E la Banca d’Italia…

…fece un regalo al Re.
Ve l’immaginate l’Istituto d’emissione italiano che regala una moneta falsa proprio al “Re numismatico”? No, l’aureo del 1940 – Anno XVIII è un’emissione ufficiale, anche se destinata a pochissimi eletti.

Le 100 lire del 1940 anno XVIII
Le 100 lire del 1940 anno XVIII

Più scalognata di così! Prima lo Stato ne impedisce in pratica la vendita in asta esercitando il diritto di prelazione, più che legittimo, s’intende; poi, lo Stato impaurito della cifra che dovrà comunque sborsare per acquistarla (ché ancora grazie al cielo non siamo arrivati allo Stato-rapinatore e grassatore) ritira la prelazione e chi si è visto si è visto. Roba da matti. E di questo infortunio – chiamiamolo così – ne parleremo ancora.

Ma non basta. Perché, appena spentasi l’eco dell’improvvisa retromarcia dello Stato, ecco saltar fuori Remo Cappelli: il quale in prima pagina su la “Numismatica” di Brescia (n. 7-8 del 1984) affermava che, a suo parere, quelle benedette 100 lire del 1940 di Vittorio Emanuele III – la moneta scalognata, appunto – sono false. O, comunque, non coniazione ufficiale della Zecca di Roma ma emissione privata. Il che significa che quelle 100 lire invece di 100-120.000 euro valgono una cicca. Roba da mercatino o rigattiere.

È, quella sostenuta da Cappelli, un’ipotesi che merita di essere approfondita per le conseguenze che comporta. Se veramente ci trovassimo di fronte ad un’emissione privata, non sarebbero più queste 100 lire l’ultima moneta aurea del Regno ma quelle del 1937 come si credeva fino agli anni ’70, fino a quando cioé il D’Incerti non rivelò sulla “Rivista italiana di numismatica” del 1970 l’esistenza di queste 100 lire 1940 Anno XVIII. Che andrebbero pertanto tolte dai cataloghi delle monete del Regno, a partire da quello del Pagani, nella cui ultima edizione aggiornata e ampliata sono state invece comprese a pagina 39 numero 651a.

Le 20 lire d'argento del 1940 anno XVIII
Le 20 lire d’argento del 1940 anno XVIII

All’asta Finarte dell’11 maggio 1984 al n. 161 appariva completa la serie delle monete di Vittorio Emanuele III del 1940 anno XVIII dell’era fascista: oltre alle 100 lire d’oro (4-5 pezzi in tutto), anche le 20, 10 e 5 lire d’argento, anch’esse sconosciute sino al 1972 quando vennero scoperte dal D’Incerti sulla stessa rivista citata; e poi i valori da 2 lire e 1 lira, da 50, 20, 10 e 5 centesimi comunissimi questi e già noti da tempo perché regolarmente battuti e immessi nella normale circolazione. Rarissime anche le tre monete d’argento che secondo il D’Incerti, in base alla testimonianza di un vecchio funzionario del Ministero del Tesoro, non dovrebbero essere state battute in più di 5 pezzi.

Perché questa eccezionale coniazione di monete d’oro e di argento non destinate alla circolazione ma solo al re (nella cui raccolta, infatti, ora al Museo nazionale romano, si trovano)?

Il D’Incerti ricorda che nel 1940 ricorreva il quarantesimo anniversario del regno di Vittorio Emanuele III: un traguardo ambito che non capita a molti sovrani o capi di stato e al quale sembra (ed era naturale) che il re tenesse molto. Si aggiunga la passione del sovrano per la numismatica e la battitura è bella e spiegata. Il direttore della Zecca – dice il D’Incerti – non volle far passare sotto silenzio l’anniversario e ottenuta l’autorizzazione dal Ministero del Tesoro (abbastanza facile, dato che esisteva già per la battitura dei valori minori dalle 2 lire ai 5 centesimi) fece battere anche le 100 lire in oro e le 20, 10 e 5 lire in argento secondo le caratteristiche e i quantitativi già fissati dal decreto 3 settembre 1936 n. 2511 (quantitativi, si badi bene, non ancora completati).

