontesi; i primi in veste di sudditi, i secondi in veste di liberatori e civilizzatori (vecchio vizio questo del Nord!).

Un fossato che dura ancora oggi. Tanto è vero che a Palermo e in altri luoghi della Sicilia è ancora in voga una specie di gioco ai birilli, dove il Re, il birillo di maggior punteggio da abbattere a forza di palle in faccia, è nientedimeno che Vittorio Amedeo II di Savoia. Per grazia di Dio (non per volontà della nazione, che allora non veniva affatto consultata) Re di Sicilia, anzi primo Re della sua Casa finora confinata al rango e al titolo di Ducato.

Fu con il Trattato di Utrecht del 1713 che al piccolo ma indiavolato Duca sabaudo venne finalmente offerta la tanto sospirata corona regale. Che i Savoia avevano inseguito per mezzo mondo, perfino in Oriente. Accontentandosi alla fine del titolo puramente teorico, ossia sulla carta, di Re di Cipro e Gerusalemme, lasciato loro in eredità dall’ultima Lusignano. Teorico e sulla carta perché Cipro e Gerusalemme da tempo erano sotto il tallone ottomano, dopo aver conosciuto il dominio dei Crociati (piuttosto effimero) la seconda e quello veneto più consistente la prima.

Nel 1713 Vittorio Amedeo II diventa Re di un vero regno ma, ironia della sorte, lo diventa di un’isola che era agli antipodi dei possedimenti sabaudi di terraferma. A parte le distanze allora veramente proibitive (per raggiungere il suo nuovo Regno Vittorio Amedeo impiegò una settimana di “mal di mare” da Nizza a Palermo), cosa avevano da spartire tra loro la Sicilia, il Piemonte e la Savoia? Nulla. Abitudini, usi, consuetudini, perfino la storia erano del tutto diversi. Ancora oggi ad un secolo e mezzo di distanza dall’unità nazionale si continua a contrapporre polemicamente “marocchini” a “polentoni”, si parla di due Italie contrapposte e diverse, divise per reddito, cultura, costumi, strutture economiche. Figuriamoci allora.

I piemontesi esultarono. La Sicilia era un Regno appetibile, ricco, che se spremuto bene poteva rendere molto. I siciliani no, ci rimasero male. Dal grande Impero spagnolo sui cui domini non tramontava mai il sole, passavano sotto una Dinastia provinciale, un piccolo Duca, ricco solo di virtù militari. Ma un vantaggio nonostante tutto c’era: la Sicilia poteva sperare di tornare ad essere uno Stato libero e autonomo, con un sovrano, una sua capitale e non più una provincia amministrata da un Viceré come era stata negli ultimi 400 anni.

L'ingresso a Palermo il 19 ottobre 1713 di Vittorio Amedeo II di Savoia
L’ingresso a Palermo il 19 ottobre 1713 di Vittorio Amedeo II di Savoia

Così Palermo fece buon viso a cattiva sorte e si apprestò a fare al nuovo Sovrano il solito e tradizionale “donativo” consistente questa volta in ben 400mila scudi, il doppio della somma già elargita al predecessore di Vittorio Amedeo e suo suocero. Gli innalzarono subito per ringraziarlo perfino una statua equestre, fondendo da gente pratica la statua di Filippo V; lo stesso bronzo servirà poi, appena 5 anni dopo, a fabbricare la statua del successore di Vittorio Amedeo…

Ma i siciliani restarono profondamente delusi. Vittorio Amedeo non aveva alcuna intenzione di cambiar capitale, di trasferirsi in Sicilia. Certo, se si confrontavano la Conca d’Oro, la splendida capitale normanna adagiata sul mare, con la fredda Torino e il vecchio e nebbioso Piemonte, be’ la scelta non poteva che ricadere su Palermo, sulla calda, orientale, passionale Sicilia. Ma Vittorio Amedeo era un piemontese incallito fino al midollo. Lui preferiva il freddo e la nebbia al caldo e ai profumi siciliani. La Sicilia doveva essere solo un trampolino di lancio per nuove conquiste, non l’aurea sede di un Regno di bagordi e mollezze.

