C’erano una volta un re…

…un’aquila e un marzocco.

Così potrebbe cominciare un’ipotetica favola filatelica sui primi francobolli che videro la luce nel nostro Stivale. Il re, naturalmente, è Vittorio Emanuele II, l’aquila è quella bicipite dello stemma austro-ungarico, il marzocco quello di Firenze, che compaiono rispettivamente sui primi valori di Sardegna (1851), di Lombardo-Veneto (1850) e di Firenze (1851). I tre valori italiani da 800 lire, che ci ricordano l’evento sono usciti il 31 marzo 2001.

Francobolli di Lombardo-Veneto del 1850
Francobolli di Lombardo-Veneto del 1850

I francobolli sperimentali del Lombardo-Veneto, i primi d’Italia. Io non capisco l’ostracismo di alcuni verso l’emissione del Lombardo-Veneto del 1° giugno 1850, che è anche la prima serie di francobolli in uso negli uffici postali di un Paese italiano: quelli francesi furono infatti usati in un ufficio di posta militare francese utilizzabile solo dai soldati francesi! Un ostracismo che ha impedito a questi francobolli di essere celebrati allo scadere del loro centenario, nel giugno 1950, mentre tutti gli altri furono ricordati a partire dall’anno seguente: e non mi si dica che era per la presenza dell’aquila bicipite, visto che comparvero altre aquile e personaggi ben più deprecati della storia!

Certo, quei francobolli erano uguali a quelli in uso in tutto l’Impero austro-ungarico, con lo stemma austro-ungarico con corona imperiale disegnato da Johannes Jakob Herz e inciso da Hermann Tautenhayn, stampati a Vienna dall’Imperial Regia Stamperia di Corte e di Stato con il sistema tipografico da tavole di 240 esemplari, suddivisi in 4 gruppi di 64 impronte (8×8) comprendenti 60 francobolli e 4 croci, tanto per non far ammattire nei conteggi.

Furono posti in corso con Sovrana Risoluzione del 25 settembre 1849 e con le Ordinanze del ministero del Commercio, Industria e Lavori pubblici in data 5 febbraio, 26 marzo e 13 maggio 1850 nell’ambito di una più vasta riforma postale che vedeva l’adozione di tariffe uniformi, anche se nell’ambito di 3 diversi raggi, e di norme per favorire l’affrancatura anticipata, come l’imposizione di una soprattassa sulle corrispondenze non franche o insufficientemente affrancate.

Ingranditi, i valori falsificati a Milano
Ingranditi, i valori falsificati a Milano

Uguali e insieme differenti, perché recavano l’indicazione del valore in centesimi di Lira austriaca anziché in Kreuzer. E questo non era un obbligo, visto che in svariati casi – compresa la spedizione dei giornali e la tassazione dei periodici provenienti dall’estero – non furono preparati valori appositi ma si usarono anche nel Lombardo-Veneto quelli in vigore nel resto dell’Impero. Furono perciò appositamente preparati per il Regno Lombardo-Veneto, che era uno Stato a sé, creato nel 1815, anche se affidato alla corona austriaca, che lo affidò a un Viceré. E non capisco proprio perché qualcuno non li consideri italiani, e invece giudichi tali quelli con le insegne dei Borbone, dei Lorena o di Austria-Este, o magari dei Savoia, che ancora per decenni dopo la creazione del Regno d’Italia preferivano parlare francese!

E poi, sono così appassionanti, questi primi francobolli lombardo-veneti!

Trattandosi dei primi francobolli in uso nell’Impero, non furono esenti da errori, e le autorità postali e la Stamperia li usarono anche per sperimentare tecniche di produzione e materiali contro frodi e falsificazione. L’eccessiva semplicità del disegno, ad esempio, si rivelò quasi subito una tentazione per i falsari, il che consigliò ben presto di sostituire lo stemma con figure umane, di più difficile imitazione.

Gli studi per una serie sostitutiva iniziarono fin dal 1852, e vanno dai disegni di putti e fregi in stile Biedermeier fino a una testa di Mercurio col petaso, in diverse posizioni, con e senza barba, prima di giungere alla conclusione di riprodurre il profilo dell’Imperatore, nella stessa versione a rilievo già usata in Piemonte per Vittorio Emanuele, con effetti da moneta antica: una soluzione che, come rileva Federico Zeri nella sua “Storia dell’Arte”, “concentra nel profilo classicizzato del monarca una carica simbolica, di assoluta autorità, tipica delle strutture sociali rigidamente gerarchizzate“. Ma l’emissione dovette essere più volte rimandata per farla coincidere con l’introduzione del nuovo Fiorino austriaco, diviso in 100 soldi.

