Chi di spada ferisce…

Errori storici e politici, spade che spariscono e che ricompaiono: nel 1966 polemiche accese seguirono l’emissione della serie vaticana dedicata al millenio cristiano della Polonia. E dopo toccò alla Lituania…

Il re Mieszko I, grande guerriero e protagonista della storia polacca, ci è stato tramandato, in pittura e in scultura, pressoché in simbiosi con la sua spada. Quella spada che gli permise di liberarsi dal pesante vassallaggio che lo legava ad Ottone I, l’Imperatore del quale fu per anni soggetto e tributario.

Nella foto in testa all'articolo il bozzetto del francobollo vaticano del 1966 dove re Mieszko I regge la spada, sostituita dallo scettro nel francobollo definitivo
Nella foto in testa all’articolo il bozzetto del francobollo vaticano del 1966 dove re Mieszko I regge la spada, sostituita dallo scettro nel francobollo definitivo

Sconfitto nel 963, Mieszko I tornò alla carica nove anni dopo, nel 972, e riuscì finalmente a battere i tedeschi sulle rive dell’Oder inferiore, in Pomerania. Il che se da un lato gli permise di estendere le frontiere polacche fino al Baltico, dall’altro significò la perdita di una porzione delle provincie orientali, incamerate da Vladimiro, granduca di Kiev.

Già apparso sul francobollo da 60 gr del 1961 (Polonia 1904), re Mieszko I è tornato anni dopo a mettere i dentelli su un francobollo di Varsavia. In questo caso l’immagine base è quella dipinta da Giovanni Matejko, la stessa, quindi, utilizzata per il 15 lire vaticano Millenio cristiano della Polonia del 1966.

Ma con una vistosa differenza: mentre il Mieszko I polacco da 10 zloti impugna la possente spada, in quello vaticano di cinquantadue anni fa tiene in mano lo scettro, preferito da qualche prudente monsignore alla sua arma, peraltro minuziosamente disegnata nel bozzetto predisposto con la consueta abilità da Casimira Dabrowska. La celebre miniaturista polacca alla quale va il merito di aver realizzato larga parte dei più riusciti francobolli di Pio XII e, in quantità minore, di Giovanni XXIII.

Ne consegue che la spada di Mieszko I venne censurata nella fase di trasferimento dell’illustrazione dal bozzetto alla bulinatura, operazione, questa effettuata da Tullio Mele. I sei milioni di francobolli all’epoca prodotti dal Vaticano (successivamente 420.000 vennero inceneriti) costituiscono perciò un clamoroso falso storico frutto di un’arbitraria censura.

Re Mieszko I sul valore polacco da 10 zloti dove è raffigurato impugnando la spada
Re Mieszko I sul valore polacco da 10 zloti dove è raffigurato impugnando la spada

A rendere giustizia, sia alla storia che al pittore Giovanni Matejko, specializzato in raffigurazioni storiche della Polonia (sua è la grande tela che mostra la Vittoria di Giovanni Sobieski contro i Turchi a Vienna che è diventata francobollo da 1,20 zloti nel 1933, Polonia 367, e foglietto da 75 zloti nel 1983, Polonia F101) hanno di recente provveduto, come si è detto, proprio le Poste di Varsavia. Le quali, per inaugurare la galleria dentellata dei sovrani polacchi, hanno mandato in campo re Mieszko I come l’ha ritratto Giovanni Matejko. Nell’atto, perciò, di brandire la spada.

E perché non sussistessero dubbi sull’iniziativa garbatamente polemica, assieme a Mieszko I Varsavia ha fatto contemporaneamente diventare francobollo da 25 zloti anche la moglie Dabrowka, alle cui insistenze è in larga parte dovuto il battesimo del sovrano, avvenuto nel 966.
Due immagini, quindi, identiche a quelle che si possono vedere sul 15 lire del Vaticano uscito nel 1966 a ricordo della Polonia diventata cristiana proprio nel giorno del battesimo di re Mieszko I.

Mentre più di cinquanta anni fa i polacchi per la spada di Mieszko I trasformata in scettro non fecero una grinza a polemizzare piuttosto vivacemente furono i lituani in esilio. Indispettiti per la scritta Ostra Brama, Porta Acuta, posta sotto l’immagine della Madonna che domina la medesima porta. Ed anche per la raffigurazione della regina Edwige.

Dabrowka, la moglie di Mieszko I sul valore polacco da 25 zloti
Dabrowka, la moglie di Mieszko I sul valore polacco da 25 zloti

“Che cosa ha in comune Vilna con il battesimo dei polacchi, avvenuto mille anni fa, quando nel 966 non esistevano né Vilna né la Porta del’Aurora? Che rapporto ha Vilna – faceva notare Darbininkas, quotidiano lituano di New York – con Edwige, moglie del Jagellone, che i polacchi proclamano cristianizzatrice della Lituania, mentre essa non vide mai con i propri occhi Vilna e sposò lo Jagellone non per catechizzare la Lituania, bensì semplicemente perché venne separata dal suo fidanzato dai Signori di Polonia e costretta ad andare in moglie al non amato Jagellone per ragioni puramente politiche?

L’emissione di un simile francobollo – questa la conclusione del quotidiano lituano di New York – non era necessaria né per celebrare il passato storico, né dal punto di vista politico. E perciò da deplorarsi”.