Poi lo stesso aspetto fisico di Vittorio Amedeo II deluse i siciliani. Quello il Re? Piccolo di statura, senza fronzoli e merletti, vestito di lana color zafferano che, giuravano gli intimi e i maligni, non cambiava da 7 anni, una semplice canna di bambù in mano, una trasandata parrucca da viaggio in testa, grosse scarpe dalla doppia suola, Vittorio Amedeo tutto faceva supporre di essere ma non un sovrano. I siciliani, abituati alla pompa spagnolesca, allibirono.

Si aggiunga la pignoleria del Re e dei piemontesi, la loro mania di spulciare tutto e tutti, di voler imporre i loro usi e costumi, la loro pretesa di voler correggere in una sola volta quelli che ritenevano abusi, ingiustizie e soprusi, e si capirà quale rivolta dovesse covare nell’animo dei siciliano contro i nuovi intrusi.

Per rendere il passaggio delle loro carrozze più dolce, con meno scosse possibili sul duro acciottolato, i nobili erano soliti lasciare per le strade di Palermo il letame sparso dagli animali. In modo da creare una specie di soffice tappeto, anche se l’olezzo era spesso insopportabile. Vittorio Amedeo inorridì e diede subito l’ordine di pulire le strade. L’igiene prima di tutto. Il Principe di Plafagonia (i nobili erano in Sicilia 1500 tra duchi e baroni e su 360 villaggi 280 erano sotto la loro signoria) riscuoteva ancora dai contadini la “gabella del coito” in sostituzione del feudale “Jus primae noctis”. I piemontesi gridarono allo scandalo e non a torto. Si accorsero poi che per le strade c’era troppa gente sfaccendata. E promossero un’inchiesta sulla disoccupazione.

L'ultima pagina del Trattato di Utrecht del 14 maggio 1713 che consacrò l'ascesa al trono di Sicilia di Vittorio Amedeo II di Savoia
L’ultima pagina del Trattato di Utrecht del 14 maggio 1713 che consacrò l’ascesa al trono di Sicilia di Vittorio Amedeo II di Savoia

Ancora Vittorio Amedeo, e qui sbagliava, volle perfino entrare nella intimità della vita dei siciliani prescrivendo, per economia, che i nobili non potessero avere più di quattro cavalli e una carrozza, che adeguassero perfino i loro vestiti all’austera moda di Torino, smettendo la ricca e sfarzosa moda spagnola. Questo significava sfidare uno stile di vita, una mentalità. Quando poi i piemontesi si misero ad imporre tasse e gabelle e a pretenderne il pagamento anche dai nobili, fu il finimondo. La nobiltà siciliana non pagava tasse per il semplice fatto che era indebitata fino al collo. Anche se in pubblico si mostrava splendida. Consumavano tutto, non producevano niente.

Per esempio il principe di Butera vantava una proprietà di 50mila anime tra città e villaggi ma pagava all’anno di soli interessi una cifra di 63mila scudi pari al bilancio dell’intera marina militare siciliana! Pretendere che i nobili da un giorno all’altro pagassero le tasse, mai pretese dai viceré siciliani, smettessero di amministrare giustizia in prima persona e licenziassero i loro eserciti privati equivaleva alla sfida tra Davide e Golia. Neanche il Padreterno aveva creato il mondo in un giorno solo.

Fu così che i piemontesi e i siciliani divorziarono subito. Il popolo si schierò dalla parte dei nobili. Era in gioco il prestigio della loro isola, addirittura la loro fede, che diamine! Che andassero al diavolo quegli stranieri “senza Dio” con la loro mania di voler tutto piemontizzare, correggere, civilizzare.

