Disney: in pericolo…

…il copyright di Topolino.

Topolino, forse il più popolare personaggio creato da Walter Elias Disney, si avvicina ai novant’anni ma verso la fine del secolo scorso la Disney cominciò a preoccuparsi. Ma a sollevare dubbi non fu tanto il futuro artistico del Topo che, presentissimo anche su carte telefoniche, a breve tornò a recitare da protagonista in una serie di cortometraggi per la televisione.

A turbare i sonni di Will Eisner e degli altri manager della fantasia era piuttosto la normativa americana sui diritti d’autore, che prevedeva la scadenza del copyright dopo 75 anni: fu per questo che essi si rivolsero persino al Congresso degli Stati Uniti.

Girato nel 1928 il primo cortometraggio che lanciò Topolino rischiava infatti di diventare “patrimonio culturale comune”, e come tale soggetto allo sfruttamento, con tanto di manipolazioni, da parte di aziende e privati. Ed entro i successivi 5-10 anni almeno una cinquantina di animazioni della Walt Disney rischiavano di perdere il marchio.

Perdere Topolino anche solo simbolicamente, per la Disney sarebbe stato un colpo gravissimo. Un’eventualità che Walter Elias Disney, classe 1901, probabilmente il più grande creatore di cartoni animati del secolo scorso, non aveva mai messo in conto.

Nato a Chicago, in una piccola stanza della Tripp Avenue, già a sette anni, manifestò il suo talento “affrescando” le pareti di casa con ritratti di un maialino. Cresciuto fece il contadino, lo strillone, il disegnatore pubblicitario, il postino ed altro ancora, costretto a passare di lavoro in lavoro al solo ed unico scopo di guadagnare i mezzi e la fiducia necessari per mettersi in proprio ed iniziare così l’ascesa verso la fama e il successo.

Datano infatti al 1922/23 i primi sette laugh-o-grams, celebri fiabe rivisitate con irrispettosa disinvoltura ed un pizzico di goliardia. Gli imbrogli del distributore newyorchese, che non gli versò i compensi pattuiti, lo costrinsero a periodi di ristrettezze economiche. Giunto nel 1923 in California, avendo in tasca pochi risparmi, ma una ferrea determinazione, riuscì a produrre un serial intitolato Alice in cartooland che rappresentò la prima pietra dell’impero miliardario venuto in seguito e che tutti conosciamo.

La svolta decisiva, non c’è dubbio, venne con la creazione di Mickey Mouse, il nostro Topolino, che la leggenda vuole concepito a bordo di un treno rapido in servizio sulla linea New York-Los Angeles. Volutamente il disegno venne mantenuto semplice, così da poter produrre quotidianamente un elevato numeri di cartoni. All’epoca, infatti, si filmava a “passo uno”, cioé ogni disegno veniva impresso su di un singolo fotogramma della pellicola cinematografica.

Il primo cortometraggio, dal titolo Plane Crazy (1928), non ebbe grande successo ed il grande pubblico si accorse di Topolino solo con Steamboat Willie, primo disegno animato sonoro della storia del cinema. Aveva una durata di soltanto sette minuti e mezzo e venne proiettato a New York il 18 novembre 1928. Poi, altra fantastica novità, arrivò il Technicolor (1932) con Flowers and trees.

A Topolino ben presto si affiancarono altri personaggi destinati a diventare anch’essi famosi: Minnie, la sua fidanzata; il cane Pluto; l’amico Pippo, goffo e poco sveglio; l’antagonista Gambadilegno, feroce malfattore. Ancora, Donald Duck, Paperino, con i turbolenti nipotini Qui, Quo e Qua, la fidanzata Paperina e gli scoiattoli Cip e Ciop, seppe ritagliarsi in fretta un proprio spazio ed arrivare ad insidiare la supremazia di Topolino.

Il progetto di realizzare un lungometraggio venne attuato nel 1934 con Biancaneve e i sette nani (83 minuti). Per disegnarlo fu necessario reclutare nuovi artisti da impiegare come animatori, portando in tal modo lo staff della Disney a trecento persone. La produzione richiese oltre tre anni e circa due milioni di dollari, ampiamente ripagati dal grande successo registrato dalla pellicola.

Gli incassi sfiorarono gli otto milioni di dollari in un’epoca in cui il prezzo del biglietto era di 25 centesimi, ridotto a 10 per i bambini. Fu quindi la volta, nel 1939, di Pinocchio, rivisitazione dell’opera di Collodi, fatta oggetto di quattro carte Telecom, di Fantasia nel 1940, Dumbo nel 1941 e la tenera storia del cerbiatto Bambi nel 1942.