Le 10 lire d'argento del 1940 anno XVIII
Le 10 lire d’argento del 1940 anno XVIII

E poiché era dal 1936 che in pratica non si mettevano più in circolazione monete in argento da 20, 10 e 5 lire e in oro da 100 lire, questi valori con la data 1940 e l’indicazione dell’anno XVIII furono battuti in pochi esemplari destinati al re e ad altri pochi eletti. È vero che nel 1937, 38, 39, 40 (anno XIX) e 41 furono battute monete da 20-10 lire e dal 1938 al 1941 (il 1940 con l’indicazione dell’anno XIX) anche da 5 lire in argento, ma soltanto ed espressamente per i numismatici (50 pezzi per valore delle 20 e 10 lire 1937, 20 pezzi per le 20, 10 e 5 lire 1938-1941).

In pratica si completò per il re la serie delle monete del quarantesimo anno del suo regno, aggiungendo ai valori minori e spiccioli in acmonital nichelio e bronzital anche i valori maggiori in oro e in argento.

Le 5 lire d'argento del 1940 anno XVIII
Le 5 lire d’argento del 1940 anno XVIII

Ma come mai, qualcuno si potrebbe chiedere, esistono anche valori da 20, 10 e 5 lire del 1940 con l’indicazione dell’anno XIX? Mentre dei valori minori, dalle 2 lire ai 5 centesimi, esistono solo le monete del 1940 con l’indicazione dell’anno XVIII?
Perché il quarantesimo anniversario del Regno cadeva il 29 luglio, quindi entro l’anno XVIII dell’era fascista. I conii delle monete di maggior valore, d’oro e d’argento, furono allestiti con quel millesimo e quella indicazione, insieme agli spiccioli destinati alla circolazione. Poi verso la fine dell’anno furono coniate monete le solite serie da 20 monete per i numismatici (20, 10 e 5 lire d’argento) da tempo autorizzate, e poiché ormai era trascorso il 28 ottobre il millesimo fu cambiato nel 1940-XIX.

Riepilogando, abbiamo:
1940, anno XVIII
100 lire oro (4-5 pezzi).
20, 10, 5 lire argento (4-5 pezzi).
2, 1 lira acmonital (comuni).
50, 20 centesimi nichelio (comuni).
10 e 5 centesimi bronzital (comuni).
Il Catalogo Finarte parla solo di AU, AR e AC ma sbaglia: dimentica il nichelio e il bronzital.

1940, anno XIX
20, 10 e 5 lire in argento per numismatici (20 pezzi per valore).

Dice il Cappelli: tralasciamo le monete da 20, 10 e 5 lire per numismatici, discusse quanto si vuole ma ufficiali, perché tali le considera anche la relazione della Regia Zecca e il ministero delle Finanze del regno…

Le 100 lire del 1936 anno XIV
Le 100 lire del 1936 anno XIV

Eh, no. C’è una bella differenza. Non si tratta affatto delle serie per numismatici: queste monete recano infatti l’indicazione dell’anno XIX, mentre le nostre monete hanno l’indicazione dell’anno XVIII. Il Cappelli parte quindi con il piede sbagliato, ossia con un equivoco, scambiando le due serie di monete, quelle per numismatici, già note e coniate in 20 pezzi per valore, e quelle battute espressamente per il sovrano con l’indicazione dell’anno XVIII in soli 4-5 pezzi in tutto.

Ora, se il Cappelli sostiene che le 100 lire 1940 anno XVIII sono false o private, anche le monete da 20, 10 e 5 lire 1940 anno XVIII sono ugualmente false e private. Non c’è scampo, eccetto che la logica non vada a farsi benedire. E come le 100 lire, anche le 20, 10 e 5 lire anno XVIII andrebbero in questo caso cancellate dai cataloghi, Pagani compreso. Chiaro?

Perché, secondo il Cappelli, le 100 lire dell’asta Finarte 1940 anno XVIII sono false o frutto di un’emissione privata? Perché – dice – questa moneta non risulta nella relazione della Zecca, perché non esistono i suoi punzoni presso la stessa Zecca. Infatti presso la Zecca è conservato il punzone delle 100 lire del 1937, ultima moneta aurea del Regno (se le 100 lire 1940 fossero false), dove al millesimo è stato asportato il 7 proprio per preparare il punzone a ricevere un nuovo numero attraverso una nuova matrice caso mai si sarebbero dovute battere altre monete d’oro da 100 lire dopo il 1937.

Che la Zecca non ne abbia più battute – dice il Cappelli – è dimostrato proprio da quel 193… Se si fossero battute nel 1940 le 100 lire d’oro si sarebbe dovuto cambiare anche la cifra 3 con un 4.