Come pensare che da un giorno all’altro si potessero abolire le “regalie” attraverso cui i cittadini ungevano le pratiche presso i funzionari statali, i quali arrotondavano così le loro magre entrate? Ma se erano proprio mance e regalie a far andare avanti la macchina pubblica della burocrazia? E come pretendere che nessuno fuori portasse armi in una società così gelosa del senso dell’onore e abituata da tempo immemorabile a farsi giustizia da sé?

L’ultima goccia a far traboccare il vaso fu la guerra scoppiata tra Santa Sede e Torino per il dazio imposto su un carico di fagioli di proprietà del Vescovo di Lipari. Che si rifiutò di pagare, vantando i suoi diritti feudali. Se ci fossero stati gli spagnoli, questi avrebbero chiuso un occhio e tutto si sarebbe accomodato. Ma i piemontesi no, erano inflessibili. Così il Vescovo, forte della solidarietà della Santa Sede, colpì con la scomunica i funzionari piemontesi. Peggio, da Roma venne la disposizione di non pagare più un soldo al governo. Questo reagì facendo arrestare i sacerdoti renitenti. Molte chiese furono chiuse.

Alcune monete battute da Vittorio Amedeo II di Savoia a Palermo
Alcune monete battute da Vittorio Amedeo II di Savoia a Palermo

Ad aggravare la situazione fu anche la controversia sul diritto d’asilo. Chiunque poteva rifugiarsi in una chiesa, in un convento, dove non poteva più essere arrestato e perseguito qualunque delitto avesse commesso. Una scappatoia abilmente sfruttata dalla malavita. I piemontesi non vollero riconoscere questo diritto d’asilo. E fu un’altra guerra. In molti centri il popolo, sobillato dagli spagnoli, che miravano a tornare nell’isola, e dai sacerdoti, si ribellarono e scesero in armi contro i piemontesi.

Anche per quanto riguarda le monete, a Palermo esse venivano coniate in un modo tutto siciliano, con quel pizzico di fantasia che non manca mai al Sud ma che doveva risultare inconcepibile ai pignoli e precisi piemontesi. Infatti i conii venivano ricavati separatamente, dritto e rovescio, da due punzoni ancora incompleti, recanti cioé solo la parte centrale della moneta: il volto del Re, lo stemma o l’aquila ad ali aperte. Tutto il resto veniva aggiunto in un secondo tempo, liberamente e a mano.

Gli zecchieri non si preoccupavano molto che i caratteri fossero sempre uguali, che fossero ben allineati, che la punteggiatura fosse rispettata, che gli spazi tra una parola e l’altra delle leggende fossero proporzionati. Insomma si affidavano all’estro e all’improvvisazione. Per cui le varianti erano infinite per ogni moneta. A testimonianza di quanto dovette esser grande l’insoddisfazione di Vittorio Amedeo II per le sue nuove monete siciliane esiste una prova in rame datata 1714 che sembra conciliare e riunire in sé le caratteristiche delle monete siciliane e piemontesi.

Al dritto il busto del Re come appare sulle monete di Torino, molto simile a quello modellato dal Vidman, al rovescio l’aquila ad ali aperte propria delle monete siciliane. Probabilmente il Re affidò a qualche incisore piemontese se non alla stessa zecca di Torino il compito di modellare nuove monete.

Dieci i tipi battuti: 4 in oro (4, 3, 2 scudi e 1 scudo); 4 in argento (4, 3, 2 tarì e 1 tarì); 2 in rame, da 1 Grano e da 3 Piccioli. Le monete d’oro e d’argento (e anche questa è una novità) presentano esattamente le stesse impronte. Mentre i 4 scudi, i 2 scudi e gli scudi, i 4 tarì, i 2 tarì e il tarì recano al dritto il busto del Re sempre volto a destra, al rovescio appare l’aquila siciliana coronata con in petto lo scudetto sabaudo.

