Chi ha inciso quelle medaglie?

Medaglia di Remigio Cantagallina con il ritratto di Orazio Rovito
Medaglia di Remigio Cantagallina con il ritratto di Orazio Rovito

Ju-Gra, Ju-Grae e Jul-D-Gra: chi si nasconde dietro queste sigle che compaiono su alcune medaglie del Regno delle Due Sicilie?

Solo di recente mi è capitato di consultare il Bollettino del circolo numismatico napoletano, anno XLI, gennaio-dicembre 1956, alla cui formazione provvide essenzialmente Tommaso Siciliano. Soffermandomi a pagina 17 ho notato che egli descriveva una medaglia in bronzo coniata in omaggio a don Pietro Gyron, duca di Ossuna, viceré di Napoli, e nel contempo affermava che la medaglia stessa e quelle di seguito riportate con i numeri 15/18, 21/22, 28 e 30 erano state realizzate dalla stessa persona che, talora, si firmava Ju-Gra o Ju-Grae con caratteri corsivi mal visibili in quasi tutti gli esemplari, e talora Ju-Gra e Jul- D-Gra, con caratteri romani ben visibili.

Tralasciava, quindi, di includere tra le dette medaglie quella riportata sotto il numero 29 per il fatto che in essa l’incisore si firmava Remigius, pur avendo le stesse caratteristiche delle altre.

Lo stesso Tommaso Siciliano aggiungeva che alcuni ritennero di poter leggere quelle sigle in Giulio Di Granata, incisore sconosciuto anche in Spagna; altri e senza alcun fondamento, in Giulio Grenne. Infine lo stesso autore ricordava che nel 1627 Giovambattista Basile, conte di Torone, pubblicava a Napoli, tra l’altro, una poesia in lode dello scultore Giulio Grazie o Di Grazia.

Su quanto affermato da Tommaso Siciliano concordo solo in una cosa. E cioé che le medaglie di cui ai numeri innanzi citati, a cui va però aggiunto anche il numero 29, provengono effettivamente dallo stesso incisore. Infatti, da un confronto dal vero, emerge che le caratteristiche, i caratteri delle lettere delle medaglie e le affinità artistiche in esse riportate sono pressoché uguali.

Non ritengo invece verosimile l’esistenza di quel fantomatico scultore a nome Giulio Grazia o Di Grazia, citato dal letterato Giovambattista Basile, in quanto tale scultore non risulta in nessun testo, antico o moderno, ed è completamente ignorato anche dalle enciclopedie più qualificate. La lode di Giovambattista Basile in favore del pseudo incisore Giulio Grazia o Di Grazia, posta in evidenza da Tommaso Siciliano attribuendogli le sigle Ju-Gra o Ju-Grae, oppure Jul-D-Gra, è pertanto frutto di fantasia.

Se fosse vero quanto pubblicato da Giovambattista Basile, allora bisogna ammettere che egli deve aver soltanto esaminato ed ammirato, attraverso le medaglie, l’arte di quel tale incisore a nome Ju-Gra, Ju-Grae oppure Jul-D-Gra, senza peraltro conoscere l’artista né di nome né di persona, e tanto meno di averlo mai sentito nominare. Quindi, essendo erudito, ritenne egli stesso quelle sigle di facile lettura interpretandole, con buona dose di fantasia, in Giulio Grazia o Di Grazia.

Ed è proprio questa la ragione per cui il Basile, nella sua poesia, non ha potuto mettere in evidenza l’esatto nome dello scultore, ricorrendo al binomio: Giulio Grazia o Di Grazia per via proprio di quelle sigle: Ju-Gra, Ju-Grae, Jul-D-Gra. Ma il suo non è stato che un castello di sabbia, impossibile a reggersi in piedi, anche perché vi è da domandarsi: è mai possibile che uno scultore, anche di mediocre levatura (ciò che non è da ritenersi nel nostro caso), dopo oltre vent’anni di attività (dal 1618, omaggio a don Pietro Gyron d’Ossuna, ad Orazio Rovito, figura numero 30 del già citato Bollettino, deceduto non prima del 1645), non abbia lasciato tracce di sé, negative o positive, circa la sua professione? No, di certo.

Saint-Gilles, la porta di Hal ed il sud di Bruxelles (dettaglio) - 1612
Saint-Gilles, la porta di Hal ed il sud di Bruxelles (dettaglio) – 1612

È certo invece che le medaglie di cui ai numeri 14/18, 21/22, 28/29 e 30 riportate sul Bollettino del Circolo numismatico napoletano vanno attribuite agli scultori Gianfrancesco, Remigio e Antonio Cantagallina, tutti e tre insieme operanti a Firenze.
Quindi le sigle di cui sopra debbono essere interpretate nel modo seguente: Ju (junctim) unitamente; G (Gianfrancesco), R (Remigio), A (Antonio). La e finale di Grae si riferisce alla lettera iniziale del verbo “effero” (efferunt, pubblicano, divulgano) e si ha il significato: Unitamente pubblicano Gianfranco, Remigio, Antonio.

L’altra medaglia che secondo l’autore del Bollettino riporta le sigle Jul-D-Gra si riferisce agli stessi autori. Soltanto che la “l” di Jul la ritengo non sussistente o, quantomeno, di errata lettura, perché si dovrebbe leggere sulla medaglia: Jun-D-Grae, e starebbe a significare: Unitamente producono (deferunt, dal verbo defero) Gianfrancesco, Remigio, Antonio.

L’ultima ipotesi, forse la più attendibile, è quella che le sigle sulla medaglia possano essere lette non in Jul-D-Gra, ma in Jue-D-Gra, e in tal caso vorrebbero dire: Unitamente gli editori, Gianfranco, Remigio, Antonio producono.
A questo punto ci si potrebbe chiedere: perché, allora, le medaglie indicate sul Bollettino sotto i numeri 14/18, 21/22, 28 e 30 riportano le sigle Ju-Gra, Ju-Grae e Jul-D-Gra, mentre in quella indicata sotto il numero 29, pure dello stesso autore, vi è incisa per esteso soltanto la firma Remigius? Ciò si spiega col fatto che le medaglie sopra citate sono state incise tutte su bronzo con la collaborazione di tutti e tre i fratelli Cantagallina, mentre il Remigio, essendo il più qualificato degli altri due, incideva da solo su argento.

Infatti di lui è detto: “Cantagallina Remigio, pittore e disegnatore, ingegnere, intagliatore ed incisore. Egli soprattutto deve la sua gloria all’incisione. Vuolsi maestro di Giacomo Callot e di Stefano Della Bella. Ebbe due fratelli: Gianfranco e Antonio, rispettivamente ingegnere e architetto, ma sembra che non siano stati che suoi aiuti”.
Con questa lunga disgressione credo di aver chiarito l’enigma di quelle sigle Ju-Gra, Ju-Grae e Jul-D-Gra, incise su alcune medaglie di bronzo del Regno delle Due Sicilie prodotte tra il 1618 e il 1660.

Chi ha inciso quelle medaglie

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