Allo scoppiare della seconda guerra mondiale nelle sale cinematografiche ci fu un brusco calo di presenze per cui anche gli incassi scemarono notevolmente per riprendere a correre nel 1950 con Cenerentola. Altri classici indimenticabili creati dal genio di Walt Disney sono stati: Alice nel paese delle meraviglie, Le avventure di Peter Pan, Lilly il vagabondo, La bella addormentata nel bosco, La carica dei 101, La spada nella roccia. Tra corto e lungometraggi durante la sua attività, durata trentotto anni, Walt Disney ha diretto 420 opere.

Dopo l’inevitabile sbandamento verificatosi alla morte del fondatore, avvenuto il 15 dicembre 1966, dagli Studios Disney sono tornate ad uscire pellicole di gran successo, alcune delle quali vincitrici di premi Oscar. Tra le migliori apparse anche sui nostri schermi, La sirenetta, La bella e la bestia (questa pellicola segna il debutto del computer adoperato per l’animazione), Alladin, Il re leone, Pocahontas (primo lungometraggio Disney basato su personaggi storici realmente vissuti), Hercules.

Tre le serie di telecarte realizzate da Telecom Italia e dedicate ai personaggi disneyani: sono tutte composte da quattro pezzi ognuno dei quali del valore di 5.000 lire. La prima serie, tirata in 40.000 esemplari, è interamente dedicata a Pippo Olimpico. È ricordata per una primizia, ossia l’indicazione della tiratura e anche perché si esaurì in un battibaleno. Di qui l’aumento della tiratura per le successive emissioni.

Le coppie d’autore, seconda tranche della serie Disney, ebbero difatti una produzione di 65.000 esemplari e furono vendute sia da Telecom che, attraverso il servizio collezionisti Telecom di Perugia, dagli Sportelli filatelici. Queste le coppie via via raffigurate: Trudy e Gambadilegno, Minnie e Topolino, Paperina e Paperino, Clarabella e Orazio.

Non così la successiva infornata di “cattivi”, individuati in Ursula, Gastone, Jafar e Scar, tratti dalle seguenti pellicole: La sirenetta, La bella e la bestia, Alladin e Il re leone. Stranamente queste telecarte vennero fornite esclusivamente dal servizio collezionisti Telecom di Perugia. Tiratura a sei zeri, tre milioni e passa di pezzi, per la telecarta da 10.000 lire Pocahontas. Comunissima usata, lo è un po’ meno con il triangolo che ne testimonia l’illibatezza.

Molto più vasta risulta essere la produzione estera sul medesimo tema. Oltretutto si tratta di telecarte che nella stragrande maggioranza dei casi si possono avere a prezzi abbordabilissimi. Su tutte primeggiano le Pocahontas prodotte da Argentina, Australia, Belgio, Finlandia, Irlanda, Nuova Zelanda e Repubblica Ceca. Se invece preferite La carica dei 101, potete agevolmente pescare tra le telecarte di Gran Bretagna (otto esemplari, riuniti in folder), Giappone, Olanda e Singapore.

Tra la trentina di telecarte Walt Disney di Nuova Zelanda ci si può agevomente imbattere in Topolino, Paperino, Pippo, oppure in fotogrammi tratti dai film Fantasia o Il gobbo di Notre-Dame. Almeno un centinaio, e non tutte facilmente reperibili in quanto parecchie sono di produzione privata, le carte telefoniche della giapponese Ntt. Queste presentano tuttavia un vantaggio: in esse dovrebbero comparire tutti i personaggi nati dalla fantasia di Walt Disney.

Da prendere con le pinzette sono invece tutte quelle telecarte realizzate col sistema remote memory, ma mai realmente attivate e vendute all’unico scopo di collezione dopo la scadenza, prive per di più di codice al retro oppure con codice “inventato” di sana pianta. In altri casi le telecarte funzionanti col medesimo sistema presentano valori così miseri che di fatto finiscono con l’impedirne il loro effettivo utilizzo. Delle telecarte questi colorati ed allettanti pezzi di carta plasticata hanno solo l’apparenza e come tali meritano di essere trattati.

 

Perché Topolino sarà per sempre protetto da copyright

 

Due orecchie nere e i pantaloncini rossi sono i segni distintivi del personaggio più conosciuto al mondo, Topolino. Con una conoscenza del marchio mondiale pari al 97%, Topolino è più famoso di Superman, Babbo Natale e Gesù. Anche se nel panorama delle licenze Disney a macinare introiti in questi tempi sono soprattutto le property Marvel, Star Wars e Frozen (i dati parlano di un picco nel 1997 per Topolino, scemato nel tempo ma ora stabile), il personaggio creato dallo zio Walt incarna l’essenza stessa della compagnia nonché un patrimonio, tra oggettistica e produzioni varie (serie tv, videogiochi), a cui l’azienda non vuole certo rinunciare. Il problema è che nel 2023 scadrà il copyright del Topo e questi diventerà di dominio pubblico.