Ancora. Dice il Cappelli: non esiste un esemplare delle 100 lire 1940 presso il Museo della Zecca, mentre è noto che per ogni moneta coniata due esemplari venivano sempre conservati presso il museo più una prova, come venne fatto per le 100 lire d’oro del 1937. Inoltre il Cappelli ha controllato i cartellini che accompagnano le monete del re, cartellini scritti di suo pugno. In quasi tutti c’è l’indicazione della provenienza: “Regia Zecca”; mentre nel cartellino delle 100 lire 1940 anno XVIII, pur esistente nella collezione reale, c’è un’indicazione diversa: “Dono della Banca d’Italia”. Solo il Ministero del Tesoro, dice Cappelli, poteva ordinare la battitura di nuove monete e solo la Zecca di Stato poteva eseguire questo ordine. Altrimenti ci troviamo di fronte ad un falso.

Le 100 lire d'oro del 1937 anno XVI
Le 100 lire d’oro del 1937 anno XVI

Inoltre, secondo il Cappelli, se si confrontano le due 100 lire del 1937 e del 1940 esistono nei conii differenze notevoli. I rilievi delle 100 lire 1940 sono più marcati, precisi, mentre il pezzo del 1937 si presenta più basso nei piani. Segno che le 100 lire del 1940 non derivano dagli stessi punzoni usati per battere le 100 lire del 1937.

Ergo: le 100 lire 1940 sono state coniate abusivamente fuori dalla Zecca, secondo il Cappelli, e per questo vanno escluse dalle coniazioni ufficiali del governo e del suo regno. Cappelli avanza anche l’ipotesi che si possa trattare di un falso, sequestrato dalla Banca d’Italia e regalato da questa al re. Sarebbe poi interessante, dice lo studioso romano, sapere attraverso quali vie la moneta venne in possesso della banca. Lui, ovvio, non lo sa.

Le argomentazioni del Cappelli non mi convincono. Io sono invece persuaso che le 100 lire del 1940 anno XVIII siano autentiche come indicato e sostenuto a ragion veduta dal D’Incerti. Ho già detto ed evidenziato che il problema investe anche le altre monete d’argento del 1940 anno XVIII, che invece sorprendentemente il Cappelli dà scontate per buone, scambiandole con quelle per i numismatici. Il fatto che siano state battute oltre alle normali monetine spicciole da 20, 10, 5 centesimi e 2 e 1 lira anche le monete d’argento e le 100 lire d’oro con l’indicazione dell’anno XVIII sta ad indicare a mio parere che c’è stata la precisa, chiara intenzione di voler completare la serie delle monete del 1940. E per chi se non per il re?

Non esistono documenti, punzoni, monete e prove presso la Zecca. È vero. Ma ci si dimentica che la Zecca non conserva i documenti di coniazione di quegli anni, non possiede nel suo museo tutti i relativi esemplari per le monete coniate e non ha alcun ricordo delle coniazioni risalenti ad appena 78 anni or sono.

Si può ancora precisare che quel tanto d’archivio della Zecca che aveva superato le burrascose vicissitudini della guerra è stato anni fa smantellato per ragioni di spazio, in parte distrutto e in parte trasferito all’Archivio di Stato dove comunque si trovano solo conti di spese e ricavi.

Il littore gradiente come appare sulle 50 lire d'oro del 1931, 1932 e 1933
Il littore gradiente come appare sulle 50 lire d’oro del 1931, 1932 e 1933

Esiste sì presso la Zecca la prova delle 100 lire del 1937 ma invano si cercherebbero le prove delle 20 lire 1937, 1938, 1941, delle 10 lire 1937-40, delle 5 lire 1937, 1938 e 1940-1941. Va comunque fatto notare che nel nostro caso si sarebbe trattato di una coniazione eccezionale fatta solo per il re, sia pure entro le norme di legge esistenti e quindi con tutti i crismi della legalità, per cui difficilmente la Zecca avrebbe tenuto da parte i soliti esemplari destinati al suo museo.

Non venne usato il punzone delle 100 lire del 1937. D’accordo. Venne allestito un nuovo punzone e questo spiega benissimo le differenze di conio tra le due monete del 1937 e del 1940. Perché? Ma perché di solito nella Zecca si adoperava il vecchio punzone per battere altre monete dello stesso tipo e valore finché era possibile cambiare l’ultima cifra della data che andava sostituita con la nuova. Quando le cifre erano due, si preferiva preparare un nuovo punzone mentre il vecchio a fine anno veniva distrutto. Come deve essere accaduto per le 100 lire 1940 anno XVIII dove, se si fosse usato il punzone delle 100 lire 1937, dovevano essere cambiati due numeri, il 3 e il 7, e non uno solo (il 7). Dovendosi imprimere appunto la data 1940.