Un altro errore si rivelò fin dall’inizio il colore giallo scelto per il valore da 5c., poco visibile, sia nella stampa che nell’uso, specie alla luce delle lampade, che costrinse a usare col tempo tonalità sempre più scure.

Il 15 centesimi di Lombardo-Veneto stampato su carta vergata, usato a Verona il 22 gennaio 1852
Il 15 centesimi di Lombardo-Veneto stampato su carta vergata, usato a Verona il 22 gennaio 1852

Anche la tecnica di produzione si rivelò piuttosto sperimentale. Dall’incisione originale senza indicazione del valore furono ottenuti degli stereotipi in cui fu poi inserito il valore composto con caratteri mobili; da queste matrici si ottennero quindi i cliché per le tavole. Per il valore da 45c., predisposto in un secondo tempo, si utilizzò invece come matrice uno stereotipo del 30c., scalpellando le cifre e inserendovi il nuovo valore con caratteri mobili. Anche una matrice del 15c. risulta ottenuta con questo sistema, utilizzando uno stereotipo del 10c.

Le tavole tipografiche furono a loro volta ottenute con l’assemblaggio sia di stereotipi ottenuti con normale lega da stampa, che però per la sua morbidezza tendeva a usurarsi facilmente, sia mediante elettrotipi ottenuti con bagno galvanoplastico (o più probabilmente con galvani), più resistenti ma che davano stampe “piatte” in cui lo stemma risulta come “ripulito”.

Veri e propri esperimenti furono però quelli che coinvolgevano la carta, la quale si presenta di tre tipi:
Carta a mano, leggermente rugosa in superficie (i solchi si notano anche sotto la lente) e di spessore non omogeneo. I fogli recavano al centro in filigrana le lettere corsive ornate “K.K.H.M.”, iniziali di Kaiserlich Königliches Handels Ministerium, ovvero Imperial Regio Ministero del Commercio, parzialmente visibili solo negli esemplari vicini all’interspazio fra i gruppi superiori e inferiori.

Carta costolata, che era poi la stessa carta a mano precedente su cui, dopo la stampa dei francobolli, veniva impresso a secco un fitto reticolo di linee verticali (circa 30 ogni 2 cm.) ben visibili a luce radente: il suo scopo era di facilitare l’assorbimento dell’inchiostro dei bolli, per impedire l’utilizzo fraudolento di esemplari già usati. Il sistema, che richiedeva una seconda operazione tipografica, fu usato solo fra il 1851 e il 1852. (La carta vergata nota per alcuni esemplari del 15 cent., che presenta le linee verticali in filigrana anziché, come nella carta costolata, in superficie, rappresenta evidentemente un errore, provenendo tutti da pochi fogli usati fra l’agosto 1852 e il maggio 1853, in particolare a Verona).

Carta a macchina. È la carta definitivamente adottata nel 1854; presenta una superficie molto liscia e levigata e non reca alcuna filigrana.

E sperimentali furono persino alcune norme postali relative ai nuovi francobolli. Come l’obbligo di applicarli alle lettere dalla parte dell’indirizzo, “alla metà del margine superiore“, tranne nel caso del francobollo da 30 cent. rappresentante il diritto fisso di raccomandazione “da attaccarsi alla parte del suggello delle lettere“, evidentemente come ulteriore garanzia della loro perfetta chiusura.

Come si vede, una serie decisamente appassionante e, neppure troppo costosa, almeno a collezionarla in esemplari usati. Una serie che però – osservando i cataloghi – lascia alquanto perplessi: infatti di quanti francobolli è composta? Cinque come dice l’Unificato? Otto, come diceva il mitico Catalogo della Vittoria? Diciannove, come dice il Bolaffi? Ventidue, come dice il Sassone, o meglio ventitre, stando al volume Antichi Stati che considera normale anche la stampa recto-verso?

Io, che sono un appassionato anche di storia, di controllo delle fonti, e soprattutto di logica, opto ovviamente per l’Unificato, visto che in tutta la normativa dell’epoca si parla sempre e solo di 5 francobolli. Se poi qualcuno vuole elevare a francobollo-tipo anche le differenze di carta, di colore o di stampa, sarebbe auspicabile che indicasse a priori le regole su cui si basa per tale decisione, in modo che sia valida in tutto il catalogo e non una volta sì e l’altra no, come capita spesso di osservare. La regola del va la che vai bene, o della tradizione filatelica, è solo un modo per farci prendere in giro dai veri studiosi, le rare volte che mettono il naso nelle nostre più decantate pubblicazioni.