La nascita stessa di Topolino è legata a una storia di copyright. Walt Disney lo creò nel 1928 dopo aver imparato la lezione «mai creare nulla di cui non si possiedano i diritti». Poco prima, infatti, il produttore Charles Mintz aveva portato la sua precedente creazione, “Oswald il coniglio fortunato”, alla Universal, privando Walt non soltanto del personaggio ma dell’intero staff di animatori che vi lavoravano. Con il solo Ub Iwerks rimastogli fedele, Disney si ributtò nella mischia e ne uscì con Mickey Mouse, nato ufficialmente il 18 novembre 1928, giorno dell’anteprima del corto Steambot Willie (ufficiosamente era stato protagonista di due corti di prova, nei mesi precedenti a Stambot Willie).

Topolino, essendo nato nel ’28, fece riferimento all’allora legge del copyright in vigore, il Copyright Act del 1909, che gli concesse 56 anni di protezione, senza alcun diritto di proroga. Negli anni Settanta, a pochi anni dallo scadere dei diritti, la Disney iniziò a preoccuparsi. I film non andavano benissimo, e il topo parlante era il volto dell’azienda. Per dire del suo potere attrattivo: in quel periodo era uscito il disco Mickey Mouse Disco, una raccolta di canzoni Disney rifatte per la pista da ballo, che aveva venduto milioni di copie. Così i dirigenti Disney fecero cordata con altri grandi marchi, volarono a Washington e si fecero lobbisti al Congresso per promulgare una nuova legislazione in termini di copyright.

Risultato: nel 1976 il Congresso modificò la legge nazionale sul copyright, conformandosi agli standard europei. I nuovi copyright registrati dal 1978 sarebbero durati tutta la vita del suo creatore, più 50 anni di estensione, nel caso di un’opera di proprietà di singoli; 75 anni dalla data di pubblicazione o 100 da quella di creazione nel caso di opere detenute da aziende. La durata dei copyright già registrati dopo il 1922 fu invece estesa da 56 a 75 anni (quelli prima del ’22 divennero di dominio pubblico). La data di scadenza di Topolino passò quindi dal 1984 al 2003.

Nello stesso momento storico, iniziarono a comparire parodie e riutilizzi dei prodotti Disney, un marchio istituzionalizzato che si portava dietro una serie di valori avversi alla controcultura dell’epoca. Il copyright serviva anche per combattere queste parodie. Il caso più celebre è quello del collettivo Air Pirates, fondato da Dan O’Neill, che aveva dato alle stampe il fumetto Air Pirates Funnies, al cui interno veniva presentata una parodia dai toni underground di Topolino.

Il nome derivava da un gruppo di antagonisti con cui Topolino si era scontrato negli anni Trenta. Per il collettivo, Topolino e gli altri personaggi Disney rappresentavano la deriva distorta del folklore statunitense ed europeo nonché l’ipocrisia conformistica della cultura americana.

Stando al libro The Pirates and the Mouse: Disney’s War Against the Counterculture, in cui si raccontano gli sforzi del colosso per combattere le appropriazioni dei loro personaggi, O’Neill voleva che la Disney notasse le loro effrazioni e fece in modo di portare delle copie della rivista nella sala delle riunioni del consiglio direttivo dell’azienda, con l’aiuto del figlio di uno dei membri.

Nell’ottobre 1971, la Disney fece causa al gruppo per violazione del copyright e del trademark. La linea di difesa di O’Neill, che secondo le cronache tenne un atteggiamento di sfida per tutta la durata del processo, usava il “fair use” come scudo. Il giudice dette ragione alla Disney ma O’Neill fece ricorso e, per pagare le spese legali, iniziò a vendere le tavole originali del gruppo – le stesse che ritraevano i personaggi Disney. L’iter giudiziario andò avanti per anni, durante i quali O’Neill continuò a disegnare parodie di Topolino, affermando che «fare qualcosa di stupido una volta è stupido e basta. Fare qualcosa di stupido due volte è filosofia».

Alla fine, nel 1978, la corte decise in favore della Disney (tranne nel caso della violazione di trademark, fatto che, secondo la sentenza, non sussisteva) e a nulla servì il ricorso alla Corte Suprema. L’anno successivo, durante il processo di revisione della legge, il fumettista costituì il Mouse Liberation Front per protestare contro l’estensione del copyright. I legali Disney capirono che non avrebbero mai ottenuto da O’Neill le spese del processo e il risarcimento pattuito e lasciarono perdere, in cambio della promessa degli Air Pirates di smettere con le parodie.

