Dallo scandalo della Banca Romana…

…a Tangentopoli.

Come non riandare col pensiero, dopo le raffiche di arresti di “Tangentopoli”, ai ‘corsi e ricorsi storici’ di vichiana memoria? Proprio nel 1893, infatti, un grosso affaire coinvolse nella Capitale banchieri, politici e giornalisti. Anche allora ci furono, elezioni finanziate, ammanchi di cassa ed illeciti arricchimenti…

Banconota da 100 lire emessa dalla Banca Romana
Banconota da 100 lire emessa dalla Banca Romana

Se Giovanbattista Vico, con la sua teoria dei corsi e ricorsi storici, fosse vissuto nei giorni nostri, forse non solo non si sarebbe meravigliato in qual modo gli scandali della fine del 1800 corrispondessero – forse con maggiore pervicacia – a quelli più recenti, ma avrebbe anche fatto riserve non certo auspicabili per i secoli a venire.

Lo scandalo nazionale più eclatante, iniziatosi nel 1892 e concluso l’anno successivo con il fallimento della Banca Romana conferma, purtroppo, la teoria vichiana.
La Banca Romana era stata creata dopo la presa di Roma (20 settembre 1870) per trasformazione della Banca dello Stato Pontificio. Evidentemente – secondo l’economista Corbino (“L’economia italiana dal 1860 al 1960”, Ed. Zanichelli, Bologna, 1962, pag. 162) – fu un grosso errore l’averla conservata in vita, persino con speciali provvedimenti.

È probabile che, con un’amministrazione abile, oculata e corretta, la Banca avrebbe potuto avere una vita rigogliosa, ma ciò non era nelle tradizioni dell’Istituto che non erano molto lusinghiere, perché si era sempre distinto per la disinvoltura con la quale vi si commettevano abusi d’ogni genere: si distribuivano utili inesistenti e si continuavano a comprare le azioni dell’istituto, riducendo di fatto il capitale sociale, nel momento in cui le perdite accertate corrispondevano al doppio del capitale!

Bisogna anche considerare che la Banca, non senza alterigia, aveva tentato di dominare il sistema monopolistico d’emittenza nella capitale, già sede del papa-re, in modo che nessun’altra banca potesse tentare di impiantarvi filiali o aprire sportelli sotto forma di agenzie. Ma tali speranze si realizzarono solo parzialmente perché la Banca Nazionale nel Regno d’Italia ed altre banche poterono stabilirsi a Roma, anche se erano state obbligate a pagare alla Banca Romana una indennità di ben due milioni e mezzo per la perdita della sua situazione di privilegio, consolidata nel periodo pre-unitario.

Intanto l’eccesso di banconote circolanti della Banca Romana, al di fuori della circoscrizione territoriale, aveva già fatto circolare voci di allarmismo, tanto che il ministro dell’Agricoltura – sotto la cui giurisdizione si trovavano le banche – ordinò un’inchiesta su tutti gli istituti d’emissione: vennero fuori fatti eclatanti per cui furono sciolti i consigli d’amministrazione dei due istituti meridionali (Banco di Napoli e Banco di Sicilia) e proseguite le indagini nei confronti della Banca Romana che, dal proprio tipografo Wilinson & C. di Bradsbury, aveva fatto stampare banconote per 40 milioni di lire, con numerario duplicato; importo che, aggiunto ai 60 milioni emessi in eccedenza senza riserva patrimoniale o metallica, dava un esubero di 100 milioni di lire!

Esaminiamo, a questo punto, le svariate emissioni della Banca Romana.
Dalla Wilinson & C. di Brandsbury sono stati emessi inizialmente i tagli di L. 1 e 5 datati 1872, seguiti da tagli di L. 5 e 10 da parte della American Bank Note di New York. Per i tagli superiori con il D.M. del 29 novembre 1872, n. 1101, erano stati sostituiti i precedenti modelli pontifici con nuove tipologie, sicché furono emessi i seguenti tagli: 1872 – L. 20, 50, 100, 200, 500 e 1.000; 1883 – L. 25; 1884 – L. 500; 1892 – L. 50, 100, 200.

Allorché sopraggiunse anche lo scandalo per la crisi edilizia della capitale, cui si aggiunsero i dissesti finanziari di Torino con i conseguenti disordini, il governo legalizzò la circolazione monetaria eccedente, definendola “non computabile” ai fatti. E quando, per evitare il dilagarsi degli scandali, si creò il pericoloso precedente secondo cui le cattive operazioni delle banche private non si potevano far ricadere sugli istituti d’emissione e, quindi, sui contribuenti, fu subito chiaro che qualcosa andava controllata.

Banconota da 200 lire emessa dalla Banca Romana
Banconota da 200 lire emessa dalla Banca Romana

Nonostante lo scandalo di dominio pubblico e il chiasso suscitato in Parlamento, si tentò di minimizzare l’accaduto e di sistemare ogni cosa con una legge di riforma monetaria che unificasse il diritto d’emissione e punisse le banche che avevano trasgredito i limiti della legalità.

Ma il progetto di legge sul controllo delle emittenze bancarie, presentato nel giugno 1892, decadde; in conseguenza le banche continuarono con proprie emissioni, ad accedere i limiti imposti dalla legge, anche approfittando della Banca Nazionale che, lavandosi le mani, aveva rinunciato alla sua posizione di “prima inter pares”allorché rifiutò la raccolta delle disponibilità interbancarie non provvedendo ad effettuare la riscontrata ufficiale, e perdendo, così la sua posizione di naturale interlocutrice della autorità di governo in tema di provvedimenti in campo monetario.