Non è stata allestita una prova. E spiegabilissimo dato che, ripeto, si trattava non di una battitura normale destinata alla circolazione o ai numismatici ma straordinaria, per il re. Se la Zecca non trattenne nemmeno un esemplare per il suo museo, figuriamoci se pensò a battere e a conservare una prova! E poi c’era quella del 1937, bastava.

Sul cartellino c’è scritto non “Regia Zecca” ma “Dono della Banca d’Italia”. Perché? Perché a donare la serie contenuta in un unico astuccio, simile a quello che aveva ospitato ogni anno tutte le monete annuali del regno donate al sovrano (e anche questo, mi sembra, ha la sua importanza), fu la Banca d’Italia. Fu la Banca d’Italia evidentemente a sollecitare la Zecca a battere le monete dopo aver fatto richiedere l’autorizzazione del Ministero del Tesoro. E il re scrisse “dono della Banca d’Italia” così come su altri cartellini, nell’indicare la provenienza della moneta, aveva scritto: “dono di Elena” o “di Bepi” (Umberto).

La moneta non fu coniata nella Zecca. Eh no, fu coniata nella Zecca tanto è vero che reca il marchio della Zecca di Roma, la R a destra, sotto l’indicazione dell’anno XVIII. Ché se questo marchio fosse falso, si avrebbe il paradosso di un falso donato dalla Banca d’Italia al re e dal re messo tra le altre monete della sua collezione, senza alcuna indicazione della contraffazione come avviene invece sempre per tutti i falsi compresi nella collezione reale.

La scheda delle 100 lire 1940 anno XVIII, compilata di pugno dal re
La scheda delle 100 lire 1940 anno XVIII, compilata di pugno dal re

C’è poi la testimonianza del D’Incerti, il quale afferma di avere potuto accertare “in modo indubbio” che l’allora direttore della Zecca dottor Ernesto Rizzo presentò in regalo nel 1940 al re, secondo una vecchia tradizione, le 10 monete di quell’anno comprese le 100 lire d’oro. Monete conservate appunto in un unico astuccio della Zecca.

Ora come avrebbe potuto tollerare il sovrano, pignolo e preciso come era, che figurasse un falso accanto alle altre buone e originali? E come avrebbe potuto la Banca o la Zecca presentare al re nello stesso astuccio un falso accanto alle altre monete originali? Si pensi poi al cartellino scritto di pugno dal re per le 100 lire 1940: è un cartellino molto accurato in cui la moneta è descritta in tutti i minimi particolari, compreso il peso, il diametro. Se si fosse trattato di un falso o di un’emissione privata il re lo avrebbe specificato e in ogni caso mai si sarebbe sognato di annotarla in modo così meticoloso, come faceva solo e sempre per le monete originali della sua collezione.

Quindi le 100 lire d’oro, come le 20, 10 e 5 lire d’argento del 1940 anno XVIII, a mio parere sono originali, battute dalla Zecca e vanno comprese nelle monete del regno.

Un’ultima annotazione. La Zecca poteva liberamente coniare monete d’oro da 100 lire del tipo imperiale, in base al decreto 3 settembre 1936 n. 2511 che ne fissava le caratteristiche e al decreto del 5 ottobre 1936 n. 1745 che autorizzava appunto la coniazione delle 100 lire d’oro in base al nuovo ragguaglio con la lira italiana (gr, 4,677 d’oro fino per ogni 100 lire di valore nominale), sino al limite massimo del quantitativo fissato dal decreto. Non solo, ma poteva, entro sempre i limiti di questo quantitativo mai superato, battere monete d’oro anche su semplice richiesta dei privati purché questi fornissero il metallo necessario e pagassero il modesto contributo per le spese (lire 22 per ogni kg d’oro lavorato).

Richieste che nel 1937 furono solo di 249 esemplari! La verità è che allora i numismatici consideravano con grande sufficienza le monete contemporanee né si degnavano di comprenderle nelle loro collezioni.
Un’ultima ipotesi. Perché non pensare che sia stato il re a richiedere la battitura delle 100 lire e che, accogliendo il suo desiderio, la Banca d’Italia non abbia fornito l’oro necessario alla Zecca per la battitura?

E la Banca d’Italia

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