Il problema si ripresentò a metà anni Novanta, quando i copyright di Topolino, Pluto, Paperino e Pippo erano in procinto di scadere in un arco temporale compreso tra il 2003 e il 2009. Con una mossa che sembra uscita da House of Cards, la Disney formò un PAC (Political Action Committee), un comitato di raccolta fondi, e investì milioni di dollari per promuovere una nuova legge, che passò alla Camera e al Senato senza udienze pubbliche, dibattiti o annunci di generi, nonostante l’opposizione di alcuni.

Va detto che è impossibile stabilire con precisione quanto l’influenza Disney abbia impattato sulle politica del Campidoglio statunitense. Tuttavia, se la legge è anche nota come Mickey Mouse Protection Act (o anche Sonny Bono Act, in onore all’omonimo cantante che aveva voluto con forza questo rinnovo), un qualche motivo c’è.

La nuova legge, il Copyright Term Extension Act del 1998, aggiungeva altri vent’anni di diritti alle due tipologie di copyright (quelli creati tra il 1922 e il 1978 e quelli dopo il 1978), portando il totale, nel caso di Topolino, a 95 anni. Non era il risultato sperato, ma almeno era qualcosa. L’obiettivo, infatti, era ottenere un copyright ‘eterno’ che però risultasse ‘limitato’ come impone la Costituzione (la parlamentare Mary Bono Mack, vedova di Sonny Bono, aveva pure proposto l’improbabile limite «per sempre meno un giorno»).

La questione posta dagli Air Pirates è ancora più attuale oggi, nell’era dei remix e della creatività diffusa in Internet, che rimodella il noto per dare forma a un contenuto nuovo. A favore di queste estensioni si usano argomenti classici: i lavori protetti creano ricchezza non solo per i loro detentori ma per il paese tutto, e – visto che il copyright fu pensato in origine per dare sostentamento a due generazioni di discendenti di un creatore – le leggi dovrebbero rispecchiare i nuovi parametri demografici della vita media.

«Tutte cose false o, al limite, non dimostrabili empiricamente», ha spiegato lo studioso Dennis Karjala a Priceonomics. «Le estensioni sono a beneficio delle aziende e basta e, anzi, hanno danneggiato la società.» Uno dei danni di cui parla Karjala è stato dimostrato nel saggio How Copyright Keeps Works Disappeared di Paul J. Heald, professore dell’università dell’Illinois. Nonostante l’orizzontalizzazione della cultura portata dal Web, Heald ha dimostrato, prendendo a campione il sito di e-commerce Amazon, che esistevano più libri disponibili al pubblico a fine Ottocento che negli anni Novanta.

Un rilievo che si potrebbe applicare a Topolino, in un certo senso. Quanti lavori derivativi (magari pessimi, magari capolavori) come quello di O’Neill sono stroncati sul nascere dalle norme sul copyright?

A oggi, l’orizzonte degli eventi è impostato al 2023. I lobbisti Disney saranno già al lavoro per una nuova legge allungavita, ma se ciò non avvenisse e Topolino diventasse di dominio pubblico, che cosa succederebbe?

Non molto. La Disney possiede ancora 19 marchi registrati legati a Topolino – e i marchi registrati possono essere rinnovati ad libitum – e questo protegge il personaggio da molte evenienze, tra cui eventuali nuovi cartoni animati o prodotti per l’infanzia, che sarebbero ancora impossibili da realizzare (per via della regola che vieta qualsiasi possibilità di confondere i personaggi da parte del pubblico di riferimento), mentre opere d’arte o usi di natura sessuale del personaggio sarebbero in teoria consentiti.

Dico “in teoria” perché, secondo un precedente del 1979, un marchio registrato può proteggere un personaggio di dominio pubblico se questo è dotato di un cosiddetto “significato secondario”, che sottintende la stretta correlazione tra creatura e creatore. Se si riesce a dimostrare che il consumatore, vedendo un certo prodotto, lo colleghi subito a un marchio e quindi lo creda diramazione dello stesso, allora vale quanto detto.

Nel nostro caso, come per la parola ‘supereroe‘, la saldatura è totale, e Disney non avrebbe alcuna difficoltà a dimostrare che, vedendo Topolino (e chissà quanti altri personaggi), la gente vada con la mente al suo marchio. Una sentenza della Corte Suprema datata 2003 ha decretato che non si possono usare marchi registrati come sostituti per copyright scaduti, ma, a parte le divergenze dei due casi, l’influenza della Disney potrebbe rimettere in discussione quel precedente.

Gli avvocati dovrebbero perciò lavorare su questi interstizi legali per limitare le apparizioni di Topolino in creazioni altrui. Sarebbe la grande ironia di un’azienda che ha nutrito le proprie casse con film tratti da storie di pubblico dominio – fiabe e favole – le cui versioni in animazione ha poi ‘incatenato’ a marchi registrati, facendo diventare la loro Cenerentola, il loro Aladdin e la loro Biancaneve ciò che tutti ricordano.

Disney in pericolo

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