I 3 scudi e i 3 tarì si differenziano per il rovescio dagli altri valori: all’aquila è sostituita la croce di S. Andrea, con 4 corone ai 4 angoli. Intorno al busto del Re il titolo di Re di Sicilia; nel rovescio dei 3 tarì e dei 3 scudi si aggiungono i titoli di Re di Cipro e Gerusalemme; negli altri valori invece appare una leggenda tipicamente siciliana: PUBLICA FELICITAS. Mentre le monete auree e d’argento recano tutte la data del 1713, le altre di bronzo recano anche le date successive fino al 1717 i 3 Piccioli (o Caballi), fino al 1779 i Grana.

Alcune monete battute da Vittorio Amedeo II di Savoia a Palermo
Alcune monete battute da Vittorio Amedeo II di Savoia a Palermo

Moltissime le monete battute in rame, pochissime quelle in oro e argento. Almeno in questo i piemontesi si adeguarono alla tradizione dei Sovrani spagnoli che in Sicilia avevano sempre fatto battere monete basse e di vil metallo. Ragion per cui le monete siciliane di Vittorio Amedeo II in metallo pregiato sono tutte rarissime. Addirittura dei pezzi in oro da 4 scudi e 3 scudi non si conoscono esemplari; dei 2 scudi si conosce un solo esemplare e degli scudi idem (esemplare venuto alla luce solo nel 1968). Anche la moneta d’argento da 4 tarì è nota solo sulla carta. Segno che la loro battitura dovette essere veramente molto limitata, solo pochi pezzi per ricordare l’evento, finiti poi chissà dove, magari fusi per ricavarne il prezioso metallo, una volta tramontata la stella sabauda in Sicilia.

Sulle monete battute a Palermo appaiono numerose sigle. Quelle DD AC e A C sono di Antonio Calceramo (dott. don Antonio Calceramo). Le sigle CP dovrebbero significare Regia Corte così come le stesse lettere impresse sulle monete di Carlo II e Filippo V. Una specie di marchio di zecca.
Per il resto sappiamo ben poco di queste monete. Per esempio la bontà. Quale il loro titolo? Si possono fare solo ipotesi, deduzioni. E a chi spettano, di chi sono le altre numerose lettere che appaiono sulle monete? Non lo sappiamo.

Alcune delle monete di rame da un Grano recano anche la data 1719. Ma è impossibile che esse siano state effettivamente battute in quell’anno. Infatti fin dal 1718 due eserciti avevano invaso la Sicilia prendendo tra due fuochi i 6.000 piemontesi rimasti a difendere il Regno. Da una parte la Spagna intenzionata a riprendersi la Sicilia, dall’altra l’Austria decisa ad impedirglielo.

Poi si metteranno d’accordo sulla pelle dei siciliani e dei piemontesi. Probabilmente queste monetine furono battute prima e quella data anticipata sta a dimostrare la volontà di Vittorio Amedeo II di non mollare il suo nuovo regno: quindi possono classificarsi come monete di pretenzione. Anche a Torino Vittorio Amedeo II nel 1719 faceva battere monete con il titolo di Re di Sicilia, un regno che ormai non possedeva più.

Da notare come Vittorio Amedeo dopo essere diventato Re di Sicilia cambiò sulle monete di Palermo il numerale “secondo” in “primo” e giustamente, dato che come Re di Sicilia era il primo della sua Casa. Secondo lo era come Duca di Savoia. Ma quando tornò a Torino e si batterono le nuove monete per gli Stati di terraferma col titolo di Re di Sicilia, Vittorio Amedeo non volle alcun numerale, questo per non rinnegare quel “secondo” che gli era tanto caro e che rispettava la secolare storia della Sua Casa. In questo simile a un suo futuro successore, Vittorio Emanuele II, che tale restò anche come Re d’Italia, mentre avrebbe dovuto esser primo (secondo era come Re di Sardegna).

E Vittorio Amedeo II sbarcò in Sicilia

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