Anche il passo del comunicato apparso su L’Osservatore Romano del 30 marzo 1966, nel quale tra l’altro si legge che: “… a sinistra del francobollo è disegnata la porta di Vilna detta ‘Ostra Brama’ che ricorda il matrimonio della regina con il Granduca di Lituania, al quale matrimonio seguì la definitiva cristianizzazione della Nazione…” fu bersaglio di vivaci critiche lituane.

Nessuna porta di Vilna, affermano infatti i lituani, ricorda il matrimonio in questione, semplicemente perché allora di porte non ne esistevano proprio. La porta cui fa riferimento il francobollo in questione venne eretta nella prima metà del XVI secolo, mentre la miracolosa immagine della “Mater Misericordiae” vi venne collocata, a protezione delle invasioni dall’Oriente, verso il 1570. Sulla parte esterna della porta venne invece posta l’effigie del Cristo “Salvator Mundi”.

Nel corso dei secoli la porta sulla quale sorge il Santuario ebbe diverse denominazioni: porta di Kreva, di Medininkai, di Asmena, di Lydia, e ciò dal nome delle omonime città verso le quali conduceva la strada che da essa partiva.

La porta di Vilna su francobollo di Polonia, ma con lo stemma polacco al posto di quello lituano
La porta di Vilna su francobollo di Polonia, ma con lo stemma polacco al posto di quello lituano

Solo più tardi ebbe il nome di Ausros Vartai, Porta dell’Aurora, oggi universalmente diffuso, originato dalla sua posizione ad oriente della capitale lituana, ed anche dal fatto che il capo della Vergine è circondato da un grande sole nascente.

Dissenso i lituani espressero, come abbiamo visto, anche in merito al matrimonio di Edwige con Casimiro Jagellone, contratto con finalità principalmente politiche. Tanto che Edwige non andò mai in Lituania a cristianizzare il popolo. Ciò venne invece compiuto da Vitautas il Grande, già cristiano col nome di Alessandro. Il nome di Edwige nella definitiva cristianizzazione della Lituania si può pertanto considerare solo come riflesso del matrimonio che la unì, per ragioni di stato, allo Jagellone (Polonia 1346).

Come ciò non bastasse, i lituani fecero notare che la conversione ufficiale del Paese avvenne nel 1251, sotto il sovrano Mindaugas, al quale Innocenzo VI aveva concesso la corona regale, col diritto di trasmissione ai successori. Un diritto che non è stato mai revocato, come testimonia il Registro vaticano, numero 22, f113/R.

Il forzato inserimento nel francobollo vaticano da 50 lire della regina Edwige, al fine di illustrare il santuario mariano nella capitale lituana, può essere comprensibile – fecero rilevare nella stessa circostanza circoli lituani – soltanto alla luce di considerazioni politiche. È infatti noto che Lituania e Polonia in passato ebbero stretti rapporti, sia nella gloria che nella sventura; dapprima nella persona del Sovrano (1386), quindi riunite in Confederazione (1569) di due Stati sovrani e poi di diritto.

Tali rapporti, tuttavia, nel corso della storia si rivelarono gravemente dannosi per la Lituania, la quale, nel 1918, riconquistando l’indipendenza non volle ripetere l’esperienza, decidendo perciò di vivere libera da qualsiasi vincolo col passato.

Di diverso parere si dimostarono i polacchi, i quali nell’intento di proseguire nella confederazione ricorsero alle armi. Di fronte però al nuovo pericolo rappresentato dalla Russia, il 7 ottobre 1920 a Suvalkaj conclusero un trattato per la demarcazione dei confini. Durò lo spazio di un mattino. L’indomani, infatti, mentre i lituani fronteggiavano i sovietici, i polacchi occuparono la capitale Vilna e la regione adiacente.

La regina Edwige accanto al marito Re Casimiro Jagellone sul 2,50 zloti di Polonia del 1964
La regina Edwige accanto al marito Re Casimiro Jagellone sul 2,50 zloti di Polonia del 1964

La questione concernente la riannessione della città durò per anni, fino a quando, avendola occupata l’Unione Sovietica, il governo lituano indipendente ne chiese la restituzione. La quale avvenne il 16 febbraio 1939. E dato che il 16 febbraio 1918 a Vilna era stata proclamata l’indipendenza, la città venne eletta capitale costituzionale e non solo storica della repubblica lituana.

Quale simbolo del possesso della capitale lituana, i polacchi scelsero, com’è noto, il Santuario della Porta dell’Aurora, il quale appare sul 2 m della Lituania Centrale, anno 1920 (13), successivamente riemesso con sovrapprezzo di 1 m a favore della Croce Rossa (17), nonché sui segnatasse da 2 m e 3 m (3/4) completati dalla dicitura in lingua polacca: Litwa Srodkowa, Lituania Centrale.

Intorno al 1925 i polacchi tolsero dalla parte esterna della porta l’immagine del “Salvator Mundi” e lo stemma lituano, collocandovi al loro posto l’aquila polacca. Mutamento testimoniato dai tagli da 1gr e 24gr (Polonia 310, 317). Dimostrando così a chi ancora aveva dei dubbi che Vilna era diventata a tutti gli effetti polacca.

Chi di spada ferisce

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