Il presidente del Consiglio Giolitti, già Ministro del Tesoro nel Governo Crispi, non solo si astenne dal pubblicare la relazione dell’inchiesta, ma addirittura fece nominare Senatore del regno il direttore generale della Banca Romana, Bernardo Tanlongo, in cambio – sostenevano gli oppositori – dell’aiuto da questi prestato a Giolitti per le elezioni politiche del 1892 (voti di scambio)!

Allorquando però la relazione cadde nelle mani di Napoleone Colajanni, che la rese pubblica tramite la stampa, Tanlongo e Cesare Lazzaroni (Cassiere della banca) furono arrestati per duplicazioni di cartamoneta.

Lo scandalo della Banca Romana, derivante dalla pluralità degli istituti d’emissione, rivelò un vero e proprio baratro, dovuto alla collusione tra politici, giornalisti e banchieri, in cui si nascondevano fantastici vuoti di cassa, elezioni finanziate, settanta milioni clandestini e 40 di serie duplicate di banconote, due interi decenni di falsi, dirigenti capaci tra un’ispezione e l’altra di prendere a prestito dalle banche consorelle i soldi necessari a tappare i buchi in una specie di gioco ai bussolotti, deputati, ministri e presidenti del consiglio (e loro consorti) coinvolti, pacchi di documenti sottratti all’autorità giudiziaria.

Lo scandalo scosse fortemente l’ottimismo dei piccoli risparmiatori e si intrecciò, come già accennato, con le vicende della crisi edilizia. Questa, dopo aver messo alle strette gli imprenditori, finì per ritorcersi contro gli istituti bancari troppo fiduciosi in un’espansione urbanistica ed economica che aveva avuto minor fretta dei costruttori edili.

Lo scandalo ebbe il suo morto, lo scrittore e deputato meridionale Rocco De Zerbi e la sua vittima illustre nello stesso Giolitti, allontanato dal governo e sostitutito da Crispi. Quando il 19 gennaio 1893 il popolare “sor Bernardo”, cioé il senatore Tanlongo, venne arrestato e tradotto in carrozza a Regina Coeli essendosi dato malato, dalla folla lungo tutto il percorso partirono bordate di fischi e grida mnacciose di “Abbasso i ladri!”. “Vedete quanto riguardo per i ladri grossi” commentava la gente.

E tuttavia lo scandalo si esaurì con l’assoluzione nel 1894 dei due imputati, Tanlongo e Lazzaroni. La Banca Romana venne incorporata dalla neo Banca d’Italia S.A. (legge 8 agosto 1893 n. 486).

Di tali fatti (o misfatti), accaduti esattamente 125 anni orsono, forse i “signori” della futura Tangentopoli potevano trarre speranzosi richiami dalla teoria vichiana, auspicando facili assoluzioni (se il potere politico non condonerà prima le colpe del passato come sinora ha condonato i fenomeni di illegalità diffusa in materia fiscale ed edilizia); ma tale teoria, pur non comportando il ripetersi di accadimenti individuali ma solo il ritorno di analoghe forme storiche, lascia sempre un boccone amaro nella considerazione che per certa gente vale sempre il detto latino “Homo sini magna pecunia, imago morta”.

Il processo ai responsabili dello scandalo della Banca Romana
Il processo ai responsabili dello scandalo della Banca Romana

Al tempo della Banca Romana il sistema degli intrallazzi si basava sul marasma della circolazione monetaria e all’equivoco comportamento della Banca Nazionale, che aveva rinunciato agli accertamenti tramite la riscontrata ufficiale. Oggi il sistema si è ramificato in almeno tre sottosistemi, per dirla con M. Centorrino (“La Sicilia”, 24 febbraio 1993); il primo è più banale, la tangente generalizzata imposta dal potere politico che si traveste da potere amministrativo e burocratico; una sorta di tassa alla benevolenza, il prezzo di un diritto che si è da tempo trasformato in favore.

Il secondo era intuìto ma mai finora denunziato, neppure per accenni: le maggiori imprese italiane che agivano nel settore delle opere pubbliche avevano stipulato una sorta di patto tacito con i partiti tradizionalmente al governo: grandi appalti, grandi tangenti. Come una specie di protocollo che, si scopre poi, prevedeva aliquote, cassieri, turnazioni, redistribuzioni eque. Anche in questo caso impressiona la “statualità” dell’accordo: niente di fortuito, nulla affidato alla casualità, ogni atto previsto e finalizzato.

Il terzo sottosistema era conosciuto anch’esso da tanti, ma opportunamente negato: Enti di Stato (Eni, Anas) finanziavano, sempre per mezzo di rapporti con gli imprenditori, uomini politici e partiti. Quasi dovessero fungere da casse, utili per prelevare quando occorreva.

Dunque, oggi come ieri, un solo binomio: arroganza e disinvoltura. Il guaio è che nell’interno del paese c’è il risvolto della medaglia a tanta ricchezza accumulata disonestamente: disoccupazione e delinquenza. Ora, poiché la crisi dell’economia del nostro sistema politico e sociale non nasce da oggi, è necessaria una consapevolezza che decreti la fine di quell’immobilismo, falso e bugiardo, per costruire, in uno stato di diritto, una società nella quale privilegi e prevaricazioni non siano più moneta di scambio e che tenga nella giusta considerazione che onore e denaro rubato non trovano posto nella stessa borsa.

Dallo scandalo della Banca Romana

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