 

‘Sono arrivati i bollini e da oggi si devono adoperare’

Verona, 1 giugno 1850.
Cara moglie, stamattina di bonora ti ho mandato la Genoveffa col Toni e il biroccio, quelllo vecchio che dà meno nell’occhio.
Guardami ben bene la cavalla perché ogni tanto zoppica e appena si ferma segna colla chiappa destra. Se hai finito le spese, guarda se puoi tornare che c’è la Maria che domani viene col moroso e mi ha detto che dopo il vespero cantato passa da noi. Sarà che dopo sette anni si vogliono sposare e vorranno sapere per il mangiare.

Circolare del 3 luglio 1958, numero 5485, con la quale la Direzione di Verona forniva agli uffici dipendenti particolari per la distinzione dei francobolli da 45 centesimi falsificati a Milano
Circolare del 3 luglio 1958, numero 5485, con la quale la Direzione di Verona forniva agli uffici dipendenti particolari per la distinzione dei francobolli da 45 centesimi falsificati a Milano

Sono arrivati i bollini, non so da quando ma sono arrivati e da oggi si devono adoperare. Come c’era scritto, il 5 centesimi è per le circolari e sono poi quelli che vanno bene per i nostri bachi e così ne ho fatto mettere da parte 80 e stamattina il Giovanni me li ha portati. L’austriacante faceva la ruota come un tacchino tutto fiero della mercanzia dei suoi padroni. Forse una volta tanto non ha tutti i torti perché il lavoro è proprio ben fatto e anche la gomma che c’è di dietro per aiutare ad attaccarci i bollini sulle lettere ho visto che va bene.

Il 5 centesimi è di colore giallo e va bene per via del Papa, il 10 centesimi che serve per le lettere che si scrivono fra di noi in città è nero e va ancora meglio perché non è proprio nero come il carbone ma almeno ci va vicino e per me è già una gran soddisfazione. Gli altri tre sono il 15 centesimi che è rosso, il 30 che è marrone e il 45 che è azzurro. Non c’è il verde e prima non ci ero arrivato ma adesso che li ho visti mi è venuto in mente il perché. Mi spiegava ancora il Giovanni, ma già lo sapevo, che servono le prime dieci leghe, poi le prime 20 e poi dopo per tutte le terre dei todeschi e anche che il 10 centesimi oltre che per la città serve ancora per i paesini appena fuori le mura e questo non lo sapevo. Invece le circolari vanno bene dappertutto, e così con i 5 centesime si va anche in Ungheria.

È andata via da poco l’Amiganza che è arrivato giusto con le campane del mezzodì e si è messo a raccontarmi la rava e la fava che più di venti lire non poteva tornarmi. E per fortuna che non si è accorto che mi lamentavo molto, ma facevo fatica a nascondre il sorriso sotto i baffi perché mai e poi mai mi sarei aspettato che stavolta mi portasse un soldo bucato. Quando mai gli abbiamo dato quei soldi. Cara Geppa, avevi ragione tu. È tutta colpa mia.

Poi ha messo le gambe sotto il tavolo, si è mangiato la solita montagna di bolliti annaffiata da un litro più uno scodellino del migliore e così abbiamo allungato il conto.
Però quando ha visto i bollini il nostro conte dalle braghe onte se l’è guardati ben bene e poi mi ha tirato da parte per dirmi che col tempo poteva farne uguali basta che gli andassi incontro e per esempio lui mi dava 100 bollini e anche più da 15 o 30 centesimi e io gli pagavo la metà e l’altra si poteva adoperare quasi tutta per andare a calare il debito.

Amiganza, lascia stare, gli ho detto, che io sono tutto di un pezzo e non ho nessuna voglia di mettermi contro Radetzky, anche se pagherei un occhio per fargliela.

Perché mi diceva il Giovanni, che persino usare un bollino già usato e magari anche appena appena può costare un occhio e figuriamoci a farli uguali. Cara mia, questo conte una ne fa e cento ne pensa. Finirà che andrà a pulire i buglioli dei todeschi e chissà per i nostri soldi. È proprio matto. Però caso mai, quando vieni ne parliamo fra di noi.

Mi ha anche detto che riuscire a trovare i bollini con i carantani, che ci sarebbero anche loro, si potrebbero a dar via in centesimi e ci sarebbe da guadagnare un bel po’. E questo l’ho subito capito ma dove sono i bollini. Mi sono messo a ridere ma sotto sotto ci ho pensato e così appena arrivi ci pensi tu.

Cara moglie, guardami ben bene la Genoveffa perché se mi va via piangiamo tutti e due e a me magari mi viene un colpo. E ricordati, se ci stanno, di caricare anche un bel po’ di fascine per il forno perché mi sono accorto che ne ho consumate un po’ tante. Il tuo devoto marito che sempre ti aspetta Beppe.

C’erano una volta un re

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