È nella corona il nome del re

Rarissimo dinar d'oro (grammi 4,55) del re Khosrô II (590-628), il conquistatore di Cesarea, della Siria, della Palestina, dell'Egitto, di Gerusalemme, alla fine deposto e messo a morte dal figlio Kavat II
Rarissimo dinar d’oro (grammi 4,55) del re Khosrô II (590-628), il conquistatore di Cesarea, della Siria, della Palestina, dell’Egitto, di Gerusalemme, alla fine deposto e messo a morte dal figlio Kavat II

Se quel che vi scoraggia dal collezionare monete sasanidi in argento è la difficoltà della loro attribuzione ai vari monarchi, niente paura: è nella corona la chiave dell’enigma.

Con Artaserse (Ardashîr), della famiglia aristocratica dei Sasanidi, ha inizio un nuovo importante periodo della storia persiana. Sconfitto il sovrano parto Artabano, egli dedica tutte le proprie energie alla ricostruzione dell’impero persiano, tanto che alla sua morte, avvenuta nell’anno 241 dell’era volgare, lo Stato sasanide aveva quasi raggiunto l’estensione dell’antico impero achemenide.

L’impero achemenide, fondato da Ciro il Grande, si estendeva in un’immensa regione dall’Indo alla Mesopotamia, e comprendeva anche la Siria e l’Egitto. Dopo oltre due secoli di supremazia incontrastata, nella seconda metà del IV secolo avanti Cristo la dinastia achemenide crollò sotto i colpi di Alessandro il Macedone, cui fece seguito circa un secolo di dominio della dinastia seleucide, dal capostipite Seleuco, uno dei generali di Alessandro Magno.

Nella seconda metà del III secolo, partendo dall’Iran nord-orientale tribù nomadi di stirpe aria guidarono la riscossa persiana, riconquistarono buona parte delle regioni a oriente dell’Asia Minore e fondarono lo Stato partico, sotto la guida della dinastia arsacide, che sarà, con alterna fortuna, in perenne conflitto con Roma.

L’antica grandezza achemenide era vista, già al tempo dei parti, più come un’epoca leggendaria di cui si aveva unicamente una vaga conoscenza che non come un’importante periodo storico della nazione persiana. La nascita dell’impero sasanide può quindi essere considerata come una sorta di restaurazione arcaicizzante appunto perché la mancanza di una cosciente memoria storica del proprio passato non riuscì a farne un rinascimento, tanto che la ricostruzione e la rivalutazione del periodo achemenide saranno in primo luogo opera dell’archeologia occidentale.

Elementi caratterizzanti del sistema statale sasanide, che durerà fino alla conquista islamica avvenuta alla fine della prima metà del VII secolo, sono una forte centralizzazione, in contrapposizione al feudalesimo partico, e la presenza di una religione di Stato fondata sull’antico mazdeismo, in contrasto con l’ecletismo e il sincretismo del periodo precedente. Grande importanza ebbero il sistema amministrativo e la stessa etichetta di corte sasanide, che saranno adottati dagli stati islamici e che influenzeranno anche il cerimoniale bizantino.

Due dracme sasanidi in argento (grammi 3,94 e 4,21), la prima di Shapur II (309-379), la seconda di Yazdgard (399-420)
Due dracme sasanidi in argento (grammi 3,94 e 4,21), la prima di Shapur II (309-379), la seconda di Yazdgard (399-420)

La monetazione sasanide è a un tempo in controtendenza e innovativa rispetto alle monetazioni della tarda antichità. In controtendenza perché, continuando la tradizione partica, essa è basata sull’argento, al contrario delle altre, basate sull’oro. Innovativa perché la morfologia delle monete assume l’aspetto che sarà caratteristico del numerario medievale, cioé monete relativamente sottili e di largo modulo. I sasanidi coniarono dracme in argento, del peso di circa quattro grammi, emidracme e oboli o sesti di dracma (questi ultimi corrispondenti a 8 calkoi in rame).

Il dinar in oro, che in un primo tempo pesava sette grammi, corrispondeva a 24 dracme, cosa che ci consente di constatare come a quei tempi il rapporto di valore tra oro e argento fosse circa 13.7. Il rame e l’oro furono battuti sporadicamente, e le monete sasanidi in oro sono attualmente molto rare.

I grafemi della lingua di ceppo ario pahlavi-sasanide (pârsîk), che riportano unicamente i simboli delle consonanti e delle vocali lunghe, sono di derivazione aramaica, e le iscrizioni devono essere lette da destra a sinistra. L’interpretazione delle legende presenti in queste monete è sovente problematica, sia perché i diversi simboli, alcuni dei quali molto simili tra loro, mostrano una morfologia molto mutevole nel tempo, sia perché gli incisori erano spesso analfabeti ovvero stranieri e ignari della lingua.

Sul dritto delle dracme è sempre presente il busto del sovrano, posto di profilo o, più raramente di fronte, mentre sul rovescio è sovente riportato il più caratteristico simbolo della religione mazdeista, l’altare del fuoco, con ai lati due officianti. Sul dritto è ovviamente riportato il nome del sovrano, posto lungo il bordo a destra, mentre a sinistra sono in molti casi indicate le varie titolature del monarca. Sul rovescio, lungo il bordo a sinistra, è talvolta redatto ancora il nome del sovrano, ovvero, in epoca tarda, viene riportato l’anno di regno. Lungo il bordo, a destra, a partire dalla fine del IV secolo è indicata la zecca di emissione, quasi sempre in forma abbreviata.

A titolo esemplificativo illustriamo una dracma del peso di g. 4,14, emessa al nome di Kavat I durante il primo periodo di regno (488-496) non senza aver “tradotto” i grafemi utilizzati dai sesanidi.

D/ Nel campo busto del sovrano di profilo a destra: Kavat, lungo il bordo a destra.
R/ Nel campo altare del fuoco tra due officianti; Kavat, lungo il bordo a sinistra; GN (zecca di Gundeshapur) lungo il bordo a sinistra.

Altre due dracme sasanidi (grammi 4,15 e 4,13) di Khosro II
Altre due dracme sasanidi (grammi 4,15 e 4,13) di Khosro II

A questo punto si potrebbe osservare che anche se collezionare monete sasanidi in argento sarebbe sicuramente interessante e verosimilmente poco dispendioso, vista la sostanziale indifferenza del mercato antiquario per questa monetazione, le difficoltà oggettive presentate dalla lettura delle iscrizioni, che rendono problematica anche la possibilità di attribuire queste dracme al nome del sovrano che le ha emesse, rappresentano un motivo di dissuasione per ogni eventuale collezionista.

Vi è tuttavia un fatto che semplifica notevolmente l’individuazione del monarca; la corona reale era un elemento molto importante nell’iconografia del sovrano, tanto che ognuno di essi aveva una propria corona in cui sono presenti peculiarità che la caratterizzano e la distinguono da tutte le altre. Tutto ciò consente una semplice e rapida attribuzione di ogni esemplare, e vorrei segnalare un utile volumetto di D. Sellwood, P. Whitting e R. Williams, An introduction to Sasanian coins, pubblicato da Spink & Son a Londra nel 1985, nel quale naturalmente vengono riportate tramite nitidi disegni le morfologie delle diverse corone reali, e vengono affrontate in modo complessivo, anche se necessariamente schematico, le problematiche connesse con la monetazione e, più in generale, con la civiltà sasanide.

E nella corona il nome del re

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